Benvenuto

Benvenuto su questo blog!

lunedì 19 ottobre 2015

Divina Liturgia di san Giacomo Apostolo

La Divina Liturgia di san Giacomo (o Divina Liturgia di Giacomo di Gerusalemme o Liturgia di Gerusalemme) è, se non la più antica, la più venerabile tra le liturgie ancora in uso in Oriente. Il testo greco proposto in traduzione italiana, segue l’edizione del 1986 stampata in Grecia a cura di Aristidis Panotis con eventuali integrazioni indicate in nota tra cui le differenze con l'edizione attuale di Atene e con il testo filologico approntato da Charles Mercier. Questa versione della liturgia per Panotis è il testo attualmente più attendibile. La celebrazione della liturgia di san Giacomo, nel mondo di tradizione ortodossa bizantina, è stata estesa a tutte le Chiese per il 23 ottobre, data della festa dell’apostolo e nella prima domenica dopo la Natività di Cristo ma non ha alcun carattere vincolante, al punto che molte chiese possono non celebrarla.
Questo libro, edito con non poca fatica, darà la possibilità al lettore di avere un testo completo (fornito anche delle letture per il giorno della festa dell'apostolo). Le preghiere di questa Liturgia, che risale al IV secolo, mostrano l'ethos con cui pregavano anticamente i cristiani d'Oriente.

In questo sito è possibile l'eventuale acquisto del libro.

venerdì 16 ottobre 2015

Tradizione e tradizioni

Quest'argomento ha già avuto qualche trattazione nel presente blog. L'esperienza insegna che ripetere le cose serve, soprattutto quando si utilizzano esempi semplici per farle comprendere. Quest'argomento è fondamentale perché oggi, in nome di una comprensione “autentica” della Scrittura si ritengono le tradizioni ecclesiastiche assolutamente opzionali al punto da poterne prescindere. 

Entro nell'argomento. 

La Tradizione intesa in senso forte si riferisce al contenuto spirituale della Rivelazione biblica. La Rivelazione si manifesta e si trasmette in un determinato contesto, in una cultura particolare e con una sensibilità anche molto differente dalla nostra. La Tradizione non è altro che la trasmissione (dal latino tradere) del contenuto di questa Rivelazione. 

Le tradizioni umane nascono come supporto a Tale Tradizione. Si pensi alle diverse famiglie liturgiche nella storia del Cristianesimo. Se sono autentiche hanno delle caratteristiche ben precise.

Faccio un esempio pratico che spiega la presenza dell'immagine tipicamente italiana di questo post: sarebbe semplicemente impensabile servire la pastasciutta senza un piatto che la contenesse. Come non ha senso la pastasciutta senza un piatto che la presenta, così non ha senso un piatto senza la pastasciutta: il piatto vuoto non nutre l'affamato! 
È parimenti chiaro che, al ristorante, non si mangia il piatto e si lascia la pastasciutta da parte poiché è la pastasciutta il nutrimento, non il piatto. Allo stesso modo non si può utilizzare un materiale qualsiasi per fare il piatto poiché questo deve avere caratteristiche particolari per contenere il cibo.

Detto ciò applichiamo l'esempio alla Tradizione (ossia al contenuto della Rivelazione biblica) e alle tradizioni (ossia alle diverse forme con cui la stessa Rivelazione viene trasmessa). La Rivelazione è paragonabile al cibo nel piatto, le tradizioni al piatto stesso. Non è possibile avere la prima senza le seconde e le seconde non hanno alcun senso senza la prima. Ciò che nutre è il cibo, non il piatto per cui è sempre necessario distinguere le due cose senza, per questo, fare a meno delle tradizioni. 

Una persona che dice: "La liturgia è qualcosa di relativo, è tradizione umana, per questo posso relativizzarla, cambiarla, farne quasi a meno, poiché è importante la Tradizione, ossia la rivelazione biblica", non ha capito niente. Non si tratta certo di idolatrare le tradizioni, come fa un certo pensiero tradizionalista, ma di collocarle al loro giusto posto: sono un supporto indispensabile alla Tradizione. 
Per questo non si può cadere nell'estetismo liturgico (saremo come gli sciocchi che contemplano il piatto e lasciano che la pastasciutta si freddi) ma neppure nell'iconoclasmo liturgico (saremo come altrettanti sciocchi che spaccano i piatti e pretendono di nutrirsi senza di essi, come i cani che, nonostante ciò, hanno pure loro una ciotola). 
Le tradizioni non sono relative, semplicemente intercambiabili, mutabili a capriccio perché per poter efficacemente supportare la Tradizione devono avere fondamentali caratteristiche.
Per questo la Chiesa dovrebbe avere il coraggio di rifiutare e condannare pratiche liturgiche che rendono la Tradizione muta, quand'anche non la rovinano: è come usare un piatto composto con una sostanza avvelenata e servirvi il cibo! Se gli uomini di Chiesa non lo fanno o sono conniventi o sono divenuti totalmente ignoranti del messaggio spirituale della Tradizione.

Inoltre, la sana distinzione Tradizione-tradizioni, ci permette di distinguere il dato spirituale della Scrittura dal dato semplicemente culturale che ne è supporto. Se questo non avviene si finisce per cadere in una lettura fondamentalista della Bibbia per cui quando san Paolo dice che le donne nell'assemblea devono tacere e velarsi la testa lo si dovrebbe immediatamente applicare anche oggi. Identica cosa quando san Paolo parla dello schiavo che fa parte della famiglia del cristiano convertito e da delle istruzioni su come trattarlo. Dobbiamo, dunque, tornare ad introdurre la schiavitù per rispettare il dettame paolino? Chi ha una lettura fondamentalistica della Scrittura è come chi confonde il piatto con la pastasciutta! 

D'altra parte chi relativizza totalmente la Scrittura finisce per definire come piatto la stessa pastasciutta. È ovvio che qui siamo davanti ad evidenti squilibri e non si creda che tali squilibri siano rari! Il web, che riflette l'orientamento generale delle persone, è letteralmente saturo di equivoci di tal genere (*). Ci sono, dunque, due generali schieramenti: 

  • da un lato i fondamentalisti biblici (e certi tradizionalisti) che, pensando di servire la Chiesa, la riempiono di veleno rendendo la Rivelazione qualcosa di repellente all'uomo contemporaneo; 
  • dall'altro lato i relativisti che rendono messaggio puramente umano anche il contenuto squisitamente spirituale della Scrittura. 

Queste due posizioni oggi sono maggioritarie e indicano la quasi totale cecità religiosa del Cristianesimo contemporaneo.


© Traditio Liturgica


(*) Un esempio ulteriore non è solo confondere tutti i piani e tutti i significati della Scrittura, confondendo il dato spirituale con quello culturale ma pretendere di spiegare razionalmente (o razionalisticamente) affermazioni di tipo puramente sapienziale. In questo modo è come passare un rullo compressore su questo tipo di letteratura religiosa. Ecco spiegata la strana sensazione che si ha dinnanzi alle interpretazioni fondamentalistico-razionaliste di un Oddifreddi. Chi si pone sullo stesso piano di Oddifreddi (penso a certi cattolici che hanno il culto della "fides et ratio") con il tentativo di combatterlo non può che fallire perché anche qui si appiattisce, in buona fede, il dato sapienziale costringendolo ad entrare in una comprensione puramente razionale. 
Perfino la funzione magisteriale di insegnamento dei vescovi (e del papa nel cattolicesimo) dovrebbe essere vista come il "piatto" sul quale si serve la Rivelazione. Il clericalismo ha invece capovolto le cose trasformando in "piatto" o sfondo il messaggio della Rivelazione e in "cibo" o punto di arrivo la funzione episcopale. In questo modo invece di arrivare alla Rivelazione e al suo contenuto spirituale si finisce per "accontentarsi" della parola di un chierico come se questa fosse automaticamente "parola di Dio". Nel versante opposto si pongono coloro che, vedendo le distorsioni in certi insegnamenti clericali, fanno di tutta l'erba un fascio e rifiutano il messaggio sapienziale e spirituale della Bibbia ritenendolo assurdo e inutile.

domenica 11 ottobre 2015

Lo smarrimento del percorso spirituale

Ha fatto molto colpo la recente dichiarazione di un monsignore vaticano con la quale si affermava il diritto di amare secondo l'inclinazione omosessuale (1).
In Vaticano si sono subito preoccupati di condannare queste idee cercando di rimuovere immediatamente l'imbarazzante accaduto e di allontanare il suddetto monsignore da ogni incarico curiale. Gli italiani si sono divisi in due campi: coloro che parteggiavano per il diritto di amare e coloro che, più o meno irritati, condannavano il fatto anche con espressioni triviali e molto raccapriccianti (2).
Non mi pare di aver visto analisi un po' più profonde, dal momento che entrambi gli schieramenti hanno messo in campo motivazioni tutto sommato assai banali: i primi hanno chiesto un adattamento della Chiesa ai tempi, i secondi hanno invocato condanne e pene più severe per i disobbedienti. Come al solito i cosiddetti "tradizionalisti cattolici", che additano narcisisticamente se stessi come gli autentici rinnovatori del Cattolicesimo, non hanno affatto brillato d'intelligenza.
Direi di più: tutti costoro, Vaticano in testa, non si sono accorti che la posizione imbarazzante del monsignore in oggetto è il logico frutto del loro stesso ambiente (3), tenuto soprattutto conto che il sacerdote in questione non è uno qualsiasi o un minus habens, essendosi mostrato studioso di non poco valore, insegnante in atenei vaticani già dopo due soli anni al conseguimento del dottorato in teologia cattolica.
Dinnanzi alla dichiarazione del prelato è stato fatto di tutto per nascondere un principio di luminosa evidenza: quando in teologia si pongono determinati presupposti, in buona fede o meno, o prima o poi si giungerà inevitabilmente a logiche conseguenze pratiche.
Mi spiego.
Non è da oggi che in gran parte del Cristianesimo occidentale la cosiddetta spiritualità non gioca più un ruolo determinante. Essa fa oramai parte delle cosiddette discipline teologiche “minori”: nei seminari, quando la si insegna, non prevede alcun esame di verifica per cui è presa ampiamente sottogamba. La stessa “direzione spirituale” in questi luoghi deputati alla formazione del futuro clero ha assunto un profilo nettamente psicologico (come in altri post ho dimostrato, la psicologia ha preso il posto della spiritualità!).
Gli ordini religiosi che si prefiggevano (o si prefiggono?) un fine spirituale oramai languono o sono totalmente ininfluenti (4).

In un contesto in cui la spiritualità è sostituita dalla psicologia è, dunque, normale dare ascolto alle proprie inclinazioni, buone o meno buone che  siano, e ritenerle, alla fine, un diritto umano. Questo processo di accoglienza è accellerato se si è dinnanzi ad un'impostazione morale di tipo legale: se ad un bambino si dice di non prendere la marmellata, senza dargli un senso profondo alla proibizione, è certo che gli si darà uno stimolo ulteriore a prenderla, poiché gli si aggiunge il cosiddetto “fascino del proibito”.

L'impostazione morale nell'Occidente cristiano ha una mentalità prevalentemente legalistica, giuridica, finendo per mostrarsi come moralistica (5): il peccato è la trasgressione ad una legge e prevede una punizione; la virtù è la conseguenza all'adempimento ad una legge e prevede un premio nell'al di là per l'accumulo (capitalistico!) dei meriti che ne seguono. Ora, questo tipo di impostazione non dice giustamente più nulla alle persone della nostra epoca e non è minimamente in grado di frenarle nella loro rincorsa ai piaceri mondani. Lungi dall'accorgersi di queste evidenze plateali, per giunta riaffermate dalle posizioni del monsignore vaticano a favore dell'omosessualità, in Vaticano si preferisce suonare la musica di sempre. Sono ovviamente liberi di farlo ma non si stupiscano se, poi, si reitereranno fenomeni sempre più spiacevoli e imbarazzanti. Immediatamente in Vaticano considereranno tutto ciò indipendente da loro stessi ma non convinceranno nessuno ...

L'esperienza religiosa in senso stretto è, invece, un'esperienza di tipo spirituale; una percezione di realtà superiori al mondo naturale resa possibile solo da determinati presupposti.

Questi presupposti sono la base dell'esperienza cristiana stessa, il nocciolo del Cristianesimo, l'essenza della sua liturgia antica. Non a caso tradizionalmente a chi si accosta ai sacramenti e a chi li celebra è richiesta la cosiddetta “purezza di cuore”, ossia un distacco anche dagli affetti di questo mondo = “chi ama il proprio padre e la propria madre più di me non è degno di me” (Mt 10, 37). Se questo distacco non avviene è come pretendere di vedere con occhi accecati. Per questo Cristo (che oltre ad essere confessato come Dio, nella Chiesa antica lo si è sempre ritenuto un autentico “sapiente”, il Sophos (6) per eccellenza) esorta: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (Mt 5, 8). La purezza di cuore, in questo contesto, rimanda ad un significato biblico, non superficialmente moralistico come spesso la si intende: è l'esercizio ascetico del distacco dai beni della terra, perfino dai beni affettivi. Nella misura in cui ciò avviene il cuore percepisce, intuisce, ossia biblicamente “vede” Dio. Ecco perché nel salmo 50 Davide recita: “O Dio, crea in me un cuore puro e rinnova dentro di me uno spirito ben saldo ... Rendimi la gioia della tua salvezza”. Il cuore puro è reso abile a percepire quella presenza divina che da la gioia della salvezza e la salvezza significa aver la sensazione di abitare nella dimensione divina.

Allo stesso modo, nel momento in cui l'arcangelo Gabriele si presenta alla Madre di Dio, la saluta dicendo: “Gioisci piena di grazia, il Signore è con te” (Lc 1, 28). Il cuore vissuto nel nascondimento e nell'esercizio al non attaccamento, quindi purificato, è in grado di sentire la presenza divina e di gioirne. Ecco il motivo profondo alle rinunce mondane ulteriormente illustrato dalla famosa parabola di colui che, trovata la  perla preziosa, vende tutto ciò che ha (si distacca da tutto ciò che ha) pur di comprarla.

Ora, questo tipo di percezioni sperimentali sono una semplice favola, nell'Occidente cristiano in cui si preferisce la morale come obbedienza ad una legge, svuotando perciò di slancio verticale la pratica religiosa. Questa credenza ha fatto, tra le sue vittime più illustri, molti elementi del clero i quali si sentono logicamente defraudati dalla consolazione mondana che almeno i laici possono avere. Per reazione questo ha dunque generato una rincorsa, spesse volte nascosta ma sempre più evidente, da parte del clero per afferrare selvaggiamente e rapacemente i piaceri della vita secolare. Questa rincorsa nasce da presupposti religiosi completamente sfalsati, non solo da inclinazioni personali problematiche.

Sotto questo particolare aspetto, non si può dire che l'Oriente cristiano ha una impostazione più spirituale, rispetto all'Occidente (più pragmatico). Non si può dire che siamo dinnanzi a impostazioni religiose diverse e complementari, identiche nella loro dignità. Si deve semmai dire che tale impostazione religiosa è sfasata e ha, come logica conseguenza, la secolarizzazione degli ambienti ecclesiastici che la esprimono (7).
Fintanto che non lo si capirà la corsa verso la nullificazione del Cristianesimo in occidente continuerà indisturbata e procederà dal suo stesso interno (8).

___________________

1) Mi riferisco alla dichiarazione di mons. Krzystof Olaf Charamsa (vedi qui). In questo contesto non voglio deliberatamente entrare in una valutazione antropologica dell'omosessualità perché è un argomento complesso che divide profondamente gli spiriti della nostra epoca e soprattutto perché tali analisi non fanno parte dei fini di questo blog. Mi limito ad indicare le cause remote, dal punto di vista religioso, per cui un sacerdote (che dovrebbe attenersi ad un distacco affettivo) finisce per sottomettersi a bisogni di amore e affetto (quand'anche non sessuali) con la ricerca, nascosta o palese, di occasioni per soddisfarli. 

2) Tra i più accesi sostenitori di mons. Charamsa ci sono addirittura dei chierici, com'era da immaginarsi, favorevoli al libertinismo sessuale (vedi qui). Chi raggiunge toni di becero dissenso sono, invece, alcuni tradizionalisti cattolici che, oltre alle argomentazioni consuete, mettono in campo gratuiti insulti e idee talmente ributtanti e maliziose da farli sospettare sullo stesso piano dei libertini (vedi qui) anche se apparentemente militanti in direzione opposta. Una volta di più costoro dimostrano di non essere in grado di dare una reale alternativa all'andazzo corrente.

3) Come oggi non ci si vuole accorgere che il clero secolarizzato è frutto di una Chiesa secolarizzata, così nell'epoca barocca si ha fatto finta di non accorgersi che Lutero era il frutto maturo della Chiesa rinascimentale. Pare che la storia non abbia insegnato nulla: oggi come allora il frutto dell'albero è ripudiato dall'albero stesso che lo dichiara pazzo. Ma, come il vangelo insegna, un albero buono non può dare frutti cattivi ...

4) È notizia di questi giorni che in una parrocchia romana tenuta dai Carmelitani scalzi siano stati allontanati alcuni religiosi a causa di frequentazioni ben poco edificanti (vedi qui). Cos'è rimasto a costoro dello spirito di un san Giovanni della Croce? Quasi nulla, immagino...

5) Quest'impostazione nasce dal clericalismo, ossia dal prevalere dell'influenza dei chierici nella Chiesa in Occidente, dopo aver messo in "riserve indiane speciali" (quasi in "campi di concentramento") i monaci che finiscono perciò per divenire ininfluenti. La Chiesa con impostazione monastica, infatti, è quella tipica del primo millennio. In seguito, decaduti i monasteri e accantonati quelli attivi, i chierici assumono un ruolo fondamentale spostando sempre più il baricentro e gli equilibri ascetico-monastici che provenivano da una antica tradizione patristico-evangelica verso una direzione legalistico-morale, quindi di fatto sempre più formale. È un processo che ha richiesto secoli, con qualche battuta d'arresto o qualche inversione di tendenza, ma con un continuo progresso della pars clericalis a scapito di tutte le altre.
La cultura monastica diviene espressione di un piccolo gruppo e non dice più nulla alla Chiesa occidentale odierna, tolti gli spiriti più sensibili e attenti all'essenza evangelica.
L'Oriente cristiano, in qualche sua giurisdizione, è molto affascinato dal clericalismo occidentale, dimostrandosi a volte accecato di fronte a certe problematicità da esso determinate. Un intellettuale d'indubbia affidabilità e serietà mi ha narrato che l'attuale patriarca Bartolomeo, quando era metropolita di Calcedonia, gli confidò un sogno: riformare i monaci greci sul modello occidentale. Se questo significa accantonarli per favorire il clericalismo nell'Ortodossia la fine della Chiesa ortodossa è decisamente imboccata! Non è dunque un caso che, in questi ultimi anni, il clericalismo nella giurisdizione costantinopolitana sia in esponenziale aumento. I chierici vanno rispettati per la missione che compiono ma non possono sentirsi i "padroni" della Chiesa, come lo si crede nell'occidente europeo. Tutto il popolo di Dio è custode delle antiche tradizioni, non una sua singola e, spesso, presuntuosa parte. 

6) Il Sophos è il cosiddetto sapiente. Ora è necessario puntualizzare che la sapienza non ha a che vedere necessariamente con la razionalità. Per questo chi legge razionalisticamente il vangelo (o la Bibbia) non ci può capire gran che e gli parrà un cumulo di affermazioni contraddittorie. Lungi dal porsi come sophoi, molti esegeti attuali, si pongono come razionalisti con danni enormi e non più rimediabili. Ovviamente i vescovi non si preoccupano di questo ma prevalentemente dell'apparenza affinché il clero non sbandieri posizioni morali contrarie a quelle ufficiali. Che miseria e che mancanza di profondità e lungimiranza! Sforzarsi di connettere sempre e necessariamente il messaggio cristiano alla ratio è, da questo punto di vista, teologicamente e pastoralmente fallimentare. La rivelazione cristiana non è campo della ratio ma della sophia, non della psicologia ma della spiritualità, pur illuminando ogni caratteristica umana. Non capirlo e insistere sempre sulla fides et ratio significa aver trasformato la fede in pura ideologia, come di fatto spesso vediamo. L'ideologia, poi, è inevitabilmente destinata a non irrorare le radici del proprio essere per cui, alla fine, allontanta gli uomini da se stessa. 

7) Ben altra impostazione troviamo nell'antichità cristiana. Ad esempio, nella liturgia di san Giacomo (composta tra la fine del III e la fine del IV sec.) si legge: "Chi mai fra i nati dalla terra, inchiodato alle passioni, può comprendere degnamente così grandi misteri? Perché l’instabilità della natura dell’animo toglie la libertà di linguaggio e coltiva empi pensieri nella mente e il comportamento indegno e la vita riprovevole oscurano lo sguardo dell’anima...". L'anima, ossia il cuore, ha uno sguardo spirituale che riconosce la presenza divina. Tale sguardo è oscurato dalle cattive passioni che portano l'uomo all'agnosticismo e in seguito all'ateismo. Tutto ciò oggi non lo si dice e non lo si capisce più, sopratutto in molti ambienti ecclesiastici. Non possono che esplodere conseguenze di tipo profano. È così che l' "anti-Chiesa" si forma e si sviluppa in seno alla stessa Chiesa come avviene nei tessuti affetti da metastasi. 

8) Dicendo ciò sono ben lungi dall'affermare che tutto il Cristianesimo occidentale è negativo. Noto soltanto che ci sono diversi elementi problematici che rodono le colonne sulle quali esso si fonda. Oggi questi elementi problematici si sono decisamente accentuati e hanno contribuito a determinare un Cristianesimo molto secolarizzato, come pure diversi spiriti attenti del mondo cattolico hanno da tempo notato.

venerdì 2 ottobre 2015

Il clericalismo montante nel Cristianesimo ortodosso

A "lo Stato sono io!", di Luigi XIV,
oggi certi alti chierici dicono:
 "La Chiesa sono io!". 
(Nell'immagine Luigi XVI)
Mi sono già sovente intrattenuto sul clericalismo identificandolo come un male di non minore entità rispetto al laicismo. Ho anche accennato allo strano fenomeno di questi ultimi decenni in cui, in determinati luoghi dell'Oriente cristiano, sta emergendo un forte clericalismo, imitando un fenomeno storico avvenuto secoli fa nell'Europa occidentale. Tutto questo per il cristianesimo ortodosso è assai strano: l'identità tradizionale della Chiesa in Oriente ha equilibri normalmente differenti che discendono direttamente dall'antichità cristiana. Questo è molto strano pure da un punto di vista cristiano in generale e quindi lo stesso mondo cattolico lo ha sovente analizzato nel recente passato.

Ebbene, quanto sto sostenendo ha ricevuto ultimamente un ulteriore conforto: un docente dell'Istituto san Sergio di Parigi, articolista e teologo, in una recente intervista lo ha espresso in modo chiaro, seppur sintentico. Propongo in traduzione i passi più interessanti di quest'intervista (rinvenibile qui) e un mio finale commento.

Jean-François Colosimo: “Credo che quando si osserva la natura della crisi che spiega la situazione attuale dell'Istituto san Sergio, [...] è il combattimento dell'Istituto su una nozione fondamentale: quella della libertà dell'insegnamento e della ricerca teologica. All'origine l'Istituto san Sergio era l'unico istituto del mondo libero. Contemporaneamente il mondo slavo giaceva sotto il comunismo, l'ortodossia greca era agitata da tutte le questioni relative alla situazione non solo della stessa Grecia (guerra civile, regime dei Colonelli, ecc,) ma pure della questione turca e la cristianità araba era sotto regimi autoritari. In questo periodo profondamente scuro, l'Istituto san Sergio tenne alta la fiaccola della libertà della teologia ortodossa al punto che proprio qui sono uscite le personalità più importanti di allora: p. Florowsky, p. Alexandre Shmemann, p. Jean Mayendorff. […] Questa libertà è oggi minacciata nel mondo ortodosso da uno spirito totalmente regressivo e clericale. […] Oggi essere all'altezza della nostra eredità non è, come alcuni pensano di fare, accumulare lauree ma manifestare un'intelligenza vivente della nostra fede. In coloro che collezionano lauree c'è qualcosa di strano, è come collezionare onorificenze nella Chiesa: archimandrita, arcivescovo, vescovo, ecc. Tutto ciò è ai nostri occhi condannabile (1). Cos'è l'Ortodossia vivente? È il vangelo di Cristo! Come può esser ricevuto dai nostri contemporanei? Andando senza paura verso di loro”.

Questo passo non è che una parte di una lunga intervista. Sottolineo quanto segue:

a) la libertà d'insegnamento non è dire quello che si vuole indipendentemente da vincoli ben precisi stabiliti dalla rivelazione e dalla tradizione. La libertà è la capacità di poter riflettere senza ricevere delle imposizioni prestabilite, come se, nel Cristianesimo, lo Spirito santo potesse interessare solo alcuni e non tutti.

b) La riflessione teologica è un'attività indispensabile anche nel singolo credente (questo blog, nel suo piccolo, stabilisce una riflessione teologica!) poiché con essa si cerca di capire cosa succede attorno a noi e come dobbiamo orientarci per incarnare nel modo migliore il messaggio cristiano oggi.

c) Quest'attività è corale: tutti nella Chiesa possono e dovrebbero farla perché tutti sono importanti.

d) Viceversa oggi esiste uno spirito regressivo e clericale: nelle Chiese ci si accontenta di “ricette” semplicistiche e preconfezionate e ci si affida totalmente al clero come se i laici non avessero alcuna dignità e diritto di voce nella Chiesa. Il clero, a sua volta, tende a ritagliarsi uno spazio sempre maggiore e ad emarginare, ritenendola irrisoria, l'opinione dei laici.

Ecco che un'intera Chiesa scivola inesorabilmente e dolcemente nel clericalismo. Le conseguenze, che o prima o poi emergono, sono nefaste.

Viceversa, in luogo di una chiusura narcisistica su se stessi, con il gusto di collezionare lauree e onorificenze ecclesiastiche, l'essenziale della Chiesa è la vita in Cristo. I lontani desiderosi di autenticità non attendono altro dai credenti!


__________


(1) Lo si capisse, una buona volta! Chierici sia cattolici che ortodossi sono accomunati da questa vera e propria libido. Ho conosciuto persone di entrambi gli schieramenti totalmente stressati e incattiviti verso il prossimo perché non arrivava la bramata promozione. "Quando sarà, quando sarà???", diceva un chierico ortodosso attendendo questa "medaglia al petto". Al che io gli rispondevo: "E quando sarai vescovo, se lo sarai, a cosa aspirerai dopo, visto che hai ottenuto 'tutto' dalla vita? A diventare patriarca? Non avendo più un premio superiore che farai? Penserai che la tua vita sia divenuta un'eterna noia?". Sono atteggiamenti che io, sinceramente, non riesco a capire. Invece di cercare il "volto" di Dio nella propria vita si cerca una medaglia da mettere al petto da mostrare a tutti per dire "sono qualcuno!". È qualcosa di totalmente insensato e rivela una mentalità molto ristretta e provinciale. Pur di arrivare ad averla ci si può servire veramente di tutto, di cose "lecite" e di cose "illecite" ....

Un altro, attualmente vescovo, argomentava con un certo orgoglio: "Quando ero diacono avevo i soldi per comperarmi un gelato, da prete avevo i soldi per comperarmene due. Ora da vescovo ho i soldi per comperare tre gelati!". Buonanotte: i gradi del sacerdozio danno la possibilità di espandere la propria possibilità economica, questo è l'importante!!! Sono cose da pazzi. E si tenga conto che questa gente oggi ha degli incarichi nella Chiesa! Ovviamente costoro sono come la formichina che ha paura che il filo d'erba le faccia ombra: tengono i loro ambienti ad un bassissimo livello culturale e spirituale perché qualcuno non scopra la loro piccineria e, ovviamente, emarginano le personalità di un certo spessore colpevoli solo di avere una mente e un cuore più grande del loro.