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lunedì 31 ottobre 2016

Chiesa e mondo, Cristianesimo e cultura

Riguardo a queste tematiche si può trovare qualcosa lungo tutto il mio blog che, per definizione, non pretende d’essere esaurientemente scientifico. Ho deciso di aprire un post specifico per far riflettere i miei buoni lettori su tali temi poiché, oggi in cui si assiste alla radicalizzazione di certe tendenze, si notano atteggiamenti tra i più disparati.
La radicalizzazione spinge a due estremi:

1) La trasformazione della Chiesa in setta. Qui è perso ogni reale contatto con il mondo e con la cultura. Mondo e cultura sono visti come perenni antagonisti e nemici, cose da evitare perché assai pericolose. La Chiesa-setta finirà per promuovere epurazioni, brucerà libri e spingerà a bruciare le persone, cosa avvenuta nel passato e tendenzialmente presente in ogni realtà religiosa integristica. La setta è un rullo compressore: dove passa tritura e riduce la vita ad una dimensione monocolore.
2) La trasformazione della Chiesa in mondo. Qui è perso ogni reale contatto con l'integrità della propria fede e il credente insegue ogni genere di modello che i vari contesti culturali gli propongono. Succede quanto, negli anni ’70, accadeva in molto Cattolicesimo dove la teologia si scioglieva in antropologia. Questa trasformazione ha portato molti ambiti del Protestantesimo e dell’odierno Cattolicesimo a mantenere in piedi le strutture ma a svuotarle da ogni senso tradizionale. È la trasformazione della Chiesa in mondo ad aver confuso la spiritualità in sociologia, ad aver trasformato la liturgia in spettacolo, rigettando le forme simboliche che legano alla trascendenza per privilegiare modalità di tipo ludico e antropocentrico.

Evitando questi estremi, oggi massivamente presenti, la Chiesa si pone come lievito nella pasta del mondo. Non tutta la pasta può essere lievito, bene inteso!, e il lievito stesso non può essere pasta. Detto in altra forma, il fine di un monastero funzionante (e il monastero è una piccola Chiesa), non è quello di far divenire monaci tutti gli uomini ma di scegliere, tra gli uomini, quelli che possono divenirlo per testimoniare dinnanzi al mondo una modalità diversa di vita attraverso la quale s’intuisce una Presenza ultraterrena. Il monastero non impone il suo stile alla società ma indica alla società stessa il fine degli uomini e la via per raggiungerlo meglio possibile, pur nella diversità di uomini e culture. San Gregorio Palamas (+ 1359), monaco esicasta bizantino, non proibiva ai laici di studiare la filosofia pagana, poiché il rapporto dei laici con la cultura ha una sua importanza, ma proibiva ai monaci di farlo, dal momento che il monaco ha un compito specifico e si deve esercitare in quello, senza far disperdere le energie del suo spirito in molte altre direzioni.
Partendo dalla lezione di Palamas, si può dedurre che il compito del sacerdote è quello di coltivare un costante rapporto con Dio, assumendo l’identità di “medico delle anime”, come dice il Crisostomo, non assumendo compiti estranei a tale finalità.

La cultura umana, in tutte le sue sfaccettature, non ha un fine morale o teologico (anche se talora le è stato assegnato) ma puramente descrittivo. La letteratura, ad esempio, è in qualche modo la geografia dell’interiorità umana, così com’è. Se ne deduce che essa non può essere distrutta in nome della fede, né letta ideologicamente con occhiali che ne fuorviano il senso ma, in nome della stessa fede, il monaco può astenersene esattamente come si astiene dalla filosofia pagana. La Chiesa nel suo insieme, però, non può non tenerne conto per sapere esattamente in che mondo vive. 

Il rapporto Cristianesimo-cultura è quanto mai complesso ma non può essere eluso. La capacità dinteragire con i vari contesti culturali senza sottomettersi ad essi risulterà un imperativo per il cristiano. Se ciò non avviene, si può sospettare una reale incapacità di rapporto umano mentre il rischio disolare il Cristianesimo nell’ambito della setta sarà molto forte.

Nella storia del Cristianesimo orientale c’è stata una risposta differente a seconda delle nazioni e dei momenti storici. L’Ortodossia russa della diaspora, ad esempio, sin dai primi anni del ’900 si è trovata a confrontarsi con la cultura occidentale, particolarmente nei salotti e nelle accademie parigine. Se a volte ha creato dei pensieri fuorvianti, ha tuttavia contribuito a far conoscere il pensiero cristiano ortodosso, confrontandosi pure con le istanze filosofiche del tempo.
Non altrettanto è accaduto per l’Ortodossia greca, piuttosto chiusa in se stessa e indifferente a questo genere di rapporti. Ancor oggi, osservando attentamente le vetrine delle librerie a Salonicco, si nota che i maggiori esponenti della storia bizantina non sono i greci attuali, diretti discendenti degli antichi bizantini, ma gli inglesi, i francesi, i tedeschi... Se ne trae l’impressione che i greci odierni, che per primi dovrebbero interessarsi a questi temi, sono trainati da tutti gli altri, come fossero preda di una diffusa apatia. Al contrario, tale apatia verso la cultura era completamente inesistente nell’antica Costantinopoli la quale, pure nei decenni precedenti alla sua caduta, era percorsa da forti interessi culturali. Purtroppo si sa pure che, da allora ad oggi, ci sono stati secoli di sottomissione ai turchi e tale traumatica esperienza non ha potuto non incidere nell’animo ellenico ...

Questi diversi orientamenti ci mostrano atteggiamenti differenti di Chiesa con tutti i rischi che ne possono derivare. Qualcosa del genere la si nota, ovviamente, pure all’interno dello stesso Cattolicesimo che ci può offrire infiniti esempi in tal senso (*).

A mio avviso la posizione migliore è quella di saper vivere la realtà urbana (con i suoi incontri e confronti) senza mai essere sottomessi ad essa. E qui penso ad un importante nome dell’Ortodossia contemporanea, Giovanni Meyendorff (+ 1992), il quale, addottorato alla Sorbona, fu uomo di cultura ma pure di essenzialità cristiana. Nonostante fosse molto impegnato, riusciva a trovare un pomeriggio alla settimana nel quale invitava a casa storici, filosofi, letterati, per discutere dei temi allora ricorrenti osservandoli in una luce cristiana. Quello stesso Meyendorff che, una volta giunto in America, contribuì non poco alla presenza del Cristianesimo ortodosso e al radicamento della Chiesa nel Nuovo Mondo.

Anche attraverso questi esempi si comprende bene che la Chiesa non può essere una setta e non può neppure sciogliersi nel mondo nel quale è chiamata a vivere, cosa oggi non più evidente come un tempo.


NOTA

(*) Un esempio abbastanza paradossale ma reale lo notiamo in questo dialogo tra fedele e prete, dialogo che definirei tra sordi, nel quale è compendiato gran parte dell'atteggiamento del Cattolicesimo contemporaneo il quale, con queste basi, è indubbiamente destinato all'estinzione (per leggere il testo clicca qui). 
Si noti come per il sacerdote il termine "simbolo" è equivalente a quello di "idea". Il "simbolo", per questo genere di clero, è totalmente privo di significato, non è un legame reale ed efficace tra la terra e il Cielo, si esaurisce in un concetto puramente ideale o idealistico, parte dall'uomo e all'uomo ritorna senza essere minimamente asceso, senza implicare la benché minima esperienza spirituale. 
La fede di questa gente è totalmente sradicata da quella dei Padri e del Cristianesimo antico. Si tratta di un Cristianesimo in perenne stato di scisma dai suoi stessi fondamenti che assume un comportamento patologico con il suo passato e la sua tradizione. Stupisce l'assordante silenzio e la quasi totale mancanza di reazione da parte dei laici e soprattutto da parte della gerarchia ecclesiastica: è come trovarsi dinnanzi ad un corpo che sta morendo...

mercoledì 19 ottobre 2016

Speranza o certezza nell'Al di là?

La porta del CIelo
Miei cari lettori, non turbatevi e non stancatevi se ripeto che il nostro Cristianesimo, in Europa Occidentale, è gravemente malato. Non faccio che constatarlo di continuo, ad ogni piè sospinto. Ieri ho partecipato ad un evento luttuoso, evento coperto da molti rischi.

Il rischio di una liturgia banale non c'era: la messa era quella tradizionale (la “tridentina”), fatta con molta pietà e raccoglimento.

Il rischio di un sacerdote secolarizzato non c'era: il buon prete che ha celebrato era quanto di meglio si potesse trovare in tutto il Friuli (e non sto scherzando né facendo un complimento o un'esagerazione), uomo pio, umile e con un profondo senso delle tradizioni.

Il rischio di essere in una chiesa-garage non c'era: la chiesa della celebrazione era un piccolo salotto antico, calda e accogliente.

Insomma, questo evento luttuoso era celebrato con una liturgia che sicuramente Dio ha gradito.

Ciononostante, c'è stato qualcosa che, ad un certo punto, mi ha fatto sobbalzare. L'ottimo prete, in un istante della sua appropriata omelia, ha accennato che “bisogna avere speranza nell'Al di là”. Le mie orecchie hanno sentito la frase ma, più delle orecchie, il mio cuore ha assaporato lo spirito con cui veniva detta. Ho sentito la natura troppo mentale di tale frase: partiva dalla mente, come affermazione frutto di logica, e vi ritornava chiudendosi logicamente su se stessa e facendo leva su un dovere morale di tipo religioso. Era qualcosa di molto piatto. Immediatamente il mio cuore ha sussultato e mi sono detto: “Bisogna avere la speranza nell'Al di là? No! Si ha la certezza nell'Al di là!”.

Coincidenza volle che la sera ho avuto modo di sentire un ottimo amico, intellettuale, storico e filosofo ma, soprattutto, uomo spirituale. Costui, senza sapere di questa mia esperienza mattinale, ha toccato lo stesso tasto. Ho capito, allora, che questo tema era molto importante, fondamentale, al punto che si gioca tutto qui.

Ma perché inconsapevolmente quest'ottimo prete ha parlato di una speranza (di ordine intellettuale) mentre io ho reagito proponendo una certezza? È presto detto.

Nei secoli, all'interno del mondo cattolico c'è stato un progressivo allontanamento e diffidenza dall'esperienza mistica con la quale un animo religioso si accosta al Dio ineffabile e ne percepisce la reale presenza. Questo allontanamento, marcato anche dalla condanna al Quietismo nel XVII secolo, ha accentuato l'impegno nel sociale e l'intellettualizzazione del Cristianesimo. Il Cristianesimo è divenuto sempre più un'agenzia morale (ci si deve comportare “bene” per meritare il Paradiso) e un'accademia teologico-intellettuale. Non meraviglia che Kant abbia estremizzato i termini di un discorso che, logicamente, andava nella sua direzione con la sua opera “La religione entro i limiti della semplice ragione”. Sintetizzo per sommi capi un discorso molto complesso ma, ciononostante, il lettore capirà che qui a rimetterci le penne è proprio l'escatologia Cristiana, l'Al di là stesso. Tutto si esaurisce e si motiva nell'Al di qua.

In un quadro di questo tipo non fa meraviglia che anche un ottimo prete ne esca impolverato, che faccia leva su una concezione morale e si muova su un piano logico-intellettuale.

Al contrario, l'Al di là, come Dio stesso, appartiene alla mistica cristiana, al campo delle percezioni interiori, quelle percezioni che, poi, costruiscono le certezze. In origine la speranza cristiana stessa si fonda su tali certezze al punto che la si può così sintetizzare: siccome io Ti sento per grazia, spero nella tua bontà verso di me, nella possibilità che Tu mi accolga eternamente nella tua gioia.

Ma se prescindiamo dall'esperienza del Divino, quindi dalla prospettiva mistico-spirituale, tutto diviene “dovere” morale, convenzione religiosa, cosa che si “deve pensare”. No, il Cristianesimo non è un pensiero, è un'esperienza. Il pensiero viene dopo e, a mio avviso, non è neppure così importante, dal momento che un pensiero può essere benissimo combattuto con un altro pensiero ma l'esperienza si afferma per se stessa e non può essere contraddetta da nulla. Infatti i farisei potevano pure argomentare contro Cristo, al cieco nato, ma costui gli oppose la forza di un'evidenza esperienziale: "Una cosa so, che ero cieco e ora ci vedo" (Gv 9, 25). Ecco perché un cristiano provato ha la certezza dell'Al di là, non una sua misera e umbratile “speranza intellettuale” appoggiata a concetti e parole.

Ma se si indica diversamente, se il baricentro della vita cristiana sta altrove, si capisce benissimo che si finisce per giungere ad un quadro generale che, in Occidente, non tiene più e trascina tutto dietro di sé. 
La mistica bizantina, al contrario, ci riporta nella retta prassi, non perché è bizantina o perché è orientale ma perché riporta ad un senso autentico del Cristianesimo, ad una prassi antica, a quanto dovrebbe sempre essere. Con essa si può dire: “Io [o Dio] ti conoscevo per sentito dire ma ora i miei occhi ti vedono” (Gb 42,5).

Se certi ambienti ecclesiali non ci portano fino alle soglie di questa percezione hanno fallito totalmente e non hanno più alcun senso. Al contrario, la Chiesa nella sua vera e intima essenza non può che fondarsi su Dio e sulla sua reale percezione, non può che accompagnare già su questa terra alle soglie del paradiso, dalle fessure delle cui porte intravvediamo luce. Ecco perché sant'Ambrogio si permetteva di contrastare l'imperatore rispondendogli: “O Imperatore voi rendete culto [pagano] a ciò che non conoscete, noi [cristiani], al contrario, rendiamo culto a ciò che conosciamo”. Sicuramente la conoscenza di Ambrogio non era una conoscenza prettamente intellettuale ma intuitivo-spirituale, l'unica che ci permette di avere certezza nelle cose di fede! Si insegna questo nei nostri ambienti e nei nostri seminari? No di certo e i prodotti si vedono dal momento che pure i praticanti sono feriti da lancinanti dubbi e lo stesso papa (ahimé!) giunge a giustificarli affermando  che se non si dubita si è un poco scemotti, vera e propria blasfemìa, questa ...


giovedì 13 ottobre 2016

L'Eucarestia nella festa burina e nell'Oriente cristiano

I miei lettori sanno che non amo calcare molto la mano, quando descrivo certe paradossali situazioni che oramai stabilmente si riscontrano nelle chiese. A volte, però, questo è necessario non per amor di polemica ma per descrivere le cose per ciò che sono. Riporto, quindi, due testi che si possono trovare su internet ma che, qui affiancati, sono assai significativi.
Il primo riguarda una "festa burina", con personaggi folcloristici (per esser gentili!) che oramai hanno perso ogni essenzialità cristiana. Non mi sembra che un popolo del genere, così misero spiritualmente, abbia le sue colpe, colpe che ricercherei, semmai, in un clero sempre più inutile alla funzione per la quale è stato istituito.

Il secondo testo esprime le osservazioni di un vescovo ortodosso, stimato sia nel campo scientifico che in quello religioso, sul possibile "contagio" che deriverebbe dall'assumere l'eucarestia. In queste osservazioni si nota quel senso spirituale che è praticamente estinto in moltissime nostre realtà ma che, certamente, era patrimonio comune. Non serve aggiungere altro poiché i testi parlano sufficientemente da soli.

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Una ragazzina mette l’Eucarestia nella borsetta e prova a portarla via durante la messa. È successo domenica 9 ottobre nella parrocchia romana di Santa Francesca Cabrini (piazza Bologna) durante la Santa Messa in cui il vescovo conferiva a diversi ragazzi il sacramento della Cresima.

Durante la celebrazione, inutilmente il parroco aveva più volte richiamato i fedeli al raccoglimento ma si sa che Prime Comunioni e Cresime, più che un momento di preghiera e di festa per il sacramento ricevuto, son diventate l’occasione per un’allegra rimpatriata tra parenti e amici, per foto di gruppo familiari, per lo sfoggio di bei vestiti e speciali abbuffate. La Messa è solo l’inizio dei festeggiamenti e neanche la parte più attesa e partecipata.

Durante la distribuzione della Comunione un’adolescente si avvicina al ministro e, in maniera goffa e scoordinata, riceve l’Eucaristia sulle mani per poi far cadere a terra l’Ostia Consacrata. Il ministro dell’Eucaristia [un semplice laico a cui viene dato il permesso di toccare e distribuire il pane eucaristico!], purtroppo, non si accorge di nulla ma il siparietto richiama l’attenzione di altri fedeli che osservano la scena: risate con le amiche, imbarazzo, indecisione e poi la ragazza torna al suo posto con l’Ostia in mano indecisa sul da farsi … Si spererebbe che l’elegante signora illuminasse sua figlia sul da farsi, ma la mamma lascia fare mentre la ragazza poggia l’Eucaristia nella borsetta: è caduta a terra, è sporca!

A questo punto si attivano alcuni parrocchiani, una donna interviene tempestivamente e riprende la Particola per restituirla al ministro: “Datela a me!”. Altri guardano e commentano. Ma l’elegante mamma non capisce il problema e distribuisce occhiate minacciose visibilmente infastidita dall’intromissione degli sconosciuti: “State calmi è solo una bambina!” La “bambina si difende: “La dovevo pulì!”. (sic!!!)

La “bambina”, ad occhio e croce, sembra avere sui sedici anni, dunque capace di intendere, volere, capire, ragionare … Ad occhio dovrebbe aver fatto la Comunione e la Cresima, dunque preparata a ricevere con onore la Comunione. La madre (sempre ad occhio e croce) non sembra essere una devota “praticante” e protesta: “come vi permettere?”. Inutile spiegarle dunque, come fa un malcapitato ragazzo, che non sono sciocchezza ma cose gravi “Si potrebbe arrivare alla scomunica”. Ad ogni modo, le si spiega, “C’è il Vescovo, possiamo parlare con Lui dopo la celebrazione”. Mons. Guerino di Tora, vescovo ausiliare di Roma, distribuiva ancora la Comunione ai cresimati mentre il ragazzo torna al suo posto.

Passano pochi secondi che il ragazzo, reo di aver richiamato l’attenzione sulla gravità del fatto, viene chiamato da tre uomini – che accorrono al suo posto – per “discutere” animosamente sull’accaduto. Difatti, forse impaurita o sorpresa per il polverone alzato “per un nonnulla”, la ragazza era scoppiata in pianto e la madre si era attivata per avvisare parenti e amici. Padre, zio e altri uomini si avventano protestando contro il ragazzo con toni di minaccia “Ha fatto piangere mia figlia, è una bambina!”. Il padre dice di sapere di cosa parla perché “Laureato con massimi voti” (ma non specifica quale scienza o facoltà). La questione si discute ancora alla fine della Messa. Un altro parente (evidentemente laureato anche lui con Lode) redarguisce il ragazzo: “Ma lei si rende conto di cosa significhi oggigiorno raccogliere una cosa da terra con tutti i germi e i batteri che ci sono in giro??”. Un’osservazione senz’altro acuta e pertinente (sic!!!). Un terzo parente vestito elegantemente per la cerimonia, aggiunge con sguardo di sufficienza: “La prossima volta si faccia i cazzi suoi”. Un consiglio utile, a Roma, per ‘campà cent’anni‘.

Fortunatamente finisce qui, la “vittima” fugge piangendo coi genitori, prima di lasciare la chiesa, tutta la famiglia passa in sacrestia a sporgere “denuncia” al parroco; attendono, indugiano, girano per la Chiesa, poi lasciano perdere. Anche gli altri (dottissimi) parenti escono nervosi. Alla fine ci si avvia tutti, un po’ arrabbiati e infastiditi, verso la vera festa.


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Il Metropolita Nicola (Hadjinikolaou) di Mesogaia
e Lavreotiki è il fondatore dell’istituto di bioetica di Atene.
Laureato a Harvard e al Massachusetts Institute
 of Technology (astrofisica, ingegneria biomedica,
 ricerca di laboratorio cardiovascolare),
 è una figura altamente rispettata sia nell’ambiente
ecclesiastico che in quello accademico e scientifico.
Cari fratelli e sorelle,

Come risultato della recente pandemia di febbre suina, è stata sollevata – senza necessità – la questione della possibile trasmissione di malattie attraverso la santa Comunione. Sfruttiamo questa opportunità per esprimere certe verità, che sono richieste per custodire in noi il tesoro senza prezzo della Fede.

La nostra Chiesa trasmette ormai da duemila anni la grazia dei suoi sacramenti, nel modo usuale e benedetto, ‘per la guarigione dell’anima e del corpo’. Non ha mai avuto bisogno di speculare con la logica contemporanea del dubbio irriverente, ma ha vissuto giorno dopo giorno con l’esperienza dell’affermazione di un miracolo supremo. Come potrebbe mai la comunione con Dio essere causa di malattia o pure del danno più lieve? Come potrebbero mai il corpo e il sangue del nostro Signore e Dio inquinare il nostro corpo e il nostro sangue? Come potrebbe mai un’esperienza quotidiana di duemila anni essere negata dal mero razionalismo e dalla fredda superficialità del nostro tempo?

I fedeli – sia sani che malati – hanno ricevuto la santa Comunione per secoli, distribuita dagli stessi cucchiai da Comunione – che non sono mai lavati né disinfettati – e mai niente di sfortunato è successo. I preti che servono negli ospedali, anche in quelli per malattie contagiose, distribuiscono tutti la santa Comunione ai fedeli, quindi consumano i resti del calice con riverenza e tutti godono di lunga vita. La Santa Comunione è tutto ciò che come Chiesa e come popolo abbiamo di sacro. È la suprema medicina per il corpo e per l’anima. Questo è pure l’insegnamento e l‘esperienza della nostra Chiesa.

Tutti quelli che non credono nel miracolo della Risurrezione del Signore, che disprezzano la sua nascita da una vergine, che negano la fragranza emanata dalle sante reliquie, che mostrano disprezzo verso tutto ciò che è santo e consacrato, che cospirano contro la nostra Chiesa e cercano di sradicare la minima traccia di fede dalle nostre anime cercheranno pure naturalmente di usare questa opportunità di insultare il santo mistero dell’Eucaristia.

Sfortunatamente, il problema non è il virus dell’influenza – come i media amano proclamare – né lo è il virus del panico mondiale – sostenuto da interessi medici. Il problema è il virus dell’empietà e della mancanza di fede. E il miglior vaccino è la nostra partecipazione frequente al mistero della santa Comunione, con una coscienza chiara e irreprensibile.

mercoledì 5 ottobre 2016

Clero e Chiesa, quale rapporto?

Che rapporto esiste tra clero e Chiesa? È vero che uno stile di Chiesa può determinare un relativo stile nel clero? 

Per rispondere a queste domande, proviamo ad analizzare, per sommi capi, alcuni fenomeni emergenti. 

Sappiamo che la funzione del clero è indispensabile, e in questo blog nessuno vuole metterla in discussione o negarla. È una funzione legata all’insegnamento, alla trasmissione della tradizione e alla cosiddetta “santificazione”, ossia al conferimento dei sacramenti. Per questo ruolo-guida, la consuetudine prevede che al clero venga attribuito il rispetto che gli si deve, nonostante sia soggetto, come tutti, a fragilità e debolezze. 

L’attuale mondo secolarizzato ha spinto il clero cattolico a divaricarsi sempre più a forbice tra due prevalenti prospettive: quella “istituzionale” (1) e quella “anti-istituzionale” (2). 

1) Una parte di chierici, sentendosi minacciati dal mondo presente, si rifugiano in un idealismo piuttosto astratto serrando i ranghi dell’istituzione: il clero deve incarnare i principi cristiani e morali e non dev’essere contestato perché è l’autorità costituita nella Chiesa a cui si deve obbedire senza esitazione alcuna. Questa parte è molto funzionale all’organizzazione della struttura ecclesiastica. 

2) Un’altra parte di chierici, al contrario, tende a seguire il mondo presente in modo pure pedissequo ritenendo, quindi, d’essere a modo suo realista: deve partecipare ad ogni situazione umana, mettersi in discussione e mettere in discussione gli stessi principi sui quali si basa il Cristianesimo. Solo così sente d’essere autorevole. Questa parte tende ad essere di suo anti-istituzionale. 

Al primo schieramento appartengono, grosso modo, i cosiddetti sacerdoti “conservatori” o “tradizionalisti”, al secondo i cosiddetti “progressisti”. 

Da sempre ho sentito questi due stili strani, forse perché entrambi ideologici: non di rado più che servire il vangelo se ne servono per portar acqua al proprio mulino. 

Il primo chiude il clero in una gabbia dorata rendendolo intoccabile. In questo modo, senza avvedersene, pone i chierici al di sopra della Chiesa, non nella Chiesa nella quale tutti, dall’ultimo dei fedeli al primo dei sacerdoti, hanno bisogno di confronto e di conversione. Chi si pone nel primo schieramento finisce, o prima o poi, per divenire opprimente al corpo ecclesiale determinando il cosiddetto clericalismo che le nostre società europee hanno a lungo sperimentato. 

Il secondo stile nasce da una reazione al primo e, alla fine, genera un clero che è tale solo nel nome. Pur facendo i preti costoro dimostrano di non esserlo mai stati, dal momento che preferiscono abbandonare il santuario e il ruolo sacro – entro il quale nominalmente si trincerano i primi – ed assumere di fatto un ruolo laico prediligendo la piazza e i suoi umori. 

Il principio che il clero debba confrontarsi è positivo e lo assumo totalmente ma il confronto non deve mai andare a detrimento della propria identità né dell’identità fondamentale della Chiesa della quale i chierici sono costituiti maestri, non inventori o improvvisatori. 

L’Oriente cristiano da tempo mi ha fornito utili riferimenti e confronti perché, in molti suoi aspetti, si pone prima di alcuni cambiamenti ed accentuazioni avvenute in Occidente, soprattutto dall’epoca moderna in poi. 

Ad esempio, in Occidente si ha progressivamente elevato l’autorità clericale ponendola praticamente sulla Chiesa e, soprattutto nel XIX sec., il fenomeno si è molto accentuato pur di contrastare lo scientismo laicista che aggrediva la religione e le sue fondamenta. “È la Chiesa a dirlo (ossia il suo clero)!”. Questa risposta era ritenuta sufficiente a chiudere ogni discussione e a sedare ogni dubbio. C’è ancora chi lo crede e non si avvede del rischio insito in questa risposta, ossia quello di una pericolosa tautologia (= è così perché è così), che non regge assolutamente il confronto con la cultura attuale … 

L’Oriente cristiano, al contrario, ha mantenuto l’orientamento antico per cui una verità cristiana, prima di affermarsi, ha bisogno d’essere verificata da tutto il corpo ecclesiale. Così, un concilio non può dirsi realmente accettato fintanto che non è fatto proprio da tutta la Chiesa. La verifica avviene in capite et in membris ed è di tipo spirituale o carismatico: se una risoluzione conciliare – come una semplice disposizione clericale – conferma quanto la Chiesa è sempre stata, se conferma il suo orientamento spirituale e la rende più efficace, va bene, al contrario viene rifiutata. In questo contesto, il chierico non ha ragione per il fatto d’essere tale e non rappresenta automaticamente l’autorità se non è spiritualmente autorevole. I fedeli gli presenteranno ossequio ma non lo seguiranno qualora si ponesse, con le sue azioni e i suoi pensieri, al di fuori della tradizione, ossia del comune cammino da sempre seguito. 

Questo genere di cose è vigente ancora oggi, nonostante alcuni chierici ortodossi sentano un forte fascino per il “sistema romano”, ossia per il clericalismo che da loro l’illusione di un maggior efficientismo e di una più stretta obbedienza e collaborazione intraecclesiale. Sappiamo però che questo “sistema” a lungo andare offre più svantaggi che vantaggi poiché tende a chiedere un’obbedienza cieca e impedisce di verificare con sufficiente anticipo se determinate risoluzioni sono a favore o contro la Chiesa. Nel Cattolicesimo un tempo si diceva che chi sta in “alto” ha la “grazia di stato”, ossia viene divinamente assistito e quindi non lo si può mettere in dubbio poiché l’assistenza celeste garantita è una garanzia più che sufficiente. Alla prova dei fatti non nascondo che tale concezione, almeno nel modo in cui viene espressa, mi sembra “magica”. In altri termini, è come se dicesse: “il capo ha sempre ragione”. Dio solo lo sa quanti di tali “capi” lungo la storia si sono sbagliati pure tragicamente! 

Per passare dai “massimi sistemi” alla realtà concreta, uno stile che punta molto sull’autorità, che sottolinea molto il ruolo dell’istituzione e chiede una pronta e cieca obbedienza non può che elevare il sacerdote al di sopra della Chiesa, anche se a parole si dice il contrario. 

A livello personale un sacerdote è, quindi, spinto a credere che nessuno ha diritto di contestarlo o di chiedergli ragione delle sue scelte poiché è in una specie di “sfera intoccabile”. Il diritto ecclesiastico latino, d’altronde, lo conforta in ciò. Questo stile creerà, per reazione di soffocamento, un sistema diametralmente opposto, come abbiamo sopra osservato e come la storia non ha mancato di mostrare. 

È quindi logico pensare che il pandemonio nel Cattolicesimo dopo il Concilio vaticano II è in parte stato generato da un sistema precedente troppo chiuso e autoritario. 

Al contrario, uno stile nel quale si ha bisogno dell’autorevolezza per confermare l’autorità, comporta un continuo confronto intraecclesiale, un confronto nel quale si verifica se la conduzione di una parrocchia, di una diocesi o di un monastero – sotto questo o quel chierico – obbedisce o meno al comune cammino da sempre seguito. In questo sistema il sacerdote non ha rifugi in “sfere intoccabili” e ciò crea una maggiore permeabilità tra i vari livelli della Chiesa. 

Nessun sistema è perfetto, bene inteso, visto che anche questo secondo sistema potrebbe offrire occasione a non poca caoticità e da l’idea di un certo anarchismo. 

Detto ciò, direi che alla prova della storia la situazione appare chiara: meglio una certa caoticità per un certo tempo che la produzione, in nome dell’autorità, di una situazione che scivola verso un’alterazione permanente e irreversibile. 

In definitiva si può concludere come segue: 

- il clero di primo tipo, tutto preso dall’istituzione e forse pure dalla carriera è convinto che la propria autorità sia intoccabile, ma le persone non trovano in esso alcun genere di riposo spirituale e ne vengono inquietate. 

- Il secondo tipo di clero, per quanto avvicinabile e “umano”, disorienta profondamente quegli spiriti provvisti di una buona formazione cristiana.

Entrambi non sono veridica espressione della Chiesa che, nella sua antica tradizione, vuole un clero integerrimo, non mescolato al sæculum, che non si serve del vangelo ma lo serve, capace d’interagire con tutti nel modo conveniente ed ecclesiastico, ossia nel modo spirituale.

sabato 1 ottobre 2016

A proposito di benevole concessioni liturgiche...

Un momento della liturgia pontificale nella chiesa del rosario a Trieste (fonte qui)

Sono stato gentilmente invitato ad un Vespero pontificale, tenuto a Trieste nella chiesa del Rosario. Il Vespero era celebrato nel rito romano preconciliare, quindi tutto in lingua latina, in gregoriano e polifonia. Il celebrante era il cardinale Raymond Burke.
Si capiva che l'organizzazione della cerimonia era stata curata fin nei piccoli dettagli e l'esecuzione della stessa manifestava ordine, compostezza e delicatezza.
A essere sincero non era nulla di nuovo per me, abituato a liturgie assai tradizionali da molto tempo. Non era nulla di nuovo anche perché per molti anni ho pregato con il breviario benedettino preconciliare, imparando non pochi salmi a memoria, quei salmi che rimontano a san Gregorio Magno e ad epoche ben precedenti alla sua.
La preghiera in lingua latina mi è familiare come le mie tasche, non meno di quanto mi sia familiare pregare con il greco liturgico, cosa che faccio attualmente.
I salmi nel latino della volgata erano un tempo noti al popolo delle nostre zone ed erano cantanti con dolci melodie, dette patriarchine, lungo tutta la costa dalmata. Ricordo ancora il canto salmodico del popolo per le feste della Madonna, quando le voci delle donne all'unisono cantavano “Lauda Jerusalem Domino, lauda Deum tuum Sion”. Era liturgia di popolo! Questo latino con il suo incenso si mescolava nelle persone e diveniva vita che fluiva. Nessuno vedeva queste cose come “speciali” poiché facevano normalmente parte della vita del popolo. Esattamente come, mangiando, ci si riempie lo stomaco, così, pregando in queste forme antiche, ci si riempieva l'animo di luce.

Ma a Trieste c'era tutto ciò? Ecco il problema! Prescindendo da ogni altra possibile considerazione  (spirituale, dogmatica) mi limito a dire solo quanto segue.
Da alcuni decenni il mondo Cattolico ha deciso di rendersi scismatico dalla sua antica liturgia, confezionandone una nuova con un tenore differente, un orientamento differente, una lingua diversa... L'avversione del neoclero per gli antichi riti è ben presente anche oggi e prova chiaramente che sta su un campo ben diverso da quello dei loro confratelli di 50-60 anni fa. Usare il termine “scismatico” dalla propria tradizione liturgica non è, dunque, né eccessivo né fuori luogo. Sono perciò cresciute diverse generazioni di cattolici per i quali gli antichi riti non sono solo visti come cose “strane” e forse “proibite” ma come cose, di fatto, non più cattoliche. Questo è inevitabilmente segno di un estrangement, quell'estrangement che genera sempre scissioni all'interno di una Chiesa, o prima o poi. Lo stesso cattolico che frequanta un rito antico (seppur di rado) e che frequenta i riti rinnovati (con non poche estemporaneità) finisce per essere scisso spiritualmente al suo interno come chi dovesse fingere di essere marito di due mogli con atteggiamenti e caratteri diversi tra loro.
Quand'ero bambino, al contrario, era normale pregare con la mamma sia in italiano, sia in latino. Il cattolico di un tempo era naturalmente bilingue, tanto quanto il greco-ortodosso di oggi che, pur non capendo perfettamente il greco-bizantino, lo frequenta quando s'immerge nei venerandi riti della sua Chiesa. 
Invece, oggi, nel mondo cattolico si ha rifiutato questo bilinguismo e i neocattolici, se ancora pregano, oltre a farlo solo in italiano, vi aggiugono una mentalità che, probabilmente non è più quella tradizionale, una mentalità che rispetta sempre meno i criteri di una sana spiritualità.

In definitiva: oggi il contesto dello stesso cattolicesimo è totalmente cambiato! Se esistono piccole realtà tradizionali o tradizionaliste, queste sono solo l'eccezione di fronte ad un mondo ben diversamente orientato. Le assemblee che si riuniscono domenicalmente, oramai, hanno dimenticato tutta o gran parte dell'eredità simbolica della liturgia e la stessa intenzione di tradurre in italiano (componendo però testi con mentalità nuova e inserendo il tutto in un quadro rinnovato) non ha per nulla aiutato a pregare di più e meglio i fedeli.

L'iniziativa tradizionale di Trieste potrebbe avere avuto un senso compiuto se si fosse calata in un ambiente in cui normalmente si praticava una liturgia con caratteristiche molto simili, se non identiche, caratteristiche di adorazione, di rispetto, di frequente contiguità con la lingua latina. In questo caso sarebbe stata la punta più elevata di un percorso, la sommità raggiungibile di un monte alla quale si accede tramite una strada. Queste cose non possono essere concepibili e autentiche se non hanno un background, una stabile comunità orante! Dal momento che purtroppo così non è e non è neppure possibile ottenerlo, queste liturgie (vespri, messe o quant'altro) non possono che parere dei fiori in provetta in mezzo al deserto, dei vasi cinesi bellissimi ma custoditi nella teca di un museo che, per benevola concessione, è dato vedere di rado. Esse sono come un santuario posto a 600 metri dal suolo, a mezz'aria, che si può solo contemplare dal basso ma che non è possibile accedervi poiché gli sono state tagliate tutte le vie di accesso.

Non è vittoria poter celebrare qualche volta in un rito vetusto, sarebbe vittoria poter essere educati, con strutture permanenti e attive, in un rito antico ma questa è, precisamente, la cosa più difficile da ottenere, e non a caso! In mancanza di ciò, questi riti non solo danno l'impressione d'essere esposizioni museali ma, peggio, fanno pensare alla concessione dell'ultima sigaretta ad un condannato a morte ...