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martedì 16 giugno 2015

Solidarietà all'Istituto san Sergio di Parigi



Foto commemorativa di alcuni partecipanti ad un convegno su Jean Meyendorff nel 2012
 all'Istituto san Sergio nel quale fui presente.


Ricevo e molto volentieri pubblico.

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dell'Istituto san Sergio
di teologia ortodossa di Parigi

1. Mentre l'Istituto celebra i suoi 90 anni d'esistenza, è giunto il momento in cui, oggi più che mai, si tratta di "rendere conto della speranza che è in noi" (1 Pt 3, 15).
Cacciati dal totalitarismo [dalla Russia], i nostri padri fondatori hanno fatto del loro esilio una provvidenza. Hanno accettato di vivere pienamente l'Occidente, l'Europa, la Francia, di incontrare volontariamente le altre confessioni cristiane, le altre religioni, i movimenti filosofici, d'assumere coscientemente la disciplina universitaria dell'insegnamento e della ricerca, del dialogo e del dibattito. Essi hanno coraggiosamente sorpassato le divisioni del mondo ortodosso per accogliere l'insieme delle Chiese ortodosse e testimoniare l'universalità della Chiesa ortodossa. Hanno pazientemente costruito la sola scuola di teologia ortodossa che, nel vecchio Continente, può dire d'aver attraversato l'umbratile Novecento in costante libertà. Come scrisse già vent'anni fa Olivier Clément in occasione del 70° anniversario dell'Istituto: «È proprio qui che l'Ortodossia può ora provare a conoscere la modernità senza maledirla, senza neppure dissolversi in essa ma per superarla al suo interno nella fedeltà alla vera Tradizione che è, nel Corpo di Cristo, la novità sempre rinnovata dello Spirito”.

2. È questo patrimonio che dobbiamo portare la cui stessa altezza c'invita ad essere modesti e a mostrarci risoluti. È quest'eredità che oggi subisce un tentativo di demolizione che porta alla sua distruzione. Dalla sua controversa elezione, nel novembre 2013, alla testa dell'Arcivescovato delle Chiese ortodosse russe in Europa occidentale, mons. Job di Telmessos non ha smesso di denigrare, destabilizzare, impedire l'attività dell'istituto, negandogli l'autonomia garantita dalla legge francese e dal diritto europeo. Il suo obiettivo costante è quello di trasformare la carica onoraria di rettore dell'Istituto, che assume dalla consuetudine e dal regolamento, in un controllo totale sulla vita dell'Istituto stesso. Ecco qualche esempio:

- Dalla fine del 2013 alla metà del 2014, mons Job di Telmessos è intervenuto, senza successo, presso i servizi del Ministero dell'Interno e del Ministero dell'Istruzione superiore e della ricerca per far stabilire da parte delle autorità repubblicane dei diritti che, secondo la legge e lo statuto dell'Istituto, come gli è stato già ricordato, non possono appartenergli poiché tale azione contravviene pure al regime di laicità.

- Il 19 giugno 2014, durante la sessione di chiusura al termine della liturgia, mons. Job di Telmessos ha denunciato dall'ambone “delle disfunzioni, dei problemi d'ordine ecclesiale, amministrativo, accademico”, una “cattiva gestione, una cattiva qualità”, un' “incompetenza generalizzata”, “una situazione penosa, grottesca, vergognosa” la cui causa sarebbe “l'appropriamento” dell'istituto da parte di una “tendenza laicizzante” che avrebbe innescato un “colpo di Stato, un'entrata in guerra” contro la sua persona mentre l'Istituto dovrebbe avere verso di lui “il rapporto di un bambino con sua Madre”, ossia riconoscergli tutti i poteri.

- Lunedì 29 settembre 2014, mons. Job di Telmessos ha reiterato i suoi attacchi durante la prima riunione di un “Comitato indipendente ad hoc” [...], dopo che mons. Job ne ebbe fatto legittimare il principio e l'esistenza dal santo Sinodo di Costantinopoli sulla base di una sua relazione unilaterale rimasta in seguito riservata e redatta, più che probabilmente, in vista del risultato ottenuto. Non possiamo che rammaricarci se le onorevoli personalità necessarie a questo Comitato hanno creduto partecipare ad un'istanza oggettiva che, in realtà, era formata, carpita e strumentalizzata da una tra le più soggettive ambizioni.

- Il 25 dicembre 2014, mons. Job di Telmessos ha inaugurato la tradizionale questua di Natale, che si svolge ogni anno nelle parrocchie della sua diocesi e a beneficio dell'Istituto chiedendo che le donazioni siano ora indirizzate alla “Collina san Sergio”, un'associazione parallela da lui fondata e il cui equivoco titolo causa furbamente confusione.

- L'8 febbraio 2015, in occasione della riunione solenne dell'Istituto, Mons. Job di Telmessos ha fatto leggere una dichiarazione per rispondere alla presa di posizione dell'Istituto che aveva giudicato suo dovere mostrare, attraverso la lettera di un esperto in legge (in data 2 febbraio 2015) che il “Comitato ad hoc” si poneva oggettivamente in una situazione d'abuso di diritto.

- L'intenzione dell'Istituto era chiaramente di proteggere le autorità e le personalità coinvolte, a cominciare dal santo Sinodo, da un'azione illegittima alla quale mons. Job li aveva esposti pur di perseguire i propri obiettivi celati. Nella sua dichiarazione, mons. Job ha pertanto incriminato “i membri del Consiglio d'amministrazione dell'Istituto”, accusandoli di “porsi al di fuori della Chiesa” e, in nome di una non-verità ha voluto “ricordare che i canoni interdicono di portare gli affari ecclesiastici davanti alle autorità civili”, ossia minacciando implicitamente i chierici che lavorano nell'Istituto e sono sotto la sua giurisdizione di trascinarli davanti ad un tribunale ecclesiastico.

- Il 18 maggio 2015, nel corso di una sessione del tribunale che opponeva l'Istituto, in quanto parte civile, al signor Patrick Brispot, ex tesoriere dell'associazione Ameito [l'associazione che sostiene finanziariamente l'Istituto], giudicato per avere stornato dei fondi, mons. Job di Telmessos è intervenuto senza aver consultato o avvisato l'Istituto perché l'Arcivescovato si facesse parallelamente e stranamente parte civile, facendo pure dichiarare al suo avvocato che, a causa della sua presunta negligenza, l'Istituto sarebbe in parte responsabile moralmente del grave danno di cui in realtà è vittima. Questo porterebbe l'Istituto ad indebolire la sua posizione e la sua capacità a recuperare i suoi fondi.

- Il 26 maggio 2015, mons. Job alla delegazione dell'Istituto che gli aveva chiesto udienza per cercare nuovi termini per una collaborazione, ha dichiarato che esigeva: a) che l'Istituto presentasse le sue scuse ai membri del “Comitato ad hoc”, rilasciando a questi ultimi i documenti richiesti di cui i bilanci degli esercizi finanziari e i curriculum universitari degli insegnanti; b) che l'Istituto gli concedesse l'insieme dei seguenti poteri concentrati ex officio nella sua persona: la presidenza del Consiglio di amministrazione dell'Istituto, la presidenza dell'Ameito, il diritto di veto sulla persona del Decano eletto dal Consiglio; il diritto d'invalidare su base periodica degli insegnanti. In conclusione, ha reiterato il suo rifiuto di controfirmare i tradizionali diplomi stampati alla fine del 2015 com'è avvenuto nel 2014 con il pretesto di un'intestazione nel frattempo risolto e continuando in questo modo a mantenere gli studenti in una situazione pari a quella di ostaggi.

- Il 29 maggio 2015, mons. Job di Telmessos ha ricevuto degli studenti dell'Istituto per spiegare loro che declinava ogni responsabilità per questa situazione di stallo dovuta all'Istituto, che aveva un progetto personale, nuovi insegnanti e dei fondi per una radicale revisione dell'Istituto e che allora avrebbe controfirmato i loro diplomi. Consigliò loro per “prudenza” di fare una doppia iscrizione per l'anno 2015-2016, o d'iscriversi altrove.

- Il 15 giugno 2015, durante il suo verdetto sul caso Brispot la Corte, la quale si è pronunciata particolarmente a favore dell'Istituto e gli ha riconosciuto pieno diritto a recuperare i fondi rubati, ha pure respinto la richiesta di mons. Job di costituirsi parte civile considerandola irricevibile. Il giudice ha così confermato l'indipendenza dell'Istituto quale soggetto giuridico.

3. Prima di tutto, dobbiamo purtroppo ammettere che non abbiamo visto nulla di nuovo sullo stato d'animo del nostro ex studente e insegnante Job Getcha, da quando è arrivato nell'Istituto nel 1996 fino al nostro rifiuto collettivo di riconfermarlo Decano nel 2007, evento che riteniamo essere la fonte delle sue manovre in corso per recuperare un potere assoluto che crede detenere da Dio sotto pretesto di una falsa concezione dell'episcopato che, riconosciamo, travolge indirettamente i nostri talenti di pedagoghi nei suoi riguardi.

4. Tuttavia, durante questo anno di ostilità aperte o celate, mosse da colui che nel frattempo è divenuto l'Arcivescovo Job, abbiamo preferito tacere nella speranza che lo scandalo cessasse, che non si riversasse all'interno della Chiesa, che s'imponesse la ragione e la comunione. Ci scusiamo con tutti coloro che, non capendo i motivi di questa attesa, ne hanno tratto l'amara idea che l'Istituto rinunciasse alla sua vocazione e alla sua missione.

5. In effetti, non siamo i soli a subire gli assalti di mons. Job di Telmessos nella sua ricerca frenetica di potere e riconoscimento. È con cuore triste che volgiamo il nostro pensiero fraterno verso il Consiglio diocesano, le parrocchie, i preti e i fedeli dell'Arcivescovado delle chiese ortodosse russe in Europa occidentale che ugualmente subiscono il suo arbitrio vendicativo e vessatorio, come lo testimoniano i numerosi rapporti e denunce formali e informali, emesse per posta o inoltrati su Internet. Inoltre, a tutti coloro che sono aggrediti, feriti o offesi dalle azioni di mons. Job di Telmessos, affermiamo con umiltà ma certezza, seguendo i Padri e i Dottori: “Questa non è la Chiesa di Cristo. Questa non è l'Ortodossia”.

6. Con l'Apostolo abbiamo così “rivestito il nostro cuore di pazienza” (1 Col 3, 12), fino al punto estremo in cui è necessario che “il nostro sì sia sì, e il nostro no sia no” (Mt 5, 37; Gc 5,12). Poiché come comanda san Massimo il Confessore, che si trovò a rappresentare da solo l'Ortodossia nel suo tempo: “Prima di tutto e su tutto siamo sobri e vigilanti [...]; manteniamo soprattutto il grande e principale rimedio della nostra salvezza, voglio dire l'eccellente eredità della fede, confessandola apertamente nel corpo e nell'anima, come i Padri ci hanno insegnato” (Lettera 12).

7. Pertanto, tenuto conto della crescente difficoltà delle nostre circostanze, ma soprattutto come segno di resistenza alla volontà liberticida di mons. Job Getcha, alla sua concezione dell'episcopato come autocrazia, al suo disprezzo verso le leggi della Repubblica francese e dell'Unione europea, noi, membri del Collegio dei docenti, dopo aver pregato, scambiato e concordato nella stessa ispirazione, abbiamo deciso, con maggioranza schiacciante, con l'approvazione unanime del Consiglio di Amministrazione, di sospendere l'insegnamento regolare locale dell'Istituto, durante tutto l'anno accademico 2015-2016.

8. Questo è un diritto inviolabile dell'Istituto San Sergio, Istituto maggiore d'istruzione privata riconosciuta dallo Stato e retto da un'associazione libera [compendiata] della legge 1901 che, di fatto, non può legalmente dipendere dall'Arcivescovato delle Chiese ortodosse russe in Europa occidentale. Tale associazione è un'unione diocesana di associazioni cultuali [compendiata] dalla legge 1905. È qui il dovere imperativo dell'Istituto San Sergio, nei riguardi della missione panortodossa che ha compiuto durante novant'anni a servizio di tutti, del Comitato poi Assemblea dei vescovi ortodossi di Francia, dell'insieme delle Chiese ortodosse nel mondo e in primo luogo del Trono ecumenico che ha sempre garantito, fino ad oggi, la libertà dell'Istituto come espressione del proprio irraggiamento.

9. Questo periodo di sospensione dell'istruzione regolare locale sarà condotto in conformità con gli studenti interessati e il corretto perseguimento dei loro studi e renderanno possibile i nostri vari accordi di cooperazione con le istituzioni consorelle e il mantenimento della Formazione Teologica per corrispondenza. Ma questo periodo è principalmente utilizzato, 90 anni dopo la nostra fondazione, a pensare alla nostra rifondazione per i prossimi 90 anni, adattando lo spirito delle nostre origini alle sfide attuali. Nel corso dell'esercizio 2015-2016, l'Istituto, sfuggendo così alla deleteria paralisi nella quale mons. Job di Telmessos s'impegna a sommergerlo, non resterà comunque un luogo inerte, ma sarà aperto a tutti, preparando il suo avvenire. Tutti coloro che hanno continuato ad accompagnarlo e aiutarlo siano completamente sicuri del nostro impegno per tornare a perpetuare la nostra vocazione. Li invitiamo anche a partecipare alla nostra riflessione sul futuro dell'Istituto.

10. Tale decisione, pertanto, non equivale ad un ritiro dalla Chiesa, ma ad una difesa della Chiesa. Comporta certamente un rischio di marginalizzazione, ossia di sparizione, che ci sembra ciononostante un male minore rispetto al tentativo di asfissia canonica e alla deviazione ideologica guidata da mons. Job Getcha. Poiché non lottiamo per noi stessi ma per la testimonianza della fede. Perciò sarebbe meglio per l'Istituto non esistere più piuttosto che abbandonarsi ad una morte spirituale che si tradurrebbe nella continuazione del suo nome ma con la sparizione della sua identità.

11. Poiché vogliamo che l'Istituto San Sergio viva, osiamo sollecitare, con rispetto ma fiducia, Sua Santità il Patriarca Bartolomeo e Sua Eminenza il Metropolita Emmanuele di Francia, di cui sappiamo la profondità del loro attaccamento all'Istituto, in modo che ci offrano sostegno spirituale e canonico per continuare la nostra missione in un clima di autentica comunione ecclesiale, di conformità legale e di dignità umana. Affinché, a nostra volta, e in loro nome, noi possiamo comunicare l' “acqua viva” della teologia ortodossa a tutte le donne e uomini “che ne provano sete” (Ap 22, 17).

12. Sottoscrivendo la definizione di padre Sergio Bulgakov il quale, nello stesso momento della creazione dell'Istituto di cui fu il primo decano, dichiarava che “l'Ortodossia per essere se stessa non può essere solo ricchezza della fede e vita attraverso la fede, ma dev'essere anche profezia”, facciamo nostra in conclusione, la frase del nostro padre tra i santi, Giovanni Crisostomo, arcivescovo di Costantinopoli e diciamo con lui: “Siano rese grazie a Dio per ogni cosa”.

Istituto San Sergio,


Parigi, 16 giugno 2015.

domenica 14 giugno 2015

Stupidaggini iconografiche ....



Un amico mi ha proprio tirato per i piedi per cui sono costretto a scrivere queste brevi riflessioni relativamente ad una icona che rappresenta il primo concilio ecumenico (325).
Al momento non so quando sia stata fatta quest'opera pittorica. Quello che so è che quando si fa una rappresentazione storica bisogna stare attenti a cosa si rappresenta e ai significati delle cose rappresentate.
Da parte mia risulta addirittura inconcepibile come possano passare inosservati certi marchiani errori. Alla maggioranza, invece, sfuggono, eccome!
L'iconografo ha voluto rappresentare alla destra dell'imperatore il papa di Roma, come prevedeva la taxis ecclesiastica antica.
Forse proprio per rimarcare che quello era il papa di Roma gli ha messo in testa il ... triregno!
Ma quando viene forgiato il triregno, di grazia? 
Solo a partire dall'anno 800 (quindi ben dopo il primo concilio ecumenico!) i papi iniziano ad indossare una tiara con una corona, poiché erano di fatto i sovrani del territorio da loro presenziato.
Bonifacio VIII nel 1300 circa aggiunse una seconda corona. Nel 1342 Benedetto XII aggiunse una terza corona.
Il triregno assume un forte valore che vuole rimarcare il potere papale. Il papa con il triregno è il padre dei Principi e dei Re, rettore del mondo, vicario di Cristo in terra.
Ora, questa forte valenza di potere era totalmente sconosciuta al tempo del primo concilio ecumenico, nonostante il papa avesse un ruolo di primo piano nella Chiesa (e la taxis lo pone subito dopo l'imperatore). E, d'altra parte, che senso ha che proprio il "padre dei Principi e dei Re, il rettore del mondo", stia seduto in secondo ordine dopo l'imperatore? Avrebbe dovuto sedersi al primo posto e l'imperatore avrebbe dovuto venire come secondo, se si sta prettamente alla logica e al senso delle cose. 
No, l'iconografo e molti che vedono questa icona non lo pensano! Non lo pensano neppure vedendo la strana incongruenza di un imperatore (con una sola corona) e di un papa (con ben tre corone!).
È il caso di dire che se un'opera è religiosa le si da automaticamente carta bianca senza attivare il minimo senso critico. Alcuni che la vedono, poi, non sono in grado di riconoscere da essa le cose più elementari, come se avessero il prosciutto sugli occhi ...

Appunto ulteriore
Ieri mi sono fidato di chi mi presentava quest'icona come russa, basandosi pure sullo stile iconografico e non ho controllato bene lo scritto in alto che, sebbene poco chiaro, è greco. Tale icona appartiene a Michail Damaskinòs, un iconografo cretese che opera alla fine del '500, mescolando nelle sue opere stili bizantini e rinascimentali. Damaskinòs ha subito particolari influssi veneziani ed è da ciò che, presumo, proviene la sua rappresentazione papale con il triregno. L'artista, dunque, non poteva non sapere cosa stava facendo anche perché visse in una Venezia all'apogeo del suo splendore storico e artistico.
Questo, oltre a non togliere nulla dalle mie precedenti osservazioni, a mio parere le peggiora: mentre dai russi non mi meraviglierei strane innovazioni iconografiche (al punto che hanno pure introdotto la "madonna dai sette dolori o dalle sette spade") questa è un'amara sorpresa dai greci tendenzialmente più conservativi.
Ringrazio, dunque, un amabile lettore che, in un messaggio personale, mi ha molto gentilmente segnalato la provenienza greca di questo manufatto spingendomi a cercare ulteriori notizie da un sito greco da me citato e che, sicuramente, pure lui potrà leggere agevolmente.


venerdì 5 giugno 2015

I diritti dei bambini ...

Una classe di un seminario minore. I bambini fotografati avranno attorno ai 7-8 anni,


Questo blog non si dedica a questioni sociali, così dibattute in questi tempi, ma quando il buon senso delle persone va a farsi benedire ho la tentazione di sfruttare questo spazio per fare almeno qualche accenno.
Sono a dir poco infastidito dal tono grottesco con il quale si affrontano certe tematiche come quella che prevede per dei bambini il diritto di avere una famiglia con padre e madre. Purtroppo il nostro popolo, per l'80 per cento almeno, non è in grado di ragionare a mente fredda e, da qualsiasi schieramento stia, spara a zero senza tenere conto di tante cose.
Il bambino ha certamente diritto di vivere in un ambiente familiare con padre e madre e un'atmosfera positiva.
Ma è un dato di fatto che spesso manca o il padre o la madre o, in altri casi ancora, i tutori del  bambino possono essere altri: parenti prossimi o estranei che lo addottano. Anche queste sono indubbiamente famiglie!
Piuttosto che sia lasciato in un istituto è molto meglio che sia allevato con amore anche in una coppia non convenzionale (non voglio entrare nelle questioni omogenitoriali, se non altro per risparmiarmi discorsi risaputi o di cattedratici improvvisati).
In tutto ciò si dimentica che per molto tempo il tanto reclamato "diritto del bambino" non esisteva, via per lo sfruttamento minorile (che continua ancora nelle zone povere del pianeta) via perché, o per convinzioni religiose o per togliersi una bocca da sfamare da una famiglia numerosa e povera, lo si affidava ad istituti religiosi.
Nel medioevo i pargoli erano affidati in istituzioni religiose anche molto molto piccoli ma non chiedo di ricordare questo quanto qualcosa di più vicino a noi: i seminari minori.
I seminari minori erano (e in parte lo sono ancora laddove esistono) luoghi in cui certamente non c'è mamma e papà ma altre persone che compongono un contesto ben differente da quello familiare. Se chiamiamo questi luoghi "famiglia" perché non chiamare così le altre che lo meriterebbero a maggior ragione?
Pongo allora una domanda retorica: perché chi protesta sul diritto del bambino ad avere padre e madre si dimentica di questi ultimi casi? 
O tale diritto vale sempre o non vale mai. 
O la sua mancanza fa danni sempre o non lo fa mai. 
L'ipocrisia, ecco cosa mi da più fastidio, il che porta a ragionare per compartimenti stagni. Se poi un cervello è pure rigido il danno è completo ...