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martedì 30 agosto 2016

La maschera della mondanità

Mi è stato segnalato un articolo che, a suo tempo, lo scrittore e poeta Pierpaolo Pasolini scrisse su Paolo VI quando, in occasione di un incontro avuto con i pellirossa, il pontefice si coprì il capo con una corona di penne. Forse storicamente è quello il primo momento in cui un papa iniziò ad assumere vestiari o atteggiamenti non suoi nell'intenzione di compiacere le persone.
A Pasolini non sfuggivano di certo i significati profondi di questo tipo di atteggiamenti e non si lasciava incantare da scuse convenzionali e banali che spesso si sentono per spogliare tali fatti del loro vero contenuto. Intravvide, dunque, in questo mascheramento la tragedia di una Chiesa che, sempre più ignorata dal mondo, iniziava a rincorrerlo assumendone modi e atteggiamenti. Una tragedia davanti alla quale si sorride per ingannare se stessi e gli altri. Contemporaneamente, in questi ambienti ecclesiastici era sempre più diffuso, fino a divenire volgata comune, un autentico disprezzo per le proprie radici, per le forme tradizionali con cui non solo il cattolicesimo ma il cristianesimo stesso si è espresso lungo i secoli. Ci troviamo dinnanzi ad una Chiesa che ha perso se stessa ed è in scisma con il suo passato. È senz'altro una situazione inedita nella storia e che produce all'interno di tale Chiesa un'altra creatura, somigliante alla prima ma sostanzialmente diversa da essa. Ebbene, nelle parole di Pasolini pare ritrovarsi tutto questo. Inutile dire che tali parole, lungi dall'essere state capite, apparvero all'Osservatore Romano di allora come un'inutile provocazione alla quale il poeta rispose con poche ma sferzanti frasi. Oggi le parole dello scomparso scrittore paiono essere più vere che mai. La soluzione, quella di essere autenticamente se stessi, non pare affatto essere presa in considerazione e si cerca di essere sempre più "come gli altri" non avvedendosi che, così, gli "altri" hanno una scusa in più per allontanarsi dalla Chiesa ...

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 I  DILEMMI DI UN PAPA

Forse qualche lettore è stato colpito da una fotografia di Papa Paolo VI con in testa una corona di penne Sioux, circondato da un gruppetto di «Pellerossa» in costumi tradizionali: un quadretto folcloristico estremamente imbarazzante quanto più l'atmosfera appariva familiare e bonaria. Non so cosa abbia ispirato Paolo VI a mettersi in testa quella corona di penne e a posare per il fotografo. Ma non esiste incoerenza. Anzi, nel caso di questa fotografia di Paolo VI, si può parlare di atteggiamento particolarmente coerente con l'ideologia, consapevole o inconsapevole, che guida gli atti e i gesti umani, facendone «destino» o «storia». Nella fattispecie, «destino» di Paolo VI e «storia» della Chiesa. Negli stessi giorni in cui Paolo VI si è fatto fare quella fotografia su cui «il tacere è bello» (ma non per ipocrisia, bensì per rispetto umano), egli ha infatti pronunciato un discorso che io non esiterei, con la solennità dovuta, a dichiarare storico. E non mi riferisco alla storia recente, o, meno ancora, all'attualità.
Tanto è vero che quel discorso di Paolo VI non ha fatto nemmeno notizia, come si dice: ne ho letto nei giornali dei resoconti laconici ed evasivi, relegati in fondo alla pagina. Dicendo che il recente discorsetto di Paolo VI è storico, intendo riferirmi all'intero corso della storia della Chiesa cattolica, cioè della storia umana (eurocentrica e culturocentrica, almeno). Paolo VI ha ammesso infatti esplicitamente che la Chiesa è stata superata dal mondo; che il ruolo della Chiesa è divenuto di colpo incerto e superfluo; che il Potere reale non ha più bisogno della Chiesa, e l'abbandona quindi a se stessa; che i problemi sociali vengono risolti all'interno di una società in cui la Chiesa non ha più prestigio; che non esiste più il problema dei «poveri», cioè il problema principe della Chiesa ecc. ecc.
Ho riassunto i concetti di Paolo VI con parole mie: cioè con parole che uso già da molto tempo per dire queste cose. Ma il senso del discorso di Paolo VI è proprio questo che ho qui riassunto: ed anche le parole non sono poi in conclusione molto diverse. A dir la verità non è la prima volta che Paolo è sincero: ma, finora, i suoi impulsi di sincerità hanno avuto manifestazioni anomale, enigmatiche, e spesso (dal punto di vista della Chiesa stessa) un po' inopportune. Erano quasi dei raptus che rivelavano il suo stato d'animo reale, coincidente oggettivamente con la situazione storica della Chiesa, vissuta persona1mente nel suo Capo. Le encicliche «storiche» di Paolo VI, poi, erano sempre frutto di un compromesso, fra l'angoscia del Papa e la diplomazia vaticana: compromesso che non lasciava mai capire se tali encicliche fossero un progresso o un regresso rispetto a quelle di Giovanni XXIII. Un papa profondamente impulsivo e sincero come Paolo VI aveva finito con l'apparire, per definizione, ambiguo e insincero.
Ora di colpo, è venuta fuori tutta la sua sincerità, in una chiarezza quasi scandalosa. Come e perché? Non è difficile rispondere: per la prima volta Paolo VI ha fatto ciò che faceva normalmente Giovanni XXIII, cioè ha spiegato la situazione della Chiesa ricorrendo a una logica, a una cultura, a una problematica non ecclesiastica: anzi, esterna alla Chiesa; quella del mondo laico, razionalista, magari socialista - sia pur ridotto e anestetizzato attraverso la sociologia. Un fulmineo sguardo dato alla Chiesa «dal di fuori» è bastato a Paolo VI a capirne la reale situazione storica: situazione storica che rivissuta poi «dal di dentro» è risultata tragica. Ed è qui che è scoppiata, stavolta sinceramente, la sincerità di Paolo VI: anziché prendere la falsariga del compromesso, della ragion di Stato, dell'ipocrisia, sia pure postgiovannea, le parole «sincere» di Paolo VI hanno seguito la logica della realtà.
Le ammissioni che ne sono seguite sono dunque ammissioni storiche nel senso solenne che ho detto: tali ammissioni infatti delineano la fine della Chiesa, o almeno la fine del ruolo tradizionale della Chiesa durato ininterrottamente duemila anni. Certamente - magari attraverso le illusioni che non potrà non dare l'Anno Santo - Paolo VI troverà modo di ritornare (in buona fede) insincero. Il suo discorsetto di questa fine d'estate a Castelgandolfo, sarà formalmente dimenticato, saranno alzate intorno alla Chiesa nuove rassicuranti barriere di prestigio e speranza ecc. ecc. Ma si sa che la verità, una volta detta, è incancellabile; e irreversibile la nuova situazione storica che ne deriva.
Ora, a parte i particolari problemi pratici (come la fine delle vocazioni religiose) sulla cui soluzione il Papa è apparso impotente a fare qualsiasi ipotesi, è su tutta la drammatica situazione della Chiesa che egli si dimostra del tutto irrazionale (cioè, ancora una volta in altro modo, sincero). La soluzione infatti che egli propone è «pregare». Il che significa che dopo aver analizzato la situazione della Chiesa «dal di fuori», e averne intuito la tragicità, la soluzione che egli propone è riformulata «dal di dentro».
Dunque non solo tra impostazione e soluzione del problema c'è un rapporto storicamente illogico: ma c'è addirittura incommensurabilità. A parte il fatto che il mondo ha superato la Chiesa (in termini ancora più totali e decisivi di quanto abbia dimostrato il «referendum») è chiaro che tale mondo, appunto, non «prega» più. Quindi la Chiesa è ridotta a «pregare» per se stessa. Così Paolo VI, dopo aver denunciato, con drammatica e scandalosa sincerità il pericolo della fine della Chiesa, non dà alcuna soluzione o indicazione per affrontarlo.
Forse perché non esiste possibilità di soluzione? Forse perché la fine della Chiesa è ormai inevitabile, a causa del «tradimento» di milioni e milioni di fedeli (soprattutto contadini, convertiti al laicismo e all'edonismo consumistico) e della «decisione» del potere, che è ormai sicuro, appunto, di tenere in pugno quegli ex fedeli attraverso il benessere e soprattutto attraverso l'ideologia imposta loro senza nemmeno il bisogno di nominarla? Può darsi. Ma questo è certo: che se molte e gravi sono state le colpe della Chiesa nella sua lunga storia di potere, la più grave di tutte sarebbe quella di accettare passivamente la propria liquidazione da parte di un potere che se la ride del Vangelo.
In una prospettiva radicale, forse utopistica, o, è il caso di dirlo, millenaristica, è chiaro dunque ciò che la Chiesa dovrebbe fare per evitare una fine ingloriosa. Essa dovrebbe passare all'opposizione. E, per passare all'opposizione, dovrebbe prima di tutto negare se stessa. Dovrebbe passare all'opposizione contro un potere che l'ha così cinicamente abbandonata, progettando, senza tante storie, di ridurla a puro folclore. Dovrebbe negare se stessa, per riconquistare i fedeli (o coloro che hanno un «nuovo» bisogno di fede) che proprio per quello che essa è l'hanno abbandonata. Riprendendo una lotta che è peraltro nelle sue tradizioni (la lotta del Papato contro l'Impero), ma non per la conquista del potere, la Chiesa potrebbe essere la guida, grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano (e parla un marxista, proprio in quanto marxista) il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso; totalitario; violento; falsamente tollerante, anzi, più repressivo che mai; corruttore; degradante (mai più di oggi ha avuto senso l'affermazione di Marx per cui il capitale trasforma la dignità umana in merce di scambio).
È questo rifiuto che potrebbe dunque simboleggiare la Chiesa: ritornando alle origini, cioè all'opposizione e alla rivolta. O fare questo o accettare un potere che non la vuole più: ossia suicidarsi. Faccio un solo esempio, anche se apparentemente riduttivo. Uno dei più potenti strumenti del nuovo potere è la televisione. La Chiesa finora questo non lo ha capito. Anzi, penosamente, ha creduto che la televisione fosse un suo strumento di potere. E infatti la censura della televisione è stata una censura vaticana, non c'è dubbio. Non solo, ma la televisione faceva una continua réclame della Chiesa. Però, appunto, faceva un tipo di réclame totalmente diversa dalla réclame con cui lanciava i prodotti, da una parte, e dall'altra, e soprattutto, elaborava il nuovo modello umano del consumatore. La réclame fatta alla Chiesa era antiquata e inefficace, puramente verbale: e troppo esplicita, troppo pesantemente esplicita. Un vero disastro in confronto alla réclame non verbale, e meravigliosamente lieve, fatta ai prodotti e all'ideologia consumistica, col suo edonismo perfettamente irreligioso (macché sacrificio, macché fede, macché ascetismo, macché buoni sentimenti, macché risparmio; macché severità di costumi ecc. ecc.). È stata la televisione la principale artefice della vittoria del «no» al referendum, attraverso la laicizzazione, sia pur ebete, dei cittadini. E quel «no» del referendum non ha dato che una pallida idea di quanto la società italiana sia cambiata appunto nel senso indicato da Paolo VI nel suo storico discorsetto di Castelgandolfo. Ora, la Chiesa dovrebbe continuare ad accettare una televisione simile? Cioè uno strumento della cultura di massa appartenente a quel nuovo potere che «non sa più cosa farsene della Chiesa»? Non dovrebbe, invece, attaccarla violentemente, con furia paolina, proprio per la sua reale irreligiosità, cinicamente corretta da un vuoto clericalismo? Naturalmente si annuncia invece un grande exploit televisivo proprio per l'inaugurazione dell' Anno Santo. Ebbene, sia chiaro per gli uomini religiosi che queste manifestazioni pomposamente teletrasmesse, saranno delle grandi e vuote manifestazioni folcloriche, inutili ormai politicamente anche alla destra più tradizionale. Ho fatto l'esempio della televisione perché è il più spettacolare e macroscopico. Ma potrei dare mille altri esempi riguardanti la vita quotidiana di milioni di cittadini: dalla funzione del prete in un mondo agricolo in completo abbandono, alla rivolta delle élites teologicamente più avanzate e scandalose.
Ma in definitiva il dilemma oggi è questo: o la Chiesa fa propria la traumatizzante maschera del Paolo VI folcloristico che «gioca» con la tragedia, o fa propria la tragica sincerità del Paolo VI che annuncia temerariamente la sua fine.

Pierpaolo Pasolini (Corriere della Sera, 22 settembre 1974)

martedì 23 agosto 2016

Comunità benedettine...

Nei pressi di Prosecco, località in provincia di Trieste famosa per il suo vino, c'è un piccolo monastero di monache benedettine. Il monastero è dedicato a san Cipriano. Originalmente le religiose risiedevano nel centro storico di Trieste, in un antico stabile. Non potendo più rimanervi, hanno trovato una nuova sistemazione in una località tranquilla che ben si presta alle esigenze di un monastero. Il nuovo complesso offre una buona impressione, ha le dimensioni di una grande casa ed è accogliente, non incute soggezione come certi antichi palazzi padronali. L'aria del monastero sa di buono. Ci si rende conto che ci sono delle persone che pregano e vivono tranquillamente. Seppur la mia visita è stata fugace, nulla mi ha comunicato delle disarmonie, come quelle che talora si sentono provenire da locali con famiglie difficili e problematiche.

La vita pacata dei monaci è quanto il nostro mondo dimentica ma, in realtà, è quanto di cui avrebbe bisogno: negli ambienti monastici è normalmente assente quel nervosismo che riempie l'aria delle nostre città, troppo piene di negative polluzioni mentali.

Sono giunto nel monastero in un momento in cui le monache cantavano il vespero domenicale, metà in latino e metà in italiano, secondo uno schema proposto dall'Abbazia di Praglia (Padova) e che, a mio modesto avviso, pare essere piuttosto ridotto per essere praticato nei monasteri.
Entrando in chiesa sono finite le mie percezioni positive perché ho subito avuto una sorpresa: non esiste alcuna separazione tra il coro delle monache e l'area riservata ai laici. In questo modo, chi entra è come se fosse quasi tra le file delle monache stesse. Strana cosa questa, poiché tutto ciò non dovrebbe essere consentito, se non altro per motivi di ordine pratico: così la preghiera delle monache non è per nulla custodita ed è facile che chi entra ed esce le distragga.
Al posto dell'altare la chiesa ha una mensa, al centro del coro monastico. Non esiste, dunque, alcuna separazione tra il santuario (nel qual centro normalmente c'è l'altare) e il coro. Come il coro è di fatto confuso con il piccolo spazio della chiesa che funge da navata, così il coro è confuso con il santuario. Si può tranquillamente dire che chi ha progettato questa chiesa, forse con l'approvazione delle monache stesse, ha mandato la simbolica ecclesiale a farsi benedire!
Sulla mensa, brillava un solo cero. "Buffo - mi son detto - nel mondo cattolico si è passati dalle 6 o 4 candele sull'altare a sole 3 candele. Poi anche queste sono parse troppe e si ha preferito metterne solo 2. Ora qui brilla una sola candela!".
Ovviamente queste non sono affatto pure esteriorità o questioni formali ma rimandano a tutto un modo di sentire che, evidentemente, è cambiato con il tempo trascinando anche gli ambienti dei monasteri, normalmente più conservativi.
Verso la fine dell'ufficio monastico è iniziata la preghiera d'intecessione. Dal gregoriano, che stabiliva un piano dignitoso e alto di preghiera, ho avuto la sensazione di scendere in uno scantinato: le preghiere d'intercessione erano improvvisate dalle monache stesse e non avevano, perciò, uno stile liturgico ma un semplice stile pietistico personale; erano espressione di quella che un tempo si definiva "devozione privata". Qualcuna di loro si dilungava in poco opportune descrizioni cronachistiche di fatti e avvenimenti, qualcun'altra raccomandava un trattamento dignitoso ai rifugiati, come vuole papa Francesco. Nessuna, ovviamente, pregava per la conversione di tali persone... 
Questa parte aveva introdotto una cesura tra la preghiera ufficiale, la liturgia, e la preghiera personale e individualistica facendo decadere la liturgia stessa, immiserendola, alterandone la natura. Le monache benedettine avrebbero dovuto saperlo, essendo appartenenti ad un ordine attento alle res liturgicae ma, evidentemente, sono pure loro vittime dell'incredibile confusione dei tempi attuali.

Notavo tutto ciò in modo discreto a chi mi accompagnava. La monaca più vicina a noi dava segni di fastidio per la nostra discretissima presenza critica. Che dire? La mia mente volava in certi monasteri bizantini dove, al contrario, nonostante l'entrare e l'uscire di fedeli e monaci per i bisogni della comunità, nonostante il rumore delle cucine poco lontane, la preghiera continua lo stesso per tutti, la pietà non si lascia distrarre da nulla, la devozione non scade mai in pietismo individualistico: è tutto un altro mondo!
Al contrario, il fastidio della monaca per la nostra presenza mi faceva pensare di non essere in una chiesa, nella quale il sacro permea tutto, anche l'infante che piange in braccio alla mamma, ma in una biblioteca oxfordiana, dove al minimo rumore di pagine sfogliate, qualcuno solleva lo sguardo e rimprovera silenziosamente chi lo causa. Qui, allora, si stava su un piano psichico mentale, non tanto su un piano spirituale!
A questo punto mi sono mosso e sono subito uscito di chiesa verso luoghi per me più ricreativi...

martedì 9 agosto 2016

Simbolo e allegoria...

Ho da un po' di tempo un libro che mi fu prestato da un sacerdote cattolico, ora canonico confessore di una Cattedrale, sulla divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo. Questo sacerdote è sempre stato un grande estimatore del mondo ortodosso e, mi ricordo, mi presentò questo libbricino come se fosse un gran tesoro. In realtà il libro non è gran che ed è per certi versi pure criticabile, poiché è stato fatto in modo molto sommario. Tuttavia non è del libro che voglio parlare ma di questo prete. Costui ha studiato con scrupolo ogni pagina della pubblicazione, sottolineando alcune frasi che riteneva significative. Non è una persona sguarnita intellettualmente poiché ha alle spalle un dottorato universitario il che rende più pesante ogni suo eventuale errore.
Alcune volte egli ha riportato piccoli appunti sul bordo. Uno di questi ha attratto la mia attenzione. Mentre il testo recita: “L'elevazione del santo pane simboleggia, per san Giovanni Damasceno, l'elevazione del Signore in croce”, il “pio” prete scrive a matita: “allegorismo”.

Una semplice parolina, quasi insignificante, si direbbe.
Eppure tale parolina ha attirato la mia attenzione perché il medesimo “pio prete” che si crede tanto ma tanto vicino all'Ortodossia l'ha scritta più e più volte.
A questo punto ho voluto vederci chiaro.

Cos'è un'allegoria?
L'allegoria è una figura retorica con la quale si sottintende qualcosa, partendo da un determinato contesto. Quanto si sottintende è un'idea astratta. Ad esempio, la lonza, il leone e la lupa, citati nella Divina Commedia di Dante Alighieri, rappresentano la lussuria, la superbia e l'avidità.
L'allegorismo è un uso abbondante dell'allegoria.

Cos'è un simbolo?
Il simbolo si riferisce a qualcosa di reale e concreto che soggiace dietro l'apparenza di una realtà. Per i santi Padri, la liturgia è simbolo della realtà celeste, non è una semplice “idea astratta”, poiché la realtà celeste si manifesta realmente, anche se misteriosamente, dietro le parole e i gesti della Liturgia.



Questo è così vero che san Nicola Cabasilas ha una visione molto realistica della Liturgia, non ne fa un gioco intellettuale, poiché per lui come per tutti i Padri, essa è un luogo di trasformazione spirituale attraverso i simboli presenti che agiscono attivamente.

Se si leggerà qualsiasi altro scritto patristico si troverà lo stesso realismo che nulla ha da spartire con l'intellettualismo o l'astrattismo.


Ora i lettori si chiederanno con me: «Che cavolo ha capito questo “pio” prete che si pensa tanto ma tanto vicino al mondo ortodosso?» Nulla, evidentemente, poiché ridurre ad allegoria quanto per i padri è simbolo, significa rendere la stessa Messa, che lui celebrerà, a semplice giochino di parole e di idee. E se questo “pio” sacerdote è uno dei meglio disposti, verso le antiche liturgie e verso l'Oriente cristiano, proviamo ad immaginarci cosa saranno gli altri, privi della sua cultura e della sua disposizione d'animo! Non è che, dietro la parola “allegorismo” questa gente coltivi, senza averne profonda coscienza, una vera e propria miscredenza? È il mio forte sospetto, dal momento che usare il termine "allegorismo", nonostante nel testo si parli chiaramente di "simbologia", significa ridurre il realismo della fede a mera idea!! La liturgia, per questo prete è una raccolta di idee, ossia è un allegorismo, che ne abbia piena coscienza o no.

Purtroppo oramai gran parte del mondo cattolico è nello sbando totale ed è bene stare molto ma molto attenti da esso poiché, come abbiamo visto, con una sola parolina è in grado di smontare totalmente l'impianto di vigorosa fede che un tempo antico la Chiesa aveva ....