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martedì 24 gennaio 2017

L'essenzialità della Chiesa e lo smarrimento dei cristiani

Sull'Agenzia Ansa (vedi qui) leggo la notizia di un parroco, tale don Giulio Mignani, rettore di una chiesa spezzina, il quale in una sua omelia domenicale ha difeso l'amore gay, appoggiato entusiasticamente dai suoi parrocchiani (o da diversi tra essi).
Sotto la notizia, immancabile!, il commento da stadio dei lettori, alcuni fervorosamente d'accordo, altri livorosamente contro.
Tanto per contrastare meglio le cose e rendere la notizia più piccante, il giornalista riferisce che il vescovo diocesano ha cercato di porre un "freno" all'entusiastica iniziativa del giovane parroco.
Di fatto, quella chiesa per la messa domenicale è divenuta occasione di un comizio politico-sociale. Per alcuni è giusto così, dal momento che è necessario stare tra i cosiddetti "ultimi" della società o tra quelli che vengono discriminati.
Ma è davvero bene fare tutto questo, ossia trasformare la chiesa in una piazza?

Per avere una risposta equilibrata cerchiamo di capire quale sia il fine istituzionale della Chiesa.
Il fine per cui la Chiesa è stata istituita non è parteggiare per una forma di amore o per un'altra (per quanto si possa trovare un chiaro indirizzo scritturistico su questo argomento), ma indicare qualcosa di superiore all'umano e preparare le persone per qualcosa di cui, nei suoi membri migliori, la Chiesa stessa ha avuto esperienza.
La nascita per il Paradiso (del quale nessuno parla più) prevede che la gestazione su questa terra avvenga in un certo modo e in quel modo il cristiano non può non avere intuizione di ciò che lo attende in seguito. 
Se ciò non succede, qualcosa da qualche parte è andato storto. Se poi non si crede più a tutto questo e non si vede nel nostro orizzonte alcun membro ecclesiale spiritualmente eccellente, tutto decade e diviene solo pura contingenza: la Chiesa per i poveri contro i ricchi, la Chiesa per i ricchi, la Chiesa a favore dei gay, la Chiesa per un ordine sociale e la famiglia contro i gay, ecc. 
Iniziano, allora, le dispute tra partiti opposti come allo stadio. Nel nostro caso, il campo si divide in due sezioni: i moralisti che difendono la legge (quasi fosse un fine cristiano e non un puro mezzo!) e i possibilisti e i lassisti che la relativizzano o la uccidono perché vedono unicamente il proprio bene individuale (o individualistico), qui e ora.
Personalmente non so che farmene di tutti costoro (come di certi siti catto-tradizionalisti che sono sempre particolarmente informati di cose gay, quasi fossero l'agenzia clericale dell'arcigay!). 
A me costoro non interessano perché mi infondono l'impressione d'aver uno sguardo totalmente chiuso nella loro individualità, nella difesa del loro pezzettino di terra sul quale appoggiano i piedi, che sia pro o contro i cosiddetti gay, pro o contro i poveri o i ricchi, ecc. 
Ho realmente l'impressione che per questi partiti non ha molto senso se il Paradiso esiste o no poiché tutta la loro attività ha un orizzonte unicamente intramondano.
Alla fine, gli opposti si raggiungono e si assomigliano. Sia i moralisti sia i possibilisti (o lassisti) sembrano davvero figli di un'unica mamma e non è un caso se, talora, attivisti antigay passano nel campo opposto (come fu per mons. Charamsa).
Se queste Chiese, trascinate dalla mentalità secolaristica, confermano gli  uomini in un'individualità chiusa in se stessa (in nome di diritti umani o della legge morale, per favorire o limitare i cosiddetti gay), hanno cessato di servire al loro vero scopo, lo scopo per cui è stata creata la Chiesa stessa: stabilire una comunicazione tra questo e il mondo dell'Al di là poiché è là che, o prima o poi, tutti andremo e la terra, per quanto bella, è una semplice preparazione. Ma queste cose non preoccupano più nessuno e le conseguenze si vedono chiaramente, purtroppo!

1 commento:

  1. ecco un caso tipico di clericalismo. La chiesa è mia e io dico quello che mi pare. E i fedeli che applaudono, si meritano di avere preti alla padovana, e di trasmutarsi in adoratori delle bestie, come preconizzava il Curato d'Ars.

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