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mercoledì 29 luglio 2015

Autorità e obbedienza nella Chiesa

Rispondo con questo post ad una domanda che mi è stata molto opportunamente rivolta riguardo al rapporto tra autorità e obbedienza nella Chiesa.

Anche per affrontare questa domanda è necessario avere un metodo, per poter fugare il campo da possibili sviste, precomprensioni ed errori valutativi.

Il metodo ci viene dato, come sempre, dalle fonti neotestamentarie e dagli scritti patristici che le commentano. Rimaniamo, così, nell’ambito dei primi secoli cristiani che fungono al cristiano da orientamento basilare e imprescindibile per ogni altra epoca.

La Chiesa nasce come realtà che prosegue, sulla terra, l’opera iniziata dal suo fondatore, Gesù Cristo. Cristo è, dunque, l’unico fondamento della Chiesa stessa e non può essere sostituito da alcun altro: la caratteristica che egli ha voluto dare alla Chiesa non può, perciò, venir modificata.

Quest’affermazione, a livello di principio, trova l’accordo di tutte le Chiese storiche, comprese le comunità uscite dalla Riforma protestante. A livello pratico, però, ci sono molte applicazioni, alcune addirittura opposte tra loro al punto che, in nome di Cristo e della Chiesa, è stato, storicamente, fatto un po’ di tutto. Questo non significa che ogni realizzazione storica corrisponde a quella voluta da Cristo!

Premesso ciò, passiamo al punto seguente.
Un’autorità ecclesiale si appellerà sempre, in quanto tale, a Cristo e giustificherà sempre le sue azioni in suo nome a proposito o a sproposito che sia. La tendenza dell’autorità è sempre quella d’imporsi e aspettarsi un’automatica obbedienza ai propri ordini. Nella Chiesa, checché se ne dica, questo non dovrebbe avvenire automaticamente, almeno per le questioni più importanti e delicate, perché ci vuole discernimento ad ogni livello, sia sul piano di chi “comanda” sia sul piano di chi “obbedisce” (1).

Come ho altrove indicato, nella Chiesa non dovrebbe esistere un movimento lineare discendente tra autorità e fedele (= l’autorità ordina e il fedele obbedisce), poiché questo genere di movimento è tipico di strutture dispotiche e autoreferenti. Per questo nel brano evangelico da me commentato nel post precedente, Cristo è molto critico nei riguardi di chi esercita il potere in modo mondano, elevandosi e signoreggiando sugli altri! “Tra voi questo non deve esistere!”, egli ammonisce. Un ammonimento oramai dimenticato...

Nella Chiesa sin dall’inizio esiste, così, un movimento circolare in cui l’ordine ricevuto dall’ “alto” viene “riconosciuto” dal “basso” e, di conseguenza, accettato.
Non mi riferisco ad ordini banali ma a disposizioni importanti, quali i decreti di un sinodo e di un concilio, l’accompagnamento spirituale di un cristiano, ecc.

Sin dagli inizi, allora, non vediamo nella Chiesa un movimento lineare discendente (= l’autorità ordina e i “sudditi” obbediscono) ma un riconoscimento dell’autenticità dell’ordine ricevuto e, conseguentemente, la sua esecuzione. Si soppesa, cioè, se l’azione che si deve fare è conforme o meno allo stile della Chiesa: “dai frutti riconoscerete lalbero”!
Ecco perché san Paolo, vedendo una disposizione di san Pietro contraria a tale stile, gli resiste a viso aperto e finisce per avere ragione. Ecco il vero rapporto con l’autorità nella Chiesa: un rapporto tutt’altro che passivo e molto dinamico.

Questo oggi ci può parere molto strano perché in Occidente è invalsa un’altra modalità, soprattutto dal periodo tridentino in poi.
Tale modalità ha una preparazione remota dall’inserimento della Chiesa nelle strutture imperiali (sia in Occidente che in Oriente). 

Quando i vescovi iniziano a frequentare la corte imperiale, non rappresentano solo la bocca della Chiesa ma divengono funzionari imperiali e, in quanto tali, sono legittimati dall’imperatore. L’obbedienza all’autorità della Chiesa diviene, dunque, sempre più simile all’obbedienza che il suddito ha nei riguardi del suo imperatore, compreso l’atteggiamento di non contraddirlo (2).

Questa mentalità si amplifica con il correre del tempo e, pure quando l’impero romano crolla sia in Occidente che in Oriente, il vescovo più che padre della diocesi è visto come la legittima autorità sostenuta e protetta dall’autorità secolare. A Roma, per la disgraziatissima storia delle investiture, il papa assurge lentamente al ruolo di “imperatore degli imperatori”, imitando in tal modo un modello secolare pur di districare parte della Chiesa dalla pastoia della feudalità.

Lutero, come ho altrove ricordato, è stato l’ultimo rappresentante nel Cattolicesimo di alcune istanze antiche, seppure in un quadro di contestazione radicale che poi lo ha portato a rifiutare elementi importanti della tradizione cristiana. La domanda fondamentale di Lutero, che tutti noi possiamo e dobbiamo fare, è:
“Che senso ha, questa disposizione o questo ordine dell’autorità religiosa per me?”.

Tale domanda cerca di unire l’ “oggettività” della verità predicata dall’autorità religiosa con la soggettività della persona. In altre parole, la verità religiosa non è mai fine se stessa ma deve sempre essere riconosciuta dal soggetto per poterla vivere. Se ciò non avviene non sarà mai una tradizione vivente ma un reperto museale.

Questo dovrebbe essere chiaro anche dal famoso passo biblico: “Non voglio la morte del peccatore ma che si converta e viva” (Ez 33, 11). La conversione, ossia il rivolgere la vita a Cristo, comporta come logica conseguenza la sensazione di “vivere”. Il sentire in sé una vita nuova è, dunque, la chiave per comprendere il motivo profondo dell’esistenza del Cristianesimo, il valore dell’autorità ecclesiastica stessa e dell’obbedienza in relazione ad essa.

Nel contesto barocco, in Occidente, per opposizione alla rivendicazione del soggetto, da parte di Lutero (che poi ha portato al soggettivismo), si è creato un altro eccesso, che ha determinato un certo oggettivismo filosofico-religioso: il culto dell’oggettività della verità.

Ecco in cosa consiste: si parte affermando che la verità religiosa rimane tale, indipendentemente dal soggetto, e non dev’essere toccata. Da questo principio condivisibile si è fatto un po’ forzatamente discendere l’idea che la Chiesa (o meglio l’autorità gerarchica clericale) ne è la depositaria e non chiede altro che cieca obbedienza. Dunque, ogni atto della Chiesa stessa (ossia dei chierici) chiede la medesima cieca obbedienza.

Sono risposte estremiste che hanno marchiato a fuoco la coscienza religiosa dell’Occidente cristiano. Soprattutto dal periodo barocco in poi nessuno doveva criticare questi principi pena la morte o la galera. I laici, zitti zitti, si sono acquattati nel loro cantuccino e nel periodo attuale hanno conseguentemente voltato le spalle alla Chiesa istituzionale ...

Per la mentalità oggettivista, gli atti religiosi non hanno necessariamente una logica profonda, delle verità sperimentabili dalla persona. Ci si deve fidare della Chiesa e basta. Questo è un po’ simile alla situazione di chi si affida ad un medico e non ne vuole verificare la competenza professionale prescindendo dall’effetto della cura da esso ricevuta. È chiaro che qui si è rotto il legame tra “oggettività” e “soggetto”, tra verità religiosa e possibilità di vivere tale verità. Tutta la religiosità moderna è più o meno affetta da questo problema e comporta le reazioni più strane: dal fideismo più estremo (si pensi a chi è perennemente a caccia di rivelazioni e apparizioni per “drogarsi” religiosamente) al razionalismo secolarizzante più crudo.

Il rapporto autorità-obbedienza si pone, dunque, su un crinale molto delicato.
Per farmi capire semplicemente mostro quale esempio il rapporto autorità-fedele in ambito monastico.

Un padre spirituale ordinariamente stabilisce per un novizio un certo percorso, attraverso il quale quest’ultimo evolve interiormente. È responsabilità del primo stabilire un percorso concreto e fattibile. È responsabilità del secondo accogliere fiduciosamente le disposizioni del padre spirituale e applicarle nella sua vita.

Anche qui non siamo dinnanzi ad un rapporto lineare “autorità-fedele” ma di fronte ad un rapporto circolare: il novizio dopo un certo tempo, e cercando meglio che può di applicare le disposizioni ricevute, si rende conto da solo se tutto ciò lo avvantaggia o lo rovina e ne trae le logiche conseguenze. Niente è dunque scontato, soprattutto in quest’ambito.
Se il novizio cresce, ha modo di verificare che il padre spirituale del monastero è affidabile.
Il novizio è, dunque, indispensabile per dare autorevolezza all’autorità spirituale nel monastero.
Se il novizio non cresce e subisce dei danni (in conseguenza della sua obbedienza scrupolosa agli ordini ricevuti), l’autorità spirituale nel monastero non è affidabile e non è autorevole. Questo potrebbe comportare, a lungo andare, la sostituzione di quel padre spirituale con un altro, se il superiore del monastero è un uomo saggio e legato alle sane tradizioni religiose.

Quanto succede nel microsistema ecclesiale di un monastero si applica identicamente nel macrosistema ecclesiale della Chiesa, dal momento che anche la Chiesa stessa ha essenzialmente una finalità spirituale (3). Lo si applica di conseguenza pure alla liturgia della Chiesa.
Osserveremo questi altri due casi che si richiamano logicamente a quanto appena affermato.

a) Nell’antica storia ecclesiastica, terminata l’ultima sessione di un concilio ecumenico, non era automatica l’obbedienza alle decisioni conciliari, nonostante divenissero legge imperiale. Infatti: un conto è la celebrazione dei concili, nella quale si indicano determinate disposizioni, un altro conto è la loro ricezione. Nella ricezione dei concili il corpo ecclesiale (formato da chierici e laici) deve riconoscere il perenne “sapore” spirituale della Chiesa. Nel caso in cui, per determinati seri motivi, non lo riconoscesse, il concilio viene rifiutato, perde autorevolezza e autorità. Quest’opera di riconoscimento può essere molto lenta: a volte richiede decenni. Al termine avviene il rifiuto (il concilio è detto “conciliabolo”) o l’accoglienza che di solito si stabilisce una volta per sempre solo all’inizio di un concilio seguente.
È dunque strano, se non contraddittorio, che, nell’epoca moderna nella quale teoricamente si fa ancora teorico appello al senso di fede dei fedeli, si voglia contraddittoriamente imporre le disposizioni ecclesiastiche in modo autoritativo e rigido (4).

D’altronde, la stessa fissazione del canone biblico neotestamentario ha impiegato parecchio tempo perché ha comportato un’analoga opera di riconoscimento corale. Nessuna autorità di allora ha unilateralmente pontificato stabilendo infallibilmente di credere in un determinato elenco di libri rispetto ad altri elenchi e chiedendo a tutta la Chiesa di sottomettersi alle proprie dichiarazioni. Eppure la fissazione del canone neotestamentario era un problema di fondamentale importanza a chiunque! Al contrario, in luogo di sorgere un’autorità infallibile che risolvesse il problema e risparmiasse tempo e fatica a tutti, tutta la Chiesa ha lavorato nello sforzo lento ma inesorabile di tale riconoscimento che, come si capisce, non è stato immediatamente evidente.

b) La liturgia è il campo in cui la fede viene celebrata, il momento in cui, in determinate condizioni, il fedele intuisce una realtà ultraterrena attraverso i simboli e le parole della celebrazione. La liturgia è, perciò, un’autorità nella Chiesa. Lungo il tempo, come tutte le cose umane, è stata oggetto di ampliamenti, ritocchi, aggiustamenti. Nei casi peggiori – non rari, purtroppo! – è stata pure alterata. Come si è riconosciuta la variazione autentica dall’alterazione? Nello stesso modo sopra descritto, nel modo in cui il semplice novizio si accorge, con il passare del tempo, di ricevere un danno piuttosto che un vantaggio seguendo un certo padre spirituale.
Ne consegue che una liturgia alterata, anche se promossa da un’autorità ecclesiastica, perde tutta la sua autorevolezza e, a lungo andare, è destinata a non essere più riconosciuta da quell’ambito sano della Chiesa nella quale hanno senso i valori evangelici spirituali a fondamento del Cristianesimo (5).

In una diocesi il rapporto vescovo-fedeli, dovrebbe obbedire alle medesime logiche di tipo spirituale. Purtroppo l’autoritarismo e la mentalità secolarizzata sono entrati ampiamente nel contesto clericale, spingendo i chierici ad avere una visione sempre più autoreferente e umanistica. L’autorità diviene, allora, fine se stessa e non chiede (o non vuole!) essere verificata, come dovrebbe normalmente accadere. La tendenza a trasformare l’autorità ecclesiastica in una qualsiasi autorità secolare è molto forte e comporta tutte le conseguenti dinamiche dei sistemi di potere secolari (cortigianeria, delazione, sottomissione, ricatto, ecc.).

Qui, però, c’è da chiedersi se non ci troviamo davanti ad un’alterazione sostanziale della Chiesa e dei fini della stessa, quali si riscontrano nel Nuovo Testamento, dal momento che, fatte salve le apparenze, la sostanza è di tutto un altro tipo.

La domanda si fa impellente quando il singolo fedele, in rapporto con un certo vescovo, determinati chierici, alcuni ambienti parrocchiali e partecipando a certe liturgie si sente “svuotare” piuttosto che edificare (6).

D’altronde, il fatto stesso di considerare la cosiddetta “spiritualità” qualcosa di opzionale, non centrale, nella formazione e negli studi dei chierici getta una forte ombra e spinge a pensare che gli equilibri antichi siano di fatto stati alterati da tempo.

Se, dunque, il rapporto autorità-obbedienza è sempre stato delicato e complesso (e non lo si può assolutamente semplificare in nome di una maggiore “funzionalità” della Chiesa), oggi è divenuto molto più difficile perché l’autorità fa di tutto per affermare se stessa prescindendo, a volte, dall’unico bene a cui la Chiesa è a servizio: il progresso spirituale del credente (7).

© Traditio Liturgica


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  1. L’obbedienza “perinde ad cadaver” di ignaziana memoria non è evangelica e non trova alcun supporto nella Rivelazione cristiana.

  2. «Già Origene, intorno alla metà del III secolo, interloquisce nelle sue omelie con uditori cristiani di alto livello sociale e culturale: e tra i difetti, che rimprovera loro, figurano l’orgoglio di essere imparentati con governatori oppure la vanagloria, in alcuni casi, di discendere da persone che hanno ricoperto importanti cariche pubbliche, in altri invece, di possedere ingenti ricchezze, terreni, belle case e altro ancora. In Origene, inoltre, risuona la tipica nostalgia dei tempi andati: in appena quarant’anni, quelli trascorsi dall’epoca di Settimio Severo, l’immagine delle comunità cristiane ha subito una profonda trasformazione in qualità e quantità» Ramon Teja, I vescovi, in Enciclopedia Costantiniana, 2013. Queste osservazioni riguardano pure l'alto clero che, d'ora innanzi, ha libero accesso alla corte imperiale.
  3. La cosa assolutamente assurda è che, oggi, si considerano i monasteri come delle “realtà a parte”, speciali, non come un aspetto nel quale si dovrebbe rispecchiare la Chiesa intera. Questa tendenza ad isolare il monastero dalla Chiesa è nefasta, è indice di clericalismo. La vidi in modo netto nella risposta che ebbi, alcuni anni fa, dal teologo del Patriarcato Ecumenico, mons. Gennadios Limouris per il quale i monaci del monte Athos riflettono una “tradizione particolare, una loro tradizione”. I monaci del monte Athos, come qualsiasi altro monastero ortodosso non hanno una tradizione “loro” ma condividono la tradizione comune alla Chiesa intera, sono un microcosmo della stessa Chiesa. Nel momento in cui si separa il monachesimo e la sua esperienza spirituale dalla Chiesa (“hanno una tradizione a parte”), è possibile trasformare la struttura clericale in clericalismo con tutte le conseguenze nefaste che ciò comporta. Inutile dire che questa separazione artificiale del monachesimo dalla Chiesa si è consumata da tempo in Occidente, per quanto a parole, a volte, si dica altro.
  4. Questo scottante problema soggiace, in realtà, tra tradizionalisti cattolici e cattolici “normalisti” che accettano le riforme come autentiche unicamente perché sgorgate dalle legittime autorità. Giustamente i secondi diffidano molto dei primi perché sostenere una liturgia antica in opposizione latente o evidente con quella riformata significa, nei fatti, sconfessare la seconda e tutto l’ambito ecclesiale che la sostiene. Tentativi di rappacificare queste opposizioni con costruzioni artificiali (= il rito romano ha due forme una ordinaria e una straordinaria) sono semplicemente patetici.

  5. Nella pratica ho ricevuto da più direzioni (sia cattoliche che ortodosse) confidenze in base alle quali delle persone si sentivano in forte disagio spirituale frequentando le loro parrocchie. In tutti questi casi ci troviamo davanti ad ambienti secolarizzati o esclusivamente formali.
    La risposta che ufficialmente viene data a queste person ein crisi è che bisogna seguire comunque la propria realtà religiosa. Bisogna seguire, ad esempio, il proprio vescovo (o patriarca o papa) perché ha la cosiddetta “grazia” che deriva dall’esercizio della sua funzione: Dio non può non sostenerlo e illuminarlo. Questa affermazione, però, oltre ad essere stata smentita molte volte dalla storia è pericolosa perché sgancia i “sottoposti” dal verificare l’autorevolezza di tale autorità trasformando il rapporto autorità-fedeli in un rapporto verticale piramidale, invece che circolare come sopra ricordato.

  6. Spiace dover constatare che spesso in Occidente questo progresso spirituale è equivocato in attivismo benefico (sociologismo) o in attinenza ad un codice morale di leggi che potrebbe facilmente sfociare in puro moralismo. Ci troviamo, così, dinnanzi a realtà ecclesiali disarticolate in cui la sinistra può non sapere cosa fa la destra e il piede prende una direzione che la testa non aveva previsto. Anche l’eccessivo moralismo, inteso come un codice ferreo di leggi, ha provocato, per reazione, nell’ambito ecclesiale occidentale un vero e proprio lassismo che si riscontra sia a livello di clero sia a livello di laici. La disaffezione per l’autorità e per la tradizione è visibile ovunque, forse causata da una rigidissima gestione dell’autorità stessa e da una concezione statica della tradizione alla quale si doveva obbedire “perinde ad cadaver”.

giovedì 23 luglio 2015

Esercizio dell’autorità e autoritarismo nella Chiesa: una rivoluzione strisciante in Oriente?

Il Vescovo Job di Telmessos,
fortemente contestato da diversi fedeli della sua diocesi
per le sue posizioni autoritarie
Sono tornato sovente su quest’argomento molto spinoso e molto attuale. 

La maggioranza dei cristiani non lo considerano, forse proprio perché è il Cristianesimo in sé a non toccarli intimamente. 
Una minoranza comincia a farsi domande abbastanza importanti ma, conscio della complessità dell'argomento, sospende ogni giudizio.
Solo qualcuno lancia un grido di allarme. 

Per quanto l’argomento sia complesso, non è impossibile affrontarlo, basta munirsi di pazienza, di buon senso e di una sufficiente conoscenza della storia e della fede cristiana. Non si tratta assolutamente di avercela con qualcuno ma di vedere le cose come dovrebbero essere.

Il punto iniziale da cui, allora, partire è il noto loghion evangelico nel quale Cristo afferma: 

«25 Οἱ βασιλεῖς τῶν ἐθνῶν κυριεύουσιν αὐτῶν, καὶ οἱ ἐξουσιάζοντες αὐτῶν εὐεργέται καλοῦνται· 26 ὑμεῖς δὲ οὐχ οὕτως, ἀλλ' ὁ μείζων ἐν ὑμῖν γινέσθω ὡς ὁ νεώτερος, καὶ ὁ ἡγούμενος ὡς ὁ διακονῶν»
(Lc 22, 25, 27). 

«25 I re delle nazioni le signoreggiano, e quelli che le sottomettono al loro dominio sono chiamati benefattori. 26 Ma per voi non dev'essere così; anzi il più grande tra di voi sia come il più piccolo, e chi governa come colui che serve». 
(Traduzione Nuova Riveduta).

La Bibbia CEI (approvata dalla Conferenza Episcopale Cattolica in Italia) in luogo del termine più corretto “signoreggiano”, traduce “governano”. Sembra un sinonimo ma non è così. 

“Kυριεύουσιν” deriva da “κυριεύω” verbo che letteralmente significa “essere padrone”, “essere signore”, per cui tradurlo con “signoreggiare” è corretto. 

“Signoreggiare” significa a sua volta: “esercitare un predominio assoluto” (vedi vocabolario Treccani). 

“Governare” significa invece: “guidare secondo un programma, secondo delle leggi” che potrebbero pure essere democratiche. 

Mentre “signoreggiare” pone l'accento sul signore che esercita la sua signorìa, “governare” pone l'accento al di fuori del signore, su un insieme di leggi che potrebbero essere state stabilite pure concordemente con il popolo. 

Le due versioni bibliche, così, danno un’interpretazione praticamente opposta. 
Oserei dire che la versione CEI pare essere un serio tentativo di evacuare pericolosamente il significato delle parole di Cristo facendogli dire ben altro (1).

Si noti che in questo passo Cristo parla proprio ai suoi discepoli i quali stanno discutendo animatamente su chi dovesse essere considerato tra loro il “più grande”. Cristo mostra loro un concetto di autorità diametralmente opposto a quello mondano: il più grande, colui al quale si attribuisce maggiore autorità, dev’essere considerato come colui che serve. Colui che serve non “signoreggia” ma si pone in una condizione subalterna. È il noto servus servorum Dei, “servo dei servi di Dio”, motto creato da san Gregorio Magno il quale, non a caso, era contrario all'idea di un episcopato universale. 

Purtroppo questo motto ha assunto, nel tempo, una valenza pietistica, formale, fino a divenire completamente evanescente e insensato. Oggi, all’interno della Chiesa, l’autorità di fatto “signoreggia” e tutto il resto pare essere solo un paravento a tale stato di cose. Forse è proprio questo il motivo per cui lo si nasconde un po’ goffamente con la traduzione CEI “governa” in luogo di “signoreggia”. Cristo non si deve permettere di disturbare i chierici e se il termine greco dice altro, tanto peggio per lui! 

Lo stile secolare di “signoreggiare” è stato impresso dalla nota svolta ecclesiologica occidentale, nel periodo feudale. Quando i principi feudali stavano per soffocare la Chiesa arrogandosi il diritto di fare nomine vescovili e di disporre ampiamente dei beni ecclesiastici facendo decadere diocesi e abbazie, pian piano dagli ambienti monastici e da quelli curiali romani nacque una reazione che si concretizzò nel sottolineare ulteriormente l’autorità papale: è solo il papa a nominare i vescovi e dal suo petto sgorga ogni potere sulla terra per cui principi, re e imperatori gli devono obbedienza assoluta (2).

Detto in altri termini, si cercò di curare un male con un eccesso opposto: all’eccesso dell’autorità secolare che “signoreggia” si contrappose quello dell’autorità clericale che “signoreggia” con, forse, maggior vigore rispetto alla prima. Non si deve credere che questo stato di cose venisse digerito senza colpo ferire: nel medioevo era ancora troppo forte il ricordo delle autonomie ecclesiastiche le quali non disprezzavano affatto il primato di un metropolita o del papa ma lo leggevano in modo tale da non ledere le prerogative locali. Quando il baricentro si sposta sensibilmente, iniziano inevitabilmente a crearsi delle reazioni. Non fu dunque raro che si osservasse il processo di centralizzazione con un certo sospetto. Il fiorire delle eresie, che prendono quale pretesto un elemento della dottrina, si pone nel crinale di questo sospetto verso il centralismo romano crescente accompagnato da una rivendicazione di autonomia e indipendenza. Lutero, da questo punto di vista, è l’ultimo di una lunga serie e non lo si può capire isolandolo da un ampio e vasto contesto in cui le cosiddette colpe sono davvero distribuite in tutte le parti. 

In Oriente si conservarono a lungo alcune tipicità della Chiesa alto-medioevale conosciute pure in Occidente. La vita monastica nel suo aspetto carismatico poteva continuare a collidersi con l’autoritarismo di qualche vescovo proprio perché l’autorità non è mai vista per se stessa ma per servire ad un bene comune alla cui difesa sono chiamati tutti. È assolutamente parziale pensare alla Chiesa bizantina come ad una Chiesa passiva ed asservita all'imperatore (cesaropapismo) poiché, in realtà, le cose stavano molto differentemente nel senso che erano assai più complesse.

Questo è così vero che in Oriente non è mai esistita passività dinnanzi all'autorità vescovile. Venerazione sì, passività mai. Nel caso in cui un vescovo non è in grado di fare il bene della Chiesa ma la danneggia (con un governo insensato o con l’affermazione di eresie) chiunque cerca di proteggere la Chiesa fino a giungere al mezzo estremo dell’aperta contestazione. Dapprincipio lo si fa certamente con riservatezza e grande carità, rispettando una certa gerarchia di interventi. Se questo fallisce, si segue quanto dispone il vangelo:

«Se tuo fratello ha peccato contro di te, va’ e convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello; 16 ma, se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni. 17 Se rifiuta d'ascoltarli, dillo alla chiesa; e, se rifiuta d’ascoltare anche la chiesa [leggi la totalità dei credenti], sia per te come il pagano e il pubblicano». 
(Mt 18, 15-17) 

È vero che qui non si parla di autorità, ma questo dimostra che, da un certo punto di vista, tutti nella Chiesa, sono fratelli tra loro. Così il vescovo, pur essendo anche padre, è fratello dei credenti, come dice sant’Agostino, e deve loro rispondere, non dar conto delle sue azioni solo al suo superiore ecclesiastico (3).
Come si vede, esiste una progressione, quando si devono affrontare dei problemi. All’ultimo grado, l’autorità può non venir più riconosciuta. 

Nella storia del Cristianesimo questo è successo infinite volte e le spaccature in esso si sono create esattamente perché alcuni si ritenevano intoccabili e autocrati. 

La tendenza all’autocrazia se ha distinto in modo peculiare il mondo Cristiano in Occidente (anche se non sempre allo stesso modo e in tutti i luoghi), in Oriente ha faticato a progredire, grazie ad una maggiore coscienza degli equilibri antichi e alla funzione profetica del monachesimo che non cessava di opporsi agli abusi di certi vescovi. 

Basti ricordare, ad esempio, la vigorosa opposizione di san Simeone il Nuovo Teologo (XI sec.) all’autoritarismo del Metropolita di Nicomedia il quale aveva un concetto di teologia molto intellettuale e assai poco mistico. 

Sembra di vedere certe situazioni odierne, con la differenza che oggi non si vede alcun san Simeone e nessuno Sinodo da ragione a Simeone ma semmai  all’autorità ecclesiastica solo perché è autorità istituzionale! 

Purtroppo devo constare l’esistenza di una rivoluzione strisciante nel Cristianesimo orientale di tradizione bizantina: in più settori sta emergendo un clericalismo molto simile a quello che si vide nella seconda metà del Medioevo in Occidente, un’ascesa dell’autorità clericale che dispone tutto e si pensa al centro di tutto, prescindendo a volte da ogni carisma e tradizione ecclesiologica. Pare essere dinnanzi all’autorità che vuole “signoreggiare” e se trova campo libero lo farà sicuramente con la conseguenza di estromettere tutti gli altri facendoli sentire elementi subalterni in servizio di un sistema tutto sommato feudale. È un fenomeno che personalmente incuriosisce e inquieta non poche persone e su cui ho spesso dialogo con persone di grande competenza storico-ecclesiastica. 

La Chiesa è collaborazione, compenetrazione, armonia di carismi in cui tutti hanno bisogno di tutti. Ma se, da qualche parte, si crea una contrapposizione è la volta che tutto il sistema si squilibra pericolosamente (4). Non devono signoreggiare né i laici né i chierici (5). L’unico che “signoreggia”, ma in modo tutt’altro che mondano, è Cristo il quale mostra la giusta via e la sua volontà nel cuore di uomini (laici o chierici) santificati. 

Ecco perché in tempi di crisi anche l'ultimo monaco santo (non necessariamente sacerdote!) può essere l'unico a conservare il senso corretto della Chiesa dinnanzi a fior fior di papi, metropoliti, patriarchi e vescovi che si perdono completamente, magari ebbri di narcisistico amore di sé e con volti che rilucono d'immanenza. 

È già successo e sta ancora succedendo... 

La visione e l'equilibrio corretti sono sempre più difficili da tenere, perfino nel mondo cristiano orientale! 

Mi chiedo, allora: l’Oriente cristiano è destinato a divenire in gran parte una specie di Cattolicesimo con molti papi (autocrati) e con qualcuno (il patriarca) più papa di tutti gli altri?
Ci sono, infatti, tutte le premesse!

© Traditio Liturgica

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(1) La Bibbia approvata dalla Conferenza episcopale cattolica italiana (Bibbia CEI), da questo punto di vista è un bouquet d'infinite sviste o errori. Non so quanto in buona fede... Altrove ne ho già parlato ma, ogni volta che la sfoglio, m'imbatto in nuovi errori! 

(2) Si noti che il primato del papa non comporta assolutamente la signorìa in senso mondano di quest'ultimo. Il fatto di non riuscirlo più a capire è indice della decadenza di tutto un contesto ecclesiale che scambia per spirituale quanto, in realtà, è puramente mondano. 

(3) Questo è quanto, purtroppo, va affermando qualche vescovo (come pare faccia il metropolita Job) ma non è assolutamente confortato dalla tradizione antica. Se un vescovo dovesse dar conto del suo operato solo al suo superiore ecclesiastico, allora la Chiesa diverrebbe solo affare clericale. Non a caso affermo che qui siamo dinnanzi ad una deriva di tipo clericalistico.

(4) Quando, ad esempio, si sottolinea che il vescovo è un alter Christus, all'interno della Chiesa, non si dovrebbe mai dimenticare, come spesso si fa, che lo stesso cristiano è un alter Christus, seppur con modalità diverse. L'Ordine sacro attribuisce a chi lo riceve una particolare importanza ma MAI a detrimento del battezzato che, in comune con il vescovo, ha ricevuto il sigillo dello Spirito nel battesimo. Entrambi, seppur in modo diverso, portano dunque la responsabilità della Chiesa anche se è il solo vescovo ad essere bocca della Chiesa locale. Quest'equilibrio armonioso pare essere perso in chi, volendo difendere a tutti i costi qualche vescovo, tende ad appiattire la Chiesa ad una pura questione di autorità in nome di Dio. 
Vedi ad esempio la lettera di padre Placide Deseille “Un cristiano deve avere uno sguardo cristiano sul suo vescovo” sul caso del metropolita Job. 

(5) Nella spinosa vicenda del vescovo metropolita di Francia Job di Telmessos, è stato ricordato che il vescovo è creato da un'istanza superiore. Nell'Ortodossia questo è vero solo a metà. Se infatti il vescovo è nominato dal Patriarca, è pure vero che i laici possono non accoglierlo in diocesi, nel caso in cui non ritengano essere persona ecclesiasticamente capace, e questo è in grado di rendere inoperosa la sua nomina. Il ruolo dei laici nella liturgia di ordinazione di un vescovo è tale da poterne inficiare la nomina se, ad esempio, in luogo di axios (degno!) essi esclamssero anaxios (indegno!). È un loro diritto e dovrebbe essere sempre possibile, in casi di particolare pericolo.
Queste sono cose che non devono essere mai dimenticate ma che oggi, stranamente e drammaticamente si dimenticano. Pensare che i laici debbano solo subire, essere pecore da tosare, è, di fatto, aver reso l'Ortodossia lo specchio di un certo mondo Cattolico (neppure tutti i cattolici vorrebbero questo per la propria Chiesa!), averla resa un clericalismo allo stato puro, cosa che se in Occidente in qualche modo si spiega, data la particolare sua storia, in Oriente è totalmente insensata
Fare notare queste cose non è, come qualcuno erroneamente e artificiosamente afferma, "essere influenzati da una visione secolaristica e da tendenze scismatiche" ma riportare gli equilibri nella Chiesa contro l'assalto di alcuni che se ne ritengono i soli indiscutibili padroni! 

martedì 14 luglio 2015

Seconda parte del Lezionario Bizantino

È a disposizione la seconda parte del Lezionario Bizantino che riporta le pericopi bibliche e le parti variabili per la Divina Liturgia celebrata nel periodo del Triòdion (prequaresimale e quaresimale). Questo libro integra, così, quello già stampato sulla Divina Liturgia di san Basilio Magno
La novità di quest'edizione è quella d'introdurre delle grafiche completamente rinnovate. È parso infatti indispensabile non affidarsi a quanto si trova a disposizione in rete (forse soggetto a copyright) anche perché non ha un'elevata resa grafica. Oltre alla cura del testo, dunque, sono state ridisegnate tutte le immagini presenti in esso. Tutti i testi della collana avranno lo stesso trattamento.
Il lettore non si meravigli: qualsiasi libro è soggetto a perfezionamenti e, soprattutto opere di questo genere, devono essere costantemente ritoccate con il tempo.
Faccio un esempio: a distanza di un paio d'anni dalla pubblicazione della Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo, sono state fatte quasi una trentina di revisioni. Solo a questo punto si può dire che il testo è perfetto. Le revisioni non toccano la sostanza, dal momento che si concentrano su aspetti formali e piccole dimenticanze, purtroppo sempre possibili a chiunque intraprenda lavori di tal genere. In altre parole, il libro non viene messo in stampa con errori marchiani, com'è capitato di vedere per iniziative analoghe. Per fragilità umana è sempre possibile che sfugga qualcosa. Di qui le continue revisioni nel tempo.

Per essere ulteriormente più precisi, a determinare una revisione è, ad esempio, un punto fermo che segue un inciso in rosso poiché è rosso in luogo d'essere nero. Es.: 

Errata: Kyrie elèison (3 volte). 
Corrige: Kyrie elèison (3 volte).

A determinare un'ulteriore revisione è, ad esempio, l'introduzione di un capolettera differente (come è successo nella pagina iniziale delle Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo).


Correzioni così non sono assolutamente sostanziali ma per me sono tale da fare una revisione. 

I lavori accademici (ai quali evidentemente mi ispiro) hanno tutti questa acribìa. Mi confidava un docente di storia che fu costretto a mettere alle stampe un lavoro (che certo non aveva il mio genere di difficoltà) perché era giunta la scadenza per farlo. Se fosse stato per lui avrebbe "limato" all'infinità l'opera. 
D'altra parte lo stesso Manzoni, tenne il suo romanzo più famoso nel cassetto moltissimi anni pur di revisionarlo di continuo.

Questo per dire che non capire a cosa sono soggetti i lavori letterari e filologici in genere non è un problema (essendo questo settore per pochi) se si è disposti a capirlo. Diviene problema quando si parte con questa ignoranza per criticare inutilmente chi lavora. Allora è il caso di dire "raglio d'asino non sale in cielo!"...


Mi rendo conto che questo è un lavoro di élite: è troppo pesante per essere fatto da chi s'illude di ottenere molto con poca fatica. Solo un animo superficiale pensa che non ci voglia gran che. Richiede, invece, una buona conoscenza del greco bizantino, dell'italiano, della grafica, un buon gusto estetico-editoriale. Cose che non si trovano comunemente e che non si può presumere di avere per "dono infuso" o per eredità etnica. 
Come già detto altrove, infatti, il libro liturgico dev'essere ben fatto ma deve pure essere bello, oltre che pratico. 
Perciò questa attività editoriale può dirsi tutt'altro che terminata, al fine di raggiungere una sempre maggior qualità.
I suggerimenti dei lettori, da questo punto di vista, sono benvenuti a patto che siano sensati.

Per la pagina web in cui è a disposizione il libro sulla seconda parte del Lezionario bizantino, clicca qui.

sabato 4 luglio 2015

Prima parte del Lezionario Bizantino

Questo libro contiene le letture neotestamentarie domenicali dell’Oktòichos e, dal momento che tali letture accompagnano il credente da domenica a domenica, ha il nome di Kyriakodromion (Κυριακοδρὸμιον; Κυριακὴ = domenica, δρὸμος = via, strada o percorso).

La lettura della Sacra Scrittura trova il suo luogo princeps e il suo senso proprio nella sua proclamazione all’interno della Divina Liturgia, non essendo un testo per discettazioni individualistiche ma per essere gustato nell’esperienza personale nel contesto ecclesiale, esperienza identica in tutti i secoli, nonostante le inevitabili variazioni culturali e secolari.

Questo lavoro integra la pubblicazione della Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo contribuendo, così, ad offrire l’intelligenza spirituale dei testi biblici lungo il periodo ordinario dell’anno liturgico bizantino.

In questo link il collegamento per la pagina in cui è messo a disposizione il libro.