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domenica 22 ottobre 2017

La risonanza della Parola


Uno dei temi più ricorrenti nel mondo Cattolico è quello per cui la sacra Scrittura, letta nella Chiesa, ha una sua particolare risonanza.
Questo tema è, di suo, antico e tradizionale tant’è vero che non casualmente la Liturgia è intessuta di espressioni bibliche e riporta passi del Nuovo e dell’Antico Testamento.
Prima dell’invenzione della stampa era normale leggere la sacra Scrittura solo in Chiesa, davanti all’assemblea dei fedeli, poiché era l’unico momento in cui lo si poteva fare.
L’invenzione della stampa è stata una rivoluzione di cui oggi non ci rendiamo perfettamente conto. Sottrasse la sacra Scrittura alla Chiesa consegnandola all’individuo e alla sua libera interpretazione. È l’invenzione della stampa che, in qualche modo, contribuì ad imprimere un vero e proprio slancio alla dottrina luterana.
La libera interpretazione della sacra Scrittura può portare a risultati antitradizionali e, di conseguenza, a risultati distruttivi per la fede e la Chiesa stessa perché eleva la coscienza individuale al di sopra della coscienza ecclesiale <1>. Ben conscia di ciò, la Chiesa all’inizio proibì la lettura della sacra Scrittura in senso individuale poiché essa doveva continuare a risuonare nell’assemblea ecclesiale all’interno della quale si riteneva esistesse ancora la corretta mentalità per poterla interpretare <2>.
In una Liturgia nella quale si è conservato il senso del sacro, nel significato più alto del termine, e una vivida consapevolezza di ciò, la sacra Scrittura risuonerà nel modo più profondo e spirituale, sia essa proclamata nell’idioma correntemente parlato o in un’antica lingua liturgica. In una Liturgia nella quale il senso del sacro è stato infranto con tutte le banalizzazioni che ne conseguono, inevitabilmente ci sarà una ripercussione anche nellinterpretazione biblica.

Citerò un fatto occorsomi ultimamente e che esprime chiaramente quanto sto dicendo.

Duomo di Gemona (Udine). Messa serale accompagnata dal canto degli alpini.
Viene letto un passo di un’epistola apostolica nella quale, tra l’altro, si dice: “Se non amiamo il prossimo che vediamo, come possiamo amare Dio che non vediamo?” (1 Gv 4, 21).
L’interno della chiesa aveva un’atmosfera che mi riportava a quella di un’aula protestante di Berlino, da me visitata un paio di anni fa. Assolutamente tutto mi suggeriva che quel passo biblico dovesse essere inteso solo umanamente: amare il prossimo significava sovvenirlo in senso sociale e, d’altra parte, la stessa preghiera iniziale del sacerdote suggeriva ciò. In quell’aula ecclesiale la Scrittura risuonava, sì, ma con un significato fin troppo umano, così umano che uno non poteva non chiedersi a cosa potesse mai servire la Chiesa.

Solo attraverso le mie frequentazioni monastiche ho potuto capire che il passo di 1 Gv 4, 21 evoca un amore non umano, al quale il cristiano è abilitato con la grazia di Dio perché ordinariamente i preti oggi non ne parlano e forse non lo sospettano nemmeno. Di conseguenza, la “risonanza della Parola” a Gemona non elevava ma abbassava lo spirito umano. Questo è quanto sperimentalmente ho potuto sentire. Al contrario, il fine di tale risonanza è sempre quello di svegliare lo spirito, la nostra sfera più interiore, non di solleticare solo la ragione o la nostra psiche imprigionandoci nella camera a specchi della nostra mente. La risonanza (o catechesi, dal termine greco katecheo) comporta l’elevazione dell’umano nel divino, non l’abbassamento del divino nell’umano!

Non è un caso che nella sacra Scrittura si usino due termini greci per indicare il termine “parola”: logos e rema. Il logos è la parola creativa, appena si pronuncia crea: “Sia la luce e la luce fu” (Gen 1, 3). Cristo fa dei logia, ossia pronuncia delle parole che danno vita e il Logos è, d’altronde, un modo alternativo per denominare Cristo stesso poiché “in Lui era la vita” (Gv 1, 4) <3>. Nella coscienza antica della Chiesa, quando l’uomo è santificato in Cristo, diviene un altro Cristo per grazia ed è in grado, talora, di pronunciare dei logia, ossia delle “parole creative”, altrimenti dette miracoli. I miracoli sono fatti reali, non racconti puramente allegorici. Se fossero pure allegorie Dio sarebbe impotente, non potrebbe operare logia o mirabilia Dei e sarebbe come noi che proferiamo semplici parole umane. Perciò Dio non sarebbe più Dio o, più semplicemente, Dio non esisterebbe!
Le guarigioni e i miracoli compiuti in nome di Cristo indicano che il singolo fa dei logia e il caso evangelico in cui gli apostoli non vi riescano fa indignare Cristo stesso perché mostrano che essi, nonostante la Sua presenza fisica, non sono ancora stati permeati dalla sua grazia a causa della durezza del loro cuore (Mt 17, 14 ss.). Infatti, chi ha fede come un granello di senape, può pure fare cose meravigliose (Lc 17, 6; Mt 17, 20).

Un altro termine scritturistico per indicare “parola” è rema. Rema non è che un flatus vocis, il nostro modo ordinario di parlare, una parola che di suo non crea nulla, anzi, a volte distrugge. È così che l’atto della parola è disgiunto dall’atto creativo e la terra, a causa della disobbedienza adamitica, divorzia dal Cielo.
La “Parola di Dio” non è e non sarà mai rema, parola unicamente umana, ma logos, parola divina. La sacra Bibbia non è di suo una raccolta di logia, poiché contiene solo parole stampate nella loro nuda materialità, ma è una veridica e autorevole testimonianza dei logia divini, dell’esistenza reale di tali atti creativi in tutta la storia della salvezza che perdura nel presente. La Chiesa e l’evangelizzazione non sono questione di remata, parole unicamente umane, ma di logia, parole creative e divine.
Di conseguenza, “se non amiamo il prossimo che vediamo, come possiamo amare Dio che non vediamo?” (1 Gv 4, 21), non potrà mai essere interpretato in senso psicologico e umano ma in senso unicamente elevato, spirituale, divino. La Chiesa è nel mondo per portare lo Spirito di Dio, non per adagiarsi allo spirito secolarizzato o piacere ai vari Scalfari del momento.

Ed ecco perché il luogo per eccellenza in cui si custodisce la sacra Scrittura è il santuario o l’altare, non un luogo qualsiasi: la Rivelazione, infatti, discende da Dio, pur essendo anche parola umana, non da un semplice uomo. Stabilire la chiesa come edificio nell’ordine tradizionale di un tempo, significa obbedire ad un ordine simbolico che ci riporta a queste verità basilari poiché la simbologia parla sempre e in ogni epoca allo spirito umano, anche se la ragione non lo comprende immediatamente. Ecco perché in un edificio ecclesiastico non può non esistere il santuario come spazio normalmente chiuso ai laici <4>.

Inoltre, la distinzione biblica del termine “parola” tra logos e rema, ha forti conseguenze in ambito ecclesiale e liturgico perché mostra chiaramente che il piano divino non potrà mai essere quello umano, per quanto l’uomo possa esserne reso in parte partecipe solo in Cristo. La loro confusione e sovrapposizione indica, alla fine, una profonda confusione nell’intendere la fede e la figura di Cristo.

In un ambito ecclesiale nel quale viene tutto psicologizzato e umanizzato, nel quale “l’amore per il prossimo” significa dargli spettacolarmente da mangiare a san Petronio di Bologna (giusto per fare un solo esempio di cui riportiamo una immagine), la presenza della Grazia per la quale è stata costituita la Chiesa, può venire seriamente oscurata. È pure una indiretta confessione che oggi si è impotenti a operare i logia evangelici, se ancora si crede che un tempo li si operava. Ci si affida, allora, a espedienti unicamente umani. Ma se la via che porta al Cielo è equivocata ed oscurata, quell’ambito ecclesiale in tali condizioni non può che votarsi all’insensatezza e rendersi come il sale non salato: buono solo ad essere calpestato dagli uomini (Mt 5, 13) <5>.

Per principio queste analisi non si muovono con l’intenzione di condannare persone o ambienti ma registrano dei dati di fatto: operate certe scelte ampiamente secolarizzate, un ambito ecclesiale si stacca da solo dal tronco evangelico con la sua linfa vitale. Di conseguenza non potrà che votarsi alla sterilità religiosa e abbassare i logia evangelici a puri remata. La via per l’agnosticismo è, così, ampiamente spianata e, di conseguenza, certe comunità ecclesiali potranno avere sempre meno autentici fedeli e sostituiranno i rimanenti con operatori sociali o atei di fatto ai quali forniranno ogni giustificazione. È questo che significa il fico sterile che, perciò, viene maledetto da Cristo e immediatamente muore (Mt 21, 19). Il vangelo riporta che Cristo può anche maledire e ciò dev’essere sempre ricordato ...
Pur nella sua complessità, tutto è semplice e logico per chi lo sa vedere e ha l’onestà di ammetterlo: l’attuale crisi nel Cristianesimo occidentale nasce da una crisi di fede. Infatti, non solo non si crede più come un tempo ma ormai non si crede affatto.
 

© Traditio Liturgica
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1 L’interpretazione ecclesiale della sacra Scrittura, anche da parte di un singolo, avviene quando si tiene conto delle catechesi patristiche sulla stessa e dell’insieme dell’insegnamento ecclesiale nei secoli. Ma oggi chi si riferisce davvero agli scritti patristici, visto che sono considerati dalla maggioranza dei teologi cattolici come “preistoria” della teologia? La stessa istanza magisteriale della Chiesa cattolica è spesso interpretata in modo molto storicistico per cui gli ultimi pronunciamenti e interpretazioni sostituiscono e si contrappongono senz’altro a quelli passati. Tutto ciò è fortemente problematico e determina inevitabilmente un approccio solo individualistico alla sacra Scrittura.

Si noti come spesso tale proibizione sia stata sommariamente interpretata come un “oscurantismo clericale”.

3 Il Logos è dunque la “parola creatrice” fatta carne in Cristo. Stupisce, sapendo ciò, l'iniziativa di qualche esegeta cattolico, il quale col desiderio di rendere “comprensibile” questo passo, lo ha tradotto: “In principio era la comunicazione”. Questo desiderio di rendere i passi evangelici con i termini della cultura contemporanea finisce per abbassare il significato fino a renderlo totalmente risibile. 

Ho già scritto altrove su questo argomento. Qui mi limito a ricordare che il santuario indica, secondo le mistagogie antiche, la realtà interiore e nascosta del Cristianesimo. La sua normale inaccessibilità ai laici lo sottolinea a livello simbolico. Aver di fatto disprezzato questa simbologia, con il libero accesso nel santuario da parte di tutti o con la sua abolizione in diversi edifici ecclesiastici moderni, non può non avere delle evidenti ripercussioni anche nel modo di intendere la fede che, infatti non casualmente, è interpretata in senso sempre più antropocentrico. D’altronde lo stesso fatto di costruire le chiese in modo antitradizionale indica un modo diverso e spesso opposto di concepire la fede stessa.


A fianco della cattedrale di Gemona, nello stesso istante in cui al suo interno si svolgeva la messa serale, c’era un camion il cui cassone era pieno di ossa e teschi umani. In un primo momento non me ne accorsi. È stato un ragazzo con la sua fidanzata a indicarmelo poiché se ne uscì con una infelicissima frase che faceva tanto hallowen: “Possiamo portarne via qualche pezzo?”. Probabilmente degli operatori comunali avevano scavato nei dintorni rinvenendo questi resi in seguito sommariamente caricati su un camion a bella vista e portata di qualsiasi passante. Considerata la reale vicinanza alla cattedrale non posso non pensare che il clero non ne fosse a conoscenza ma evidentemente ne è rimasto completamente indifferente. A me tutto ciò è suonato come una chiarissima desacralizzazione e banalizzazione e ho reagito pregando brevemente per le persone di cui vedevo i miseri resti. D’altra parte un ambiente ecclesiale che si è quasi totalmente secolarizzato, com’è quello della Chiesa cattolica friulana, come può aiutare i laici ad avere un concetto elevato della vita umana e degli stessi resti umani che, per un battezzato, sono sacri in quanto furono abitati da un uomo che ricevette il battesimo e la grazia di Dio? Qui siamo molto peggio che dinnanzi ad una eresia e i suoi frutti, d’altronde, lo confermano sfacciatamente.

martedì 17 ottobre 2017

Dire qualcosa di nuovo....

La locandina di un film con un titolo emblematico
che indica il bisogno morboso di tutta la nostra epoca
Lungo la mia esperienza religiosa, passando attraverso diversi ambienti cristiani mi è capitato spesso di sentire, in essi, il bisogno di dire “qualcosa di nuovo” al mondo. Questo bisogno nasce prima di tutto nelle scuole di teologia per poi determinare una mentalità che coinvolge laici e chierici.

Ci chiediamo prima di tutto: cos’è la teologia? 

La teologia non è, come spesso si dice, la “riflessione su Dio” (Theos-logos, discorso su Dio), nel senso che non sgorga da un’attività cerebrale ma da un incontro di grazia. Gli apostoli che hanno incontrato Cristo e ne sono stati plasmati sono divenuti dei teologi. I santi che, nella grazia e nella fede, hanno esperimentato la presenza di Dio nella loro vita, attraverso eventi straordinari o nella quotidianità, sono divenuti dei teologi anche se non hanno mai frequentato una accademia.
Il presupposto per la teologia è la fede, l’umiltà, la collaborazione umana alla grazia divina.
Poi la teologia si può articolare anche in un discorso ma non è mai stata questa la principale preoccupazione dei Padri della Chiesa <1> i quali scrivevano solo per difendere l’esperienza di grazia nello Spirito, per continuare a renderla possibile. A loro non interessavano i trattati di teologia e, semmai, componevano delle catechesi per introdurre i catecumeni nel mistero che doveva solo essere vissuto, non scandagliato razionalisticamente. Perciò i trattati teologici dei Padri non sono mai una semplice riflessione fine se stessa.

Nel momento in cui la teologia si articola in un discorso si serve di categorie culturali, le categorie che il mondo circostante mette a disposizione, ma ne opera una purificazione per non dare adito ad equivoci o alterazioni, situazioni tradizionalmente denominate come eresie.
Quello che infatti è essenziale è mantenere il dato rivelato sempre identico a se stesso per poter far accedere la persona all’esperienza di Cristo nello Spirito <2>.  Credere in modo alterato, infatti, è come versare dell’acqua fuori da un’anfora, non in essa. Il credere inclina l’animo in una certa maniera in modo che l’acqua dello Spirito possa versarsi nel cuore umano. In caso contrario, è come pensare di illuminare l’interno di una casa tenendo le sue tapparelle chiuse al sole. Ecco perché il dogma è importante e la rivelazione dev’essere conservata sempre identica a se stessa.
Ciò che può cambiare, ma con le dovute attenzioni, è la modalità culturale con la quale la si trasmette. Questo non lo può fare chiunque perché il vero teologo ha bisogno di essere profondamente radicato nell’esperienza spirituale e, allo stesso modo, profondamente cosciente del suo tempo, caratteristiche, queste, assai poco comuni tra le persone.

Si eviteranno così due cortocircuiti: 
1) il conservatorismo fine se stesso, ossia quell’attitudine religiosa in base alla quale tutto deve rimanere identico, anche elementi prettamente secondari e culturali, legati esclusivamente ad un certo tempo; 
2) il bisogno morboso di esprimere sempre “qualcosa di nuovo”, dietro al quale, in realtà, c’è la tendenza ad edulcorare e ad abbassare le tradizionali esigenze cristiane.

Inutile dire che, nel nostro attuale contesto, più che al primo, siamo dinnanzi al secondo cortocircuito determinato pure da tutta la nostra cultura attuale che ha sempre bisogno di “novità” per sentirsi viva, una cultura che confonde non di rado la vita con il vitalismo.

“Non dice nulla di nuovo”, mi diceva un vescovo metropolita ortodosso per criticare, con una certa invidia, un suo confratello greco che, al contrario di lui, ha fatto diverse interessanti pubblicazioni anche in lingua inglese. “Ha detto qualcosa di nuovo”, si affermava riguardo al Metropolita Zizioulas il quale, in realtà, pone qualche aspetto problematico nella sua teologia. “Qua non c’è nulla di nuovo”, diceva indispettito un seminarista cattolico in visita ad un monastero benedettino molto tradizionale, con l’antica liturgia latina. “Non dicono nulla di nuovo”, affermano infastiditi certi chierici cattolici nei riguardi di quelle posizioni magisteriali che, nella morale, si schierano su posizioni conservative.

Tutti costoro da chi hanno imparato la necessità di dire “qualcosa di nuovo” e quando è iniziata questa moda? 

Questa moda è senz’altro scoppiata in casa cattolica dopo il Concilio Vaticano II e ha abbacinato tutti coloro che se ne sono lasciati attrarre. Ovviamente era ben presente anche prima, seppur non ufficializzata. Dire “qualcosa di nuovo” è il pallino dell’attuale papa di Roma il quale vuole trasformare il Cattolicesimo in un modo che nessun suo predecessore ha finora fatto.

In realtà temo che l’ansia del “nuovo” riveli, neppur tanto nascostamente, il fastidio verso la tradizione cristiana, quella tradizione che spinge il credente a guardare al Cielo e ad avere un atteggiamento parco e modesto verso i beni della terra. Qualcosa di “nuovo”, come adattare ai tempi presenti la vita religiosa ha, di fatto, abbassato lo sguardo dal Cielo alla terra e ritenuto anacronistica la pratica dei dieci comandamenti e della spiritualità.

A questo punto la maschera è caduta ed appare chiaro a chi lo vuole vedere che “dire qualcosa di nuovo”, in realtà, significa spesso allontanarsi dal Vangelo e da Cristo stesso. 

Il Cristianesimo oggi è in gran parte esattamente su questo punto.

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Note

<1> Se non si capisce questo, si finirà per addossare ai Padri l'ingenerosa accusa di "pigrizia intellettuale". Essi, in tal modo, sono stati visti (e in parte lo sono ancora) come la "preistoria" della teologia, non come dei veri teologi, dal momento che la teologia, da una certa epoca in poi, è ritenuta una semplice attività speculativa dell'intelletto. 

<2> Al contrario, la cultura secolare, soprattutto occidentale, ha sempre cercato l'originalità e le novità. È per questo motivo che, nel campo artistico, si è passati dal periodo romanico a quello gotico, da questo al rinascimentale, al barocco, al neoclassico e via di seguito. La teologia autentica, invece, pur tenendo conto dei cambiamenti della cultura secolare, è ancorata fermamente al dato rivelato che non le permette sostanziali mutamenti.  Il dato rivelato, non essendo qualcosa di semplicemente umano, non è suscettibile di cambiamenti e alterazioni il che lo rende qualcosa di permanente per tutti i tempi e luoghi. Oltre quest'osservazione si tenga pure presente che, mentre la rivelazione cristiana punta ad un'esperienza ineffabile e spirituale non immediatamente evidente ai più, la cultura secolare trasmette ogni genere di esperienza e ricerca, in tal senso, sensazioni sempre nuove. Sono ambiti totalmente diversi e con finalità diverse per cui non dovrebbero essere confusi! 
Se si confondono i riferimenti della cultura secolare con quelli dell'autentica teologia (come accade oggi) non si capisce più perché la teologia dovrebbe rifuggire da cambiamenti anche essenziali mantenendosi in perfetta continuità sostanziale con quella di tutte le epoche. Si invoca, allora, un "aggiornamento" che si mostra sempre più per ciò che è: un'alterazione. Quando quest'incomprensione caratterizza gran parte del clero di una Chiesa, quella Chiesa si è oramai secolarizzata ed è divenuta realmente scismatica con il suo passato, nonostante affermazioni verbali che cercano di provare l'opposto. 

domenica 15 ottobre 2017

Gossip di sacrestia?

Mi sono giunte alcune attendibili voci che solo persone superficiali potrebbero ritenere essere “gossip di sacrestia”. In realtà indicano a che livello è giunto un certo Cattolicesimo odierno in certi suoi esponenti. Sono punte di un iceberg il cui sommerso mi era noto, almeno in buona parte, già molto tempo fa. Riporto i fatti seguiti da una mia critica.

Primo fatto.
Ritiro del clero in una diocesi del nord-est d'Italia. Il programma è quello di fare meditare i sacerdoti su dei passi biblici. Il vescovo, anch'egli convenuto, invita i presenti a cantare un inno allo Spirito Santo, il Veni Creator. Tra il clero c'è un biblista piuttosto noto, appartenente al presbiterio diocesano, che sbuffa dicendo: «Ma cosa c'entra il Veni Creator?».

Secondo fatto.
Un sacerdote di quella medesima diocesi, di tendenze molto modernistiche, incontra un suo collega di sensibilità opposta. Il primo cerca di “convertire” il secondo accampando questo genere di “profonde” argomentazioni: «Ma perché non improvvisi anche tu qualche preghiera durante la Messa? Guarda che anche chi ha composto le più antiche preghiere era un uomo esattamente come noi!».

Il primo fatto indica lo scollamento oramai quasi totale tra una certa intellighenzia cattolica clericale e la preghiera. Il clero che ha questo atteggiamento ritiene cosa inutile invocare lo Spirito Santo in un ritiro di tipo biblico perché oramai, evidentemente!, è sufficiente solo l'intelligenza umana, la filologia, la storia e la sicumera spocchiosa di qualche biblista per enucleare i significati della Scrittura. Mentre nella consuetudine antica della Chiesa è necessario cambiare il cuore, passando per la penitenza e l'illuminazione, attraverso l'azione dello Spirito Santo per essere elevati ad una comprensione più profonda delle Scritture (il teologo può essere tale solo se è illuminato da Dio!), il clero modernista non crede più a tutto questo e ha una visione totalmente ariana, ossia solo umana di Chiesa. Sono veramente agnostici, anche se non ancora perfettamente coscienti di esserlo.
Mentre nella consuetudine antica si riteneva che la Scrittura era composta da uomini divinamente ispirati, almeno nel suo contenuto essenziale, costoro l'hanno totalmente spogliata della sua veste divina.
Sono state raggiunte e ampiamente superate le posizioni del Protestantesimo liberale!

Il secondo fatto ha la logica del primo, anche se i soggetti coinvolti sono altri. Evidentemente quel tipo di ambiente ecclesiastico ha un'atmosfera diffusamente mortifera. Anche qui si assiste ad una professione totalmente ariana, ossia unicamente umana di Chiesa: la Liturgia della Chiesa è fatta “da uomini come me e come te”!
Il clero modernista (per definirlo esattamente con il termine che lo qualifica) ha perso totalmente ogni concezione soprannaturale di Chiesa. Ovviamente la Liturgia approvata dalla Chiesa è composta da uomini, non essendo scesa dal Cielo, ma lo spirito che essa trasmette, soprattutto se è una liturgia antica ed ortodossa, non è puramente umano, non si muove con logiche semplicemente umane poiché è l'estensione, seppur in altra forma e maniera, della Rivelazione. Chi l'ha composta, nelle sue linee di fondo che innervano tutto il tessuto liturgico, non era un uomo “come me e come te” ma un uomo con vita nello Spirito! Che la Liturgia si spieghi anche con criteri filologici, storici e quant'altro non tocca assolutamente questo principio! Poi non si capisce perché nella poesia di un poeta notoriamente acclamato si riconosce un'ispirazione, seppur umana, e in un compositore autorevole di testi liturgici no! Questa è la logica di chi spoglia la Chiesa della sua veste soprannaturale per ridurla al rango di una prostituta picchiata ed abbandonata lungo un vicolo. Tale, in realtà, è lo spirito di questa gente, lo spirito di un violentatore. Essi da troppo tempo hanno invaso come pidocchi velenosi la Chiesa con il benestare delle più alte autorità le quali sono sempre più come loro, abbacinate da loro, ammutolite davanti a loro. Questo è lo stato di gran parte dell'Occidente cristiano. Che lo imparino e lo vedano tutti, una buona volta!

Essi hanno una loro comprensibile logica: se la Liturgia è fatta da "uomini come me e come te" può essere manipolata a piacimento, secondo i desideri del momento, può divenire soggetta ad ogni tipo di moda, soddisfare ogni attesa o gran parte delle attese psicologiche degli uomini, visto che le attese spirituali non sono più riconosciute come qualcosa di serio...

Sono più che convinto che gli antichi Padri della Chiesa, i quali erano abituati a chiamare le cose con termini inequivocabili, avrebbero definite queste liturgie con il termine di “sataniche”, esattamente come la “teologia” che spesso si sente proclamare qua e là e che scende da certe cattedre di pestilenza, espressione quest'ultima di Ireneo di Lione.
Sono brutti ambienti e brutte persone, senza dubbio, perché profondamente disonesti con le radici evangeliche, anche se cercano di apparire più che mai simpatici con l'avallo e il sostegno di chi non ha mai amato la Chiesa e la sua tradizione. D'altra parte, una figura istituzionale non si deve considerare "buona" perché fa il simpaticone ma solo se è fedele ai principi fondativi della realtà che rappresenta. 


Le eccezioni di questo ambiente mi sembrano sempre più eroiche e, anche fossero composte da persone di non grande luce, in un cielo tenebroso come quello appena visto, paiono  stelle polari.
Questo deve consolare: è segno che alla fine la menzogna non potrà mai prevalere perché non  ha mai avuto la stoffa dell'eternità, a differenza della verità fatta carne in Cristo.