Benvenuto

Benvenuto su questo blog!

domenica 31 gennaio 2016

Libri da consigliare

Mi è stato chiesto di consigliare qualche lettura per dare una formazione un po' solida, dal punto di vista religioso. 
A tutti consiglierei le Omelie e le Catechesi dei padri della Chiesa, di cui si trova una certa scelta nell'edizione Cittanuova (collana arancione).
Gli scritti ascetici sono, ugualmente, fondamentali. La Filocalia e gli scritti dei padri del deserto sono un riferimento indispensabile.

Per chi vuole approfondire e avere una visione d'insieme, è uscito da poco un libro piuttosto costoso ma ottimo. Tale libro è stato preceduto da un'opera analoga, sempre del medesimo autore. Scritto da uno studioso italiano, insegnante a Parigi, questo lavoro offre una panoramica generale della teologia bizantina, poco conosciuta normalmente nel mondo cattolico (che ne avrebbe assoluto bisogno!). Proporre la conoscenza della teologia bizantina è assai importante per la visione totalizzante e sacra che se ne trae della vita umana e della vita del cosmo intero.
Qui i dati dell'opera.

Mi permetto di inserire una presentazione (in francese) a tale opera in un video il cui link è qui.


venerdì 29 gennaio 2016

La perversione della Chiesa ...

Jorge Bergoglio, quando era cardinale, con mons. Victor Manuel Fernández
Non poche volte in questo blog ho ricordato quello che, per i cristiani, è un dato rivelato: l’origine e l’anima soprannaturale della Chiesa  affermazione, questa, teoricamente sostenuta anche nel Cristianesimo occidentale sia riformato sia cattolico. I tempi attuali hanno conosciuto uno sdoppiamento sempre maggiore tra quanto si afferma teoricamente e quanto si vive. 

Non sto a citare il caso di chi, per debolezza umana o malattia, vive di notte quanto di giorno condanna, situazioni patologiche emergenti con una certa frequenza pure nel clero, purtroppo. 

Quanto mi interessa non è il caso personale di pochi o molti, la loro debolezza personale, poiché non c’è uomo che possa dirsi perfetto. Quanto mi interessa è la mentalità diffusa negli ambienti ecclesiali. Tale mentalità sta contraddicendo in modo sempre più palese la tradizione del Cristianesimo antico e tende ad opporsi radicalmente all’identità della Chiesa quale l’ha voluta Cristo creando, di fatto, un’antichiesa. Se in Europa occidentale (all’interno delle Chiese riformate e nella Chiesa cattolica) questo cammino oramai è giunto ad un livello quasi allarmante, nel mondo ortodosso sta iniziando a manifestarsi recentemente dopo un certo periodo di incubazione. 

Farò un esempio sia per il primo, sia per il secondo caso. 

Nel mondo cattolico, dopo il recente faticoso e controverso sinodo sulla famiglia, il papa ha deciso di emanare un documento post sinodale redatto da una persona di sua fiducia, tale mons. Victor Manuel Fernández

Sembra che il documento, letto da qualche teologo con formazione piuttosto tradizionale, abbia suscitato molte perplessità per il suo taglio troppo indulgente a visioni secolaristiche (vedi qui). 

Quando il documento uscirà nella sua forma definitiva, il prossimo marzo, avremo modo di soppesarlo meglio. Nel frattempo non si può dire molto su tale vicenda, tranne un particolare sul quale voglio polarizzare l’attenzione dei miei lettori: mons. Fernández alcuni anni fa fu autore di un libro che, per un chierico, è alquanto singolare: Saname con tu boca. El arte de besar (Risanami con la tua bocca. L'arte di baciare). 

Traduco l’abstract di tale pubblicazione rinvenibile qui

“Questo libro non è tratto dalla mia esperienza [excusatio non petita accusatio manifesta?] ma dalla vita di chi bacia. In queste pagine voglio sintetizzare il sentimento popolare, quello che prova la gente quando pensa ad un bacio, quello che esprimono i mortali quando baciano. Perciò ho interpellato molte persone con abbondante esperienza su tale tema e molti giovani che imparano a baciare alla loro maniera. Ho pure consultato molti libri nei quali emerge come i poeti parlano riguardo al bacio. Ho, così, cercato di sintetizzare l’immensa ricchezza della vita in queste pagine a proposito del bacio. Spero che ti aiutino a baciare meglio, motivandoti a liberare il meglio di te stesso nel bacio [sic!!!]”. 

Un tal libro me lo sarei aspettato da uno psicologo specializzato nella vita affettiva, non da un prete la cui missione è tutt’altra e che, trattando questi argomenti, non può che improvvisarsi (a meno che non li conosca segretamente). 

Mi chiedo: perché molti preti s’interessano sempre più a tematiche estranee alla loro missione? Posso dare qualche risposta in base alla mia esperienza e alle mie conoscenze. 

1) Il clero ritiene sempre più noiosa la vita sacerdotale, priva di stimoli, troppo sacrificata, per nulla gratificante; 
2) Non trova alcun piacere nel Cristianesimo, sia nella sua pratica sia nello studio della sua realtà dogmatico-spirituale-liturgica. 
3) Molti sono divenuti preti per incapacità a fare qualsiasi altra cosa. Mantengono, così, un’apparenza sacerdotale ma la loro vita e il loro cuore sono altrove. 

Ecco perché si sta diffondendo uno pseudo cristianesimo alternativo da un’ampia percentuale del clero, qualcosa che, in realtà, non è per nulla Cristianesimo anche se ne conserva qualche apparenza. 

Se torniamo alle fonti, leggendo gli scritti dei Padri della Chiesa o gli scritti ascetici, noteremo, viceversa, una vera e propria passione, un “eros”, per Cristo, un’identificazione con Cristo tale da far superare qualsiasi tipo di difficoltà. Contrariamente a questo vescovo latino-americano, un asceta antico avrebbe scritto: 

Superati i piaceri del mondo e i legittimi piaceri matrimoniali, chi si unisce a Cristo pregusta per esperienza l’anticipo dei beni futuri per i quali è stata costituita la Chiesa. Nel suo Spirito io sento e vedo oltre ogni puro sentire e vedere umano, il Regno che mi attende, sento lo Sposo in me che mi conduce e m’ illumina nelle scelte che faccio, al punto che non esiste più alcun tormento od opposizione in grado d’impedirmi a raggiungerlo: è tanto il bene che mi sta dinnanzi che ogni ostacolo non ferma la mia corsa verso di Lui”. 

Questo tipo di scritto sintentizza l’esperienza di san Paolo e l’esperienza di tutti gli autentici santi, di coloro, cioè, che hanno avuto esperienze spirituali, non illusioni psichiche, seppur religiose. 

Lo scritto del vescovo latino americano, invece, ci mostra un'esperienza psichica puramente umana che non condanno, in chi la vive con i corretti presupposti, ma che non è affatto l’esperienza che deve proporre la Chiesa, l’esperienza spirituale, appunto. 

Il fatto è, e qui arriviamo al punto essenziale, che questi ambienti ecclesiali sono oramai completamente psichici. L’ho scritto e giova ripeterlo ancora. Si sostituisce, così, lo psicologo al padre spirituale e la Chiesa diviene un’agenzia per vivere umanamente meglio, non per vivere come Cristo ha indicato. 
Ecco confezionata, senza colpo ferire e illudendo drammaticamente i credenti, un’anti chiesa. Chi edifica, coscientemente o meno, quest’anti chiesa, finisce per divenire anticristico. Non potrei usare un linguaggio meno esplicito, poiché tutti i fatti lo dimostrano. 
E, d’altronde, chi è avezzo a leggere le omelie dei Padri della Chiesa, le loro Catechesi, alle quali rimando i miei lettori, non può non sentire un contrasto drammatico tra lo stile e il contenuto spirituale di questi santi autori e lo stile e il contenuto miserevolissimo di moltissimo clero (e alto clero!) odierno...

Nel mondo ortodosso, a volte fieramente anticattolico, a volte stranamente affascinato dal Cattolicesimo pure nei suoi aspetti più criticabili, lo spirito dei tempi attuali, dopo aver a lungo bussato, è penetrato in chi, soprattutto, ne è particolarmente predisposto. 

Un amico greco mi ha segnalato il caso di un sacerdote greco che, nel suo facebook, confidava: “Προσπαθώ να βρω επιχειρήματα εναντίον της καύσης των νεκρών... [Sto cercando di trovare delle scusanti all’incenerimento dei morti]” (vedi qui). In altre parole, per questo prete non dovrebbe esserci alcun problema, per un cristiano, incenerire il corpo di un defunto o, quanto meno, si dovrebbe trovare una scusa a tale pratica. 

La venerazione delle reliquie comporta un contatto fisico tra i resti di un corpo santificato e il fedele, contatto che trasmette benedizione e grazia. Qui non c'è spazio per alcuna opinione umanisitica con la quale si pensa che il contatto possa trasmettere malattie perché, nella grazia divina, non è possibile alcuna trasmissione di effetti negativi. Il solo pensarlo è blasfemo. Purtroppo è questo che si pensa in grandissima parte del Cristianesimo occidentale e ciò dimostra come quest'ultimo è succube di pregiudizi che nascono da presupposti atei, come la giustificazione, per motivi sanitari, della cosiddetta "comunione sulla mano".

Giustamente l’amico, che ha una buona formazione, mi chiedeva: “Se noi inceneriamo il corpo di un defunto, vissuto santamente, come potremo conservarne le reliquie?”. Il corpo, nella dottrina antica, è il “vaso” dello Spirito santo. È santificato come lo è l'intera persona al punto che il corpo dei santi può non subire il processo di decomposizione. In tal modo, s’inverte la legge naturale con la quale normalmente i corpi tornano alla terra sciogliendosi in essa. La reliquia è baciata dal fedele perché trasmette le energie santificanti con le quali il santo è stato elevato in Cielo; è un modo per entrare in contatto con lui e ricevere la benedizione di Chi lo ha santificato. Il corpo di un santo ha, dunque, un valore essenziale per il cristiano. Perciò, per estensione, ha valore il corpo di ogni cristiano defunto inserito, con il battesimo, nel mistero della morte e risurrezione corporale di Cristo. Questo dovrebbe essere chiaro nell’Ortodossia come una volta lo era nel Cattolicesimo. 

La cosa più impressionante è che l’opinione del sacerdote è appoggiata da alcuni per i quali, incenerendo il corpo, si determina un ambiente igienicamente più sicuro, come se andando nei cimiteri attuali ci si esponesse a chissà quali contagi! Sono idee umanistiche, come altre ancora che, oramai, stanno soffocando il Cattolicesimo. 

Tutto ciò mi dimostra che la chiarezza dottrinale antica si sta appannando pure in certi settori dell’Ortodossia, ossia che opinioni puramente umanistiche iniziano ad avere il sopravvento sullo stile tradizionale della Chiesa.

Vorrei far notare ai miei lettori che qui non trattiamo fatti marginali, concetti sui quali si può opinare liberamente senza intaccare la base sulla quale si appoggia la Chiesa. Trattiamo di elementi che si connettono in modo abbastanza essenziale con tale base al punto che rovinare quelli significa rovinare questa. 

Nel primo esempio più eclatante, quello del vescovo cattolico latino-americano, c’è la creazione di un’atmosfera che di ecclesiale oramai non ha più nulla al punto che vedere un prete che consiglia come baciare meglio è almeno patetico, oltre che avere idee totalmente estranee (se non opposte) alla sua missione ... Ma oramai è questo lo stile totalmente mondano di troppi ambienti cattolici dai quali i cattolici stessi farebbero bene a fuggire.
Questo tipo di chierici non rappresentano che loro stessi anche se, ufficialmente, portano titoli altisonanti e, ai più, sembra rappresentino ufficialmente la Chiesa. Purtroppo il tipo di Chiesa che essi contribuiscono a diffondere, è una chiesa pervertita, ossia strappata dalle radici neotestamentarie volute da Cristo. Cristo insegna ai suoi discepoli a fissare gli occhi al Cielo, non a baciare meglio!!!!!

Mi duole usare queste espressioni così forti ma, se voglio dipingere veramente la realtà, non posso che definirla con il suo nome. 

I miei lettori più attenti lo capiranno.

mercoledì 27 gennaio 2016

La mentalità legale nel Cristianesimo occidentale

Dottori della legge ebraica ai quali si contrapponeva Cristo

È un dato assodato che il Cristianesimo occidentale è stato influenzato da una forte mentalità di tipo legale. Questo dato, però, pare totalmente sfuggire a chi è immerso in tale mentalità. Per un cristiano di mentalità legale (o legalistica), avere indicazioni chiare e precise è essenziale, al punto che, per lui, il Vangelo stesso si potrebbe riassumere in un elenco di precetti. Quando penso a cristiani legalisti mi sovviene subito qualche singolare personaggio da me conosciuto in ambienti tradizionalisti cattolici.

Sul versante totalmente opposto è, invece, chi, allergico ad ogni definizione chiara e precisa, amerebbe l'indeterminazione, il soggettivismo e, ovviamente, una sorta di capriccio con il quale ha la libertà o l'anarchia di fare e disfare qualsiasi cosa a suo piacimento. Ho ovviamente conosciuto pure persone di questo secondo gruppo: alcuni religiosi e, anche, dei seminaristi oggi preti.

Generalmente, gran parte del clero cattolico odierno tende ad avere una mentalità contraria al legalismo. Non pochi tra essi sono i soggettivisti del secondo gruppo mentre, fino a qualche decennio fa, esisteva l'esatto contrario.

Cercare di dialogare con questi due gruppi è quasi impossibile. Se qualcuno cercherà di allargare la mentalità dei legalisti costoro lo vedranno quasi sicuramente come un anarchico progressista. Se, al contrario, qualcuno cercherà di porre ordine nel pensiero dei soggettivisti, costoro lo prenderanno per un legalista conservatore che non capisce lo spirito dei tempi e tanto meno lo spirito del Vangelo. Sembra di sentire l'eco di alcune omelie dell'attuale papa a santa Marta nelle quali se la prende con i “legalisti” ma, in realtà, dimostra ad alcuni spiriti acuti e preparati di essere vittima del soggettivismo ...

Chi dei due gruppi ha veramente ragione? Strettamente parlando nessuno.
Nel Vangelo, Cristo se, da un lato, non vuole toccare uno iota della legge, dall'altro, la riassume in una sola norma, quella dell'amare Dio e il prossimo. Una norma che, a ben osservare, è estremamente vaga. Cristo, infatti, non era un legalista al punto che non è affatto difficile trovare dei passi evangelici nel quale polemizza con i legalisti del suo tempo. Egli fa appello allo Spirito, qualcosa che non è indeterminato, vago, ma è la stessa sapienza di Dio. Perciò invita l'uomo ad averne esperienza, andando oltre le “ombre della legge”, come direbbe san Paolo e per il quale la legge è un semplice pedagogo. Cristo è venuto con l'esatto proposito di far superare la legge per entrare nel cuore essenziale della rivelazione: l'intimità con il suo Spirito. Riportare tutto ad una questione di “legge ed osservanza significa fare a meno di Cristo e aver reso inutile la sua missione ...

È, d'altronde, evidente che Cristo non voleva ridurre la sapienza divina e lo Spirito che la ispira in un elenco di norme inaridendo, così, la vita interiore.

Mi è sovvenuto tutto ciò quando un amico, leggendomi la bolla “Quo Primum” di papa Pio V, promulgata il 14 luglio 1570, arrivò ad un suo famoso passo che dice pressapoco: 

“Si addotti la messa di rito romano ovunque nel mondo, ad eccezione dei casi in cui ci si trovi di fronte a riti risalenti ad almeno 200 anni di vita.

Gli amici cattolici tradizionalisti, che riportano spesso questo passo per difendere il loro diritto ad avere la liturgia antica romana, si domanderanno per quale motivo lo dovrei criticare. Chi si pone tale domanda manifesta a se stesso e agli altri di non poter vedere alcune cose palesi, prima fra tutte una mentalità di tipo legale.

La mentalità legale non è qualcosa di assolutamente negativo, ha una sua funzione e utilità (san Paolo direbbe che è un pedagogo) ma, come vedremo tra breve, è assolutamente limitativa e limitante, soprattutto se la si assolutizza. È come chi, pur potendo vedere a colori non solo rifiuta di vedere a scale di grigi ma preferisce vedere solo in bianchi e neri asserendo che è quella la realtà. Operare in questo modo, nella religione, significa divenire idolatri.


In questo post mostro un'immagine a colori, una a scale di grigi e una con soli bianchi e neri per avere un chiaro esempio di quanto dico. L'immagine con soli bianchi e neri non falsa i contorni di quella a colori, bene inteso, ma quanto è misera! Ecco cosa si preferisce vedere, sposando strettamente il legalismo. A scanso di equivoci, il soggettivista falsa di certo pure i contorni di un'immagine a colori e quindi sta in una posizione più falsata rispetto al legalista. Non si può difendere il legalismo in contrapposizione al soggettivismo: bisognerebbe vedere che entrambi hanno delle limitazioni e che il fine è vedere a colori, non in bianco e nero!

Faccio un altro esempio con il quale mi spiegherò ancor meglio.



La maggior parte dei miei lettori sarà stata a Venezia o l'avrà conosciuta in un modo o in un altro. Tale città lagunare è disseminata di cartelli per impedire al turista di smarrirsi. Se si segue la freccia di un cartello si arriverà alla stazione ferroviaria, se si segue la freccia di un altro si giungerà a Rialto o a san Marco...
I cartelli sono analoghi alle indicazioni della legge: “Fai questo, fai quello, non fare così, non fare colà”. Ma ecco la questione: i cartelli di Venezia esauriscono tutti i modi per muoversi correttamente in questa città? Evidentemente no! Se vivo da anni a Venezia conoscerò tutte le calli più nascoste per giungere da Rialto alla Ferrovia in modo rapido e senza avere turisti scocciatori tra i piedi. A quel punto, prescinderò in parte o totalmente dai cartelli perché conosco bene la città. Se mi segue un amico che vede Venezia per la prima volta sarà in buone mani e il semplice fatto di non seguire i cartelli non significherà, per lui, cadere in laguna con me o smarrirsi.

I legalisti, al contrario, tendono a dire: “Devi seguire i cartelli, altrimenti ti perderai o cadrai in laguna!”. Sono come certi tradizionalisti cattolici con i paraocchi. I soggettivisti diranno: “Non serve conoscere la città e non serve seguire i cartelli” e così, essi sì!, o si perderanno o cadranno in laguna...

L'esempio mostra bene quanto voglio dire: i cartelli sono utili ma possono pure risultare dannosi o limitativi. Hanno una funzione generica, quella di non far perdere gli inesperti, ma non potranno dare una visione a tutto tondo della città; si limiteranno ad una visione in “bianchi e neri”, sicura certamente, ma molto limitativa. Inoltre, se si assolutizzano i cartelli, come se si assolutizza la legge, sfugge che, al di sopra di loro, è importante l'esperienza, la conoscenza di un luogo perché solo con quella lo si vivrà meglio.

Arriviamo finalmente alla bolla “Quo primum” e alla sua disposizione legale con la quale si permette la vita ai riti liturgici con più di 200 anni.
È indubbio che Pio V statuì questa norma per essere sicuro di non aver liturgie inficiate di protestantesimo (200 anni prima di Pio V, Lutero e il suo pensiero erano ben lungi dall'esistere).

Ma questa norma che vuole ordinare con sicurezza il dominio liturgico mostra, allo stesso tempo, un'inquietante debolezza. Chi ci assicura che le consuetudini liturgiche più giovani di 200 anni fossero tutte da buttare? Nessuno! Quel che, viceversa, è certo è che tale norma può aver buttato via, in più di un caso, il cosiddetto “bambino con l'acqua sporca”.
Forse con Pio V Roma non voleva o non poteva fare diversamente, il che mi indica una possibile inesperienza religiosa profonda e un adeguarsi su un piano molto formale. È come chi, dimostrando di non aver più alcuna persona che conosca Venezia, riducesse i suoi percorsi solo a quelli indicati dai cartelli. Il cartello, a questo punto, vale più della conoscenza, la legge, vale più del “fiuto” e dell'esperienza cristiana! L' “aspirate a carismi più grandi!” di san Paolo non ha alcun modo di esistere in un contesto legalista poiché ci si limita ad un livello-base che ritiene essenziale l'applicazione materiale della legge e lascia in secondo piano lo spirito per orientarsi e discernere. In questo ambiente il cosiddetto “misticismo cristiano” non può che languire ed essere visto con molto sospetto.
Si nota pure l'esistenza di un certo spirito riduzionistico e legalistico, con il quale in definitiva si appiattiva la vita cristiana ben prima il 1962 e il concilio Vaticano II che, per alcuni cattolici, sarebbe la sola sorgente di male per la Chiesa.


Il lettore avrà capito che non sono affatto a favore dell'anarchia. Criticando il legalismo, mi accorgo perfettamente di come questo uccida il famoso “spirito” con cui Cristo invitava i suoi discepoli a vivere la sua parola. Risalta ancor più l'esortazione dell'Apostolo: “Lo spirito vivifica e la lettera uccide”, esortazione che i legalisti, in realtà, non capiranno mai e che i soggettivisti pervertiranno a favore di capricci antievangelici...

sabato 23 gennaio 2016

Gli uomini fanno gli edifici, gli edifici fanno gli uomini


Esiste una relazione sottile ma reale tra gli edifici costruiti dagli uomini e la loro psiche. Gli uomini costruiscono gli edifici ad immagine della loro interiorità ma anche gli edifici, una volta costruiti, infondono negli uomini un modo di essere.
Lo stile gotico, negli edifici ecclesiastici, si è imposto volutamente quando i normanni hanno conquistato il sud Italia sostituendo o influenzando la preesistente arte nell'edificare le chiese. Il gotico svetta, osserva dall' "alto" chi sta giù facendolo sentire piccino, cosa che il romanico più monumentale stentava a fare. Il romanico, semmai, infonde la protezione di una casa contro le avversità esterne e, per analogia, contro quelle spirituali. Si potrebbero dire molte altre cose ma queste, a mio avviso, sono le essenziali.
Per questo sono rimasto un po' disorientato osservando, casualmente, la notizia dell'edificazione di una nuova struttura religiosa in America: un seminario tradizionalista cattolico (della Fraternità san Pio X). L'insieme mi ha lasciato perplesso, lo confido, perché infonde un assoluto senso di energia, una forza di contenimento, una severità che non fa sconto alcuno. Questo è decisamente più forte se si immagina di vederlo da terra e non dal disegno che lo riproduce sopra. In effetti, tale è lo stile del cattolicesimo tridentino che molti tradizionalisti cattolici veicolano acriticamente, uno stile nel quale il volontarismo ha un assoluto predominio su tutto.


L'insieme di questo edificio, che tende ad imitare edifici antichi simili riscontrabili in Europa, non mi suggerisce qualcosa di religioso se non molto secondariamente. La prima sensazione che provo, consentitemi di dirlo, è quella di essere davanti a qualcosa di militare o, più precisamente, a una prigione di massima sicurezza, una specie di "Alcatraz" cattolico. Questo risulta evidente se, per un attimo, si fa finta che la chiesa non esista nell'insieme della struttura (È decisamente più chiaro nella seconda foto nella quale la chiesa deve essere ancora costruita).
È scontato che i tradizionalisti "duri e puri", infastiditi, tapperanno le orecchie a queste analisi che sgorgano dal cuore e che potrebbero essere le impressioni perfino di un bimbo nel quale non c'è malizia. Essi sono pronti a criticare gli altri ma non sono certo disponibili ad accettare le critiche su di loro o sulle loro iniziative!
Qualcosa di simile, ma più umile!, esiste in Friuli: è un convento di suore adoratrici dell'eucarestia, situato su un colle. L'edificio a più piani è molto severo e ha le sbarre su ogni finestra, perfino su quelle degli ultimi piani dai quali, francamente, è praticamente impossibile che qualcuno scappi o che qualcuno entri. Una scelta eloquente con la quale si vuole far capire che là dentro ci sono delle "prigioniere vive". Perché quest'insistenza eccessiva rimarcata pure dalle sbarre alle finestre degli ultimi piani? Francamente mi sembra una ostentazione insensata, se non pericolosa...
Lo stile di Alcatraz in qualche modo lo si vede pure qui. È lo stile dell'imposizione, costi quel che costi. Evidentemente la storia non ha ancora insegnato che l'imposizione nella religione non è la migliore scelta poiché crea un crescente rifiuto interiore nei più e dal rifiuto nasce la fuga. 
Perciò preferisco le piccole strutture, calde e accoglienti come casette. Forse sarà esattamente per questo che i monasteri antichi avevano uno stile umile e quelle comunità non potevano superare la ventina di persone per non divenire delle caserme. Lo stile impositivo-imperiale, nato in seguito, lo lascio ad altri, incuranti che, così, ripetono quanto nella storia è stato già fatto, non sempre con i migliori frutti... 

lunedì 18 gennaio 2016

La tradizione cristiana, la vita mistica, la sapienza, il simbolismo.

"I monaci sono come i fari nella notte. Senza fari le navi si scontrerebbero sugli scogli" (San Paisios l'Atonita)

Un blog non è mai la sede ideale nella quale dipanare approfonditamente certi temi del Cristianesimo poiché si rischia sempre di essere sommari, generalizzanti, lasciando in secondo piano elementi che non possono essere trascurati. Conscio di questo limite nel quale io stesso potrei cadere, cerco di affrontare nel modo più comprensibile possibile quanto ho espresso nel titolo di questo post (*).

La tradizione cristiana

Il termine “tradizione” è fondamentale. Nell'ambito del Cristianesimo si riferisce ad un insegnamento trasmesso da Cristo agli apostoli (la cosiddetta “Tradizione” con la “T” maiuscola) e da disposizioni ecclesiastiche stabilite nel tempo (la cosiddetta “tradizione” con la “t” minuscola). Non tutto quanto è stato scritto nei Vangeli appartiene al tesoro dell'insegnamento cristiano, poiché se tutto fosse stato scritto non ci sarebbero stati libri a sufficienza per poterlo contenere. La tradizione è, allora, tutto un bagaglio di insegnamenti provenienti da Cristo e dalla Chiesa con i quali non solo si impara a leggere le Scritture ma ci si orienta a seguire Cristo stesso. Tra Tradizione e tradizioni intercorre un intimo rapporto poiché una è per le altre e tutte concorrono all'edificazione del cristiano. Prima di toccare le tradizioni ecclesiastiche, bisogna sinceramente chiedersi se, con ciò, non si intacca la stessa Tradizione, domanda, questa, che nel nostro ambito quasi nessuno si pone.
Detto ciò, bisogna immediatamente chiarire una cosa. La tradizione e la Rivelazione non sono una semplice “lezione di vita”, una descrizione razionale di “diritti e doveri” dell'uomo dinnanzi a Dio, un semplice elenco di cose da credere per fede per ricevere, un giorno, la ricompensa del Paradiso, un esempio di vita morale. Non sono neppure l'espressione “logica” di una filosofia contro l' illogicità di chi vive contro il vangelo. Nei secoli la Rivelazione e la tradizione che la veicola sono state progressivamente ridotte a ciò perché lentamente è stata persa la prospettiva realmente soprannaturale nella quale è stato espresso il messaggio evangelico. Ridurre la fede nei confini della sola ragione, come fece Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831) è indice del cammino religioso della cultura europea occidentale. È inutile dire che Heghel ha sbagliato filosofizzando il Cristianesimo, se non si ha l'onestà sufficiente per accorgersi che, ben prima di lui, nello stesso ambito ecclesiastico sono stati posti tutti i presupposti perché ciò avvenisse.
Ora, che il Cristianesimo si serva di parole e concetti di tipo filosofico per poter comunicare un messaggio, è appurato al punto che, se non lo facesse, non potrebbe comunicarlo. Ma il messaggio, è bene evidenziarlo, non è solo umano ma divino-umano e, per essere realmente compreso, è necessario che la persona si raffini spiritualmente, passi da conversione a conversione, si purifichi e si illumini, per usare dei termini cari all'ascetica cristiana. Se la tradizione cristiana è retaggio di una comprensione unicamente o prevalentemente razionale, si ha l'illusione che, usciti da uno studio approfondito su di essa, se ne possa sapere tutto. Questo è un mito ma è esattamente su questo mito che si fondano gran parte delle scuole di teologia che ci circondano nelle quali prevale un sapere teologico di tipo razionale. La razionalità non è qualcosa della quale dobbiamo disfarci, bene inteso, ma ha un campo di applicazione: le realtà create (il mondo che ci circonda). Applicata alle realtà create, la razionalità crea le cosiddette scienze e il sapere scientifico. Il sapere teologico non può mai essere definito “scienza” proprio perché non si applica alle semplici realtà create ma a realtà increate (il mondo divino) e a realtà create trasformate da quelle increate (la divinizzazione per grazia dell'uomo da parte di Dio). Una teologia rispettosa del mistero divino non fa il discrimine “scientifico-filosofico” di ogni azione divina perché è impotente a soppesare razionalmente Dio. Una teologia rispettosa è “descrittiva”, racconta cosa avviene, lo registra, come può fare un chimico esaminando una reazione in laboratorio, ma non è in grado di farne una descrizione scientifica e analitica, tanto meno filosofica. Cercare una dimostrazione razionale nella Monotriade divina, significa fare un buco nell'acqua perché per la razionalità umana uno non sarà mai tre, l'unità non sarà mai la pluralità. Le stesse distinzioni di "persone" divine in un solo "essere" (o sostanza) divina, non è una spiegazione razionale ma la descrizione, in termini filosofici, della rivelazione divina. L'errore è partire da questi termini filosofici per credere di penetrare con l'intelletto umano su quanto è e rimane impenetrabile!
A tutt'oggi, per fortuna!, nessuno si è arrischiato a spiegare scientificamente i miracoli. Forse lo scienziato ateo ha cercato di negarli, adducendo delle teorie, ma nessuno ha spiegato scientificamente come il miracolo avviene e perché.
L'atteggiamento dinnanzi ai miracoli, dovrebbe essere un atteggiamento da assumere per ogni realtà soprannaturale cristiana. Di conseguenza, la tradizione non è la descrizione scientifica e rigorosa degli insegnamenti di Cristo con i quali capire razionalmente i “misteri” della vita trinitaria e della rivelazione cristiana. La tradizione è la trasmissione di un insegnamento a cui credere per fede e che, in determinate condizioni, è possibile sperimentare. Il fine della tradizione, medesimo a quello della rivelazione che serve, è la trasformazione dell'umano nel divino, non la creazione di accademie e di infiniti (e spesso inutili perché unicamente mondani) ponti razionali tra cultura e fede.

La vita mistica

Se la tradizione ci introduce in una sorta di “sperimentalismo cristiano” è da qui che prende avvio quella che chiamo “vita mistica”. La “vita mistica”, come lo stesso concetto di tradizione, può essere soggetta a distorsioni e cattive comprensioni. In realtà, non è altro che una vita “nascosta” in Cristo. Il mistico cristiano non è altro se non chi vive realmente e a livello intenso il Cristianesimo. Nell'alto medioevo la mistica cristiana si è conservata nei monasteri, un po' come oggi stesso nell'Oriente bizantino, al punto che mistico è sinonimo di monaco. Si è visto qualcosa del genere con i fondatori dei carmelitani scalzi, in piena età controriformista.
Per una strana sorte, tutto il mondo mistico del Cristianesimo è sempre stato rappresentato come qualcosa di astruso, astratto, bello ma eccessivo, non adatto al popolo e al suo insegnamento. Così, la mistica cristiana è stata di fatto confinata dal grande ambito del Cristianesimo, lasciata, al più, a chi si riteneva essere "più bravo" ma che per la sensibilità comune era oramai valutato solo come eccentrico. Non a caso tutta l'impostazione carismatica bizantina (che affonda qui le sue radici) è valutata con sospetto, come segno di eccentricità e di poco realismo cristiano.
Il confino della mistica cristiana, nasce soprattutto dalla cattiva fede di chi, in ambito accademico, ha la presunzione di poter esaurire il Cristianesimo in ambiti scientifici e filosofici! La mistica cristiana è lì, silenziosa, a ricordare che Dio è ineffabile, inesprimibile ma pur sempre sperimentabile nella sua grazia. L'ineffabilità divina non può che relativizzare tutti i tentativi tronfi dell'uomo di poter “ingabbiare” il Cristianesimo in ambiti logico-razionali. Il misticismo non è contro la razionalità ma totalmente al di sopra di essa: l'uomo reso Cristo sa benissimo che la sua comprensione naturale precedente non è che ombra, anche se fosse religiosissima.
Faccio appello a Teresa d'Avila, per non scomodare i santi bizantini che creerebbero allergia in chi si sente  più papalino del papa e non capisce la profondità di certi discorsi. Ebbene, costei da un certo momento in poi parla di un “secondo battesimo” per indicare che la sua vita precedente, pur essendo religiosa era animata da una conoscenza spirituale umbratile, insufficiente, penosamente carente. Tanto il filosofo si riempie di parole e viene tentato di afferrare l'invisibile con il suo intelletto, tanto il mistico tace, si ferma alle porte del mistero, comprende che non è il cervello ad essere importante per Cristo ma il cuore. Questo non per impotenza divina (sarebbe bestemmiare!) ma per struttura umana: il cervello ha la rappresentazione fantasmatica del reale sotto forma di idee, il cuore ha l'intuizione diretta della realtà. Gli asceti antichi, infatti, dicevano che il demonio può ingannare la mente che crea i suoi idoli ma Dio parla al cuore.
D'altronde se il cervello fosse stato importante, Cristo avrebbe cercato i suoi discepoli nelle scuole rabbiniche, tra i saggi del tempio, non tra i poveri e ignoranti pescatori! “La scienza gonfia”, hanno sempre ripetuto i padri della Chiesa per i quali era fondamentale il percorso monastico, ossia mistico. Non a caso i nomi più significativi tra essi, finite le accademie del loro tempo, si immersero nella vita monastica. Questo, è bene ricordarlo!, è completamente smarrito nel nostro tempo in cui gli stessi monasteri occidentali hanno ben poco del monachesimo antico. Con quali armi, dunque, affronteremo la scristianizzazione attuale, se, deprezzato il monachesimo e la via mistica, ci muoviamo con le armi spuntate della sola razionalità?

La sapienza

Il Cristianesimo, infatti, non è una lezione filosofica e razionale ma l'espressione di una sapienza nascosta nei secoli (cfr. 1 Cor 2, 7). La sapienza per definizione non può essere afferrata compiutamente dalla razionalità perché pare ad essa illogica, sfuggente, ambigua, contraddittoria. La sapienza, rettamente intesa, si appoggia sull'esperienza del divino. La razionalità, al contrario, agisce solo sul campo umano. Sono campi ben distinti. Cristo, perciò, è molto più simile ad un Sophòs che ad un esempio morale e ad un maestro di vita. Eppure, anche negli ambiti più tradizionali del Cristianesimo occidentale, tutto ciò non è affatto chiaro. Ad inquinare le acque ci sono secoli di interpretazioni culturali che hanno trasformato la sapienza cristiana in un semplice insegnamento umano, filosofico, morale, sganciandolo sempre più progressivamente dallo “sperimentalismo cristiano” dei mistici. Non meraviglia che le correnti più progressiste del Cristianesimo occidentale si siano spinte a “demitizzare” il vangelo, ritenendo i fatti soprannaturali in esso narrati dei puri miti, dei modi di dire. Ancor oggi trovo una sottile ma reale unione tra i cosiddetti tradizionalisti e i progressisti cattolici, unione data da un approccio di tipo troppo razionale che finisce, in definitiva, per sminuire e snervare l'importanza del mistero divino nella vita cristiana. Entrambi hanno la tentazione di porre al centro di tutto non Dio, come dovrebbe essere, ma loro stessi, non l'azione divina ma la loro umanissima interpretazione.
Rivalutare la Rivelazione nei termini sapienziali riporta il tutto nei giusti equilibri ed obbliga ad una comunicazione sempre meno discorsiva e sempre più simbolica.

Il simbolismo

Ne ho parlato diffusamente nel mio blog. Di simboli è piena la nostra stessa vita, anche se li diamo per scontati e non ce ne rendiamo conto. La tendenza attuale, viceversa, è quella di spogliare il Cristianesimo dei suoi simboli tradizionali con il risultato che lo rendiamo inespressivo. Il simbolo può giustamente non essere compreso dal punto di vista razionale ma con ciò non può non essere vissuto. 
Faccio un esempio. Nel giubileo indetto dal presente papa, è stata creata una “porta santa” in un ambiente carcerario. La stampa lo ha generalmente riferito senza specificare che la porta doveva introdurre in una chiesa. Il messaggio è chiaro dal punto di vista vitale, anche se può non essere razionalmente compreso: si associerà al termine “santo” un luogo di sofferenza e di detenzione, un luogo in cui si bestemmia Dio, non un luogo in cui si eleva l'animo e si benedice Cristo. La "porta santa" se non introduce in una chiesa ma in un luogo prettamente laico (i chierici attuali, si sà, hanno una certa allergia al sacro!) è la realizzazione concreta di un simbolo ambiguo o addirittura rovesciato che imprimerà un profondo messaggio negativo nella coscienza delle persone, molto più  di mille discorsi.
Faccio un altro esempio. Razionalmente parlando è incomprensibile il bisogno di fare sulle oblate della Messa latina tradizionale tre segni di croce, in luogo di uno. Giustamente, abbandonando la chiave  di lettura simbolica, la ripetizione di segni e simboli è stata vista come atto superstizioso e magico fino ad essere valutata da qualche psicoanalista come possibile segno di patologia psichica. Così, con il prevalere della lettura razionalista, anche il simbolo è cambiato: i tre segni di croce sono stati aboliti e praticamente nessuno ne ha sentito la mancanza.
Se sfugge il fatto elementare che la comprensione razionale non coincide con la sapienza e con lo sperimentalismo cristiano (i misteri li vivo anche se non li capisco) si finirà inevitabilmente per depauperare all'inverosimile il Cristianesimo  esponendolo ad ogni genere di riforme soggettive sempre più umilianti, come di fatto è accaduto nell'Occidente europeo. 
Il mondo simbolico di una liturgia tradizionale può essere disposto (ma non stravolto né rifondato da zero) solo da un'anima illuminata, da chi è giunto ad un certo livello di comprensione spirituale nella grazia di Dio. Tutti gli altri sono chiamati a rispettare questa disposizione fino al giorno in cui, giunti ad un medesimo livello di illuminazione, saranno in grado di farvi dei ritocchi, tenuto pure conto di nuove esigenze storiche. Analogamente, solo una guida alpina con esperienza può condurre altri in impervi percorsi montani, non chi ha studiato i percorsi stessi sulla sola carta e ha ricevuto, perciò, delle onorificenze accademiche. Non basta essere arcivescovo, metropolita o papa per riformare il Cristianesimo, ossia per purificare la prassi cristiana: bisogna essere santi ma non santi formali, santi mistici in senso profondo, in senso antico! (**) 
I santi autentici, con il tempo, sono riconosciuti da tutta la Chiesa perché si pongono sulla linea della Rivelazione e ne incrementano il significato, non lo sminuiscono, deviando il cammino in direzioni troppo accomodanti e umanistiche, come potrebbero fare dei santi apparenti. Da santi autentici nasce un autentico rinnovo della vita cristiana, cosa impossibile agli altri.

Purtroppo quale "riforma" del Cristianesimo occidentale si è mossa da questa prospettiva "carismatica"? Le ultime, soprattutto, hanno tale taglio "carismatico"? Mi pare di poter rispondere negativamente! Chi cambia disposizioni, liturgie, prassi, lo fa obbedendo a criteri quasi esclusivamente razionali e disciplinari, senza dimostrare di essere giunto a livelli di illuminazione cristiana e senza necessariamente spingere i cristiani in quella direzione. È perfettamente logico, dunque, che con queste disposizioni chi ci rimette le penne è la stessa pietà che finisce quasi per scomparire. I cristiani soggetti a tali riforme disprezzeranno logicamente e inevitabilmente lo stesso mondo simbolico tradizionale con la foga con cui un ignorante potrebbe disprezzare l'ermetismo di una poesia di grande livello. Ecco spiegato l'iconoclasmo in gran parte dell'arte sacra e della liturgia occidentale.

Conclusione

Non saper descrivere convenientemente tutti questi temi in senso cristiano (tradizione, vita mistica, sapienza, simbolismo) da chi ne usa con fini non cristiani o stranamente crederli scontati quando, non solo non lo sono affatto, ma vengono ovunque combattutti, è indice di una compiuta lontananza dalle basi essenziali del Cristianesimo. Non è questione di semplici dettagli o di una “spiritualità” differente e, alla fine, equivalente ad altre; è questione di essenzialità! È stata semplicemente smarrita la via del cuore equivocandola con la via della razionalità. E i frutti si vedono, purtroppo ...


© Traditio Liturgica
_____________

(*) Questo post nasce dall'esigenza di rispondere a chi, contrapponendosi a gnosi e dottrine esoteriche, tende ad avere una lettura esclusivamente razionalistica e filosofica del Cristianesimo (vedi qui). Questa lettura è una forte tentazione anche in ambiti cosiddetti "tradizionalisti" del Cattolicesimo nel quale, di fatto, ha ben poco senso la cosiddetta "vita mistica" rispetto alla filosofia (tomista) e ad una visione moralistico-legale.

(**) Un altro "punctum dolens" molto affliggente è l'odierno concetto di santità sempre più "a buon mercato", in cui basta essere dei semplici "buoni uomini" per essere considerati santi. Questo tipo di bontà puramente umanistica prevale, in Occidente, ma non è sufficiente per dichiarare realmente santo un cristiano. Ancora di più sfugge il profilo autenticamente mistico della vita cristiana!

mercoledì 13 gennaio 2016

L'affratellamento nella tarda antichità e nel periodo bizantino

È da poco uscito un interessante libro che propongo in questo spazio ai miei lettori. 

CLAUDIA RAPP, Brother-Making in the Late Antiquity and Byzantium Monks, Laymen, and Christian Ritual, Oxford University Press, 2016.

Sul tema da esso trattato, ne avevo già parlato qui, riportando in traduzione italiana uno dei "riti di affratellamento" utilizzati nel periodo bizantino. Per comodità del lettore, sintetizzo quanto detto in quella sede.

Il concetto di "coppia omosessuale" dove per "omosessuale" s'intende l'individuo con attrazione congenita verso il proprio sesso, è un concetto attuale, ulteriormente potenziato dai dibattiti contemporanei a tutti noti e di cui questo blog non si occupa. Il mondo a noi precedente vedeva diversamente questi temi.

Nella bassa antichità si concepiva una certa bisessualità in cui il maschio, nel caso in cui esercitasse la propria sessualità verso una persona del proprio sesso, indicava con ciò una paradossale "maggior virilità" rispetto a chi se ne asteneva. Di qui la diffusa bisessualità del mondo antico, verso la quale la Chiesa si è sempre opposta, valutandola come dissipazione e disordine (i riferimenti paolini in tal senso sono più che eloquenti).

Nel caso della coppia dello stesso sesso, unita con rito di affratellamento o di adelphopoiesis gli storici fino ad oggi, invece, vi hanno ravvisato una sorta di "adozione" per dirla in termini neutri o di "amore spirituale" per dirla in termini più chiari che si desumono, d'altronde, dai testi liturgici impiegati per celebrare tale unione. Il contraente più anziano prendeva sotto la sua ala protettiva la persona più giovane e la univa a sé stipulando un patto di affetto e di solidarietà. Si trattava, in ogni caso, di una forma alternativa a quella familiare completamente accettata.

Questo permetteva, ad esempio, ad una persona sola di condividere le sue risorse con un'altra, soprattutto in un tempo in cui chi rimaneva solo poteva facilmente soccombere. 

La società nella quale si facevano queste unioni tra contraenti dello stesso sesso non sentiva assolutamente la cosa in termini di scandalo, come alcuni tra noi potrebbero erroneamente ritenere. È praticamente certo per gli studi storici recenti che l'unione non comportasse un esercizio sessuale, come nel caso di marito e moglie, nonostante il rito di affratellamento abbia elementi di impressionante vicinanza con quello nuziale e parli chiaramente di "amore" tra le persone che si uniscono.

Un'unione di tal genere la fece pure un imperatore bizantino.

Il fatto che due persone dello stesso sesso potessero unirsi con la benedizione della Chiesa in una casta unione, è indice di una capacità di adattamento e di comprensione che le società medioevali avevano, a differenza di quelle del periodo moderno che, non solo da questo punto di vista, mostrano un certo rigidismo e un'arretratezza rispetto alla mentalità bizantina.

In questo rito notiamo che l'amore umano può realmente esercitarsi anche in questa forma e la benedizione ecclesiastica non fa che prenderne atto chiamando in causa lo stesso Cristo.

La ricerca storica su tale tema si è ulteriormente approfondita con la presente pubblicazione segnalatami da una docente che, ben volentieri,  a mia volta indico.

In questo libro:

- si descrive forse per la prima volta in forma esaustiva la storia dell'affratellamento, che caratterizzava pure la vita bizantina;
- sono offerti molti riferimenti per mostrare che l'affratellamento era una specie di terzo tipo di vita monastica, oltre a quella eremitica e cenobitica più conosciute;
- sono presentati in modo dettagliato e analitico i 66 manoscritti che contengono il rito, assieme alla traduzione delle 16 preghiere rituali.

Tra le società cristiane medievali, quella bizantina è l'unica ad aver conservato un rituale ecclesiastico di adelphopoiesis, con il quale si dichiara che due uomini, tra loro non parenti, vengono legati come fratelli per la vita. Tale rito ha la sua origine come benedizione spirituale nel mondo monastico tardo antico e si trasforma in una popolare strategia di sopravvivenza sociale tra i laici a partire dal IX secolo, trovando pure applicazione in tempi recenti. L'affratellamento, che si colloca in un ambito tra il religioso e il sociale, mostra come tale pratica possa essere ritualizzata e, alla fine, sottoposta ad un tentativo di controllo ecclesiastico e legale. 

L' adelphopoiesis è stata al centro di un dibattito moderno circa l'esistenza di unioni dello stesso sesso nell'Europa medievale. Questo libro, la prima storia completa di tale unica caratteristica della vita bizantina, sostiene in modo persuasivo che il rituale ecclesiastico per benedire una relazione tra due uomini non ha alcuna somiglianza con il matrimonio. È stato fatto un ampio utilizzo di fonti e un censimento completo dei manoscritti contenenti il ​​rituale dell' adelphopoiesis appoggiandosi alla letteratura e archeologia del primo monachesimo, alle opere di agiografi, storiografi e agli esperti legali bizantini, utilizzando pure del materiale comparativo dell'Occidente latino e del mondo slavo. Sono, così, state esaminate le affascinanti caratteristiche religiose e sociali del rituale mettendo in luce aspetti poco noti della società bizantina.

domenica 10 gennaio 2016

Lo Spirito santo nella Chiesa

Il patriarca Bartolomeo I in un momento di preghiera, per la consacrazione del santo Myron (© Fos Fanariou)

Attorno a noi non esiste tema più equivocato della presenza dello Spirito santo nella Chiesa!(1) Oggi, lo Spirito santo spesso è visto come un mito, ossia come una semplice rappresentazione della coscienza umana. 
Altre volte, è visto come un intervento divino spettacolare, in grado di creare fenomeni vistosi, grida, agitazioni, sproloqui in strane lingue, ecc.

Al primo caso appartengono tutte quelle comunità ecclesiali nelle quali il razionalismo è oramai trionfato su un sano e tradizionale orientamento di fede. Gli ambienti laicisti approvano entusiasticamente queste realtà, dicendo che finalmente esse hanno operato una "demitizzazione" del Cristianesimo, una sua "desacralizzazione". È una vecchia storia che troviamo già nel pensiero del teologo protestante Rudolf Bultmann (1884-1976) e che, in breve, è lo svuotamento del Cristianesimo da ogni sua dimensione trascendente.

Al secondo caso appartengono altre comunità ecclesiali, pseudo "carismatiche", per le quali è importante la "teatralizzazione" religiosa, in cui lo spirituale è marchianamente equivocato con lo psichico. Moltissimi, oramai, vivono la spiritualità intendendola come qualcosa di psichico, quindi come qualcosa di assolutamente lontano dalla rivelazione cristiana e dalla tradizione. Questa "spiritualità" è un supermarket di sensazioni religiose: il "religioso pietista" se ne serve esattamente come un poveraccio si serve dei prodotti di un sexy-shop: per alimentare il proprio piacere personale! Entrambi sono degli psichici, entrambi stanno sullo stesso piano eudemonistico, entrambi sono lontani dal nucleo della rivelazione cristiana! Non mi scandalizza di certo che un sesso-dipendente vada in uno sexy-schop ma mi infastidisce che un cristiano chiami "spiritualità" quanto può essere, in realtà, prodotto di uno psichismo alterato. Così, non pare un caso che oggi ambienti ecclesiastici decaduti possano investire finanziariamente in mercati pornografici (pare succeda in Germania) e possano pure investire in prodotti pietistici, zuccherati, occhieggianti, sguaiati, come quelli che si vedono in certe vie di Roma e che attirano solo il mio orrore e la mia riprovazione per la decadenza che esprimono. Entrambi agiscono sulla superficialità e, ovviamente, possono produrre un certo mercato ...

San Paolo giunge, come al solito, a riequilibrare le cose e a mostrare in cosa consista il frutto dello Spirito santo: "Il frutto dello Spirito, invece, è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo" (Gal 5, 22). A tutto ciò si giunge attraverso la conversione, ossia attraverso il volgersi a Dio, abbandonando i propri criteri personali per assumere il criterio evangelico. Conversione non è, dunque, un semplice cambiamento di costumi, come credono i più, perché questo non è ancora espressione del Vangelo.


D'altronde, "gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà..." non sono frutti psichici perché se tali fossero avrebbero una caratteristica corruttibile, sarebbero instabili, apparenti, equivoci. La pace di Cristo per il mondo, non è la pace delle nazioni voluta dagli organismi politici, pace che nasce dalla paura e dalla sottomissione ai più forti, non da un cuore purificato dallo Spirito (Cfr. Gv, 14, 17). Una Chiesa che diviene il megafono di tale pace mondana ha evidentemente rotto con le sue radici evangeliche, poiché non sa cosa sia l'oro e sceglie il piombo, esattamente come chi pensa che il Cristianesimo sia una pura questione etica, non soprannaturale, equivoco oggi attualissimo e quasi ovunque diffuso!

La Chiesa, intesa in senso retto, la sua plurisecolare tradizione, è il luogo nel quale è possibile realizzare tutto ciò, dal momento che in essa, non altrove, sono a disposizione i sacramenti, sostegni vivi ed efficaci che infondono la cosiddetta "grazia", ossia un'energia che non nasce da noi ma è dono dell'Alto, dello Spirito, appunto.

Qualche tempo fa ho pubblicizzato in questo blog il rito con cui la Chiesa bizantina realizza il santo Myron (il santo Crisma), unguento che conferisce l'energia dello Spirito santo. Mi piace ricordarlo con le parole di san Cirillo di Gerusalemme:

"Guardati dal solo pensare che in fondo questo sia null'altro che un semplice unguento. È infatti accaduto qualcosa di simile a quel che avviene al pane eucaristico: dopo l'invocazione dello Spirito santo, non è più un pane comune ma corpo di Cristo. Così anche questo sacro balsamo, dopo l'invocazione non è più unguento comune, anche se continuiamo a chiamarlo come prima, ma è carisma di Cristo, efficace di grazia divina per la divina presenza dello Spirito santo. Ungendoti di questo unguento la fronte e gli altri sensi, tu materialmente ungi il corpo, ma lo Spirito santo vivificante ti santifica l'anima". (XXI Catechesi mistagogica, 3).

L'essenza della Chiesa si trova nelle parole di san Cirillo ma chi le dice più? Anche il mondo cattolico più tradizionale, per quanto insista nella presenza di Cristo nell'Eucarestia, non ricorda cosa sia realmente il Myron e di certo non lo pone sullo stesso piano dell'Eucarestia, come fa san Cirillo il quale parla di una "epiclesi" (discesa dello Spirito) per trasformare il pane in Corpo di Cristo e di un'analoga "epiclesi" per trasformare l'olio in veicolo dello Spirito santo!

Roma, san Clemente, Tabernacolo murale (sec. XIII)
Nella basilica marciana ne esistono due piuttosto simili 
posti frontalmente, uno per l'Eucarestia e uno per il Myron.
In san Cirillo il parallelo Eucarestia-Myron è evidente e tale evidenza la si poteva riscontrare pure nelle nostre chiese occidentali. Non a caso nella basilica marciana (di Venezia), risalente al XIII sec., il pane eucaristico era conservato in un tabernacolo apposto su una colonna del presbiterio mentre, su un'altra colonna di fronte alla prima, il Myron (e gli eventuali altri olii santi) si conservavano in un secondo tabernacolo, identico al primo. Il mondo medioevale, così attento ai significati simbolici, non lasciava nulla al caso e, soprattutto nelle disposizioni presbiteriali, attribuiva ad ogni cosa un suo preciso significato. Questa disposizione, precendente al Concilio di Trento, rispecchia chiaramente l'ordine espresso da san Cirillo. Entrambi i tabernacoli sono conservati nel santuario della Chiesa, il luogo più santo per eccellenza, a fianco dell'altare che rappresenta Cristo. Entrambi sono indicazione di una "presenza reale", di Cristo nell'Eucarestia, dello Spirito santificante nel Myron.
L'aver posto la sola eucarestia all'attenzione del fedele, ha inevitabilmente oscurato la presenza indispensabile del Myron per la vita cristiana, ossia l'irruzione delle energie dello Spirito santo nella vita del cristiano; ha esaltato il sacerdozio e messo in secondo piano il battesimo (2). Il tutto ha evidentemente spostato il baricentro a favore di una lettura molto più istituzionale del Cristianesimo in cui ci si concentra particolarmente a diffondere, anche contro eventuali oppositori, che è il prete ad avere il potere come Cristo di trasformare il pane e il vino in corpo e sangue di Cristo (3). È ovvio che tale processo non è avvenuto in un giorno e che per moltissimo tempo in Occidente si è parlato dei doni dello Spirito santo, cosa a cui oggi pare non si creda più, ma all'atto pratico si ponevano delle scelte con le quali ci si allontanava sempre più chiaramente dall'assetto ecclesiale mostrato da san Cirillo (4). Anche questo ha comportato la cosiddetta "svolta clericale" di tutto il Cristianesimo in Occidente a scapito dell'assetto alto medioevale di tipo monastico e carismatico nel quale l'aspetto clericale non era che una componente (peculiare e indispensabile, ma non superiore ad altre). Lentamente questo nuovo equilibrio, senza necessariamente volerlo e con il concorso di altri fattori, ha fatto scivolare sempre più ambienti ecclesiali in una sterilità spirituale, passando attraverso un certo formalismo liturgico per il quale la liturgia si riduceva spesso ad essere solo "quanto comanda di eseguire la Chiesa" (mentalità legalistica). Anche questo spiegherebbe perché la liturgia cattolica sia sprofondata per opposizione, dopo il Concilio Vaticano II, in una gestione soggettivistica, spettacolaristica, teatrale, lontana dal mondo simbolico tradizionale con la sua ieratica secchezza, trovando solo residuali opposizioni.

D'altronde, se in un ambiente ecclesiale non si può ricevere lo Spirito santo, con i frutti che esso conferisce, come ricorda san Paolo, allora quell'ambiente ha cessato di essere Chiesa, anche se apparentemente tutto sembra come prima. 

Il problema di comunità ecclesiastiche impotenti a trasmettere la santificazione (e quindi portate ad equivocare e ridurre la santificazione alla pura moralità) non è di oggi. Già san Simeone il Nuovo Teologo (XI sec.) lo aveva intravvisto e ne parlò chiaramente in certe sue opere che, purtroppo e forse non a caso, non è possibile trovare in traduzione italiana. Potrei riassumere il suo pensiero in questo modo: per san Simeone, la grazia è paragonabile all'acqua che scorre in canali di irrigazione. L'acqua normalmente è sempre presente ma se un canale di irrigazione è otturato, la grazia è  impotente, non può giungere dove dovrebbe. Dio assicura la presenza dell'acqua ma l'uomo è responsabile della pulizia dei canali di irrigazione. Se da parte di un sacerdote o di un fedele, un canale viene otturato, Dio non può agire. Tradotto in linguaggio teologico, si può dire che la grazia sacramentale è presente, il sacramento nella retta fede è valido, ma non può essere assolutamente efficace. La responsabilità, dicevo, sta in entrambi i fronti: sia da parte di chi amministra il sacramento (il sacerdote) sia dalla parte di chi lo riceve (il fedele). 


Questo spiega perché le preghiere dette dai santi sono efficaci, a differenza delle preghiere dette dai non santi o dalle persone immerse in negative passioni umane. In quest'ultimo caso, il cosiddetto peccato non è solo una questione personale ma un elemento che inquina tutta una Chiesa trasformandola, a lungo andare, in una comunità antievangelica. È dunque logico che in un ambiente del genere non esista la possibilità di avere i frutti dello Spirito santo ricordati da san Paolo e, contemporaneamente, che talora si parli di "spiritualità" senza, in realtà, conoscerla sperimentalmente, dipingendola in modo equivoco e sentimentalistico.

Come un corpo oramai privo di vita si decompone, passando da un lieve stato di alterazione ad uno più evidente, così le comunità ecclesiali prive della vita nello Spirito si decompongono divenendo progressivamente sempre più aliene alla Rivelazione cristiana. Un fenomeno, questo, che sta propriamente attorno a noi!
Ma Dio è vivente e attende chi lo cerca in luoghi che, almeno, non si oppongano alla sua azione.

Allego a questo post un grazioso filmato (purtroppo per chi non la conosce, solo in lingua greca) nel quale si illustra come viene "confezionato" il sacro Myron nel rito greco, espressione che, per quanto peculiare al mondo bizantino, deve essere intesa universalmente per il suo valore fondamentale di santificazione. I riti orientali, infatti, non sono realtà folcloriche, esotiche, lontane dall'Occidente, come viene detto da chi, senza rendersene conto, almeno favorisce la secolarizzazione nella Chiesa. Essi esprimono i valori fondamentali della Chiesa così come Cristo l'ha voluta: finestra oltre la quale si intuisce il Paradiso, veicolo efficace di grazia, sollievo dell'anima e del corpo.

In me, che non sono alieno a tali immagini e che le ho viste nella realtà, tutto ciò evoca una grande dolcezza, un profumo di primavera, la carezza di una madre buona, seppure a volte severa ed enigmatica. Sia lode a Dio, poiché tutto ciò è ancora vivo e vivente in qualche parte del mondo, nonostante le possibili e inevitabili difficoltà e miserie di ogni uomo!


_______________

(1) Ricordo che lo Spirito santo è, per la rivelazione cristiana, la terza Persona del Dio Unitrinitario e che, nel cosmo, interviene non in quanto Persona, ma in quanto energia santificatrice. Questa distinzione, rifiutata dalla filosofia aristotelico-tomista ma assolutamente presente ed evidente già nei padri Cappadoci (dal pensiero dei quali è stato redatto il Credo), è l'unica in grado di poter contemporaneamente esprimere l'assoluta trascendenza divina e l'assoluta presenza di Dio nel cosmo. In caso contrario, Dio diviene l'iniziatore della creazione che, poi, lascia sola a se stessa potendo intervenire in determinati casi solo con dei semplici mezzi creati. In questa prospettiva, l'intervento dello Spirito santo nella Chiesa potrebbe divenire un'affermazione enfatica, vuota di significato o l'alibi per iniziative autoritarie puramente clericali, dove alla fine quanto è importante è solo l'autorità per se stessa. Non a caso è stato detto che in Occidente lo Spirito santo è un "illustre sconosciuto", dal momento che la Chiesa pare reggersi di fatto da imposizioni autoritative. 
L'idea di un Dio impotente ad intervenire direttamente nel cosmo, con i secoli, ha portato alla concezione di un mondo "autonomo" da Dio e di uno spazio nel quale Dio non esiste, presupposto sul quale si è costruito l'ateismo dei tempi presenti.

(2) Se non fosse così, da dove deriverebbe l'espressione "riduzione allo stato laicale" nel caso in cui un prete viene privato della possibilità di esercitare il sacerdozio? Quest'infelice espressione confessa palesemente che il laico è un "ridotto" rispetto al prete, posto su un piano superiore. Questo modo di concepire la Chiesa in realtà non è il modo dei santi Padri per i quali ogni ministero e ogni persona sono sullo stesso piano e tutti collaborano al bene comune, pur nella differenza dei carismi e dei doni. Non è neppure nella prospettiva evangelica in cui Cristo sgrida i discepoli quando cercano di capire quale tra loro sia il più grande. Tutto ciò è dunque indice di una distorsione ecclesiologica che sta tentando pure qualche Chiesa orientale... 

(3) Tralascio la differente modalità con cui in Oriente si considera l'atto di consacrazione eucaristica da parte del sacerdote, dal momento che quanto esposto è tipico solo del Cristianesimo basso medioevale latino. Considero importante quanto segue: nella vita carismatica, non è solo il prete ad essere "alter Christus" ma, nella modalità a lui propria, pure il semplice laico. In tal prospettiva, il fine non è divenire "preti" ma divenire santi poiché la Chiesa non è fatta per trasformare l'umanità in chierici ma in santi. Nel momento in cui, seppur in buonissima fede, tutto ciò è oscurato o perso, il sacerdozio è posto su un piedistallo altissimo, come nell'impostazione postridentina. Alla fine, sganciato da un contesto profondamente carismatico, lo si trasforma e, in una realtà antisacrale come la presente, lo si fa divenire un impiego di animazione sociale e una missione di trasformazione politica e sociologica del mondo. Ecco rappresentato un certo tipo di Cattolicesimo attuale! Non a caso alcuni chierici cattolici sono divenuti, coerentemente, agitatori o uomini politici (ad esempio don Andrea Bellavite della diocesi di Gorizia che, nel tempo in cui studiava, veniva additato come "esempio" di ottimo chierico perché aveva idee simili alle attuali, per quanto, forse, più moderate!). Questi preti una volta che applicano in tutte le loro conseguenze le idee nelle quali sono stati allevati, vengono rifiutati con orrore dalla Chiesa istituzionale, pur essendo, in realtà logica conseguenza e proiezione di tale Chiesa istituzionale! Essi hanno il coraggio di esplicitare nella pratica le basi teoriche sulle quali questo tipo di cristianesimo si appoggia, coraggio e coerenza che a tutti gli altri probabilmente mancano! Papa Bergoglio, criticato aspramente dai conservatori cattolici, in realtà esplicita queste basi teoriche che certi conservatori fingono di non vedere, portandole a determinate conseguenze prettamente secolaristiche. Quando ci si accorgerà che i frutti amari non sono prodotti da un albero che si suppone a tutti i costi essere sempre e ovunque dolce? Ci si deve sinceramente chiedere se, certi personaggi quando assumono pose rivoluzionarie, non siano stati spinti dall'interno dell'istituzione stessa, stimolati, magari, da alcune sue insanabili contraddizioni.

(4) La riforma dei riti consacratori con i quali si benedice il Myron pare in perfetta linea con la tendenza progressiva a marginalizzare il Myron stesso nella vita cristiana. Nel nuovo Pontificale (di rito latino), il vescovo non saluta più il Crisma, genuflettendosi tre volte dinnanzi ad esso. In questo modo, il santo Olio è trattato più come una cosa che come un veicolo nel quale vibra una Presenza vivente. 
Un parroco cattolico piuttosto tradizionale da me interpellato ha definito il Myron un semplice "segno di Spirito santo in grado di consacrare". Noto come il termine "segno" non abbia la stessa forza del termine "presenza" di Spirito santo, espresso da san Cirillo, ma vada invece in una direzione generica e vaga, piuttosto intellettualistica. Se questa è la risposta del prete tradizionale quella di altri che non lo sono quale sarà?