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martedì 16 febbraio 2016

Ricevo e rispondo

Il mio ultimo post ha creato un certo subbuglio, come aver gettato un sasso in uno stagno, segno che ho toccato dei nervi scoperti in qualche persona.
Ovviamente non è mia intenzione far cambiare idea a nessuno ma, contemporaneamente, nessuno può proibirmi di esporre le mie tesi (che poi non sono mie!). Tali tesi non sono “campate per aria” o “frutto di presunzione” ma prodotto di una lunga e meditata elaborazione, con non pochi testi e non pochi incontri e dialoghi.

Il rischio del blog, lo devo ripetere!, è quello di esporre le cose in un modo che possono parere sommarie e per qualcuno poco preparato shoccanti. Evito meglio che posso la polemica (che non mi è confacente) ma non posso non mostrare la complessità della realtà religiosa, quella complessità che, al contrario, potrebbe essere rifiutata da chi vuole appoggiarsi su “verità sicure ed eterne” che tali sempre sono state e che, nel tempo, si sono organicamente e incessantemente sviluppate alla conoscenza razionale. Passiamo alle considerazioni ricevute alle quali cerco di rispondere, pure nei limiti di questo blog.

Lo sviluppo dottrinale avuto in “Occidente” non è vero che sia occidentale. Esso non è avvenuto in nessun modo con strappi, ma in modo organico e ha valore di Tradizione, dunque valore dogmatico.

Già all'inizio di questa frase si nega, credendola forse diffusa ovunque, una caratteristica propria e peculiare alla teologia latina, almeno da un certo secolo in poi: quella di aver assolutizzato sant'Agostino leggendo nella sua prospettiva (cosa che farà pure l'Aquinate) ogni altro eventuale autore.
Inoltre, già molti anni fa descrivere la Chiesa in questo modo mi creava qualche problema: nella storia c'è stato davvero di tutto e, piuttosto di uno “sviluppo incessante” (concezione magico-meccanicistica) io ci vedrei epoche di oscuramento e decadenza ed epoche di ripresa (realismo storico).
La decadenza e la ripresa in una Chiesa possono anche riguardare la coscienza dogmatica, non solo la moralità di laici e clero. La stessa coscienza dogmatica o la coscienza religiosa in senso generico, può conoscere momenti di ottenebramento. I primi ad affermare ciò sono, guarda caso, proprio i tradizionalisti cattolici e lo applicano a questi ultimi decenni. Da cinquant'anni fa in su essi confidano, piuttosto fideisticamente, in un progresso religioso ineluttabile e continuo, cosa che io verificherei caso per caso.

In tutto ciò temo che non sia per nulla chiaro il nesso tra storia-società-Chiesa. La Chiesa non è una realtà astratta, “in vitro”, che non risente dei contraccolpi della storia e della società. Già un adagio latino ricorda che ad modum recipiendis recipitur e con ciò si vuol esprimere che il messaggio cristiano può subire anche contrazioni, se non vere e proprie distorsioni, a seconda delle menti che lo recepiscono: parlare alle menti barbariche germaniche non era certamente come parlare ai fedeli in santa Sophia di Costantinopoli.
Oggi questo è chiarissimo a molti, almeno a coloro che hanno un po' di formazione culturale. Ma certi tradizionalisti, seppur lo ammettano per l'attualità, sono tutt'altro che disposti a vedere questa legge nel passato fino al punto da porre tra parentesi se non proprio elidere ampi e inevitabili fenomeni di oscuramento.

Uno di questi, l'ho ricordato altrove, è stato il montante clericalismo che inizia ad imporsi dall' XI-XII secolo. Il clericalismo significa restringere, di fatto, la Chiesa all'istituzione clericale, unica detentrice di “potere” e, in realtà, unica espressione autentica della Chiesa. È ovvio che non è mai stato formulato un dogma con il quale si proclamava che i chierici sono l'unica parte viva della Chiesa (ci sarebbe mancato altro!) ma ciò non significa che non si sia operato di fatto un autentico squilibrio che tale, poi, è rimasto. La Chiesa paolina, come compartecipazione all'unico corpo di Cristo, animata dall'unico Spirito, in ambito feudale è completamente oscurata. In questo modo se nei concili antichi aveva diritto di parola anche il monaco-laico, il quale poteva conoscere il soggetto argomentato per averne ricevuto illuminazione da Dio, oramai ha senso solamente il chierico di buona formazione intellettuale. Evidentemente il baricentro si è spostato!

Questo è così vero che:

«[Nel XII secolo latino] il termine laicus non poteva evitare d'essere considerato negativamente, di comportare un'idea d'inferiorità. Abbondano le testimonianze. […] Alcune maniere di parlare dei laici oggi ci shoccherebbero. A quell'epoca le persone non ne venivano colpite perché la gerarchia sociale era generalmente accettata, le attività superiori dello spirito s'imponevano e il modo schietto di parlare, privo di edulcorazioni e di gentilezze borghesi, era legge universale (si chiamava, ad es. “bastardo” il bastardo, ecc.). Non comprendere, essere privi di cultura, significa essere dei bruti animali. È in questo senso molto oggettivo e quasi tecnico che bisogna comprendere gli innumerevoli testi medioevali dove i laici, ossia gli illetterati, sono comparati a bestie e ad asini. I laici erano degli iumenta. Si applicava loro, nel rapporto con i chierici, le immagini di alcuni versetti biblici come “Non legherai assieme il bove e l'asino”.
[…] Cesario di Heisterbach, cistercense, comparava i chierici al giorno e i laici alla notte» (Etudes d'ecclésiologie médiévale, London 1983, p. 325).

Questo tipo di concezione ha influito potentemente nell'ecclesiologia (la visione di Chiesa) ma è debitrice, bisogna avere il coraggio di dirlo, del feudalesimo! In questo modo, delle concezioni sociali di stampo feudale sono state motivate religiosamente. Ricordo il recente caso di un grande monastero tradizionalista francese nel quale esiste la rigorosa separazione tra monaci chierici e monaci laici. Tale separazione, impensabile nel monachesimo antico, è evidentemente di stampo feudale ma viene motivata con una copertura religiosa: “I religiosi sacerdoti sarebbero come Maria e i religiosi laici come Marta”. Una pezza religiosa, questa, che non mi ha MAI convinto e ragionevolmente!

In un contesto totalmente diverso, all'epoca di Gregorio di Nazianzo, non tutto era ovviamente semplice. Ma questo vescovo, divenuto poi arcivescovo di Costantinopoli, non proibiva tout-court ai laici d'intervenire nel dominio religioso. Chiedeva loro la discrezione e il buon senso, come lo avrebbe chiesto, d'altronde, lo stesso san Paolo ai fedeli delle sue comunità. Lo Spirito può illuminare anche l'ignorante al punto che, nella Regula sancti Benedicti, si raccomanda all'abate di ascoltare perfino l'ultimo monaco della comunità.
Quest'ordine neotestamentario e patristico viene stravolto con il feudalesimo (dove bisogna essere necessariamente degli studiosi per avere diritto di parola!) e ulteriormente irrigidito con il periodo postridentino (per paura del Luteranesimo). Il periodo postridentino prevede, addirittura, l'ordinazione sacerdotale forzata della maggior parte possibile dei religiosi.
Il Concilio Vaticano II riscopre il ruolo dei laici nella Chiesa (Ciaula scopre la luna!) ma il modo in cui essi sono considerati, di fatto, non toglie nulla al ruolo dirigenziale e decisionale del clero che, sotto questo aspetto, non è per nulla cambiato. Non si tratta di perorare una presunta “democrazia” nella Chiesa (che non corrisponde all'immagine evangelica) ma la possibilità che Dio possa manifestarvi la sua volontà, in un momento preciso, all'ultimo tra i fedeli che ha, quindi, diritto di essere ascoltato. Al contrario, questo non resta un diritto ma una benevola concessione rilasciata, al più, dall'alto. L'ascolto degli umili, in senso antico, dovrebbe comportare un concetto mistico-carismatico di Chiesa che, francamente, non è facile fiorisca nel nostro contesto, intellettualizzato e rigidamente canonistico.

Sant'Agostino, il Padre occidentale più importante, che sarà punto di riferimento anche nel Medioevo, non aveva un afflato piuttosto "platonico", carattere più che altro "orientale"?

Quest'obiezione ha il difetto di fare un'ampia e ingenerosa generalizzazione: equipara il platonismo agostiniano, sul quale non pongo obiezioni al punto che lo afferma perfino qualche docente universitaria prove alla mano, con un presunto platonismo dei padri orientali.
Non perderò molto tempo su questo tema anche perché mi snerva: più lo si spiega più alcuni fanno finta di non capire e il giorno dopo ripresentano le stesse obiezioni magari avvalorati da qualche grande nome.
Mi limito a ricordare che i pensatori cristiani platonici, in Oriente, sono finiti nell'eresia al contrario di chi, pur usando dei “mattoni di costruzione” provenienti dal platonismo, ha totalmente “deplatonizzato” il Platonismo stesso. A rigor di termini, dunque, se potremo talora definire platonico Agostino (particolarmente nel suo pensiero un po' patologico sul rapporto carne-spirito), non così si deve fare con la patristica greca più rappresentativa e acclarata. Ne vedremo un piccolo esempio poi.

San Tommaso, del resto, dimostra di conoscere anche la teologia orientale e cita autori orientali. A volte un po' di conoscenza può creare problemi, un po' di più li risolve.

La ringrazio di avermi dato, seppur molto gentilmente, dell'ignorante. È vero che ognuno deve sempre imparare perché il processo di conoscenza non è mai finito (e questo riguarda pure lei) ma è altrettanto vero che quanto dice è talmente evidente che non può essermi ignoto.
Tommaso d'Aquino non è un autore moderno in cui l' importante è un pensiero totalmente innovativo. È un autore medioevale per il quale hanno importanza le cosiddette auctoritates tra cui i padri della Chiesa. Anche se presenta la sua teologia con una “carta” differente non può prescindere dai grandi nomi che lo hanno preceduto. Affermato ciò non abbiamo detto tutto, anzi, siamo all'inizio della nostra indagine (che, al contrario, in lei sembra scontata). Come legge Tommaso i padri della Chiesa? Tommaso formula un pensiero, a volte geniale, ma si serve dei Padri non sempre comprendendone la prospettiva perché influenzato da un modo di leggerli precedente a lui. Detto diversamente, egli li legge agostinianamente e sottomette il pensiero dei padri alla filosofia aristotelico-tomista, usandoli nella misura in cui gli sono utili e scartandoli nella misura in cui gli sono d'ostacolo. 
È il cosiddetto uso strumentale delle fonti.
Un esempio è la dottrina della grazia.

Nel pensiero tomista, la grazia di Dio è una realtà soprannaturale ma creata poiché Dio in quanto “increato” non può implicarsi nel mondo e nell'uomo. L' “increaturalità” di Dio, infatti, riguarda solo il suo “essere in sé”, la sua substantia mentre le sue operazioni ab extra devono necessariamente essere create altrimenti, mescolandosi con il mondo, renderebbero indistinto Dio dal mondo. Nel pensiero tomista si cadrebbe, dunque, in un inevitabile panteismo se si accordasse alla grazia tutte le caratteristiche divine.
La grazia creata è la tipica dottrina cattolica dei sacramenti ed è merito di Tommaso d'Aquino l'averla definitivamente codificata.

Volgiamoci, ora, alla patristica greca. Per i padri greci (ma anche per Ambrogio di Milano che fu in contatto epistolare con Basilio!) le attività di Dio non possono che avere il “marchio” divino. Esse sono qualificate con il termine di “energie” o “operazioni” (termine, quest'ultimo, usato da Ambrogio). Gregorio di Nissa usa il termine “vita divina” e la equipara alla “luce” affermando che “Chi è fuori dalla luce o dalla vita è nella tenebra assoluta e nella morte” (PG 46, 284). “Vita” e “luce” sono attributi divini, come la grazia, e non possono che partecipare alla sua caratteristica increata. Per Massimo il Confessore, la grazia ha la caratteristica divina poiché opera la divinizzazione. Se non fosse così non avrebbe il potere di farlo: “Il Verbo mostra operante la grazia che divinizza tutte le cose” (PG 90, 272 B).
La patristica greca in un modo che solo più tardi diverrà ancor più chiaro e verrà sistematizzato, concepisce un aspetto inconoscibile in Dio, la sua substantia, e un aspetto esperibile e partecipato, le sue attività nella creazione. Tale divisione è già chiara in Basilio Magno e non tange, per costui, la cosiddetta "semplicità divina". Per quest'autore, il carattere increato dell'energia divina proviene particolarmente dal rapporto con l'essenza e la potenza divine. La grazia proveniente da Dio pur discendendo dal suo “essere in sé” inconoscibile, se ne distingue, come il sole e i suoi raggi. In questo modo, all'interno di questo pensiero, partecipare alla grazia increata non significa partecipare alla sostanza divina e non si cade nel panteismo.
Accusare la patristica greca più rappresentativa di essere talora espressione del platonismo significa non conoscere in profondità il pensiero di questi autori e misconoscere il fatto che costoro, oltre che autori spirituali, erano le migliori menti accademiche del loro tempo, menti raffinate, tutt'altro che grossolane, che hanno saputo conciliare la cultura del loro tempo (spogliandola dagli elementi eterogenei) con il più alto grado di consapevolezza cristiana!
Per essi, la recezione della grazia è proporzionale alle disposizioni recettive umane. A tal proposito, essi utilizzano il termine “analogia” per designare tale proporzione o misura, variabile a seconda delle persone. Essi affermano che ciascuno riceve la grazia “analogicamente”, ossia nella sua misura, secondo il grado di ricettività (qui non abbiamo la semplice dottrina latina dell' ex opere operato”!). Tale misura non si definisce ontologicamente, in funzione della natura individuale di ciascuno e del suo posto nella gerarchia degli esseri (come nel caso del platonismo e del neoplatonismo!) ma spiritualmente, in funzione delle disposizioni o degli stati personali di ciascuno, relativamente al suo grado di fede, di purezza e di virtù.

Detto ciò dovrebbe essere molto chiaro che Tommaso d'Aquino, pur rifacendosi alle Auctoritates del passato, le innesta in un pensiero che già al suo tempo era innovativo (la teologia tomista non si impose facilmente!) e che sottometteva ad un ordine razionale e filosofico gli stessi autori che citava.


Un'errata interpretazione nata da una conoscenza frammentaria e distorta di tale sviluppo e segnatamente della tradizione tomista, porta a preferire la mancanza di chiarezza e la mancanza di sviluppo che caratterizza gli "Orientali".

Il blog non ci permette di seguire le infinite vicissitudini della storia. Tuttavia la risposta appena data è in grado di mostrare se qui partecipiamo a una conoscenza “frammentaria e distorta” o, piuttosto, all'esposizione di “rotture e continuità” che da sempre hanno caratterizzato almeno un certo cristianesimo. Che la prospettiva dei Padri non fosse in tutto quella tomista è un dato di fatto, esattamente come Tomaso li utilizzasse in buonissima fede fino a quando erano in funzione del suo pensiero. È una “conoscenza frammentaria e distorta”, questa? Direi proprio di no!

Inoltre, un punto nodale in cui si differenza la teologia patristica e quella scolastica è che la prima è apofatica (di Dio non si può mai dire nulla, tranne quello che ci è stato rivelato) e la seconda catafatica (si può indagare nell'intimità divina attraverso il processo di analogia). Questa caratteristica tomista ha, nel passato, un solo autore: Agostino d'Ippona. Al contrario, la scelta corale dei padri greci non è per mancanza di chiarezza ma per fermarsi rispettosamente dinnanzi al mistero che può, dunque, essere solo contemplato. Solo equivocando questi dati elementari si può pensare ai Padri come alla "preistoria" della teologia o ad autori che, tutto sommato, non ci apporteranno gran che.
I Padri non scrivevano per insegnare nelle università, dove ha senso un pensiero ordinato e sistematico, ma per obbedire alla necessità ecclesiastica o pastorale del momento. Non possono, dunque, essere accusati di “minorità intellettuale”. Riguardo al termine “sviluppo” non entro in merito, altrimenti mi attiro le ire di qualcuno che mi legge. Dico solo questo: si può davvero e sempre parlare di “sviluppo”? Inoltre una “comprensione razionale sviluppata” può mai porre chi ce l'ha in una condizione spirituale avvantaggiata rispetto a chi ne è privo? Non si tende a scivolare in un razionalismo teologico?

Molti problemi potrebbero nascere dalla diversità di linguaggio. Bisogna certamente conoscere il linguaggio degli interlocutori in un discorso.

No, non è solo una “diversità di linguaggio” altrimenti siamo troppo ingenui! È un modo diverso di intendere le cose e di disporsi verso esse. Perciò a casa nostra si ha avuto sempre forte ritrosia a parlare di “divinizzazione” - e a ragione! - visto i presupposti filosofici tomisti. Si è preferito il generico termine di “santificazione” finendo per definire santo un uomo dal retto pensiero religioso e dalla retta ed eroica morale. Per la patristica greca, la santità, al contrario, è qualcosa di molto più profondo.
Anche qui, nel tempo, alcuni elementi si perdono e altri continuano ad essere trasmessi...

È assolutamente frutto di presunzione il rifiuto della Tradizione sotto pretesto di un approccio critico verso la stessa.

Innanzitutto bisogna capire di quale tradizione parliamo (di quella postridentina?). Poi se non si ha un minimo di approccio critico verso quanto si ritiene essere più caro, se non altro per approfondire e capire meglio, viviamo, a mio avviso, inutilmente.

C'è bisogno di santi non di teologi, e saranno solo dei santi a riunire i cristiani separati.

Quest'ultima affermazione, fatta da un'altra persona, mi trova perfettamente d'accordo ed è la maniera migliore per terminare questo scritto. D'altra parte, come viene detto in Oriente, l'unico vero teologo non è che il santo, gli altri sono parolai.




sabato 13 febbraio 2016

Cosa fa l'unità del Cristianesimo e l'unione delle Chiese

Nell’ultimo post sono stato costretto a fare un intervento che tocca un punto nevralgico, direi il punto più importante, di tutto l’edificio cristiano.
Spesso le persone si chiedono per quale motivo i cristiani siano divisi e perché. Nonostante i plurisecolari tentativi di porre rimedio a tali divisioni, esse persistono e aumentano in seno alle Chiese storiche.
Ci sono quelli che invocano questo o quel dogma, questa o quella disposizione ecclesiastica che una parte accetta e l'altra rifiuta. Ad analizzare in dettaglio tutte le diatribe ci vogliono anni e, se non si ha un valido metodo, non è detto che si riesca a venirne fuori.
È dunque logico che la stragrande maggioranza delle persone sia piuttosto indifferente alle questioni teologiche e dogmatiche e le ritenga oramai dei dettagli di poca importanza o addirittura dannosi per l'umanistissima cosiddetta "fraternità religiosa universale" alla quale si vuole arrivare, costi quel che costi.
Di questo pratico avviso mi pare possa essere pure lo stesso papa Bergoglio il quale non ha dimostrato il minimo interesse per la teologia e ha preferito unire le religioni sotto l'egida del “Credo nell’amore”.

Esiste, però, una minoranza per cui le discussioni e i dettagli teologici hanno importanza ma, in essa, pochi hanno un metodo valido. È dunque facile trovare tra loro un atteggiamento massimalista che canonizza la minima affermazione e la rende universale: tutto ciò che ha detto Pio IX, ad esempio, è universalmente e sempre valido, anche quanto potrebbe essere contestuale al suo tempo.

Se si inizia a parlare con quest’ultimi non si cava un ragno da un buco, perché il loro fine è quello di difendere un impianto ideologico religioso da chiunque possa criticarne anche una minima parte. Sono dunque pronti a far fuori la minima contestazione con una mitragliatrice caricata di citazioni bibliche e magisteriali (più spesso di sole definizioni catechetiche). 

La mia posizione è ben differente. Mi piace citare i Padri per i quali “la nostra non è una lotta per delle definizioni o delle parole ma per conservare delle realtà divine alla portata umana”. La polemica dei Padri aveva questo spessore che, evidentemente, non hanno altri.
Per essi era chiaro che l'espressione religiosa non è valida per se stessa, nella sua materialità, se non è un rimando simbolico ed efficace ad una realtà che la trascende. Perciò tale comprensione è da verificare sempre perché la si può considerare in modo assai diverso da quello patristico!

Ecco il punto fondamentale sul quale cade l'asino: avere un approccio "magico" con tali formule esaurendo in esse tutto il Cristianesimo!

Più semplicemente potremo chiederci: per qual fine Cristo è venuto sulla terra? Il fine è quello indicato da sant'Atanasio di Alessandria: “Dio si è reso uomo in Cristo per rendere, noi uomini, dei”.

Che significa ciò? Significa che, in Cristo, ogni uomo viene progressivamente trasformato in un altro Cristo con la possibilità di vedere, giudicare, scegliere, parlare, vivere come Cristo. Di qui la grande enfasi del battesimo nella letteratura patristica.

Questo processo non è la "conformazione ad un ideale", com'è stato poi, ma l'essere plasmati da Dio con la nostra collaborazione umana in esseri trascendenti, pur vivendo nell'immanenza.

Ecco il fine del Cristianesimo, ecco il fine della fondazione della Chiesa per l'antica tradizione cristiana.
Questo è il fine principale, l'unico fine! Lo potremo definire “mistico” anche perché la cristificazione del cristiano avviene non con atteggiamenti plateali, come i farisei citati nel vangelo che amano essere visti pregare nelle piazze e nei crocicchi delle strade, ma nel nascondimento e nel sacrificio. Spogliarsi dell’uomo vecchio di paolina memoria è duro!

Questa mentalità mistico-ascetica produce un modo di fare teologia o di pensare il Cristianesimo sensibilmente diverso da quello oggi prevalente. È il metodo della patristica: su Dio non possiamo fare chiacchiere inutili perché la nostra razionalità è limitata e non può comprendere un mistero così grande. Ci limitiamo a dare delle definizioni simboliche (e gli stessi dogmi lo sono!) e a fermarci sulle soglie del mistero rivelato ma di cui è possibile esperire la realtà in determinate condizioni.

Questa comprensione patristica era ovunque esistente, nel primo millennio cristiano. Poi, pian piano, in Occidente ha prevalso un approccio razionale che è sboccato nel razionalismo: era importante dare definizioni filosofiche e, in qualche modo, penetrare nella divinità con la razionalità umana.
A quel punto, le definizioni non sono più state un semplice rimando a qualcosa di più grande ma potevano essere considerate il “nucleo” entro il quale si comprendeva pure il mistero stesso. L'innominabile Jahvé non solo è stato nominato ma, in seguito, è stato "compreso" concettualmente.

Questa tentazione teologica in Occidente ha finito per confinare la mistica che, come si sa, afferma l'ineffabilità del divino. Questa stessa tentazione teologica ha fatto ritenere eccellente studiare la teologia in senso razionale, senza necessariamente connetterla con la mistica.
"Studia e capirai", sembra si dica oggi quando, al contrario, per i padri si diceva "vivi Dio e capirai".

A questo punto, il fine del Cristianesimo non diviene la “cristificazione” del credente (affermata solo teoricamente in molto Cattolicesimo e considerata un mito dalla scuola liberale protestante) ma la sua moralizzazione e la sua conformazione ad un “retto pensiero”. Ed ecco, in breve, il Cristianesimo moderno!

Ognuno di voi si accorge che questa base potrebbe essere la stessa di qualsiasi associazione puramente terrena, di un partito e della massoneria stessa. È, in breve, la secolarizzazione del Cristianesimo.

In un sito tradizionalista cattolico (Chiesa e postconcilio) recentemente un signore contestò le mie posizioni (che sono quelle della patristica greca) affermando: “Che significa poi ... osservare le cose all'altezza del Signore? Non significa niente, a mio modesto avviso”.

L'invito di san Paolo alle sue comunità di raggiungere la statura di Cristo è completamente evacuato in questa mentalità e, con ciò, il fine vero del Cristianesimo. Tutto ciò può non significare nulla quando si acceca inconsapevolmente la punta più alta del Cristianesimo e, come una finestra verso il cielo, la si mura. A quel punto, ci si servirà della luce di una candela che, nonostante sia qualcosa, non può essere paragonata alla luce del sole, neppure ad un raggio che filtra attraverso una finestra.

Rendere il Cristianesimo una mera composizione di  citazioni da manualetto (pur belle che siano) è una miseria  ed è cosa da compiangere assai. Sono da compiangere ancor più quelli che materializzano tali citazioni fino al punto da giudicare "eretico" chi ne vede una certa qual relatività.

Forse per questo, in Oriente, non è mai esistito storicamente un "catechismo" con brevi ed icastiche definizioni, nonostante qualche breve tentazione in tal senso.

Manca in tutto ciò la chiarezza dei padri per i quali l'uso della ragione ha un suo campo stabilito oltre il quale bisogna assolutamente portare l'uomo. Solo oltre avviene la cristificazione.
Se tutto ciò è volutamente ignorato, pure Dio diviene un'idea e allora si può essere assai prossimi all'idolatria o utilizzare il Cristianesimo per i capricci di una struttura umana mondanizzata. 

La chiarezza patristica tra l'umano e il non umano, il ragionevole e il trascendente, il relativo e l'assoluto è l'unica fondamentale differenza tra chi vuole essere cristiano e chi, perdendola senza avvedersene, si stacca da ciò facendo una confessione o Chiesa diversa.

A questo punto in che consiste l'unità del Cristianesimo? In questione di accordi politici, di affermazioni razionali con le quali si trova una "via di mezzo" tra due estremi, di spartizione di poteri ecclesiastici? No di certo!
È allora l'esclusiva sottomissione ad un sistema ideologico, ad una filosofia, ad un codice stabilito di formule? Neppure.
L'unità del Cristianesimo è preservare nella Chiesa i mezzi e la mentalità con i quali si può effettuare la "maturità in Cristo", cosa per nulla scontata e, oggi più che mai, misconosciuta.
Laddove si dichiara che tutto ciò "non significa niente", non si è più cristiani. Questo, poi, impressiona perché è fatto da chi si dipinge "paladino" e difensore del Cattolicesimo!

Ognuno di voi vede come siamo ben lontani dalla prospettiva paolina e come il concetto di Chiesa - sia in menti progressiste sia in menti tradizionaliste - è stato progressivamente ridotto a qualcosa di puramente umanistico e materialista!

lunedì 8 febbraio 2016

La desacralizzazione dei tempi attuali

Ci sono fenomeni in atto che avvengono ineluttabili, indipendentemente dall’averne coscienza o meno, dall’accettarli o meno, dal parlarne o meno.
Uno di questi è la desacralizzazione del Cristianesimo occidentale (nella fattispecie del Cattolicesimo) che, partendo da una base idealistica progressivamente sempre più sganciata dal sacro, lo fa divenire “agenzia etica”, come correttamente definisce Galimberti in una sua pubblicazione di qualche anno fa, Cristianesimo. La religione dal cielo vuoto.
Trovo con mia piacevole sorpresa che il filosofo afferma dei fenomeni oggettivamente in corso, quali lo svuotamento di prospettiva trascendente nel Cristianesimo occidentale, nell’apparente indifferenza del mondo laico e clericale odierno. Affermare ciò, non significa essere contro il Cristianesimo ma mostrarne un lato problematico del nostro contesto religioso.
Già Nietzsche aveva parlato di una “morte di Dio” all’interno del mondo cristiano del suo tempo. Oggi questo processo si è notevolmente accellerato per cui tale religione ha il “cielo vuoto”, come dice Galimberti e tende sempre più a non collegare o non operare religiosamente con il Cielo (il termine latino “religàre” significa, appunto, collegare o vincolare con la trascendenza) (*).

Piuttosto di prendersela con questo filosofo, alcuni farebbero bene a considerare seriamente certe basi sulle quali si appoggiano. Negare la realtà o mettere il bavaglio a chi ne parla, non significa, infatti, bloccare fenomeni problematici inesorabilmente incombenti. Tali fenomeni non aspettano che di essere riconosciuti, per essere in qualche modo fermati o invertiti.

Segnalo questo dato positivo, anche se non concordo su qualche altra valutazione di Galimberti sul Cristianesimo. Non mi pare infatti corretto pensare al Cristianesimo nella sua totalità, facendo di tutta l’erba un fascio e non distinguere in esso diverse forme concrete in determinati luoghi e in determinati tempi. Perfino lo stesso Cattolicesimo attuale non è ovunque identico e non lo si può generalizzare, per quanto abbia fenomeni comuni e i suoi responsabili tendano ad imprimergli uno stile generale tendenzialmente secolarizzante.

La tendenza generale è, comunque, quella di stringere lo sguardo dell’anima puramente sul materiale, sull’etico, sull’istituzionale, perché lo si ritiene più comprensibile e di maggior impatto, lasciando in secondo piano o misconoscendo totalmente l’aspetto trascendente e spirituale con tutte le sue intrinseche esigenze e ricchezze.

Questo crea tutta una mentalità particolare.

Di qui il mio continuo disagio quando cerco d’interagire con persone o ambienti cattolici, talora di tipo molto tradizionale. In questi ultimi casi mi trovo in forte imbarazzo: pare che i dati normalmente acquisiti dalla storia e pacifici in qualsiasi ateneo, li inquietino talmente da trasformare me, che glieli ricordo, in un nemico o, come talora dicono, in un “luterano”. Evidentemente essi non hanno capito nulla e, peggio ancora, dimostrano di avere un problematicissimo rapporto con la storia (**).

Invece di parlare principalmente sul rapporto del cristiano con Dio e sulla concretezza di tale rapporto, cosa di cui oggi si ha necessità assoluta, costoro si intrattengono soprattutto a discettare sul potere del papa, su cosa il papa può o non può dire, su quello che dovrebbe fare, ecc. E non si può certo tirare fuori la scusante che l’attuale papa argentino sia quanto meno discutibile in certi suoi atti, poiché perfino in un tempo in cui tutto pareva accettabile c’era lo stesso atteggiamento.

Costoro mi fanno ricordare un’osservazione che un buon studente di teologia mi fece anni fa, osservando le nuove acquisizioni nello scaffale di una biblioteca teologica: “Guarda, qui non si parla che di papa e sembra che l’importanza di Cristo nella vita umana sia totalmente secondaria o che Cristo sia in funzione del papa”.
Un’osservazione, questa, solo apparentemente anticlericale e che mostra, in realtà, una decadenza attuale: praticamente la spiritualità non esiste più o, negli ambiti in cui esiste, è equivocata come un  "conforto psicologico".

Così se si cerca di portare la palla al centro, in una discussione con cattolici “tradizionalisti”, si finirà ineluttabilmente per essere violentati e buttati fuori campo; si sarà costretti ad entrare in un fatale e inutile gioco di contrapposizioni dove, a citazioni da me presentate, loro ne spareranno contro altre, come se si fosse in trincea, nel tentativo di vincere una guerra.

Devo dire che quest’atteggiamento impositivo è malato e mostra da subito una debolezza da parte dei miei interlocutori. Qui non solo sfugge il quadro generale (per cui si usano le citazioni come proiettili da combattimento senza capire bene da che contesto sono uscite) ma ci si dispone nel modo peggiore: non si capisce, infatti, che non si tratta di far fuori un presunto “nemico” ma di comprendere meglio se stessi.

E se, infatti, ci si comprendesse meglio, si capirebbe che perfino certi ambiti del “tradizionalismo cattolico”, il che è tutto dire!, finiscono per essere vittima della desacralizzazione dei tempi attuali, non solo i cosiddetti cattolici del dissenso o progressisti

A tutto questo, si deve aggiungere un'altra importante osservazione: un messaggio cristiano già nei secoli fin troppo semplificato, sta finendo, oggi, per divenire totalmente anemico, vuoto di contenuto, soprattutto se inserito in un contesto di contrapposizione polemica in cui viene  ulteriormente depauperato a tutto vantaggio della cosiddetta desacralizzazione.

Il vangelo e la sua ricca sapienza, sono come al solito, da ben altra parte. Chi ha il coraggio e le possibilità di volgersi veramente ad esso?

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(*) Alcuni affermano che il Cristianesimo non è una "religio". Questo è vero nel senso che non è l'uomo, con i suoi soli sforzi, ad unirsi a Dio ma è quest'ultimo che, rivelandosi, si manifesta all'uomo. Detto ciò, però, si può utilizzare il termine quando si coglie l'aspetto essenziale del Cristianesimo: unire il singolo a Dio in un'esperienza ineffabile. Questo "religàre" oggi è quasi ovunque offuscato, se non proprio perso.

(**) Una delle cose più inaudite che ho recentemente dovuto sentire è la negazione di una differenza reale tra il primo e il secondo millennio cristiano, negando con ciò che, se esistono delle continuità, nella storia ci sono anche molte fratture, a seconda dei tempi e dei luoghi. Non riconoscerlo, è un'assurda negazione della realtà in nome di un concetto assolutamente ideologico di Chiesa.

mercoledì 3 febbraio 2016

Adattamento o rivoluzione?

Inserendo questo scritto di un vescovo cattolico tradizionalista non è mia intenzione polarizzare il discorso esclusivamente sul mondo cattolico e sulla valutazione del Concilio Vaticano II. Ho a cuore l'intenzione di mostrare due cose:
1) I cambiamenti in una religione non sono sempre positivi e possono nascondere gravi insidie;
2) Quando la tradizione religiosa cede il passo all'autoritarismo, o prima o poi questo è soppiantato dalle esigenze del proprio egocentrismo. A seguito di ciò tutto l'edificio religioso crolla. È quanto stiamo vedendo nell'Europa occidentale?
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In vasti ambienti cattolici l’applicazione del progetto descritto dal concilio Vaticano II e lo sforzo di adattamento, sia a causa della difficoltà dell’obbiettivo sia per una concessione allo spirito del tempo, è di fatto andato al di là della semplice espressione d’adeguamento alla mentalità odierna. Ha toccato la sostanza stessa della Rivelazione. Non ci si preoccupa di esporre la verità rivelata in termini tali che le persone la possano comprendere più facilmente; ci si propone, piuttosto, attraverso un linguaggio ambiguo e fiorito, una nuova Chiesa che segue il gusto umano, formata secondo le massime del mondo moderno. Con ciò, si propaga un po’ ovunque l’idea che la Chiesa deve subire un cambiamento radicale nella sua morale, nella sua liturgia e, pure, nella sua dottrina. Negli scritti come nella condotta, apparsi nell’ambito cattolico dopo il Concilio, si diffonde la tesi che la Chiesa tradizionale quale esisteva fino al Concilio Vaticano II, non è all’altezza dei tempi moderni. In tal modo dev’essere completamente trasformata. Così, un’osservazione radicale di ciò che sta accadendo negli ambienti cattolici, ha portato alla convinzione che, in realtà, dopo il Concilio esiste una nuova Chiesa, essenzialmente diversa da quella conosciuta prima del Concilio stesso come l’unica Chiesa di Cristo. 
In effetti, si esalta, come principio assoluto e inviolabile, la dignità umana, ai diritti della quale devono sottostare la Verità e il Bene. Una simile religione inaugura la religione dell’uomo. Essa fa dimenticare l’austerità cristiana e la beatitudine del Cielo. Nei costumi, lo stesso principio fa dimenticare l’ascesi cristiana ed è totalmente indulgente verso lo stesso piacere sensuale, dal momento che è sulla terra che l’uomo deve cercare il suo compimento. Nella vita coniugale e familiare, la religione dell’uomo esalta l’amore e pone il piacere al di sopra del dovere, giustificando, con ciò, i metodi contraccettivi, smorzando l’opposizione al divorzio e favorendo l’omosessualità e la coeducazione senza timore dei susseguenti disordini morali loro inerenti, come conseguenze del peccato originale. Nella vita pubblica, la religione dell’uomo non capisce l’ordine gerarchico e difende l’egualitarismo proprio all’ideologia marxista in contrasto con l’insegnamento naturale e rivelato il quale assicura l’esistenza di un ordine sociale richiesto dalla natura stessa. Nel dominio religioso, lo stesso principio preconizza un ecumenismo che, a beneficio dell’uomo, riconcili tutte le religioni e desidera la trasformazione della Chiesa in una società d’assistenza sociale. Tale principio rende incomprensibile il sacro, poiché non lo si può comprendere se non in un società gerarchica (*). Da qui deriva l’eccessiva preoccupazione della promozione del clero, il cui celibato è visto come assurdo, come il contenuto di una vita sacerdotale singolare, strettamente legata al carattere di una persona consacrata interamente al servizio dell’altare. Nella liturgia si abbassa il sacerdote ad un semplice rappresentante del popolo e i cambiamenti sono tali e numerosi che essa cessa di rappresentare convenientemente, agli occhi dei fedeli, l’immagine della Sposa dell’Agnello, una santa, immacolata. È evidente che il lassismo morale e la dissoluzione liturgica non possono coesistere con l’immutabilità del dogma. In realtà, tali cambiamenti indicano già dei cambiamenti nei concetti delle verità rivelate. Una lettura dei nuovi teologi, considerati quali portavoce del Concilio, dimostra come, in effetti, in alcuni ambienti cattolici, le parole con cui si stabiliscono i misteri della fede, implicano dei concetti totalmente differenti da quelli della teologia tradizionale.

Vescovo Antônio de Castro Mayer 
Bollettino Diocesano, aprile 1972.


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(*) Il vescovo che scrive questi concetti forse tende a vedere nella "gerarchia" più che altro un'immagine strutturata nella Chiesa, una gerarchia istituzionale ma a me fa venire subito in mente Dionigi l'Areopagita che scrive, appunto, la "Celeste gerarchia" e lo stesso Dionigi è pure autore di una Mistagogia sulla liturgia (guarda caso!). Nel momento in cui la scala ascensionale (gerarchia) verso il Cielo viene meno nello spirito umano non ha neppure senso il cosiddetto sacro. Questo spiega in modo lampante la drammatica e rapida desacralizzazione in troppe chiese legata al semplice fatto che, in pratica, non si crede più al Cielo e al percorso ascensionale per accedervi.