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mercoledì 28 settembre 2016

Norme di comportamento in chiesa da un Galateo degli anni '50



Mi è capitato tra le mani un Galateo, pubblicato nel 1954 alla sua nona edizione, che mi ha particolarmente incuriosito soprattutto quando tratta il comportamento da tenersi in chiesa.
Il libro, scritto in un italiano che oramai non si usa più, è interessante: presenta lo spaccato di una società oramai inesistente, società che offre ossequio a certe norme comportamentali ma che, contemporaneamente, si sente sempre più attratta da quella disinvoltura che si affermerà inesorabilmente.
Certo a quel tempo nessuno avrebbe mai immaginato che, non molto dopo, pure il clero si sarebbe accodato all'andazzo dei tempi e si sarebbe fatto paladino della dissacrazione delle chiese...

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IN CHIESA



Ab Jove principium, dicevano i nostri antichi, e anche noi cominceremo col tracciare le linee di quel galateo che, se deve sempre osservarsi dinanzi agli uomini e nelle case loro, a più forte ragione va riguardosamente osservato dinanzi a1 Creatore supremo e nelle case ove Egli risiede.

Fra i miei lettori molti, io voglio sperarlo, possederanno il bene inestimabile della fede sotto quella

forma che S. Paolo chiama rationabile obsequium; sapranno dunque benissimo quali ragioni e quale importanza abbiano anche certe dimostrazioni esterne di culto o di convenienza che giustamente sono prescritte.

Ma posso anche supporre che vi siano delle anime, perfettamente e sinceramente credenti, che non abbiano potuto acquistare la cognizione o la pratica di tali norme, posso supporre altresì che alcuni, pur non aderendo alla fede comune; abbiano il nobile e lodevole desiderio di comportarsi in modo che nulla possa offendere o disgustare i credenti con cui si trovino insieme.

Le mie avvertenze, dunque, potranno far del bene a tutti, e non faranno male a nessuno.

In chiesa si va per le funzioni religiose consuete; si va per alcune cerimonie solenni; si va, infine, per ammirare bellezze d’arte.

E comincio subito da questo caso.


La nostra Italia e così ricca di meraviglie architettoniche, di quadri, di sculture, di mosaici, intagli, cesellature e oggetti preziosi d’ogni sorta, che non vi è, si può dire, nessuna modesta Citta di provincia, e forse anche nessuno sperduto paesello che non veda entrare i visitatori nelle sue chiese.

Nelle citta principali poi, in quelle che la rinomanza ormai mondiale ha classificato tra 1e artistiche per eccellenza, è un flusso e riflusso perenne: tanto che saggiamente in alcuni luoghi sono state fissate alcune norme riguardo a1 tempo.

È evidente che non si sceglierà mai volentieri l’ora delle sacre funzioni e specialmente quella della Messa cantata. Chi ha senso di religiosità e riguardo gentile a quella degli altri, sa quanto sia molesto quello scalpiccio, quel mormorio, quel trapassar di luogo in luogo di un gruppo talvolta numeroso di persone, mentre tutto intorno spira e impone i1 mistico silenzio del raccoglimento.

Ma quando fosse assolutamente inevitabile entrare in tali ore, la persona bene educata attenua i1 rumore dei passi, tien sommessa la voce, e se vi è un «Cicerone» sta vicino a lui più che sia possibile, a1 fine di non costringerlo a parlar troppo forte.


Non si creda però che, anche a chiesa vuota e silenziosa, sia lecito dipartirsi molto da queste norme. Vi può esser sempre, in un canto, qualche silenzioso orante che, proprio in quel momento, espande i dolori del suo cuore e chiede soccorso alla bontà suprema: rispetto a lui. E rispetto, sempre, in ogni caso, a1 luogo sacro.

Non tutti sanno, ma tutti dovrebbero sapere che passando davanti all’altare del S.S. Sacramento è obbligo piegare i1 ginocchio a terra, e che se vi fosse esposizione solenne per 1e Quarant’ore o per altra funzione, è prescritto piegarle ambedue. Così si deve fare anche nel momento dell’elevazione, nel caso che durante la visita si stesse celebrando qualche Messa: bisogna allora aver la pazienza di attendere che siano cessati gli squilli del campanello, e proseguir poi, più tacitamente e riguardosamente ancora, i1 pellegrinaggio d’arte.



Le donne dovrebbero entrare in chiesa solamente col capo coperto e modestamente vestite... Ma ahimè! non tocchiamo un doloroso argomento. Basti, a nostra vergogna, ricordare i cartelli ammonitori che sono appesi alle porte d’ogni chiesa: basti dire che alle grandi basiliche, ormai, e stato necessario metter di guardia un vigile, il quale ha l’incarico, non credo gradito certamente, di ammonir 1e visitatrici (meno male che la maggior parte sono straniere) di coprirsi 1e braccia e le spalle di cui fino allora avevan fatto esposizione sul listone di Piazza S. Marco o nelle vie e ai caffè circostanti a S. Maria del Fiore, o a sotto la Galleria Vittorio Emanuele presso a1 Duomo di Milano. C’è poi anche l’altro cartello: Vietato sputare. E il divieto è espresso ora in questo, ora in quel modo, ma la sua insistenza prova che non siamo riusciti ancora a vincerla su questo importantissimo punto di igiene e di decoro.

La persona sana e pulita non sente mai i1 bisogno di sputare: tuttavia, se circostanze e ragioni specialissime la obbligassero a farlo, non dimentichi che tale atto così schifoso a vedersi, deve essere compiuto con la massima secretezza, in un apposito fazzoletto.


Veniamo ora a1 contegno da tenersi durante la sacre funzioni.


Occorrerà dire che non si deve stare sdraiati sul sedile, né accavallar 1e gambe?

Le nostre signore, così avvezze adesso a tale libertà di modi e alla gioia ineffabile di mostrar i polpacci e perfino 1e loro ginocchia, non sanno talvolta privarsene nemmeno nel luogo più sacro. 

Quando si deve stare in ginocchio e quando a sedere e quando in piedi è prescritto dalla liturgia. Alle persone deboli e vecchie è naturalmente concessa maggiore libertà; basta per loro che stiano genuflesse nei momenti più solenni, quando lo squillo del campanello 1i annunzia reiteratamente. Ma chi non può stare in ginocchio non si creda lecito però, se è fra i banchi, di stare in piedi mentre gli altri siedono o stanno genuflessi: è grave scortesia verso quelli che sono dietro toglier loro la vista dell’altare e delle cerimonie che vi si svolgono, per mostrar loro quella del proprio dorso, spesse volte massiccio ed esorbitante.


Durante 1e prediche è prescritto un rispettoso e assoluto silenzio. Nel passato, era invalsa 1a strana usanza di testimoniar a1 predicatore la propria ammirazione con un concerto di tossi e raschiature di gola, che si alzava unanime quand’egli faceva purito per la prima pausa, e più ancora alla fine.


Allora udrai fra gli uditori tosse

Universale: ognun si spurga e sputa (!!)

E forte applaude col polmone...


diceva il Gozzi dei tempi suoi. Ora tale usanza è, fortunatamente, quasi del tutto scomparsa. Ma è accaduto che, in tempi più recenti, qualche oratore veramente eloquente, che era riuscito a scuoter 1e fibre più intime in un affollato uditorio, sentì uno scroscio fragoroso di applausi salutar la perorazione.

Caso d’eccezione, e come tale scusabile, ma guai se divenisse comune.

Durante la predica, non si deve mostrar noia né disapprovazione in nessun modo: non sbadigliare, non mormorare, non commentare; se il predicatore infiorasse di qualche barzelletta il suo dire, basta che un sorriso sfiori le nostre labbra, e lasciamo alle donnicciole la risatina discretamente rumorosa e prolungata che a loro sembra un doveroso segno di consenso e di ringraziamento.


Nelle preghiere comuni la persona bene educata non alza mai troppo la voce e non batte la cantilena; se poi si cantano i bellissimi inni ecclesiastici, si guardi bene dall’esporre tutta la forza dei suoi polmoni, per quanto grande sia l’entusiasmo devoto ed, eventualmente, anche la sua valentia nell’arte.

In chiesa, come in ogni altro luogo pubblico, del resto, si cede volentieri il posto a una Signora, a un vecchio, ad altra persona debole che, giunta un po’ in ritardo, sta disagiata. In generale, la cortesia impone, in questo caso, più di accettare che di rifiutare.

Tuttavia si può, dopo aver seduto qualche tempo, restituire alla persona gentile i1 posto che essa ha ceduto.


In chiesa non si dovrebbe né salutare, né stringersi la mano, né avviar conversazioni nemmeno tra persone che da un pezzo non si vedevano. Senza esser troppo rigorosi, basterà in tal caso accennare col capo con un lieve sorriso il piacere dell’incontro, riservando poi, all’uscita, i saluti e la conversazione.


Vi sono poi delle funzioni e cerimonie speciali, durante l’anno ecclesiastico, che hanno del caratteristico e del pittoresco per modo tale che 1a curiosità si confonde ben spesso colla devozione. In tali casi è più che mai necessario il debito riguardo ai diritti altrui, che sono pur quelli di vedere e sentire come noi, e il massimo rispetto anche a ciò che può prendere un tantino la sembianza di uno spettacolo profano. Avviso specialmente ai nostri fratelli meridionali, o ai forestieri che si recassero colà, dove la devozione assume talvolta forme così singolari.


Durante le meste e suggestive cerimonie della settimana santa, dove molti concorrono, specialmente a Roma, come a uno spettacolo gratuito, silenzio e rispetto! Purtroppo, nelle grandi basiliche, si vede una folla rumorosa e ondeggiante prender d’assalto i banchi, accavallarsi, disturbare e profanare quelle ore di raccoglimento: si sente un rumore confuso di passi, e un suonar di favelle svariate...


A quelle funzioni, e in generale, durante la settimana santa, è riguardo e rispetto un vestire serio e composto, a colori scuri. Nei paesi latini, ai Sacramenti le donne devono accostarsi col capo coperto; è questo un obbligo che non esiste nei paesi germanici, ma al quale da noi sarebbe grave irriverenza mancare. Ma forse molti non sanno che alla Comunione si dovrebbe andare senza guanti.

II vestire della donna, del resto, dovrebbe sempre esser modesto, durante ogni funzione ecclesiastica. È giusto che alla domenica si sfoggi un po’ più di eleganza, è anche ragionevole e conveniente, e direi persino rispettoso, portar nella casa di Dio anche la massima cura che ci sia possibile nel nostro vestiario... ma di questo a convertirla in un bazar di nastri, di sete, di frange, di trine, a un’esposizione di braccia e di colli e di gambe, ci corre, oh, ci corre”...


Oltre che per queste consuete funzioni si va in chiesa anche per alcune cerimonie solenni: tali sono i battesimi, 1e nozze, 1e prime comunioni e 1e cresime. E purtroppo ci sono anche i funerali.

Nella gloriosa cerimonia del battesimo, a1 piccolo incosciente che dorme o vagisce tra 1e candide trine, fa corteo una radunanza più o meno numerosa di persone: il babbo felice, i fratellini, spesso altri parenti, gli amici, i padrini.

Tutti hanno l’obbligo di un contegno serio e riverente, e non può servire di scusa alla trasgressione la straordinaria eccitazione del momento. Ma il padrino e la madrina devono anche saper bene quale’è il loro ufficio in quel momento: essi assumono una responsabilità seria davanti alla Chiesa e davanti a1 neonato, e debbono rispondere in suo nome. Sappiano dunque (lasciando ad altro luogo considerazioni più gravi) che quelle cerimonie hanno un profondo significato, e le assecondino debitamente. Durante gli esorcismi, i1 padrino e la madrina stenderanno la mano senza guanto,

insieme col sacerdote, sul capo del bambino, e un’altra volta quando l’acqua è versata. Poi, sempre con la mano destra, prendono un cero acceso che rendono subito 'dopo che il prete ha benedetto il piccino in nome della Chiesa.

S’intende che si devono pronunziare a voce chiara, se non molto squillante, 1e risposte prescritte, e che si dovrà recitare correntemente e rispettosamente i1 Credo che forma parte della cerimonia solenne: 

ch’è porta della Fede che tu credi.

Il padrino o la madrina della Cresima hanno anch’essi la loro parte nella cerimonia, ma si limita a quella dell’assistenza: i1 giovane cresimando sa ormai parlare da sé! ... e dovrebbe anche capire da sé quello che fa. Tuttavia, gravi legami 1i legano a1 figlioccio; di questi però si parlerà ad altro luogo.


Nella solennissima funzione del matrimonio, gli sposi sono, si sa bene, gli attori principali e quelli che concentrano in se tutti gli sguardi. Non parlando del loro vestiario che dev’essere adatto alla condizione e all’età, e limitando qui 1e mie avvertenze a1 contegno, io credo che 1a sincerità del sentimento, la viva comprensione del gran memento che essi passano sian più che sufficienti a dare loro la dignità semplice e naturale ch’e i1 pregio più richiesto. Si cerchi, se mai, da parte d’una sposina tenera e sensibile, di porre un freno alla sua viva commozione, per essere attenta a1 cerimoniale! Ricevere l’anello simbolico, stringer la mano che 1e viene offerta... E pronunziare con voce modesta, ma chiara, i1 «Sì» solenne.

Allo sposo poi non è mai abbastanza da raccomandarsi i1 rispetto ed il raccoglimento, se anche la sua fede fosse scarsa o nulla. E non ho mai potuto leggere senza vivo disgusto ciò che vien raccontato del Principe Girolamo Napoleone, quando impalmò la nostra angelica principessa Clotilde. Fosse affettazione o fosse distrazione (era sempre rimasto in piedi guardando qua e là si fece ripeter 1a domanda rituale, e alla seconda volta, come scosso, rispose precipitosamente: Mais  oui, certainement oui!


I padrini stanno a lato degli sposi, per lo più in piedi, tutto intorno fan corona i parenti e gli amici; e le signore hanno, in tale occasione, diritto di usare le loro più eleganti acconciature, purché non siano contro i1 decoro e la modestia.

Ma non si può assolutamente approvare né compatir l’usanza di alcuni paesi, che appena finita la Messa, le amiche (o sedicenti tali) si precipitino addosso alla sposa soffocandola di baci e di auguri.


In Francia tale sfogo di tenerezza si fa in sacrestia, dove gli sposi si recano a firmare i1 registro: da noi sarà meglio rinunziarvi o serbarlo alle pareti domestiche.


Ultima triste nota, i1 funerale. Qui la parte è tutta del clero; gli astanti non hanno altro obbligo che assistere in rispettoso raccoglimento. I prossimi parenti si schierano presso il feretro, gli altri e gli amici e lo stuolo degli accompagnatori nei prossimi banchi. Che nessuna mossa intempestiva, che nessun lieve mormorio turbi la sacra maestà del rito. E nell’uscir dalla chiesa, e nel ricomporre i1 corteo, silenzio ancora e compostezza. E, per carità, signore, non vesti o cappelli dai colori vivaci! Possibile che nel vostro guardaroba non ci sia un abito nero, o almeno un soprabito, e un cappello scuro?... Ho visto sfilare, dietro qualche feretro, una processione multicolore ch’era una vera irrisione! ...


E quanto al silenzio e al rispetto, se la parentela col morto o una stretta amicizia non ve li impongono senz’altro, colla forza del dolore, se le vostre relazioni con lui non erano tali da penetrarvi l’anima nel solo rimpianto della sua perdita, basti a rendervi tali quale circostanza lo vuole, 1a fatale avvertenza: Hodie mihi, cras tibi!

venerdì 23 settembre 2016

Appunto ecclesiologico

Esistono dei blog cattolici in cui diverse persone esprimono il loro disorientamento crescente dinnanzi a quanto a me pare essere un'alterazione dei pilastri stessi della dottrina cristiana. Quest'alterazione essi la intravvedono nelle parole di non poco clero fino a riconoscerla perfino negli atti e nei discorsi del papa stesso. Qualcuno, allora, suggerisce quanto segue:
«Che ci sia il papa x o il papa y poco importa, l'importante che la mentalità, il senso comune ritorni cattolico».

Ottimo appunto ma mi pare quasi fuori luogo. Questo perché, per avere senso, si dovrebbe essere in un contesto ecclesiastico in cui la Tradizione (intesa in tutti i sensi ma, soprattutto, nel senso del "modo" in cui si vive la fede cristiana) sia concepita al di sopra dell'autorità personale del papa stesso. 
Ebbene, questo da troppo tempo nel nostro caso non è più così poiché è la persona del papa stesso (x o y che sia) a determinare il sentire cum ecclesia fino al punto che pure il cosiddetto magistero ordinario non dev'essere confrontato e riconosciuto cattolico o meno (come si avrebbe fatto anticamente in modo diffuso e sistematico) ma semplicemente accettato con ossequio.

Mi si dirà che è il sensus fidei dei fedeli che, dinnanzi alle situazioni più controverse, dovrebbe regolare le persone, la mentalità cattolica, come si dice nel consiglio citato.

In realtà, osservando con molta attenzione e con scrupolosa coscienza mi pare di poter concludere che il rapporto tradizione-autorità sia uno dei più emblematici e contorti nella pratica del mondo cattolico odierno (e non solo da oggi, se si è onesti!). Infatti il "carisma" dello Spirito santo (inteso nel senso più autentico e profondo) è al di sopra delle autorità ecclesiastiche, può riguardare qualsiasi cristiano e non chiede che di essere riconosciuto dalle autorità stesse, non manipolato o alterato autoritativamente! In realtà, sempre più, nel nostro contesto questo "carisma" è equivocato, finisce per essere qualcosa di caotico e contraddittorio ("carisma" sarebbe il movimento di Kiko Arguello ma pure la sensibilità dei tradizionalisti cattolici totalmente contrari ad esso!). Ovvio che allora non è il carisma fondativo della Chiesa che l'ha sostenuta nei secoli, nonostante mille prove, poiché quel carisma era contraddistinto da armonia e comunione, non da difformità litigiosa e contrastante! Inevitabilmente si finisce, allora, per affidarsi all'autorità per se stessa. Quest'affidamento sancisce una volta per tutte la priorità del diritto canonico sulla spiritualità, ridotta troppo spesso ad un fantasma in cui si esprimono unicamente istanze sociologiche o psicologiche. Ed eccoci in pieno antropocentrismo ecclesiale!
 

Se è vero che l'autorità, a sua volta, cerca di conformarsi ad una generica tradizione per rivendicare la sua autenticità, è pur vero che è  l'autorità nel cattolicesimo a fare la tradizione. E questo da secoli.

Non a caso Giovanni XXIII osò dire che "la novità di oggi (promossa dall'autorità ecclesiastica) sarà la tradizione di domani". Non lo disse tanto nei riguardi di una novità carismatica riconosciuta come opera dello Spirito nel corpo ecclesiale, quanto come una novità pensata e imposta dall'alto, dall'autorità stessa. E lo disse a quanti, ancora, gli ricordavano che l'autorità deve conformarsi alla tradizione ...

Se allora era così figuriamoci oggi, in cui è in espansione un vero e proprio culto della personalità, in cui una cosa finisce per essere "buona" solo e unicamente perché promossa dall'alto.

In definitiva: il consiglio sopra citato è ottimo ma mi sembra che, in un contesto in cui tutto è stato rovesciato, viene reso all'atto pratico totalmente impotente ...


Al contrario, in Oriente, la Chiesa a livello monastico e popolare resiste dinnanzi ai reiterati tentativi di autoritarismo da parte di qualche patriarca. Lì esiste ancora la possibilità di confrontare se l'autorità è conforme o meno alla tradizione, finanto che pressioni esterne alla Chiesa, servendosi di chierici influenti, non rovescino le cose, iniziando dapprima a combattere il monachesimo depositario della memoria storica, della spiritualità e della tradizione antica (storia che è accaduta già in Occidente diversi secoli fa) ... 

mercoledì 21 settembre 2016

Segnalazione bibliografica

Titolo: Certain Sainthood: Canonization and the Origins of Papal Infallibility in the Medieval Church
ISBN-10:0801454034
ISBN-13:9780801454035
Autore: Donald S. Prudlo
Editore: Cornell University Press
Data di pubblicazione 18-Dec-2015
Numero di pagine: 232


La dottrina dell'infallibilità del Papa è un principio centrale del cattolicesimo romano, eppure è spesso fraintesa da cattolici e non cattolici. Gran parte degli attuali punti di discussione teologica sulla definizione di infallibilità papale provengono dal concilio Vaticano I nel 1870, ma le origini del dibattito sono molto più lontane. In "Certain Sainthood", Donald S. Prudlo ripercorre questa storia dal Medioevo, nel periodo in cui Roma stava lottando per estendere i limiti dell'autorità papale sulla cristianità occidentale. Infatti, come egli mostra, la nozione stessa d'infallibilità papale è cresciuta nei dibattiti sull'autorità del Papa nella canonizzazione dei santi.

La storia di Prudlo inizia nel XII e XIII secolo, quando Roma era sempre più concentrata sulla lotta contro l'eresia. A tal fine il papato arruolò il sostegno dei giovani ordini mendicanti, in particolare dei domenicani e dei francescani. Come mostra Prudlo, un tema chiave nella battaglia del papato contro l'eresia fu il controllo della  canonizzazione: i gruppi ereticali non contestavano solo la canonizzazione di specifici santi ma sfidavano il concetto generale di santità. Così facendo, hanno attaccato le radici dell'autorità papale. Alla fine, con il supporto dei mendicanti, l'atto di sfidare un santo creato dal papa fu ritenuta un'eresia.
"Certain Sainthood" riprende le intuizioni di una nuova generazione di studiosi che integra il vissuto della religione e la storia intellettuale nello studio della teologia e del diritto canonico. Il risultato è un lavoro che appassionerà gli studiosi e i studenti di storia della chiesa, nonché interesserà un più vasto pubblico sull'evoluzione di una delle più importanti istituzioni religiose del mondo.

domenica 18 settembre 2016

Che abissale differenza!!!

«Una volta un professore universitario visitò il Ghéron (l'anziano) Paisios (monaco del monte Athos vissuto e morto santamente) e gli disse: "Ghéron, ho difficoltà a credere che Dio esista. Sono un uomo colto, vivo in Occidente e tutto ciò che tu fai e dici si può spiegare razionalmente. Certo esiste qualche forza, ma non posso accettare tutto quello he tu dici su Cristo e sui sacramenti"»
Il Ghéron dopo averlo ascoltato gli disse con tono brusco: "Sei più stupido di una lucertola".
Offeso dalle parole del Ghéron il professore reagì. Il Ghéron insistette: "In verità, tu sei più stupido di una lucertola e te lo mostrerò".
Il Ghéron chiamò subito una lucertola. All'animaletto che corse da lui chiese se Dio esistesse. La lucertola si alzò su due zampe e chinò la testa, dando con questo movimento una risposta positiva alla domanda del Ghéron. Il professore ne fu sorpreso e incominciò a piangere. Il Ghéron aggiunse: "Hai visto che sei più stupido di una lucertola? Essa sa che Dio esiste e tu, con la tua intelligenza, non hai compreso la sua esistenza".
Il professore lasciò la cella del Ghéron del tutto scosso.


Dionisios Tatsis, Non cercate una santità a buon mercato. Vita e insegnamenti dal Monte Athos, Edizioni Dehoniane, Bologna 1997, pp. 132-133.

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«Tante volte io mi trovo in crisi con la fede e alcune volte anche ho avuto la sfacciataggine di rimproverare Gesù: “Ma perché Tu permetti questo?”, e anche dubitare: “Ma questa sarà la verità, o sarà un sogno?”. E questo da ragazzo, da seminarista, da prete, da religioso, da vescovo e da Papa. “Ma come mai il mondo è così, se Tu hai dato la Tua vita? Ma non sarà, questa, un’illusione, un alibi per consolarci?”. Un cristiano che non abbia sentito questo, qualche volta, la cui fede non sia entrata in crisi, gli manca qualcosa: è un cristiano che si accontenta con un po’ di mondanità e così va avanti nella vita».

Papa Francesco, Discorso tenuto a Villa Nazareth il 18 giugno 2016 (vedi la fonte qui).

sabato 17 settembre 2016

La Chiesa-tenda

L'antico popolo d'Israele nomade nel deserto in viaggio verso la terra promessa costruì il suo santuario in una tenda. Questo ricordo storico è rimasto sia negli israeliti, una volta raggiunta la Palestina, sia nei cristiani che da loro sono provenuti.
Esiste, dunque, un'analogia tra la Chiesa e la tenda dell'Alleanza, che non viene meno neppure pensando che la Chiesa è il compimento finale e perfetto della rivelazione neotestamentaria.

La figura della tenda ci è d'aiuto per fare qualche interessante riflessione.
Avene mai visto com'è costruita? Nella figura in alto ne ho posto un esempio attuale. La tenda è anche definita “tensostruttura”, nel senso che è una struttura che si edifica sulla tensione del suo materiale coprente. Perché possa realmente costruirsi è dunque necessario che, al suo interno, ci siano uno o più piloni di una certa altezza, in modo da sollevare il più possibile la tenda stessa e farla in seguito ricadere ai lati esterni. Se, per assurdo, iniziassimo ad abbassare sempre più i piloni principali che succederebbe? Facile a capirsi: la tenda si abbasserebbe di seguito fino a divenire inabitabile.

La Chiesa ha una perfetta analogia con tutto ciò.
Per quanto sia voluta da Dio, ha un aspetto prettamente umano, pure materiale, legato alla libertà umana che risponde o meno alla volontà di Dio. Quando questo aspetto contingente umano o materiale inizia a scadere è la stessa Chiesa che inevitabilmente scade.

Le persone più importanti in essa, papi, patriarchi, vescovi, sono le sue teste visibili. Essi sono analogicamente come i piloni di una tenda. Più sono alti (spiritualmente, moralmente, umanamente, dogmaticamente) più la tenda riceve respiro, elevatezza, diviene abitabile.
Più sono mediocri o insufficienti (spiritualmente, moralmente, umanamente, dogmaticamente) più la tenda diviene angusta, si abbassa, si rende inabitabile.

Ecco perché nei periodi migliori, ben conoscendo questa legge, si cercava di scegliere sacerdoti i più spiritualmente maturi tra il popolo e si stava particolarmente attenti quando si doveva nominare un vescovo. Oggi non è più così.

La conseguenza è quella di aver reso la Chiesa un luogo sempre più inabitabile e infatti non pochi escono da essa perché non ci si può più stare. Non li scuso affatto ma posso capire perfettamente il loro disagio interiore che li spinge a fare ciò ...

venerdì 16 settembre 2016

Dio di giudizio e di bontà

La tradizione cristiana riguardo le verità fondamentali in cui credere è chiara. Una Chiesa che si lega ad essa e la rispetta non si fa scuotere da nulla. Quando ambienti, piccoli o vasti, e persone ecclesiali (umili o grandi) iniziano a prescinderne, si genera confusione pure dinnanzi alle cose più elementari. È quasi inutile rimarcare che oggi assistiamo a tale confusione, fino a poco tempo fa ritenuta impossibile. A peggiorare le cose, succede che qualche responsabile all’interno della Chiesa si ritrova ad avere idee così confuse da non contraddistinguere neppure il più sguarnito e improbabile sacrestano di sperduta provincia.

Per non far giri inutili di parole, mi basta riferirmi ad un esempio corrente: quello sulla bontà di Dio.
La rivelazione cristiana ricorda che Dio è buono. Egli è iconizzato nel padre misericordioso che attende il figlio dissoluto e, una volta che quest’ultimo ritorna pentito, lo accoglie a braccia aperte.

La bontà di Dio è però indissolubile dal suo giudizio che può essere pure di condanna. Questo lo vediamo chiaramente rappresentato nelle antiche raffigurazioni del giudizio universale. Soffermiamoci un po’ su.
In questo post riporto l’immagine di una delle ultime raffigurazioni occidentali in cui il giudizio universale è rappresentato in modo tradizionale, quella di Giotto nella cappella degli Scrovegni di Padova.

Vediamo che Cristo è circondato da una mandorla di fuoco la cui luce e calore allietano i beati in Paradiso. Dalla stessa mandorla si diparte un fiume di fuoco che alimenta le fiamme dell’inferno. In questo fuoco i dannati sono condannati alle pene eterne. Lo stesso Dio che è fonte di letizia infinita in alcuni determina in altri un dolore altrettanto infinito. Il Dio di bontà è pure un Dio di giudizio ma il giudizio non è tanto Lui a stabilirlo quanto la condizione con cui la persona giunge nell’Al di là. Dio non fa altro che prendere atto se, chi si presenta dinnanzi a Lui, ha o non ha la veste nuziale. Dio è come la luce che, in chi ha buona vista mostra i colori del mondo e in chi ha gli occhi malati, fa male. Non è la sorgente del male poiché il male si ingenera solo in chi non è in grado di percepire Dio positivamente.

Il giudizio rappresentato riguarda certamente quello alla fine del mondo ma ricorda al fedele che lo ammira anche il giudizio particolare che lo attende subito dopo la morte e, per estensione, quello che lo riguarda al momento presente: la condizione di comunione con Dio rende Dio fonte di piacere, la condizione di rottura da Dio (o peccato) lo rende fonte di tormento. Chi è nella grazia contempla la presenza di Dio in sé, chi non è in grazia sente suonare come assurda la stessa parola “Dio”.

La misericordia di Dio è dunque una cosa sola con la sua giustizia, la pace e gioia che genera nei beati è una cosa sola con il tormento e il dolore che genera nei dannati.

Nel momento in cui s’inizia a mettere in dubbio questa verità di fede, inevitabilmente cambiano anche i discorsi e l’arte religiosa ne è influenzata.
È abbastanza nota, penso, l’iconografia del giudizio universale dipinta dall’ex ateo esistenzialista convertito (?) cristiano Kiko Arguello, fondatore del Cammino Neocatecumenale, movimento ecclesiale cattolico. Nonostante infonda un'impressione allucinatoria, tale dipinto cerca d’imitare le antiche raffigurazioni del giudizio universale apportandoci, però, sostanziali modifiche. Prescindo dai nimbi neri (?) che circondano Cristo e mi concentro sul lago di fuoco alimentato dalla mandorla di fuoco del Cristo. Tale lago, che rappresenta l’inferno vuoto, è abitato solo da Satana. Il Dio di Arguello è, dunque, un Dio di esclusiva bontà e il suo giudizio, in quest’icona, non prevede alcuna condanna. Mentre per la tradizione patristica greca il cristiano in questo mondo si esercita a purificare le proprie passioni per essere illuminato dalla grazia ed eventualmente trasfigurato, nel caso di questa rappresentazione arguellana Dio giustifica l’umanità (in senso luterano?) e di conseguenza l’inferno è vuoto.
D’altronde quest’idea kikiana è quella del secolarismo attuale, ben penetrato in troppi ambienti cristiani. L’uomo attuale, per molti cristiani occidentali, va bene com’è, non deve cambiare, non deve purificare nulla di sé. È accolto com’è e com’è viene giustificato da Dio, Essere di assoluta misericordia. L’esaltazione unilaterale della misericordia, oscurando il pentimento e la lotta contro le malvagie passioni, è pure caratteristica del pensiero del papa argentino di Roma, un pensiero che squilibra totalmente l’antica tradizione cristiana. Il racconto del figlio dissoluto viene perciò alterato: il padre lo accoglie non pentito, lo ama e gli fa festa ben sapendo che tornerà a dilapidare il resto delle sue ricchezze per vivere dissolutamente. Il figlio non chiede di essere trattato come l’ultimo dei suoi servi ma pretende con arroganza i suoi diritti, poco importa se questo stride con la fedeltà di quanti non hanno abbandonato la casa paterna nella quale egli ritorna solo per finire di rovinarla.

Mi sembra di vedere la storia di molti ambienti ecclesiali in Occidente e, forse, oramai di qualche ambiente ecclesiale ortodosso, dove laici e chierici non convertiti pretendono privilegi con arroganza, insozzando e affondando la Chiesa con l’assurdo teatro di tutte le loro passioni. I cristiani residuali di queste realtà fuggono come su scialuppe di salvataggio davanti ad un mare in tempesta ...

mercoledì 7 settembre 2016

Quando un Cristianesimo diviene eretico...

Non amo sparare sentenze, non l'ho mai amato. Non amo, quindi, tutti quegli scritti, rinvenibili nel web, nei quali si affibbiano facilmente etichette di ortodossia o di eresia a questo e a quello, finendo per dare l'impressione agli altri che chi scrive è meglio di tutti.
Tuttavia, quando si supera un certo livello di confusione sarebbe codardìa e complicità non chiamare le cose con il loro vero nome. Perciò ho messo questo titolo, solo apparentemente provocatorio ma sostanzialmente realistico.

Sono stato nel Monte Athos dove ho incontrato alcuni interessanti monaci con i quali mi sono intrattenuto. Non facciamoci illusioni: se fino a ieri non esaltavano il Cristianesimo occidentale, oggi a tutti loro quest'ultimo fa estrema pena (compreso l'operato di papa Francesco) e non si può certo dire che abbiano torto. Questi monaci si accorgono subito quando c'è autenticità o apparenza nelle cose.

Mi ricordavano che la rivelazione cristiana non ha solo proposto un elenco di realtà a cui credere ma ha fornito una mentalità con la quale vivere la fede. Se tutto ciò è rispettato onestamente, Dio è lasciato com'è, non viene modificato a seconda dei gusti e delle mode.
Al contrario, la tendenza di "adattare" Dio agli uomini è sempre esistita in Occidente fino a giungere alla stranissima situazione attuale, strana per chi ancora ha qualche riferimento tradizionale.
Gli ingenui tradizionalisti cattolici pensano che riportando l'orologio della storia agli anni '50 del XX secolo, il Cattolicesimo si risanerebbe. Che illusi! 

Un monaco greco, che aveva ben conosciuto un cistercense degli anni '50, mi diceva che nel monastero in cui questo religioso viveva c'erano monaci benedettini in silenzio da decenni. Dopo il concilio vaticano II quei monaci che erano rimasti così a lungo in silenzio iniziarono a parlare e dalle loro bocche uscirono dei mostri ... Decenni prima del concilio vaticano II, questi monaci cattolici stavano in silenzio, perché la disciplina di allora lo imponeva, ma nel loro cervello c'erano già dei tarli velenosi che lavoravano incessantemente e che poi, aprendo la bocca, produssero incredibili eresie... Nulla nasce da un giorno ad un altro! In questo esempio, si ha la reale sensazione che la tradizione vivente era ben lungi da quei monaci, pure decenni prima del concilio vaticano II!

Non è allora un caso che Louis Bouyer, teologo cattolico, negli anni '70 scrisse che l'odore di morte di molti ambienti cattolici derivava dalla putrefazione di membra decedute molto tempo prima e che solo una ferrea disciplina esteriore e formale poteva far parere in florida forma ...

Il fatto è che quando un ambiente ecclesiale diviene eretico - in senso reale e proprio - è l'immagine stessa di Dio ad essere sfigurata. Allora non è più Dio a cambiare gli uomini ma sono questi ultimi a renderlo a loro immagine e somiglianza. E un idolo, si sà, è totalmente impotente!
La tentazione perenne di vedere troppo umanamente Dio, ha portato pian piano alla situazione attuale.
Così, se negli anni '70 si parlava di "teologia della liberazione", oggi si parla di "teologia queer" e, in quest'ultimo caso, si parla addirittura di un "Dio queer" (vedi qui).

Attribuire a Dio delle attese puramente umane (giuste o sbagliate che siano) significa una sola cosa: non avere mai conosciuto il Dio rivelato da Gesù Cristo e pronunciare, di conseguenza, delle bestemmie.

In tal modo, molti ambienti ecclesiali di oggi stanno bestemmiando e ciò avviene perché sono divenuti eretici, ossia hanno travisato totalmente le basi sulle quali Cristo ha voluto la Chiesa.
Ecco l'orribile situazione nella quale molto cattolicesimo odierno è arrivato, generando uno smarrimento senza precedenti e un intenso dolore nelle persone più sensibili.
È dunque chiaro perché in questi ambienti le persone sono impotenti a migliorarsi e, al contrario, esaltano quanto, fino a ieri, era considerato semplicemente scandaloso perfino da gente molto distante dalla Chiesa.