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domenica 29 novembre 2015

Beatificazioni, canonizzazioni e considerazioni ad esse inerenti

La liturgia è tradizionalmente concepita come il culto che viene riservato a Dio nel quale si associano vivi e defunti. Tra questi ultimi, un ruolo particolare è svolto dai santi, da coloro cioè che hanno brillato per particolare santità di vita cristiana e che ora svolgono un'azione di intercessione presso Dio a favore degli uomini.

La Chiesa non "fa" i santi perché essi sono costituiti tali direttamente da Dio. La Chiesa semplicemente li riconosce sentendo, in essi, una presenza trascendente, altrimenti detta "carismatica". Il santo è l'uomo che vive a contatto con Dio, che lo "incarna" per grazia, mentre Cristo era il Dio incarnato naturalmente. 
Quest'assunzione del divino nell'umano, resa possibile da una preparazione ascetica, rende l'uomo estraneo alle passioni malvage (1). Il fine della santità, intesa rettamente, non è dunque una semplice moralità (con la quale si riceverebbe il paradiso in premio) ma una continua comunione con l'Al di là, tale da orientare ogni scelta e discorso nell'Al di qua. È in questo senso che dev'essere intesa la frase paolina: "Non sono più io a vivere ma è Cristo che vive in me" (Cfr. Gal 2, 20).
La santità autentica, dunque, è una realtà profondamente mistica al punto che, senza tale caratteristica, non può esserci autentica santità. Potrà esserci bontà e virtù umana, senza dubbio, ma non santità che è qualcosa di totalmente superiore e diverso dalle semplici categorie umane.

Quando la Chiesa addita un santo di tal genere, mostra, al contempo, la possibilità per ognuno di aprire la porta di accesso al Regno dei Cieli dentro di sé.
Se nel mondo ortodosso si mostra san Paisios del monte Athos quale santo, non si indica in esso delle semplici virtù, per quanto "eroiche", ma una reale e mistica comunione di quest'uomo con Dio. Da qui discendono fatti non ordinari e umanamente incredibili: miracoli, predizioni che si sono manifestate vere, apparizioni in luoghi molto distanti, ecc. 
«Io vi dico in verità: Se aveste fede e non dubitaste, non soltanto fareste quello che è stato fatto al fico; ma se anche diceste a questo monte: "Togliti di là e gettati nel mare", sarebbe fatto» (Mt 21, 21), sosteneva Cristo per il quale sarebbe bastato un solo granello di fede per spostare addirittura le montagne.
Chiedendo l'intercessione di un santo di questo tipo, il fedele, in realtà, si rapporta con Dio attraverso di lui, poiché è Dio stesso che, manifestandosi nel santo, ha reso possibili cose straordinarie.

Questa è la dottrina tradizionale della Chiesa, la dottrina antica, quella che si conserva ancora in quelle comunità ecclesiali che ci credono.

Purtroppo si deve constatare che, nei secoli, sono stati additati, quale esempio di santità, persone non sempre con tali caratteristiche. Forse alcuni secoli fa questo era raro ma è ugualmente successo. Ecco qualche esempio:

1) Il "beato" Carlo Magno. Questa beatificazione è stata proclamata nella diocesi di Aachen e, a tutt'oggi, non è stata mai smentita. Non pare affatto compatibile con la santità cristiana qualche comportamento di tale imperatore il quale, tra le altre cose, fece massacrare i sassoni, nonostante, si diceva, non voleva mancare mai alla messa nella sua cappella palatina.

2) Il "beato" Giustiniano. Esiste in Oriente una consuetudine in base alla quale alcuni sostengono che l'imperatore Giustiniano fosse beato e che entrasse personalmente nei dibattiti teologici del tempo, sostenendo attivamente la parte ortodossa. Anche qui, come nel caso di Carlo Magno, conviene presentare qualche riserva: può, un beato, massacrare parecchi cittadini, pur di mantenere il suo potere imperiale? È noto, infatti, il massacro fatto perpetrare dall'imperatore contro il partito politico a lui avverso.

Ciononostante, queste figure sono state in qualche modo registrate nell'albo dei santi delle rispettive Chiese. Non ci è difficile immaginare che la loro santità sia stata proclamata per motivi prima di tutto "politici" e solo secondariamente religiosi. Il motivo religioso in questi casi è un'ottima maschera al motivo politico. 
La "santità" di Carlo Magno risulta, infatti, funzionale alla santificazione di tutto un ordine politico in qualche modo contrapposto a quello orientale e bizantino. È grazie a ciò che è nata l'odierna Europa.

Queste figure di "santi" si distanziano, tuttavia, dalle figure dei santi carismatici di cui, sopra, ho fatto un esempio e che compendiano numerosi uomini e donne, monaci e monache, vescovi, abati e martiri di tutto l'orbe cristiano.

Il concetto di santità non rimane identico in tutti i tempi. A seconda delle epoche, infatti, s'identifica nel santo una caratteristica preminente con la quale lo si riconosce tale. Anticamente tale caratteristica era la sua carismaticità. Nell'epoca moderna si pone molto l'accento sulle virtù, ossia sulla pratica morale attuata fino all'eroicità. L'epoca tridentina del Cattolicesimo conosce tale definizione di santità.
Osservo quanto segue: è vero che un santo autentico pratica le virtù in modo eroico. San Simeone lo stilita era in grado di fare rinunce eroiche e di vivere su una colonna. È però non meno vero che la virtù in se stessa non vuol dire molto: ci sono stati non pochi uomini che, in nome d'ideali politici o per una semplice filantropia, sono andati incontro a molte sofferenze finendo addirittura per offrire la propria vita. Questo se, per certi aspetti, può essere molto interessante e lodevole non significa automaticamente la santità per colui che lo pratica.
San Simeone non è dunque santo per le sue rinunce eroiche ma perché era in grado di farle per una ragione o forza carismatica che gli era infusa e che ogni visitatore gli constatava. In altre parole, egli era santo perché divenuto "finestra" dell'Al di là.

Attualmente, il concetto di santità pare essersi ulteriormente annebbiato. Santo è l'uomo "buono", l'uomo "morale", l'uomo che in qualche modo ha fatto qualcosa di particolarmente utile al mondo e alla Chiesa. Santo è l'uomo che fa "battere" il cuore alla folla (si pensi al "santo subito", Giovanni Paolo II). Questo tipo di "santità" può divenire simile alla "santità politica" a cui sopra accennavo ma ha pure un risvolto un po' inquietante: basta che un uomo sia amato dalla folla (nei termini di una rock star) e gli si può attribuire automaticamente la santità popolare. Con questi presupposti lo stesso attuale papa Francesco pare avere la strada spianata verso la santità, grazie all'enorme battage pubblicitario del quale è oggetto.
La faciloneria a proclamare santi a gogò diviene sempre più possibile anche grazie ad un escamotage: in Occidente sembra che oramai basti un solo miracolo, addirittura privo di attestazione della scienza medica, e il beato può essere proclamato. Se, per eccesso, io avessi mal di testa, mi prendessi un'aspirina e pregassi un possibile santo, il giorno dopo, guarito, potrei dire di essere stato miracolato.  

Paisios del Monte Athos un giorno ricevette un monaco cattolico e gli pose la seguente domanda: «È vero che, presso di voi, oramai i miracoli non servono più per proclamare dei santi?». 
Il monaco cattolico ovviamente negò. Paisios, però, non era uomo che parlava a caso. Nella sua vita, oltre a compiere parecchi eventi inspiegabili, era in grado di prevedere certi accadimenti che puntualmente si avveravano. Questa domanda, posta apparentemente in modo ingenuo, ha tutta l'aria di una piccola profezia, come se il santo monaco dicesse: «Verrà un giorno in cui i vostri "santi" saranno proclamati tali senza alcun vero miracolo».
Temo che quel giorno è giunto.

Ci possiamo trovare, allora, dinnanzi a dei "santi" piuttosto strani, il che è indice, pure, della stranezza dell'ambiente che li proclama.
Non voglio essere polemico ma riflessivo. Se ci sono delle incongruenze e delle contraddizioni queste s'impongono per loro stesse, indipendentemente che io, o altri, lo diciamo.

Faccio altri due esempi.

1) Nella Chiesa ortodossa russa hanno recentemente proclamato "santi" lo zar Nicola II e la sua famiglia. Che lo Zar fosse vittima di se stesso, della sua ingenuità, della sua incapacità totale a governare, è un dato di fatto. Forse non ne aveva colpa morale. Ma, e questo è certo, ha fatto sparare alla folla affamata esasperandola e accelerando, così, la sua fine. Probabilmente si è pentito. Sarà morto come cristiano e sicuramente sarà stato accolto da Dio. È, questo, sufficiente a farlo santo? Un santo è tale in tutta la sua vita (almeno da quando cerca di praticare il cristianesimo) al punto che tutta la sua vita è un esempio e può essere illustrata ai fedeli perché ne siano edificati. Possiamo essere edificati da un "santo" che spara alla folla affamata? Sono domande serie, tutt'altro che banali.
La sua canonizzazione ha, perciò, un sapore politico: il trionfo di uno zar post mortem sul cattivo comunismo che lo martirizzò. Poi, questo aveva tutta l'aria di essere un "martirio politico", non un martirio cristiano: la famiglia imperiale fu trucidata per odio all'antico regime, non per necessario odio alla fede! È come se, oggi, alcuni circoli conservatori monarchici volessero proclamare "santo e martire" Luigi XVI, assassinato per i medesimi motivi.

2) La beatificazione di papa Paolo VI. Tale persona, con spiccate doti umanistiche e religiose, si pose, tuttavia, spesso in senso contrario a molti orientamenti tradizionali all'interno del mondo cattolico, senza misurare esattamente le conseguenze a cui potevano portare certi suoi atteggiamenti. Fu alfiere della riforma cattolica voluta nel concilio vaticano II, riforma che, però, finì per orientare gli spiriti in senso antitradizionale. Quanto mi sta a cuore, non è salvaguardare un ordine "tridentino" cattolico del quale questo papa era comunque avverso, ma una sensibilità più estesamente tradizionale, quale vediamo, ad esempio, negli scritti dei padri della Chiesa. È questa sensibilità spirituale e patristica l'identità vera della Chiesa. Ebbene, tutto ciò è stato travolto e non si può non vedere in questa rivoluzione un responsabile che, anche indirettamente, lo ha voluto.
Non voglio essere severo verso questa persona e neppure giudicarla. Faccio delle constatazioni perché pure a livello storico uno studioso le farebbe. 
Il papa in oggetto è sicuramente una persona di non poche capacità, ha certamente molte doti positive ma questo, un tempo, non sarebbe stato assolutamente sufficiente a farlo proclamare "beato". 
Nella conferenza da me tradotta (disponibile in formato testo in questo link e in formato audio scaricabile in questo link), un sacerdote tradizionalista pone delle obiezioni razionali a tale beatificazione. 
Egli ha una sua logica per alcuni aspetti condivisibile anche se, personalmente, non concordo con certi suoi presupposti (2)

Siamo, allora, dinnanzi ad altre canonizzazioni "politiche". Nel caso di Paolo VI, evidentemente, si tratta di canonizzare il nuovo percorso del Cattolicesimo attuale rendendolo, così, inattaccabile.

Con questo post, non voglio creare inutili tensioni poiché mi rendo conto che la tematica è molto delicata. Desidero, piuttosto, focalizzare l'attenzione sull'essenziale: la santità vera è quella nella quale si ha modo di percepire una presenza ultraterrena ed è perciò che essa è garanzia di un ambiente ecclesiastico sano, lontano da disegni puramente umani e da logiche di potere. La santità "politica", al contrario, è sempre indice di una fazione nella Chiesa che l'ha proclamata, fazione che ha i suoi fini che, purtroppo, sono sempre molto concreti, ideologici, terreni e ben poco "celesti". 

In un periodo come l'attuale, nel quale pare essere bandito e misconosciuto ogni senso di soprannaturale in molti ambienti ecclesiastici, non si può che produrre santi prevalentemente "politici". Sta ai semplici cristiani distinguere il vero dal meno vero, l'oro dal legno, per non travisare come "divino" ciò che non lo è affatto. La gerarchia ecclesiastica, infatti, è in gran parte occupata in altre cose...
 __________ 


1) L'estraneità alle passioni non è una condizione nella quale si giunge senza sforzo. Comporta, piuttosto, un lavoro che dura una vita poiché la condizione umana, che per la patristica è ferita dal peccato originale, è inclinata alla passionalità. Si tratta, allora, di fare come chi svuota perennemente una barca dall'acqua entrata attraverso una feritoria, per poter navigare e, senza affondare, giungere alla meta intravvista da lontano. Questo lavoro è indispensabile anche se, cristianamente parlando, sappiamo che la forza non ce la diamo da noi stessi.
L'estraneità alle passioni (o il loro costante combattimento) dovrebbe essere una caratteristica basilare nel caso di un beato o di un santo. È dunque quanto meno singolare che si sia soprannominato "il santo della mitezza" il noto santo cattolico san Francesco de Sales, dal momento che un'attitudine mite è il contrario di un'attitudine sanguigna e la mitezza dovrebbe essere perseguita da qualsiasi vero beato e santo.
Al contrario, fa un poco impressione pensare agli impeti sanguigni di un Pio IX ("Se il re d'Italia entra qui lo faccio buttare giù dalle scale!") associandolo all'idea che è beato ... A livello molto pratico, un cristiano che vede questo in due beati può pensare che la mitezza sia totalmente opzionale! 

2) Punti nei quali dissento rispetto a questa lettura cattolico-tradizionalista:


a) il Cristianesimo non è un insieme di idee "buone" da contrapporre a "idee" cattive ma, anticamente, era visto come una vita nello Spirito santo. È qui che deve essere focalizzata l'attenzione poiché le idee sono sempre conseguenti e non sempre essenziali. "Noi non combattiamo per delle parole (o delle idee)" dicevano i padri anticamente "ma per una vita nello Spirito". Che differenza da allora!


b) Il santo non è semplicemente un modello di "morale cristiana" ma una finestra dalla quale s'intuisce l'Al di là. Perciò egli è una persona carismatica, non una persona semplicemente morale come se dovesse praticare questa morale per un motivo idealistico-religioso. 


c) Tutta l'impostazione della conferenza ha qualcosa di artificiale, di molto razionalistico, per quanto sia costruita molto logicamente. 


d) Si noti poi, la totale assenza di ogni riferimento di tipo mistico nella descrizione e nella definizione di canonizzazione. Il tutto è posto sul piano delle idee e della morale, un piano di fatto orizzontale che potrebbe avere pure un'associazione filantropica non cristiana. Tacere sugli aspetti interiori, sulla presenza di ciò che un tempo si definiva "vita di grazia" o semplicemente darlo per scontato mi sembra assai grave, sopratutto se viene dal coté tradizionalista. Con questi presupposti, che alternativa possono dare tali persone alla decadenza ecclesiastica? Se solo osano imporre al mondo attuale un "codice di comportamento" in nome dell'autorità (rivelata o ecclesiastica che sia) o sotto pena di un castigo eterno, il minimo che possono ottenere è una sonora pernacchia. È il carisma che attira, non le parole perché, come dicevano anticamente, ogni parola può essere sconfitta da un'altra parola contrariamente ai fatti. Per questo, in definitiva, il Cristianesimo è questione di fatti soprannaturali, non di semplici parole o ideali.

venerdì 27 novembre 2015

Come Berlino nel 1945?

Lo spontaneo crollo di un edificio nella Berlino distrutta del 1945

Nel web c'è un interessante filmato che segnalo qui. Si tratta di Berlino un mese dopo la fine della seconda guerra mondiale. Il film (a colori e con un'ottima definizione) è stato girato in una città distrutta, tra cumuli di macerie e rovine. Mesti e operosi, i berlinesi rimanenti si danno immediatamente da fare per ripulire una città in gran parte fantasma.
Non ho difficoltà a vedere in questo film la metafora della Chiesa, una Chiesa che si è ridotta quasi a livello di questa Berlino. Come a Berlino continuavano a crollare gli edifici, gravemente minati dalle bombe, così oggi continuano a giungerci notizie penose di ambienti e personalità ecclesiastiche la cui autorevolezza crolla dinnanzi agli occhi esterefatti di molti credenti e tra lo sbeffeggio del mondo laico (un fenomeno, questo, che accomuna Oriente e Occidente cristiano).

Un edificio sano non crolla. Un edificio minato sì. Se un edificio è minato, è molto probabile che altri edifici a lui prossimi lo siano, anche se ancora non sono crollati. Se molti edifici sono minati, vuol dire che è successa una guerra, che sono cadute delle bombe. Chi ha lanciato quelle bombe, quando e perché?

È possibile che i berlinesi ciechi non si rendessero compiutamente conto dei disastri immani diffusi nella loro città. Lo intuivano quando crollava qualche edificio, se non altro per il rumore delle macerie e per la polvere diffusa nell'aria.

È possibile che molti, oggi, non si rendano compiutamente conto dei disastri strutturali diffusi in molti ambienti ecclesiastici. Se ne rendono conto quando crolla qualche personalità ecclesiastica, anche se immediatamente c'è chi dice: "No, è solo colpa sua!". 

È come se, nella Berlino del 1945, si fosse detto ai ciechi: "Quest'edificio è crollato perché era mal costruito. Tutti gli altri sono splendidi!".
Ovvio che queste sono menzogne! Lo capiamo, oggi, che ci raccontano menzogne?

Quello che mi auguro è che, come nella Berlino postbellica, così nella Chiesa odierna ci siano persone buone e generose che raccolgono le macerie e, incuranti della stanchezza, fanno pulizia in loro e attorno a loro.

Diversamente, anche la Chiesa rimarrà una città fantasma....

lunedì 23 novembre 2015

La melassa buonista è contro il Vangelo

Nella storia della Chiesa, lungo tutte le epoche, è emersa, tra le altre, una caratteristica costante: l'avversione per l'errore, la ricerca sistematica delle ragioni su cui si fonda e una risposta con cui controbatterlo. Il fine di questa lotta è sempre stato quello di mantenere aperto il passaggio a Dio o, detto diversamente, l'amore per la verità evangelica.

L'errore religioso che gli si contrappone può essere di tipo dogmatico, morale, liturgico o disciplinare in senso generico.

Nella lotta contro l'errore gli ecclesiastici hanno fatto alcuni errori, sia in Occidente sia in Oriente, sconfinando in un fanatismo tale da ledere o sopprimere le persone. 

L'epoca attuale è il trionfo dell'umanismo, dei diritti dell'uomo, di una supposta libertà in ogni settore, compreso quello religioso. 

Nell'attuale contesto molti ecclesiastici e non pochi laici cadono nell'errore opposto: pensano che non sia giusto criticare chi ha idee religiose dissonanti con le proprie, chi si oppone o addirittura rovescia le basi sulle quali si fonda il Cristianesimo. I guardiani dell' "ortodossia religiosa" sono molto mal visti, soprattutto dall'attuale papa.

A mio avviso, siamo ben lungi dal giusto equilibrio e dal semplice buon senso!

Questo è così vero che chiunque tenti di ricordare l'ordine tradizionale è tacitato quando non violentemente maltrattato.
Pure nel mio blog ogni tanto giunge qualche voce prevenuta e ignorantella che scrive: "Sei sempre pronto a puntare il dito, a criticare censurare, mettere alla gogna. Ma pensa a te stesso!". 

L'ignoranza è voluta perché se chi scrive così sapesse leggere bene capirebbe che non amo umiliare le persone, anche se incorrono in pesanti errori (vedi il mio post precedente sull'ex abate di Montecassino). Tra il mio stile e quello di un sito integrista come Pontifex (tanto per fare un esempio) c'è un vero e proprio abisso e bisogna essere ciechi per non vederlo...

Viceversa, l'errore in quanto tale ha bisogno di essere chiamato per quello che è (è questione di integralità, non di integrismo!), se ne deve capire la genesi, il terreno di coltura o l'ambiente nel quale nasce e si sviluppa.

Anche chi si occupa semplicemente di storia della filosofia o di storia delle idee, fa lo stesso lavoro: cerca d'indagare perché e in qual momento storico certe idee si sono sviluppate. Questa disamina dovrebbe essere fatta il più possibile a sangue freddo, cosa assai difficile per alcuni spiriti e addirittura impossibile agli integralisti.

Infatti, il credente sa che la coscienza personale viene giudicata solo da Dio. Ma questo non deve esimerlo dal capire il presente, dall'avere una coscienza più lucida possibile su quanto sta accadendo, dal motivare profondamente le basi della sua fede.
È quanto in piccolo si cerca di fare in questo blog e che mi augurerei facesse ognuno.

Capisco benissimo che la nostra epoca, apparentemente assai buonista, finisce inevitabilmente per scambiare il giudizio di un'idea con la condanna di una persona, ma questo non dovrebbe fermare alcun ambiente ecclesiastico sano e, personalmente, non ferma neppure me. 

Il problema di chi fa queste sviste non è mio e non dovrebbe neppure essere della Chiesa. 
Il fatto, poi, che nella Chiesa possano esistere uomini deboli e peccatori non può comportare il silenzio di questi ultimi se si tratta di ricordare le verità religiose. Un uomo ladro che ci spiega correttamente il teorema di Pitagora non inficia il teorema stesso. Allo stesso modo, un uomo fragile che ricorda la sana tradizione ecclesiastica, per quello che è, non inficia la validità del suo discorso. È certamente augurabile che il credente sia coerente con quanto ricorda a se stesso e agli altri (per rendere operante quanto validamente crede), ma non può essere tacitato da nessuno se menziona le verità evangeliche e le loro inevitabili conseguenze.  

Quando, cercando di dare ragione della propria fede, si è zittiti aspramente non si potrà non avere il fondatissimo sospetto che chi lo fa si sente mettere a nudo fino al punto da apparire a tutti come ateo, in palese contraddizione con le basi della sua fede, anche se si mostra grande credente o gran sacerdote. 
I veri "nemici", infatti, non sono esterni al Cristianesimo ma vivono profondamente in esso giungendo ad occupare cariche istituzionali anche molto significative. 
Il buonismo con cui moltissimi si riempiono la bocca serve, in realtà, solo a nascondere tali cose in modo che gli "operatori di iniquità" di evangelica memoria continuino ad agire indisturbati ...

sabato 14 novembre 2015

Priesthood's simulator – Il simulatore del sacerdozio

L'ex abate di Montecassino Pietro Vittorelli


Nun ce se po' fida' più de nessuno, nemmeno sarvognuno de 'n abbate! 
De onesto ce sta ancora quarcheduno? Puro voi preti pe' campa' rubbate? 
Pare che ha combinato un bèr casino, 'sto Vittorelli inzieme cór fratello, 
si la Procura de Montecassino j'ha sequestrato tutto sur più bello! 
De certo sarà la Maggistratura, a stabbili' si questo è un gran ladrone: 
pe' lui sarà 'na grossa fregatura, de dove' rinuncia' a mezzo mijone! 
Ma è giusto che perfino un'Abbazzia, mo' deve da subbi' 'na rubberia?

La tragedia che ha coinvolto in queste ore la Francia, con gli attentati e le vittime provocate dagli estremisti islamici a Parigi contribuirà certamente a far dimenticare l'ennesimo scandalo clericale italiano del quale moltissimi italiani non hanno colto il significato profondo, vedendovi solo una grave incoerenza di tipo morale (1).

Mi riferisco all'ex abate benedettino Pietro Vittorelli (2), colto con le mani nel sacco dalla finanza che, l'11 novembre, gli ha sequestrato 500.000 euro, soldi non suoi ma impossessati dal religioso per condurre una vita di lusso, con vestiti, cene, profumi e, pure, droghe assunte in compagnie tutt'altro che edificanti.

I semplici si chiedono come sia possibile tutto ciò ma i fatti sono lì, spietati, a inchiodare il reo. Post factum, alcuni tra la maggioranza lo maledicono usando parole che in questo blog non ripeto. Inutile dire che quest'atteggiamento lascia il tempo che trova. Solo pochissimi si chiedono come mai la cosa sia passata inosservata fino a poco tempo prima. Tra questi pochissimi nessuno si chiede sulla base di cosa, la comunità monastica e, in seguito, il Vaticano, eleggono un abate: su una convenzione esteriore, una preparazione intellettuale, un'apparente pietà o su una reale formazione spirituale?

Sembra, infatti, che ci si dimentichi la cosa più fondamentale e che la tradizione patristica, viceversa, aveva assolutamente chiara: la vita religiosa autentica non è una formazione intellettuale ma una formazione (spesso assai impegnativa) di cuore perché la sede dell'autentica religione non sta nel cervello ma nel cuore purificato (3).

Il cuore purificato, toccato dalla presenza divina (la grazia) ha modo di rendere consapevole il soggetto di Dio: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”(Mt 5, 8). Il centro di tutta la vita religiosa è sempre e solo il cuore.

Come il gusto nell'uomo è in grado di valutare il sapore di una pietanza, il cuore è in grado di intuire, in modo ineffabile ma reale, la presenza divina. Questa consapevolezza è chiara a tutta la patristica e attinge alla tradizione biblica stessa. Tutto nasce da qui, tutto consegue da qui, tutto si orienta da qui. Per questo l'uomo “trovata la perla preziosa, vende tutto, pur di acquistarla” (cfr. Mt 13, 46), ossia va contro le sue passioni negative che oscurano l'occhio del cuore, la possibilità di percepire l'ineffabile presenza divina, pur di rimanere sempre con il Signore, come diceva san Paolo.

Ecco perché la memoria del Signore, ossia la preghiera, può divenire un'attività incessante, secondo san Gregorio di Nazianzo, per cui non si dovrebbe fare altro che questa e accompagnare a questa ogni attività quotidiana.

Questo tipo di esperienza mistica è completamente dimenticata in Occidente (salvo, forse, rarissimi casi). Ed è esattamente ciò a provocare la rovina del Cristianesimo. Avviene, allora, la sostituzione della realtà (l'esperienza divina) con una sua immagine intellettuale (lo studio, le definizioni concettuali). 
Qui non si vuole ostracizzare l'utilizzo dell'intelletto ma il suo uso deviato in modo che i concetti argomentativi finiscono per sostituire l'indispensabile esperienza mistica trasformando il cristianesimo in un'ideologia religiosa, in un'idolatria dove lo stesso Dio coincide con l'immagine intellettuale che l'uomo se ne è fatto (4)
E, dal momento che la foto di una pastasciutta non è assolutamente come un bel piatto di pastasciutta davanti a sé (ossia, fuor di metafora, l'immagine intellettuale di Dio non è come il contatto con Dio), la deriva di laici e clero verso l'agnosticismo è irrefrenabile!

La più chiara professione di agnosticismo, se non di ateismo, viene dunque fatta da quel clero che, vittima più di tutti di un'ideologizzazione del Cristianesimo, finisce inevitabilmente per vivere il contrario di quanto professa a parole.

Questo è il background nel quale, c'è da supporre, si è mosso pure Pietro Vittorelli, ex abate di Montecassino.

Vincendo una certa ritrosìa naturale di fronte a questi personaggi, ho voluto ascoltare attentamente alcune sue dichiarazioni ancora disponibili su youtube (temo che a breve le cancelleranno) per capire meglio la mentalità di questa persona, il modo in cui è stato formato (o deformato) poiché è chiaro che costui riflette anche e soprattutto tutto un ambiente di tipo clericalistico.

Ho dunque fatto riferimento a due eventi:

  1. Il discorso di ringraziamento del neo abate Pietro Vittorelli in occasione della sua benedizione abbaziale (nel 2007) udibile in questo link;
  2. L'intervista rilasciata dallo stesso presule al giornalista Alessio Porcu udibile al seguente link

Prima di tutto c'è un elemento costante, presente in entrambi gli interventi, da me riscontrato pure in molto clero: la tendenza ad autocelebrarsi (5). Il clero ha il delicato compito di portare luce a Cristo, facendo come un saggio terapeuta che cura gli altri e se stesso, accompagnando a Dio tutti. Quando un chierico fa un discorso religioso, se ha avuto una reale formazione spirituale, sarà ben attento a non far focalizzare l'attenzione degli altri su sé stesso perché questo atteggiamento psicologico distoglierà inevitabilmente gli altri da Dio fissandoli sul puro contingente o, peggio!, sul chiacchiericcio. Questa sensibilità spirituale era talmente chiara in determinati santi che li portava a raccontare di eventi soprannaturali, avuti da loro stessi, attribuendoli ad altre persone. In questo modo edificavano i loro ascoltatori e, allo stesso tempo, non si esaltavano. Al contrario, un contesto fortemente umanistico (in cui l'uomo è al centro di tutto e il proprio essere sta al centro del cosmo) si mostrerà inevitabilmente per ciò che è finendo per deformare sensibilmente l'ordine di valori del Cristianesimo. L'umiltà sarà la prima cosa ad essere sacrificata!

Questa tendenza autocelebrativa l'ho notata nel primo discorso, laddove l'abate dichiara: “Ogni giorno, ogni istante, quanti mi accosteranno possano scorgere qualcosa della bellezza eterna dell'immagine di Dio ... mi sento pienamente figlio di san Benedetto”.

“Il buongiorno si vede dal mattino, si dice normalmente e qui si nota una pericolosa voglia di elevarsi, in nome di Dio. Qualsiasi persona spiritualmente più accorta avrebbe, al contrario, detto: “Ogni giorno, ogni istante quanti mi accosteranno preghino perché possa essere fedele e incarni la bellezza eterna dell'immagine di Dio della quale sono perfettamente indegno … mi sento indegnamente figlio di san Benedetto”.

Nell'intervista rimbalza la stessa autocelebrazione, suggerita in modo inopportuno dallo stesso intervistatore (non è così che ci si rivolge ad un monaco, solleticando il suo egocentrismo!):

“A quale dei suoi predecessori si ispira di più?”.

Mi ispiro al grande abate Desiderio di questo monastero che ha dato grande impulso a Montecassino; penso a Bernardo Iglerio che ha amato moltissimo il territorio diocesano ... Noi ciociari siamo persistenti e pervicaci negli obbiettivi che ci diamo […] L'esperienza politica mi ha dato quell'esperienza nel mondo che mi aiuta a prevenire piuttosto che a combattere certe situazioni”.

È chiaro che il prelato non voleva essere in nulla inferiore ai presuli di cui esaltava la grandezza e si dichiara ricco dell'esperienza del mondo, facendo quello che è, a mio avviso, un discorso poco opportuno per un chierico. L'orgoglio personale riceve ulteriore foraggiamento il che è particolarmente stridente, soprattutto in un monaco ...

Quello a cui invito a porre particolare attenzione è il seguente discorso, come risposta alla domanda cosa sia più necessario alla nostra epoca:

Oggi c'è la necessità di tornare ad uno studio serio, serrato delle cose. In un momento di crisi come questo è importante per tutti quanti riprendere a studiare e non osservare per sentito dire o con una visione superficiale delle cose ... Noi cristiani dobbiamo avere la convinzione che Dio è presente ovunque e non esiste uno spazio nel quale sia assente. E mi riferisco anche a spazi, o situazioni o sistemi di peccato dove comunque Dio entra e cerca di illuminare il cuore degli uomini”.

Qui i valori tradizionali (della patristica cristiana) sono completamente capovolti. Quanto è importante per un cristiano non è, prima di tutto, studiare ma avere un contatto con Dio. È questo contatto che da un orientamento e un modo di vedere le cose nel mondo. Lo studio è sempre seguente e non è assolutamente essenziale, tant'è vero che Cristo non ha voluto scegliere i suoi discepoli tra i dotti farisei ma tra gli ignoranti pescatori. È vero che la patristica più elevata l'abbiamo quando si congiunge l'esperienza del divino con una buona formazione intellettuale ma il discorso dell'abate, non menzionando la prima, non solo è monco ma è eretico in senso etimologico. Un'eresia ampiamente diffusa, soprattutto nell'odierno ambito clericale in cui lo stesso papa pare abbia steso la spiritualità cristiana sul letto di Procuste di un buonismo sociologistico.

Mi impressiona, poi, quanto segue: Dio è presente ovunque, anche nei sistemi di peccato per cercare d'illuminare il cuore degli uomini.

Che Dio sia presente ovunque non ne ho dubbi. Ma che possa illuminare gli uomini nel peccato, se costoro non si convertono a lui, è completamente errato. Il sole in una giornata di agosto può illuminare ovunque ma non potrà mai entrare in una casa che ha porte e finestre ben chiuse! Ecco cosa manca a questa frase dell'abate, una parolina molto evidente al mondo monastico antico: la conversione! (6)

L'abate poco dopo menziona la conversione ma in un modo molto parziale che puo' essere totalmente fuorviante:

Il sacrificio vero è quando ci rivolgiamo al Signore e manifestiamo a Dio la nostra disponibilità a cambiare, pur riconoscendone la difficoltà e il fatto che siamo fragili e che, magari, in quel momento siamo davvero disponibili a cambiare ma che, dopo un'ora, capita qualcosa e ritorniamo ad errare”.

Tutto si ferma ad una pura intenzionalità, senza accampare le basi per rendere concreto questo cambiamento con la rinuncia ai beni terreni, cosa che un monaco dovrebbe praticare vigorosamente ogni giorno e che purtroppo l'abate in oggetto non praticava affatto. L'ascesi diviene, così, una pura intenzionalità, non qualcosa di realmente praticato. Interessante l'appunto: “dopo un'ora capita qualcosa e ritorniamo ad errare” perché, letto oggi ha un sapore fortemente autobiografico; sembra che l'abate descriva se stesso!

Per un monaco è importante la liturgia. Per questo l'intervistatore chiede all'abate il senso della liturgia nella vita cristiana. La risposta è ancora una volta  poco concreta perciò teorica come l'asserzione di un libro di metafisica filosofica. Alla fine, è puramente umanistica risolvendosi in qualcosa di solamente umano.

La liturgia è un totale invito alla gioia ... aver la percezione che in situazioni anche drammatiche Dio si rende presente ... questo passa attraverso la comunione degli intenti, mettersi insieme per fare cose buone. Per questa pasqua è essenziale essere presi per mano e condotti alla comprensione di questi gesti e simboli straordinari che possono caricarci di speranza per il futuro e il domani, facendoci credere che il domani è meglio di oggi. Questa speranza ci fa vivere diversamente ogni situazione. Gli uomini devono mettersi attorno ad un tavolo, guardarsi negli occhi e dire con franchezza quali sono i problemi e cercare insieme di risolverli”.

La liturgia è, invece, il luogo in cui la grazia di Dio (che non viene nominata!) agisce e la sua azione, se è reale, non può non essere sentita dal credente. Questo tipo di percezione sperimentale è tale da dare la speranza nell'Al di là, una speranza che illumina anche il nostro mondo, nonostante molti problemi possano non essere mai risolti (per cui il domani non è affatto detto che sia meglio di oggi). La vera soluzione ai problemi umani, dunque, non si risolve in un rapporto orizzontale (gli uomini si mettono attorno ad un tavolo e cercano di risolverli) ma, per il cristiano, nel rapporto autentico con Dio che da la forza per sopportare certe contraddizioni irrisolvibili dell'umanità.

La soluzione dell'abate è una soluzione puramente politica, non evangelica. Questo secolarismo evidentemente confessato, questa speranza secolare professata, sentimentale e teorica, è il tipico segnale di chi ha ridotto il Cristianesimo ad un'ideologia, non ad un rapporto autentico con la divinità.

Molti si sono scandalizzati davanti al comportamento immorale di questo abate. I presupposti teologici, però, rimanendo inalterati continueranno a produrre persone di tal genere. Ecco perché, alla fine, questo tipo di clero non è espressione reale del sacerdozio del Nuovo Testamento, quanto una sua caricatura, una mal riuscita simulazione.

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Note

1) Credo che l'istituzione ecclesiastica faccia affidamento sulla straordinaria capacità di dimenticare questo e altri eventi da parte del popolo italiano pensando, così, che l'oblio possa porre una soluzione a problemi endemici che spesso non si vogliono affatto risolvere o si crede di risolvere con palliativi puramente esteriori e superficiali. In realtà se anche il popolo dimentica, dal momento che i presupposti non si vogliono toccare, o prima o poi si ripresenteranno altri fatti simili. Pare essere questo il destino delle istituzioni ecclesiastiche in questo nostro travagliato tempo.

2) Per una generica presentazione di questo prelato vedi il seguente sito.

3) Tutto ciò è talmente ignorato in Occidente che perfino alle stesse persone che si recano in Chiesa – e che ne dovrebbero essere edotte – se si chiede loro quale sia l' “occhio” con il quale si percepisce Dio rimangono esterrefatte e non sanno cosa rispondere. L'approccio sperimentale è considerato irreale, superstizioso; la religione è confinata nell'ideale, nel moralistico. Non è dunque strano che gran parte del mondo cattolico si mobiliti contro il matrimonio dei gay e che sia quasi indifferente dinnanzi allo scempio della liturgia, della teologia e della spiritualità.  

4) La patristica, soprattutto greca, condanna severissimamente questo processo di idolatrizzazione che, in realtà, contraddistingue moltissima religiosità cristiana in Occidente. C'è, inoltre, da aggiungere una precisazione: oggi per "mistica" nel nostro contesto s'intende qualcosa di fuorviante, di sentimentale e psicologistico. Non c'è dubbio che alcuni la vedano così, soprattutto in quegli ambiti che cercano sensazioni "speciali", eventi "spettacolari" per poter credere. La patristica antica e la letteratura ascetica dei primi secoli, al contrario, non aveva quest'impostazione, dal momento che aveva chiaramente distinto tra ciò che è prodotto da uno psichismo religioso malato e ciò che è reale segno di una presenza spirituale, non umana, quindi divina.

5) Tale tendenza l'ho trovata pure nella presentazione, fatta dal card. Sarah ad un suo recente libro. Inutile dire che i cattolici più ferventi (o più fanatici?) sono ben lungi dall'accorgersi della pericolosità di quest'atteggiamento autocelebrativo, assolutamente stigmatizzato nell'antichità cristiana.

6) Che sia questo il fondamento teorico con cui l'abate perseguiva la sua doppia vita? Non dimentichiamo che quest'atteggiamento spirituale è assai diffuso nel clero odierno, soprattutto in una sua corrente libertina che non è certo composta da pochissime persone...



lunedì 9 novembre 2015

Autorità contro Tradizione



Non entrerò nella diatriba pro o contro Bergoglio, per quanto riporti una vignetta tratta da The Spectator che illustra il papa su una palla di demolitore, mentre sta distruggendo il poco che rimane. 

Non è che non abbia una precisa idea su di lui, ma voglio semplicemente cogliere quest'occasione per mostrare che l'impressione del papa distruttore (secondo me non priva di fondamenti) è possibile semplicemente perché l'autorità ecclesiastica è oramai concepita ben al di sopra della tradizione nell'indifferenza dei più, con l'opposizione di una minoranza e il favore di un certo numero di persone. 

Il fenomeno è avvenuto grazie ad un percorso plurisecolare, ad un'eterogenesi dei fini, si potrebbe dire, finendo per giungere a piena maturazione in questi ultimi tempi. 

Come gli epigoni della Scolastica facevano sorridere Erasmo da Rotterdam attirando le sue pungenti ironie, poiché l'ultimo piano dell'edificio teologico era oramai giunto a contraddire la base della rivelazione evangelica, così oggi la gerarchia ecclesiastica giunge a stravolgere la tradizione stessa con pindarici voli retorici. Epoca di decadenza allora, epoca di decadenza l'attuale. 

In un contesto ecclesiale in cui la tradizione non è servita ma relativizzata, conformata e riplasmata ogni volta dall'autorità di turno, è possibile ogni destabilizzazione e, personalmente, non mi ha fatto alcuno stupore che ciò potesse realizzarsi con Bergoglio, poiché ne avevo visto i segni già dopo due mesi del suo pontificato. 

Il fatto che dei cardinali non abbiano avuto alcun problema ad eleggere una persona che mettesse tra parentesi quanto rimane dei concetti tradizionali del Cattolicesimo (non a riformularli come avrebbero pensato i papi precedenti, ma a metterli proprio tra parentesi!) fa pensare che tutto ciò non è un incidente di percorso: oramai temo che quanto sta a cuore a molti gerarchi ecclesiastici cattolici non è la spiritualità, la teologia o la liturgia (neppure quelle cattoliche di un tempo) ma una politica di pura apparenza che attiri il plauso delle masse (il che suggerisce un possibile agnosticismo pratico). 

Che lo si ami o lo si avversi, Bergoglio è veramente il logico frutto del mondo cattolico contemporaneo con il suo bisogno vitale (od ossessivo?) di contemplare il papa nell'eventuale male o bene da esso fatto! È un mondo in cui il fenomeno apparente sostituisce l'essere inteso in senso profondo, il frastuono e la notizia sostituisce il silenzio e la discrezione, un mondo che riflette fedelmente la postmodernità e non potrà mai esserne alternativo, un mondo che ama mirarsi e rimirasi allo specchio ... 

Viceversa, la Chiesa, intesa seriamente, non dovrebbe essere una questione di papa, perché il papa dovrebbe essere solo un umile servitore della tradizione, non un capovolgitore di tutto, dando così effettivamente l'idea e la prova che la sua autorità è al di sopra di ogni cosa e che dovrà essere necessariamente ricordato per una decisione "rivoluzionaria" (= personalismo ecclesiastico!) in modo da superare il predecessore almeno in qualcosa (= orgoglio ecclesiastico?) ... Che contrasto, poi, quando davanti a tali evidenze si sentono discorsi nei quali il papa confessa di non essere un'autorità assoluta nella Chiesa poiché ascolta tutti, in primis le "periferie"! Le parole non possono smentire i fatti: le "periferie" se la pensano contrariamente al papa non avranno alcuna udienza! 

Una Chiesa nella quale si parla più di Cristo e meno di papa (o di un qualsiasi altro chierico responsabile, penso al patriarca nel contesto orientale) è una Chiesa sana, non divisa tra la Chiesa di Apollo, di Cefa e di Paolo (per ricordare l'esempio dell'Apostolo delle genti). 

Il riferimento corale alla tradizione dovrebbe bastare per rimanere attorno a Cristo e portargli la luce che gli si deve, una tradizione intesa come gli strumenti dell'artigiano per costruire un'opera d'arte. Ma, oramai, il termine "tradizione" è una scatola vuota per i più in Occidente o un baule nel quale alcuni vedono ogni sorta di ciarpame. Per giunta, chi fa riferimento ad essa è per Bergoglio un "fariseo" senza alcuna distinzione di sorta! 

E allora non rimane che il papa e questo è sufficiente a riempire il vuoto, mentre sempre più proiettori si accumulano su di lui come su un atteso redentore! Il silenzio contemplativo non può che essere sommerso da un impossibile stridulo ciarlìo. 

Oggi, in qualsiasi modo se ne parli, si parla veramente sempre e troppo di papa, contraddicendo lo stile parco tradizionale antico nel quale le gerarchie ecclesiastiche erano secondarie e in ombra di fronte a Cristo per i semplici fedeli! 

A parole questo papa vorrebbe "declericalizzare" la Chiesa, ma come può farlo se, a fatti, cade in uno dei più smaccati clericalismi al punto che il centro sempre più celebrato è ancora lui? 

Oggi chiedere un po' di silenzio è ormai impossibile. È come chiedere ad un drogato di smettere: tutto il contesto punta ad un accumulo e a un'insopportabile saturazione nella quale, bisogna dire, c'è ben poco di cristiano ...

venerdì 6 novembre 2015

“Spiritualità” e “spirito di corpo”

Lo spirito di corpo - che contraddistingueva pure l'esercito nazista - è cosa tutt'altro che tramontata in certi contesti religiosi odierni
Dal momento che oggi, soprattutto nel contesto cristiano occidentale, non sono più chiare le basi del Cristianesimo, mi è sembrato particolarmente utile fare questo post nel quale definisco due concetti che hanno conseguenze distinte e ben precise.

Spiritualità

Ne parlo spesso ma, dai commenti non pubblicati che mi giungono, traspare una profonda ignoranza su di essa. Nel post precedente criticavo pesantemente quelle forme pseudo-ascetiche per cui ci si frusta a sangue e ci s'impone volontariamente umiliazioni senza alcun buon senso. Questa pratica non rivela un sano orientamento spirituale (che si allontana da ogni forma di autoesaltazione) ma un orientamento molto psicologistico con cui si pensa di essere indispensabili alla salvezza del mondo quando, al contrario, Cristo insegna ai suoi discepoli di sentirsi sempre “servi inutili”.

Colui che si frusta vuole, sotto sotto, sentirsi come Cristo ed è succube di un vero e proprio idealismo religioso. Non a caso anticamente queste pratiche erano severamente proibite poiché era chiarissima la distinzione tra il piano puramente psicologistico e quello spirituale (ne ho parlato diversi post fa).

Oggi ciò non è più chiaro al punto che c'è chi mi si scrive: “Da manicomio è il suo articolo che irride le pratiche ascetiche e spirituali cui erano devoti i Veri Santi ”. La storia del cristianesimo antico, la sua prudenza e il suo discernimento spirituale, qui, sono stati seppelliti per sempre; ciò che viene dopo deve necessariamente sostituire e far dimenticare quanto lo precede. Colui che mi scrive così pare essere un tradizionalista cattolico il quale, incoerentemente, se applica questo principio nell'ascesi,  poi lo dimentica quando segue uno stile liturgico ed ecclesiastico precedente al periodo del concilio Vaticano II ...

Ma c'è un altro aspetto molto importante implicato dalla spiritualità, quello di ritenere relative le istituzioni ecclesiastiche; si badi bene, non inutili ma relative!

La spiritualità significa, infatti, un contatto con la realtà divina, ricercata e pregata ogni giorno. Perché questo sia possibile non si deve solo praticare il Cristianesimo ma lo si deve fare tenendo ben saldi i punti portanti su cui esso si regge, il Credo, i dogmi, il decalogo, ecc.

La spiritualità non è affatto disancorata da essi e concepire la teologia come semplice riflessione sulla fede senza collegarla alla spiritualità significa avere già spaccato tutto. La crisi religiosa odierna non è una crisi di dogmi (anche se questi possono essere contestati lo sono solo come conseguenza di altro) ma una crisi scaturita dall'essersi staccati dal contatto con Dio, dal non avere la più pallida idea di cosa Egli sia perché l'animo umano non ne intuisce più la presenza. È tutto qui, al punto che pure chi sciorina a memoria il catechismo sotto questo aspetto è totalmente disorientato.

A questo punto, anche il più elevato ragionamento teologico è totalmente vuoto di significato (non in se stesso ma in relazione di chi lo ascolta) e il passo successivo è quello di non proporlo più cadendo in un agnosticismo religioso, come buona parte dei laici e chierici oggi dimostrano.

Ecco perché qualche mio contestatore ha profondamente torto ed è assolutamente superficiale quando dice: “Se i pastori avessero studiato la vera teologia dogmatica e morale, la vera filosofia ovvero la metafisica tomistica, allora ci troveremo in ben altra situazione”.

Per secoli in Occidente i pastori hanno imparato queste cose ma, siccome la cosiddetta spiritualità diveniva sempre più evanescente, queste cose hanno finito in pratica per non significare più nulla! Pensare di convertire il mondo con le prove dell'esistenza di Dio di Tommaso d'Acquino significa, oggi più che mai, fare un bel buco nell'acqua perché ogni parola, in quanto tale, può essere contestata da qualsiasi altra parola, come giustamente ricordava Gregorio Nazianzeno.

Cosa impariamo, invece, dalla patristica più elevata? La spiritualità porta alla sensazione intima dell'esistenza di Dio, solo questo è importante. Solo con essa si può osservare il Credo e la tradizione della Chiesa in modo equilibrato e corretto.

Per questo nella storia del Cristianesimo uomini di grande spessore spirituale, ad esempio san Massimo il Confessore, non temevano di ergersi contro le autorità ecclesiastiche del tempo, nel caso in cui queste non riflettessero più la loro giusta coscienza religiosa. La spiritualità, da questo punto di vista, è un segno di grande libertà: le autorità nella Chiesa hanno valore solo tanto in quanto aiutano il singolo a progredire. Se questo non avviene o avviene il contrario è giusto contestarle, in modo caritatevole, come prevedeva san Paolo, ma fermo. Le autorità, infatti, non sono mai fine se stesse!

Spirito di corpo

Lo spirito di corpo è un atteggiamento molto diffuso in determinate società secolari, si pensi all'esercito. In esso è importante formare un corpo solo con i commilitoni e con chi li comanda. Se ciò non si realizza l'esercito, o qualsiasi corporazione o partito politico che funziona in questo modo, collassa.

Il soldato non deve chiedersi se il generale si sbaglia o meno. Il soldato deve solo obbedire. La sua etica è quella di un'obbedienza cieca.
Il fatto di essere stato soldato ha, forse, influenzato Ignazio di Loyola in tal senso, al punto da concepire un'obbedienza religiosa “cieca e assoluta”. Nonostante ciò sia profondamente contrario allo spirito cristiano antico e a quello patristico tradizionale, quest'idea ha finito per imporsi in Occidente divenendo un utilissimo strumento per il clericalismo con il quale ha ulteriormente irrigidito ed elevato il principio di autorità. 
Una Chiesa che si regge sullo spirito di corpo funzionerà sicuramente come un orologio, senza inceppamenti. Ma poiché qui è stato disattivato il continuo e necessario confronto con la propria retta coscienza religiosa (non ci si deve chiedere perché, si deve solo obbedire!), o prima o poi avverrà una vera e propria eterogenesi dei fini per cui si finirà per disobbedire alla fede pur di obbedire ai superiori religiosi (è storicamente successo e continua a succedere pure oggi). 
In una Chiesa, alla lunga, questo finisce per creare vere e proprie perversioni per cui l'autorità ecclesiastica si erge al di sopra della Tradizione e diviene tradizione essa stessa autocanonizzandosi. A questo punto non è più possibile tornare indietro.

In sintesi:
a) La spiritualità si appoggia sulla fede ed è indispensabile ad essa. La sua direzione è verticale, verso Dio. 
b) Lo spirito di corpo si appoggia su un'obbedienza gerarchica acritica. La sua direzione è orizzontale, verso chi comanda.

In una condizione estrema, mentre la giusta spiritualità può arrivare a far disobbedire alla gerarchia ecclesiastica pur di obbedire a Cristo (pensiamo alla famosa crisi ariana e a sant'Atanasio), lo spirito di corpo impone di obbedire alla gerarchia ecclesiastica spingendo (volente o meno) a disobbedire o a relativizzare la vita e le scelte di Cristo.

Equivocare lo spirito di corpo con la spiritualità è cosa molto facile e fa presa sugli animi ingenui e impreparati. Il Cristianesimo antico, al contrario, ha ben chiara questa differenza, al punto che nell'impero bizantino i monaci non di rado contestavano le autorità imperiali.


I movimenti religiosi a carattere settario, oggi assai diffusi e presenti più o meno in ogni confessione cristiana, praticano largamente questo equivoco.
Non a caso in essi non si considera la storia cristiana per ciò che è stata e si preferisce distorcerla prendendo quanto fa più comodo alla propria ideologia. 
In questi contesti le persone che ragionano saranno sempre mal viste e insultate, ovviamente senza opporre loro alcuna valida argomentazione!

La vera spiritualità, in chi si muove con spirito di corpo, è un attentato alla propria identità. Subirà due inevitabili sorti: o verrà pervertita in qualcosa di melenso ed evangelicamente inutile (ma utile per soddisfare la propria sete di affetto e il proprio narcisismo, si pensi a certe immagini o storie sdolcinatissime di santi occidentali) o verrà totalmente dimenticata.