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domenica 3 dicembre 2017

Cosa ci insegna (simbolicamente) l'architettura della chiesa?

"Vi dico che se costoro tacciono, le pietre grideranno" (Lc 19, 40

L'architettura classica di una chiesa ha dei valori simbolici esaminati già nella Mistagogia di san Massimo il Confessore (VII sec.). Non ripercorrerò questo trattato che lascio alla lettura dei più volenterosi. In questa sede, ispirato anche da tale opera, mi limito a fare qualche considerazione che c’interesserà particolarmente, dati gli strani attuali tempi.

L’architettura classica di una chiesa (bizantina, romanica o di altro stile) è realizzata in un certo modo per rispondere a criteri pratici ma non solo.

Un elemento importante nelle architetture antiche è l’orientamento ma, pure, il modo di disporre le finestre, i lucernari, le cupole. Dalle finestre di una cupola (pensiamo all’esempio classico di quella di santa Sofia a Costantinopoli) piove la luce all’interno dell’edificio.

In un tempo in cui non esisteva l’illuminazione elettrica, era importante che l’interno di un edificio sfruttasse meglio possibile la luce solare. Nel caso della chiesa di santa Sofia, la luce solare fa un vero e proprio “concerto” di raggi e, piovendo dall’alto, illumina determinati punti nell’edificio sacro. Evidentemente in tale edificio non tutto è cupola, i suoi lucernari non sono tutto quello che ha. Eppure essi assolvono un compito importante, al punto che anche gli angoli più umili e reconditi ne possono usufruire.

Il significato simbolico di tutto ciò è presto detto.

Non tutti i cristiani riescono ad essere a diretto contatto con il Cielo, non tutti riescono ad avere il cuore così trasparente a Dio come il vetro di una finestra. Il “beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (Mt 5, 8) è sperimentato sempre da molto pochi, purtroppo! L’importante, però, è che alcuni tra molti possano assolvere questo compito. Tradizionalmente costoro sono sempre stati i monaci che, quindi, sono rappresentati, nell’edificio ecclesiastico, dalle finestre di una cupola. Perciò anticamente il monachesimo era considerato da tutti fondamentale, poiché, nell’ascetismo trasfigurato dalla grazia, il monaco attingeva più luce possibile per diffonderla attorno a sé e tale diffusione riguardava anche la parte più umile della Chiesa.

In queste condizioni, succede come in un edificio ecclesiastico: la mattonella del pavimento, quella posta nell’angolo più nascosto e che nessuno nota, quella che pare non serva a nulla a contatto com’è con la terra, è illuminata dalla luce delle finestre della cupola. E se la luce nobilita un oggetto così umile, quanto più lo fa con quelli più importanti: l’ambone, il pulpito preziosamente adornato, l’altare, ossia il luogo più sacro della chiesa!

Ma se, ad un tratto, si pensa che le finestre non servono e le si oscura totalmente o parzialmente, succede come nel Cattolicesimo dove i monasteri sono stati “riformati e aggiornati” secolaristicamente, o com’è successo nel Protestantesimo dove i monasteri sono stati soppressi perché ritenuti “dannosi” e “inutili”.
Che può succedere in queste situazioni? Lo vediamo chiaramente con l’esempio dell’edificio ecclesiastico: se ne oscuriamo le finestre e non abbiamo alcun’altra illuminazione, il suo interno rimarrà buio.

Se, poi, tutto ad un tratto qualcuno pensa che le finestre debbano essere poste sul pavimento in modo che le persone ci camminino su, che succederà? Oltre ad avere una chiesa buia, dove neppure gli oggetti più belli possono essere notati, tali finestre saranno solo d’inciampo, diverranno oggetti davvero inutili.

In una Chiesa i monaci sono le finestre, non sono la luce ma, nel loro quotidiano sacrificarsi, operano in modo da farsi attraversare da essa, da farsene trasformare perché tale luce possa toccare e nobilitare tutti, anche i più umili e lontani.

Come le finestre stanno in alto, così essi stanno lontano da tutti, praticando il Vangelo rigorosamente e fuggendo dal mondo. Se ne capisce la necessità quando si pensa che una finestra è invasa dalla luce solo quando è posta in alto, verso il cielo. È solo questo tipo di vita che guida davvero la Chiesa ed è quanto forma l’aspetto “carismatico” della Chiesa stessa.
Le colonne che reggono l’edificio rimandano ai vescovi o al clero in genere e sono l’aspetto “istituzionale” della Chiesa. Essi, permettendo ai monaci di vivere in una condizione più elevata, traggono il beneficio della loro fatica.

Che beneficio trarrebbero se, tutto ad un tratto, alterassero il monachesimo come chi oscura le finestre di una chiesa o le costruisce sul pavimento? Le colonne, ossia i vescovi, continuerebbero a reggere l’edificio, certo!, ma in quale stato, visto che il suo interno sarà avvolto dalla più nera oscurità?
La predicazione clericale senza la vita carismatica non ha alcuna incidenza, anzi può essere controproducente.

Per questo non ci si deve illudere: la moralità non è l’unica condizione per far funzionare una Chiesa e non è neppure la più importante. L’applicazione morale è paragonabile ad una chiesa il cui interno è pulito e ordinato. Ma una Chiesa può essere nel buio sia con la morale sia senza di essa e in entrambi i casi può avere un clero che l’amministra efficacemente. Sarà come avere un edificio privo di finestre e con ottime colonne che lo reggono saldamente. Se è al buio, finisce per essere relativo il suo ordine o disordine interno. Solo la luce che piove dall’alto può efficacemente dare un senso all’ordine e rivelare il danno del disordine, non una semplice predicazione di alcuni, per quanto sia utile anche questa. La Chiesa è prima di tutto e sempre una questione di grazia, ossia di vita, di luce.

Ecco perché è profondamente misero pensare che per la Chiesa possa essere sufficiente il suo solo aspetto istituzionale e che l’aspetto carismatico sia, nella migliore ipotesi, un “di più opzionale”, un donum superadditum, per dirla con l’espressione teologica di Tommaso d’Aquino. È pericoloso credere di poter fare a meno dell’aspetto carismatico ritenendo che, tanto, tutto va comunque avanti, visto che l’unica cosa importante è essere morali per “acquistarsi” il Paradiso!

È ancora più misero, addirittura blasfemo, ritenere, come oggi si tende a fare pure nel Cattolicesimo, che Dio ci salva comunque, indipendentemente dal nostro pentimento e dai nostri criteri morali tradizionali, perché siamo in una condizione tale da non migliorare e perciò siamo giustificati da Dio ...

È come pensare che in un edificio ecclesiastico (privo di luce elettrica) le finestre siano opzionali o, essendo troppo lontane dal pavimento, siano perfettamente inutili e non possano dire nulla al pavimento stesso. Tale pensiero si giustifica solo nel caso in cui dalle finestre che sono ancora in alto non scenda più luce da tempo (ossia la cosiddetta grazia non ci sia o non funzioni più nella Chiesa il che, con certi presupposti, succede di certo!).

Se il carisma non è più praticato e riconosciuto come importante, anche il monaco (o il religioso) si adatterà a quest’incredibile mentalità e, nel migliore dei casi, farà assistenzialismo perché penserà che pregare significa fare l’animatore sociale, l’infermiere o lo psicologo. Ma così egli è esattamente come la finestra costruita sul pavimento: qualcosa di curioso, stravagante se vogliamo, ma perfettamente inutile all’edificio. Per giunta sarà d’inciampo a quanti vogliono veramente camminare dentro la Chiesa.

Nessuno nega che in casi di autentica necessità anche un eremita debba abbandonare la sua cella per sovvenire le persone (d’altronde in caso di guerra o di calamità pure le tovaglie di un altare latino diventavano fasce per le ferite dei malati). Ma queste sono situazioni eccezionali che tali devono rimanere, altrimenti la cosiddetta “finestra” perde completamente il suo ruolo essenziale.

E, stando così, alla povera mattonella umile e nascosta del pavimento, sarà tolta l’unica cosa che la impreziosiva e scaldava: la luce. Il sacro altare e l’ambone riccamente adornato, poi, non si distingueranno più da ogni altra cosa, immersi come saranno nel buio. Così, come per una mente assolutamente mediocre, tutto diverrà uguale a tutto e lo stesso buio sarà chiamato luce a seconda delle circostanze.
Chiunque ora può capire che la confusione nella Chiesa è data da una mancanza di luce, ossia da una mancanza di grazia, non perché mancano i Vangeli o non li si commentano adeguatamente!

“Ma abbiamo i vescovi, il magistero dei papi che ci spiegano la verità, le encicliche dei patriarchi”, dicono alcuni. Ecco, è come dire: “Abbiamo comunque le colonne in questa chiesa e la reggono efficacemente”.

Sì, le colonne ci sono e magari sostengono l’edificio a dovere ma in qual stato è tale edificio? Il suo interno è immerso nell’oscurità e non è possibile camminarvi perché s’inciampa e si fa danni ovunque!

Infatti, le parole non servono a nulla se non c’è una vita che le illumina dal di dentro e una Chiesa non serve a nulla e, nel caso migliore, in nulla si distingue da una accademia, se non ci sono in essa dei monaci e dei mistici asceti che praticano la loro vocazione.

Riprendiamo a costruire le finestre in alto, più in alto possibile perché sia tornato a dare il primato al “carismatico” sull’ “istituzionale” laddove quest’ordine è stato secolarmente capovolto.

La mattonella del pavimento non può essere finestra e neppure la colonna lo può essere ma qualcuno lo può forse divenire.

Il monachesimo santo è l’unico vero magistero che ci manca perché senza la luce del Sole in una Chiesa ci si riempie solo di parole, di suoni! Lo stesso Vangelo senza una vita illuminata non solo non serve più ma diviene pretesto per irridere il Cristianesimo come di fatto sta succedendo ...

Qualcuno obbietterà: “Ma nella storia ci sono stati papi e vescovi santi, veramente carismatici. Un esempio: papa Gregorio Magno. Quindi il papato stesso è un carisma!”.

Attenzione: il carisma da essi avuto derivava da una pratica ascetica alla quale si erano lungamente preparati in precedenza. Essi erano dei monaci (Gregorio lo era stato) solo successivamente divenuti vescovi. Cambiarono la loro funzione, da “finestra” a “colonna” (per usare l’esempio sopra utilizzato) ma con il vantaggio di aver conosciuto la luce per esserne stati attraversati, non soltanto esteriormente toccati. Poi, nel caso di Gregorio, il fatto di essere “colonna” era un peso, non un onore, perché lo distoglieva continuamente dall’amata preghiera che prima faceva senza essere continuamente interrotto. Il papato, per Gregorio, era un peso e una responsabilità, non un “carisma” perché comportava il dovere di confermare nella fede i propri fratelli e ciò non si può fare con semplici parole ma con una santa vita!

Nella prospettiva di questi santi, è cieco o folle chiunque non lotta nell’ascesi ritenendo sufficiente amministrare la Chiesa con il Diritto Canonico e formarsi con uno studio intellettuale.

D’altronde, oggi chi vuole essere “considerato” nel Cattolicesimo gerarchico è instradato nello studio del Diritto Canonico stesso, non nella pratica della spiritualità o in un’autentica esperienza monastica!

So di qualche buon sacerdote cattolico, che voleva ritirarsi in preghiera per qualche tempo in un Santuario, e poi seppe d’essere stato ampiamente deriso dai suoi confratelli. Inoltre, se devo credere a quanto mi hanno riportato, so qualcosa di più grave: qualche tempo fa un cardinale affermava che, non portando soldi in Vaticano, i monasteri erano per la Chiesa cattolica perfettamente inutili!

I santi e i mistici, che passano attraverso la prassi ascetica custodita nella tradizione monastica e nella memoria ecclesiale, non sono medaglie al petto dei vescovi che se ne servono per la loro gloria individuale, per mostrare la “loro” singolare ragione e chiederne obbedienza. Le reliquie di questi santi non servono per far mercato organizzando feste formali con buoni sentimenti. Non sarebbe più vero culto ma feticismo dove non si giunge all'essenziale.
E l'essenziale è che i santi asceti sono i luminari della Chiesa perché hanno permesso alla Luce di attraversarli per illuminare ogni cosa grazie a cui tutto si può distinguere.

Oggi certi tradizionalisti cattolici mostrano un’incredibile ingenuità meravigliandosi davanti alla rapida secolarizzazione del Cattolicesimo. Ovviamente, credendosi i custodi di un buon ordine antico (che in realtà è solo quello dell’epoca moderna), danno la colpa al Concilio Vaticano II e con ciò pensano di aver risolto tutto. Le cose, invece, sono assai più complesse: è ovvio che spostando pian piano nei secoli il primato dal carismatico all’istituzionale il risultato non poteva che portare all’anemia del Cattolicesimo attuale e non è che, riportando l’orologio della storia agli anni ’50 del XIX secolo, si risolve tale crisi. Ci si pone solo nell’anticamera della situazione odierna lasciando perfettamente intatti tutti i presupposti per rigenerarla nuovamente.

Tutto si spiega in modo perfettamente logico, basta riuscire a vederlo: il carisma (quello vero!) non è una promessa divina che si applica magicamente, come se lo Spirito Santo automaticamente fosse assicurato a quel papa o a quel concilio, tant’è vero che i pronunciamenti gerarchici e conciliari erano anticamente lungamente vagliati da tutta la Chiesa.

Il carisma non è la prerogativa dei cosiddetti “movimenti carismatici”, nei quali pare emergere una specie di nevrosi collettiva che viene scambiata per dono dello Spirito Santo.
Il carisma è un’illuminazione interiore di grazia, che da una profonda conoscenza e coscienza della Chiesa. Per raggiungerla è necessaria una lotta, come si diceva anticamente, poiché solo “dando il sangue si avrà lo Spirito”. E anche ciò non è automatico perché avviene quando Dio vuole. Per questo Cristo usa espressioni forti al limite del paradossale quando dice: “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me” (Mt 10, 37). La perla preziosa non si da per nulla (cfr. Mt 13, 46) o per una magica e automatica promessa divina che ci s’illude di trovare nei Vangeli.

Questo vale per tutti nella Chiesa, qualsiasi ruolo si assuma in essa, perché siamo tutti uomini, dal primo dei chierici all’ultimo dei fedeli, e condividiamo tutti la medesima umanità. E l’umanità, per essere illuminata, chiede sacrificio (basti pensare alla fatica che si deve fare per pregare, a volte).

L’umanità non può essere illuminata dalla grazia (con la conseguenza della conoscenza che ne deriva) senza sacrificio perché lo stato umano è quello ereditato dalla disobbedienza adamitica, uno stato opacizzato, indebolito spiritualmente. È dunque necessario andare, in un certo senso, contro la propria natura, ossia “dare il sangue” per “avere lo Spirito”. Come in una palestra è necessario molto esercizio per allenare i muscoli, così per sensibilizzare l’interiorità sono necessarie molte preghiere e lunghe Liturgie. Chi pensa di ricevere da Dio sconti, come nella stagione dei saldi, abbreviando fino al ridicolo la Liturgia della Chiesa è solo stato ingannato. Sarebbe come chi pretende di vincere una gara senza essersi esercitato. A questo anticamente si ha sempre creduto.

Credere che la grazia (e la conoscenza che ne deriva) sia data automaticamente e per una promessa divina ad alcuni “privilegiati” nella Chiesa, è come essere davanti ad una superstizione. Da sempre si ritiene che la grazia sacramentale ha bisogno di una buona disposizione interiore per agire positivamente, il che dimostra che nella tradizione antica non c’è alcun spazio per concezioni magiche nella Chiesa!

Prescindere dallo sforzo umano è allora una superstizione, ma una superstizione furba, però, perché nella storia religiosa è stata impiegata sempre e solo per fini di potere unicamente istituzionale. Cos’era, infatti, la compravendita delle indulgenze? Nonostante oggi che non esistano più tali eccessi, in alcuni è rimasta questa pericolosa mentalità.

È allora chiaro e logico che, attraverso tale mentalità, qualsiasi cosa detta da un’autorità istituzionale nella Chiesa (papa, patriarca o metropolita) è senz’altro vera e bisogna obbedirvi immediatamente perché lo Spirito Santo è loro magicamente assicurato!

Dopo quanto detto, dovrebbe risultare evidente che tale mentalità magica ignora le dinamiche basilari della vita cristiana e il funzionamento tradizionale della Chiesa.

La Chiesa nel suo funzionamento armonioso e regolare è, invece, paragonabile ad un edificio con le sue colonne (i vescovi e il clero in genere) le sue finestre e lucernari (i mistici e i monaci) e il suo pavimento (i fedeli). Ognuno deve stare al suo giusto posto affinché tutto abbia la sua giusta collocazione e chi entra vi trovi ordine e armonia, ne possa progredire ed esserne positivamente trasformato.


© Traditio Liturgica

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