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lunedì 27 aprile 2015

La sincerità degli eremiti...

Il problema del mondo cattolico è la mancanza di monaci autentici e di veri eremiti. La mancanza di uomini di fede e preghiera crea un'anemicità, anemicità che sarebbe ben presente anche in Oriente se ci fossero solo fedeli e preti e non anche monaci. (Molto clero orientale per molti aspetti è oramai simile a quello occidentale, quasi non avessero l'umile e sublime dono del sacerdozio e fossero piccole attricette di poco valore e tanta vanità!).
Il monaco, lungi dall'essere inutile, è come il sale, come il fermento nella pasta.
Lo si può capire pure dalle parole di questo eremita cattolico che, per diversi versi, mi fa pensare allo stile di alcuni monaci atoniti che conosco e amo.
La capacità di chiamare bianco ciò che è bianco, nero ciò che è nero nasce da una libertà di spirito alla quale, con i miei limiti, cerco d'ispirarmi pure io senza falsi rispetti umani.
L'eremita francescano tocca un tema molto delicato: quello del movimento neocatecumentale. Il fatto che questa realtà, assai potente, sia protetta indica lo stato di salute dello stesso mondo cattolico. Tuttavia qualcuno che ragiona in modo sano c'è ancora... Buon ascolto!


giovedì 23 aprile 2015

La chiesa e la persona: una relazione, un rimando continuo e reciproco

Processione con le reliquie da inserire sotto l'altare,
nella cerimonia di consacrazione della chiesa secondo il Pontificale romane del 1962.

Questo post continua da quello precedente.
Abbiamo visto che nulla, per quanto riguarda la Rivelazione  affidata alla Chiesa, è senza conseguene o rapporti con la vita personale.

La letteratura dei Padri unisce gli eventi salvifici con ogni istante della vita dei fedeli lungo la storia. Nulla è astratto e lontano da noi, ancor meno lo stesso edificio ecclesiastico. Al contrario, tutto oggi ha concorso a farcelo divenire.

Ho voluto mettere a disposizione (solo in visione, non è possibile né ottenere il file pdf né stamparlo), il testo completo latino/italiano della consacrazione della chiesa, secondo il Pontificale romano del 1962.

Scorrendo questo testo, si noterà le diverse parti con cui si eseguiva (e oggi assai raramente si esegue) il rito di consacrazione.

In linea di massima, ha diverse somiglianze con quanto avviene nell'Oriente bizantino, quando si consacra un tempio.
Perciò questo rito attrae molto il mio interesse. Invece, sono un  po' perplesso sullo stile con cui si commentano le varie parti perché mi sembra come l'esposizione di un teorema di matematica in cui non resta che convenire razionalemente e non ci si sente "presi dentro" dal mistero se non da un punto di vista quasi unicamente razionale.

Lo stesso rito è stato seguito per consacrare la chiesa del seminario svizzero di Ecône. Esiste un filmanto (qui) in cui il liturgista, spiegando i vari momenti della cerimonia, assume lo stesso modo di argomentare.
Parlando delle reliquie dei martiri che verranno sepolte sotto l'altare dice pressapoco:
«Queste reliquie appartengono a chi ha confessato Cristo e, siccome l'altare rappresenta Cristo, esse sono seppellite sotto di esso».
Tutto vero, ma che modo freddo di dire le cose! È come se dicessi: "Siccome 1+1=2 e 2+1=3, allora 1+1+1=3".

Nella prospettiva patristica è tutta un'altra musica! Ne posso dare un'idea con quest'altro discorso: il corpo del martire è divenuto Cristo, ossia la sua materia conosce un arresto della legge della decandenza e della corruzione. Le sante reliquie non si decompongono. L'altare-Cristo destinato a conservare questo germe della Resurrezione, riceve la forza dalla grazia che tocca le reliquie. La sua ara, in qualche modo, compartecipa e trasmette attraverso la sua materia, al mistero di questa morte salfivica dei martiri alla quale comunichiamo anche noi nell'Eucarestia che sta a contatto di quell'altare. Ecco perché l'Eucarestia ha bisogno dell'altare di pietra e l'altare di pietra ha bisogno delle reliquie. 

Avviene come un moto circolare che si chiude nel momento in cui partecipiamo al pane e al vino eucaristici. Il moto, infatti, è finalizzato alla comunione dei fedeli! Tutto nella chiesa è finalizzato alla trasformazione dei fedeli.

In questo discorso, è messo in moto un insieme di forze che coinvolge materia e spirito e unisce gli eventi salvifici dei martiri con i quali innestiamo la nostra stessa vita in Cristo partecipando all'Eucarestia.

Eucarestia, resti mortali dei martiri (oramai segno discreto di vita) fanno, in un certo senso, un tutt'uno con l'altare, uno rafforza l'altro, per coinvolgere come in una spirale la nostra stessa vita in tale mistero simbolico e reale allo stesso tempo.

Qui non è più una "teoria logica", un' "algebra sacra" che può nutrire al più la nostra sete di razionalità. Qui è infinitamente di più.

La spiegazione del sacerdote di Ecône è come chi traccia un teorema astratto, spiegazione per alcuni forse opportuna e comprensibile ma a mio avviso insufficiente. Purtroppo senza volerlo, egli ci lascia estranei perché i concetti da lui pronunciati possono stare in piedi anche senza di noi, come se non fossero finalizzati a noi! Tutto si esaurisce tra il simbolo dell' altare-Cristo e la reliquia del martire che testimonia Cristo. Sembra un oggettivismo che ha quasi paura di "sporcarsi" con l'umano: i fedeli sono solo pregati di ammirare in silenzio!

Argomentare in questo modo, per quanto ha una sua forza razionale, apre senza volerlo delle fessure, ha delle carenze. È proprio attraverso tali fessure-carenze che è penetrata la destrutturazione del rito latino e lo smottamento delle basi ecclesiastiche in molte realtà cattoliche. Attraverso le sue carenze il tomismo è stato disinstallato dal pensiero cattolico e non è stato sostituito da nulla di più profondo.

Pian piano i lettori forse iniziano a intravvedere e a capire la differente impostazione tra una prospettiva molto razionale ma fredda e una prospettiva che s'ispira allo stile dei Padri, decidamente calda e concreta. 

Recuperare una liturgia tradizionale senza recuperare la mentalità dei Padri che l'hanno sostanzialmente generata, significa, a mio avviso, muoversi ancora sulla superfice dei testi e dei significati sottesi ai simboli e ai gesti liturgici.

Questo mi spiega quel senso di poca profondità che ho sempre sentito leggendo anche opere molto interessanti sulla liturgia o operette dal carattere divulgativo.


Emblematico è l'esempio di un'opera di dom Gerard Calvet: La sainte liturgie par un moine bénédictin.
In quest'opera la liturgia è presentata un po' come in questo blog (che s'ispira alle mistagogie patristiche) ma non giunge alle medesime conclusioni e si ferma molto prima, dando un'impressione d'incompiutezza.
Purtroppo una liturgia tradizionale senza la profonda lettura che ne davano i Padri, senza quel coinvolgimento profondo (che non è solo il semplice obbligo ad una coerenza morale!), è un lavoro lasciato a metà. 

mercoledì 22 aprile 2015

L'atmosfera in una chiesa

Apro un nuovo post dopo aver chiesto, a chi lo voleva, d'offrirmi la sua opinione su quest'argomento: che differenza passa tra l'atmosfera di una chiesa e quella, ad esempio, di una biblioteca? 

Pongo le cose in termini quasi banali ma svilupperò il discorso in modo da mostrare che dietro a ciò non esiste nulla di banale, anzi! 

Per “atmosfera” indico la sensazione che si percepisce immediatamente, una sensazione che si potrebbe sentire anche se si fosse ciechi. Premetto quanto segue. 

Ogni luogo abitato dagli uomini ha una caratteristica particolare, non solo per come è conformato esteriormente o per com'è arredato interiormente ma per il “segno” che le persone lasciano in esso. Mi dicono – fortunatamente non lo so di persona – che le carceri sono ambienti molto deprimenti, non tanto per come sono costruite quanto per l'atmosfera che vi si respira: sofferenza, depressione. Allo stesso modo, le pareti stesse di una casa in cui abita una famiglia problematica ci trasmetteranno una sensazione deprimente. Il contrario succederà nella casa di una famiglia in cui regna un certo equilibrio. Queste sono sensazioni che ognuno, con un poco di sensibilità, può provare. Nulla di nuovo in ciò, dunque. 

Una biblioteca normalmente ha un certo numero di studiosi che vi lavorano. Entrando in essa non è tanto il silenzio a colpire, quanto l'aria ispessita da una specie di concentrazione cerebrale (lo notai particolarmente nella biblioteca valdese di Roma ma anche nella biblioteca domenicana del centro Saulchoir di Parigi). Le energie psichiche in qualche modo s'irradiano nell'aria e “colorano” l'ambiente. 

Siccome nessun ambiente frequentato dalle persone è neutro, ma ogni cosa riceve, assorbe, alcune caratteristiche umane, questo succede anche in una chiesa. 

L'ambiente ecclesiastico è modellato dalle persone non tanto e non solo esteriormente, formalmente (la disposizione di un altare, il suo arredo, ecc.), quanto “energeticamente”: la qualità della vita religiosa avvenuta in esso permea l'ambiente. 

Molti hanno letto il mio post precedente ma pochi hanno risposto al mio quesito su cosa differenzia una chiesa da una biblioteca. Di questi pochi una persona sola ha centrato l'argomento scrivendo: “Io una volta da bimba sentì l'energia della preghiera in una Chiesa, dopo d'allora solo freddo e senso di spaesamento...”. 

Qualcun altro parlava di tabernacolo: è esso l'essenziale e farebbe la differenza tra una chiesa e un ambiente diverso.
Faccio osservare che una chiesa può essere anche priva di tabernacolo (artophorion) e che un tempo lo stesso era nascosto, come avviene nelle chiese bizantine odierne. Nella basilica marciana a Venezia l'artophorion era un armadietto incassato in una colonna a destra dell'altare, dietro l'iconostasi. In un armadietto identico ma situato nella colonna sinistra si conservavano i santi olii. Nessuno li vedeva, stando nella navata, segno che nel medioevo latino non era essenziale vedere queste cose o, almeno, non ovunque. 
Molte cappelle ancor oggi non conservano tabernacolo, si pensi alle cappelle votive. Cosa le differenzia, dunque, da altri ambienti? Non facciamo appello ai semplici sensi (l'odore del luogo, l'esistenza di certi arredi) ma a qualcosa di più, una sorta d'intuizione interiore, di percezione interna (che poi è l'inizio di quello che denomino “sentire spirituale”, l'unico che ha vero senso per il cristiano). (*)

In base a questo “sentire” - che come si vede è tutt'altro che teorico - una signora si ricorda che da bambina ha sentito l' “energia della preghiera” in una chiesa e che ora tale energia non la sente più. La percezione non è affatto un'illusione! 

Io stesso ho girato molto l'Europa, sono entrato in molte chiese (cattoliche e ortodosse, di rado protestanti) e m'interessavo particolarmente al tipo di percezioni avute in esse. Quando anni fa entrai nella cappella del seminario di Ecône, in Svizzera, prima che costruissero la grande chiesa attuale, mi resi conto che in quel posto l'aria aveva un suo spessore, non era come stare in un qualsiasi altro ambiente. Tuttavia il “sapore” di quell'aria era straordinariamente volontaristico. Mi spiego: le persone che frequentavano e pregavano in quel posto avevano lasciato un segno molto umano, da esercito in battaglia. 

Poco distante, in una chiesa parrocchiale dei dintorni (forse a Saxon) raggiunta dopo 40 minuti di camminata lungo un bel percorso collinare, si respirava un'aria totalmente diversa. La chiesa era cattolica ma di quel tipo di cattolicesimo che conosciamo diffusamente. Ebbene, entrando in essa sentii una sensazione di disordine, qualcosa di disadorno “si proiettava” perfino sulle pareti ingrigendole. C'era un non so che di misero nell'aria e questo contrastava non poco con la cura quasi maniacale con la quale gli svizzeri tenevano le loro case circostanti, con giardinetti puliti e splendidamente fioriti. 

La cappella tradizionalista non mi dette una sensazione di particolare elevazione spirituale (ad essere sincero) ma, almeno, non trasmetteva alcuna miseria e al contrario irraggiava un forte ordine razionale, una forte sensazione di “irregimentamento”, come se fosse la cappella di un ordine militare molto agguerrito.

Analogamente, entrando a saint Nicolas du Chardonnet a Parigi si sente che lì dentro qualcuno ci prega, a differenza di altre chiese che giungono perfino ad inquietare. Purtroppo saint Nicolas non mi ha dato solo questa sensazione tepidamente positiva per una serie di altre questioni che qui non voglio inserire. Ciononostante del positivo esiste e l'ho avvertito anche se mai in senso pieno. 
Calda intimità, invece, si sente in certe chiese ortodosse nascoste a Parigi, come la cappella di saint Seraphim di Sarov nella quale, pur di non abbattere un albero, lo hanno incorporato nell'edificio. Non dimenticherò mai, in essa, il volto di una coppia di anziani dinnanzi all'iconostasi: lei a fianco della carrozzella su cui era seduto lui, con una dedizione, un amore misericordioso che non aveva oramai più nulla di umano e trascendeva nel divino illuminando entrambi.

Altrove ho collezionato altre sensazioni. Non dimenticherò mai lo shock che subii dopo una settimana in cui risiedetti in una grande abbazia tradizionalista francese. Frequentavo assiduamente tutti gli uffici liturgici ed ero praticamente sempre in chiesa eppure, invece di esserne elevato, mi sentii snervare, esaurire. In quell'ambiente c'era qualcosa di troppo psichico, al punto che gli stessi monaci avevano la fronte solcata, come da qualcosa che li tenesse perennemente in ansia. Inevitabilmente lo percepii e ne soffrii. Quest'abbazia è quanto di "meglio" si possa trovare nel mondo cattolico dal punto di vista liturgico ed estetico. Eppure lasciò in me questo segno assai strano, inquietante per certi versi.

Gli ambienti francescani italiani mi dettero sensazioni ancora differenti. La cappella di un istituto universitario mi donò la sensazione di ... una biblioteca! Stessa atmosfera psichica come se i frati, invece di pregare, facessero delle semplici letture da un qualsiasi libro! Un'altra cappella, a Padova, frequentata da giovani studenti, mi trasmetteva percezioni affettive e in effetti gli studenti francescani erano molto dolci nel loro cantare e nel loro atteggiarsi religioso. Cose troppo umane per essere denominate sacre! 

L'Oriente fu per me la scoperta di tutto un altro tipo di sensazioni che mi aiutarono a riequilibrare le cose. Prima di tutto non sentii più ansie, irregimentamenti, volontarismi, romanticismi affettivi, razionalismi o quanto in una sola parola ho definito come “religiosità psichica”. Non sentii neppure sensazioni di vuoto, di miseria interiore, come nella cappella parrocchiale svizzera. Avvertii quanto scrive la signora Vera nel mio blog: “L'energia della preghiera”. Certo non è diffusa ovunque né con la stessa intensità ma ci sono luoghi in cui l'aria ne è talmente ispessita da frastornare, da far chiedere: “Ma che sta succedendo?”, anche se esteriormente non si vede né si sente assolutamente nulla. (Nelle chiese ortodosse italiane queste sensazioni non le ho quasi mai avute e, nel caso ci fossero, mai con tale intensità. Chissà perché?). 

Comunque, anche qui c'è da porre attenzione. Una volta che mi recai sulla penisola atonita in compagnia di un amico, arrivando nell'interno di un monastero, solo io m'accorsi dell' “energia della preghiera” e mi pareva così forte da sorprendermi, assaltarmi e colpirmi come un martello sulla testa. L'amico romeno, tutto preso a pensare cosa doveva fare e dove doveva andare, non se ne accorse neppure (ecco l'importanza di non dare eccessivo spazio allo psichismo, nell'attività religiosa o, come diceva Cristo: “Marta, Marta tu ti preoccupi di troppe cose...”).

Detto ciò dove voglio arrivare? È semplice. Il luogo in cui si manifesta Dio, in tutta l'ascetica antica e nella rivelazione cristiana, è l'interiorità umana, a patto però che l'uomo non lo impedisca sovrapponendo e tarpando la sua parte spirituale, utilizzando le sue facoltà naturali come se Dio non esistesse (il che lo può fare pure l' homo religiosus e, anzi!, oggi lo fa ampiamente). 

La preghiera è un mezzo con il quale s'inizia a penetrare nel mistero di questa presenza divina in noi (come fosse una “trivella”) e con il quale la si irradia attorno a noi. La preghiera è un flusso di energia che si sintonizza e prende forza dalla grazia (l'energia di Dio). Una chiesa nella quale si pratichi la preghiera nelle condizioni migliori (dunque non qualcosa di meramente psichico) diventa un “contenitore” di grazia, ogni sua cosa se ne “imbeve”; ecco cosa significa "senso di sacro"! (Non è un caso che tutti i testi antichi collegano strettamente l'edificio ecclesiastico all'interiorità umana!). Ed ecco perché in essa non ha alcun senso compiere attività mondane balli, spettacoli, ecc. tutte cose estremamente fuorvianti perché psichiche, che mondanizzano la chiesa e ogni sua cosa in essa, stornando contemporaneamente l'uomo dalla sua interiorità.
Un'attività mondana in chiesa (una liturgia trasformata in puro show) invece di fare pregare la persona portandola dall'attenzione verso l'effimero e contigente all'interiorità, al cuore, opera il contrario. Inverte perciò il moto interiore e in luogo di spiritualizzare mondanizza: le energie non si interiorizzano ma si esteriorizzano accendendo le passioni. Mondanizzando l'uomo si mondanizza tutto quanto attorno a lui, chiesa compresa. Di qui la quasi totale assenza di sacro in Occidente.

Dança do Bispo - Crisma 2010
10-10-10: ---> CELEBRAÇÃO DO SACRAMENTO DO CRISMA. Festa grande na Paróquia S.Família da Maxixe: 280 jovens e adultos foram crismados pelo nosso querido Bispo Dom Adriano. No vídeo a dança do senhor Bispo durate a acção de graça.---> CELEBRAZIONE DELLE CRESIME. Grande festa nella Parrocchia S.Famiglia di MAxixe, dove 280 giovani e adulti hanno riceevuto la Cresima dal nostro caro vescovo Mons. Adriano. Nel video la danza del nostro Vescovo durante il canto di ringraziamento.---> THE CELEBRATION OF CONFIRMATION. Big fest in the parish of Holy Family in Maxixe, where 280 young people and adults have received confirmation from our dear Bishop Adriano. In the video, the dance of our bishop in the song of thanksgiving.
Posted by Comunidade Mista Sagrada Família Maxixe (Moçambique) on Monday, October 18, 2010

Se avviene il movimento inverso, verso l'interiorità, si attivano forze di ordine totalmente diverso che influiscono sul mondo circostante all'uomo.

A quel punto, che abbia poco o tanto arredo, che abbia candele o no, che abbia tabernacolo o meno, la chiesa stessa trasmette la sensazione di essere a contatto con qualcos'Altro. 

Alla fine il Cristianesimo non è questione di Occidente o Oriente, di fare o no certe cose materiali, di essere famosi, applauditi, amati o meno. È solo una questione di grazia. O questa c'è o è assente. E in entrambi i casi, in determinate condizioni, non si può non sentirne la presenza o l'assenza.
  
Che il “pazzo” Nietzsche quando parlava di “chiese come tombe di Dio”, non intendesse quelle chiese nelle quali, oramai, questa percezione spirituale era già inesistente (più di un secolo fa!)? Sono fortemente tentato a crederlo!


© Traditio Liturgica


(*) Purtroppo in ogni chiesa è entrato un modo molto "carnale" di avvicinarsi alla liturgia e, penso, di praticare la preghiera. 
Ho constatato con dolorosa sorpresa che pure nel mondo ortodosso ci sono fedeli che assistono alla liturgia un po' come ad uno spettacolo il cui attore principale è il sacerdote. 
Quando mai si entra in chiesa per i preti? Si entra in chiesa per Cristo di cui i preti sono i servitori. Essi sono come i camerieri che al bar portano il caffé ai clienti. Perciò quando mai si entrerebbe in un bar per.... i camerieri??? Ringrazio il cameriere, gli do una mancia ma è il caffé il mio fine al punto che se trovo un locale in cui è migliore cambio posto. Nessuno si lega ai camerieri di un bar a meno che non se ne "innamori" ma questo è un conto totalmente diverso e non c'entra nulla con il cristianesimo e con un corretto rapporto prete-fedeli.

Eppure anche in Oriente sta entrando una strana mentalità al punto che in una veglia pasquale alla quale assistetti recentemente, un'assidua fedele sulla quarantina mi disse: "Si sposti che non vedo nulla!". 

In realtà non c'era nulla da vedere, la chiesa era quella di sempre e l'iconostasi pure, il sacerdote stava dietro l'iconostasi. Che c'era, dunque, da "vedere"? Con molto affetto le dissi: "Dio tocca il tuo cuore è questo l'essenziale, cerca di vedere questo! Il resto è secondario. Comunque ora mi sposto". La donna mi guardò quasi fossi un povero pazzo e fece un gesto con la mano come se buttasse una cartaccia in un cestino aggiungendo: "Eeeehh!". Tutto mi fece intendere: "Che cavolo mi vieni a dire adesso?".
Assai probabilmente se fossi stato un prete lo avrebbe solo pensato e avrebbe sfoderato un sorriso formalissimo ... Il sacerdozio spesso protegge dal contatto con la realtà e c'è chi si accontenta di apparenze. Io no ed è molto meglio così!

Cercai di dimenticare il deprimentissimo fattaccio ma qui lo riporto per chiedere: i preti elevano spiritualmente questa gente o no? Ammesso che lo facciano, questa gente si fa elevare o in chiesa pensa a cosa farà, dopo, in casa?
Non ci si accorge che lasciando le cose come sono o prima o poi arriverà il deserto? La Chiesa non è nata per l'etnìa ma per la grazia di Dio e ritenere la grazia qualcosa di opzionale o etereo significa che oramai non esiste più differenza tra ortodossia e cattolicesimo secolarizzato. 
La Pasqua non è la festa dell'etnìa e della nazione ma del cristiano e basta. Il giorno in cui in Oriente si dissocerà l'aspetto puramente etnico dalla Chiesa (con la separazione tra Stato e Chiesa) ci sarà un drammatico crollo. Rimarranno i pochi fedeli, il piccolo resto, il sale della terra. Tutti gli altri scapperanno a ballare il sirtaki sulle spiagge...

lunedì 20 aprile 2015

Una risposta a Maria Guarini

Chiedo scusa ai miei lettori se mi servo di questo spazio per porre le mie argomentazioni in risposta a Maria Guarini, una signora d'indubbia sensibilità tradizionale, animatrice del blog "Chiesa e postconcilio" e che, a mio avviso, gira attorno ai problemi ecclesiali senza coglierne l'essenza profonda. 

Per arrivare all'essenza profonda delle cose bisogna innanzitutto chiedersi quale sia l'intima indentità del Cristianesimo e che genere di trasformazioni questo si prefigga di fare nella persona. Se questo non è chiaro (il riferimento è senza dubbio all'antropologia biblica e patristica) o se è confuso si girerà attorno a se stessi pensando di dare "ricette" utili che, in realtà, non serviranno a gran che. 

Non ho nulla contro Maria Guarini verso la quale ho pure una certa simpatia ma dissento da alcune sue idee. Lo mostrerò brevemente. Essa scrive [1]: 

Ho già provato a dialogare con Pietro C. che provocatoriamente ha ripreso alcune discussioni iniziate qui approfondendole dal suo blog; ma ho desistito perché mi sono resa conto che è inutile. 

Non chiamerei provocazione una risposta ad un tema trovato altrove. Ma se questa risposta colpisce nel nervo le persone (indipendentemente dalla mia intenzione) evidentemente lo è. Allora non sono io a provocare ma altri a sentirsi provocati. Perché? 

Avrei da rispondere e riprendere molte delle sue affermazioni e chiarir meglio alcune mie, tra quelle scaturite dalle mie incursioni in quello spazio, che neppure ha pubblicato per intero

Questa è una menzogna (me lo permette?). Nonostante la sensibilità diversa che ci contraddistingue non l'ho censurata. Quello che mi ha inviato l'ho tutto pubblicato, ho risposto e non ho trovato alcun testo in sospeso scritto da lei. Perché ha bisogno di dire cose non vere? Sono mezzucci indegni di una persona di qualità quale lei pare essere.

Alcune delle sue analisi peraltro sono condivisibili, ma poi le porta a conclusioni estreme nella sua ottica, che la discussione alimenta oltre ogni dire. Noto che si ripresenta la stessa dinamica di tutte le dialettiche sofiste anche di altra provenienza: non colgono il focus del tuo discorso e ne prendono una virgola per costruirci altri interminabili castelli. 

Certamente posso sbagliarmi, come tutti. Ma qui non si tratta di prendere un particolare e di assolutizzarlo perché gli eventi evangelici hanno un forte valore e vanno tutti in una sola direzione (che è tutt'altro che un "particolare"): la comunione del creato con l'increato. Prendiamo l'evento della Pentecoste, ad esempio, e da lì tiriamo tutte le conseguenze per la vita della Chiesa e del cristiano. Ecco perché in At 2, 17 si scrive: "Negli ultimi tempi [ossia nei tempi della primitiva Chiesa che venivano sentiti come gli "ultimi"] i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno". Questa qualità di "profezia" non è legata ad un'immaginazione o, come avviene in certi movimenti religiosi, ad un'emozione psichica. Ci si deve quanto meno chiedere cosa sia e non passarci sopra come se nulla fosse.
Questo non è portate "agli estremi" un ragionamento ma mostrare il "punto di arrivo" del tutto, ossia quello che convenzionalmente si chiama "comunione con il divino" con tutte le conseguenze che se ne traggono.
San Massimo il Confessore, quando mostra che la volontà umana di Cristo seguiva quella divina, non annulla la volontà umana ma la pone in armonia con quella divina. E siccome l'uomo nel Cristianesimo diviene un "alter Christus", nella sua reale santificazione s'illumina questa dimensione interiore, in contatto con il divino appunto, che chiamo "spirituale" obbedendo all'antropologia antica. Questa sfera interiore ordina e disciplina tutte le altre (portate alla malattia) ed è qui la differenza tra il cosiddetto santo e chi non lo è. Siamo ben lungi da una "santità" di tipo unicamente etico o ad una "imitazione" esteriore ad un modello proposto.

Viceversa, chi non ha raggiunto questo livello corre sempre il rischio dell'illusione (così ben evidenziata nell'ascetica antica).
Io, in quanto uomo psichico come tutti, inizierò a sbagliarmi religiosamente quando assolutizzo la mia dimensione unicamente umana (quindi razionale e somatica) e penso sia illusione quanto si appoggia su un approccio spirituale semplicemente perché non l'ho ancora visto e non mi fido.

Il problema per il cristiano non è muoversi solo psichicamente (per cui il cristiano può definirsi pure "peccatore" o, per fare un esempio, inabile a nuotare) ma assolutizzare questa dimensione facendo implodere il Cristianesimo in se stesso (qui non è solo una questione di "peccato" ma di eresia e, per riprendere l'esempio, è come se dicessi che l'acqua non sostiene il mio corpo e tenessi gli altri lontani dal nuoto).

Ricordare queste basi non è una "dialettica sofista" (questo slogan tanto suona bene, quanto è fuorviante!) ma evidenziare le basi essenziali della rivelazione cristiana.

La differenza è che lui è intrigante perché porta argomenti; ma mancano i punti d'incontro e a me, francamente, manca il tempo (ne spendo già molto qui) per sviluppare fino in fondo certe tematiche complesse che spaziano dal livello psicologico a quello spirituale. Senza dimenticare (detto in soldoni) che sono livelli distinti ma interconnessi e che il loro equilibrio è nella grazia che scaturisce dalla retta fede. 

Grazie ma se sono "intrigante" come dice è perché queste cose non sono campate per aria! 
Vede, parlare in senso generico di "secolarismo nella Chiesa" (come succede sul suo blog) non serve a nulla se non si va al cuore dei problemi che, alla fine, è quello che le indico: lo smarrimento concreto della spiritualità e l'averla scambiata con un certo psichismo religioso (gliel'ho scritto ma non me lo ha pubblicato e non gliene importa affatto!).

Lei non incontra la mia prospettiva (che non è né occidentale né orientale ma cristiana tout-court). Se fossi in lei mi chiederei sinceramente dove mi sto appoggiando se sulle mie pie idee o sulla vera tradizione!

I livelli psicologico e spirituale sono senz'altro interconnessi (come ho accennato sopra) ma nel cristiano il primo segue e obbedisce al secondo che non è una favola, qualcosa d'inconsistente e vacuo ma è il contatto con il Dio vivente (Vedi, tra l'altro, l'antropologia cristiana di san Massimo il Confessore). 

E se Dio è vivo (e non una proiezione idealistica e psicologica) non può non lasciare dei segni nelle persone, per quanto discreti siano, a patto che esse sappiano disporsi convenientemente (una casa con le finestre chiuse non avrà mai la luce del sole in se stessa, neppure a mezzogiorno!). 

La sfera spirituale non è in semplice "equilibrio" con tutto il resto, come pare dire lei ma, se la persona vive realmente in Cristo, lo spirituale è predominante e dirige tutto il resto. (È normale che oggi, non capendolo, si invoca la democrazia nella Chiesa! Lei sarà contro la democrazia nella Chiesa in nome della tradizione ma se non arriva fin qui - ossia nell'intimo delle cose - non parrà altro che uno degli ultimi residui dell'Ancien Régime!)

Quindi non si tratta di fare un equilibrismo tra due cose ideali per mantenere un certo status quo e non turbare i pusilli che si scandalizzerebbero. 
Non si tratta di dire "troviamo una via di mezzo tra sfere e cubi e saremo nel giusto!", asserzione di aurea mediocritas ma che fa tanto "italiano". 

Si tratta di vedere quanto la Rivelazione ci pone sotto gli occhi e aver il coraggio di ammetterlo tirandone tutte le conseguenze: la Chiesa è per la Rivelazione, non è la Rivelazione per la Chiesa!

Quest'idea di fare un "equilibrio" tra due concetti, come se fosse un teorema astratto tra due equazioni, m'inquieta e m'indica che siamo ancora distanti dal capire l'ordine di valori disposto dalla Rivelazione. 

Si vedono tali cose al di fuori di loro stesse non nella loro intimità, come se fossero cubi e sfere, non come se fosse pane mangiato. Non siamo quindi nell'empireia cristiana ma in una descrizione astratta e teorica, da manuale. 
È come se io - che non capico nulla di motori - iniziassi a descrivere il funzionamento di un motore osservando un'automobile con il cofano chiuso. Chiunque direbbe che sono totalmente estraneo alla meccanica, anche se avessi imparato un manuale sui motori a memoria ma senza averlo capito. Ecco l'illusione e l'ardimento di chi parla e stabilisce cose senza esperienza! Bisogna sapersi fermare laddove ci sono cose che superano le nostre possibilità, non negarle perché noi non le capiamo adducendo motivazioni totalmente inconsistenti!

Negandole, si "ha chiuso a chiave la porta del cielo e buttato via la chiave impedendo a se stessi di entrare e ad altri di entrarvi", come direbbe il Vangelo: è l'appiattimento della Rivelazione al fatto solo umano in cui il divino è solo astrattamente affermato e all'atto pratico non serve. Riprendendo l'esempio: guai a chi si avvicina alla piscina e scopre che l'acqua sostiene i nostri corpi! Bisogna negare il fatto!


Alla fine penso che alimentare certe discussioni teoriche - ed è la stessa ragione per cui non mi lascio invischiare in altre sterili polemiche con chi mi insulta - ci distolga dal riaffermare limpidamente e serenamente la nostra fede e rubi tempo ed energia preziosi ad un impegno più serrato nel concreto. Ci sono delle priorità e non tutto dipende da noi.

Ecco che giungiamo al dunque! I temi da me sollevati sono teorici e non servono alla vita concreta! Dunque d'ora in poi si dovrà ritenere pure la santità cristiana degli asceti qualcosa di puramente teorico (logica lo vuole!).
"Dio è nei cieli, noi sulla terra e facciamo quello che pensiamo sia meglio [servendoci del nome di Dio]" Un principio con cui nella storia in nome di Cristo è stato fatto proprio di tutto! 
Questo è l'atteggiamento dell'homo religiosus! Come non rinvenirlo in filigrana pure dietro a tali espressioni?

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[1] L'intervento della Guarini che mi concerne si trova qui. Lo riproduco sotto per non sentirmi dire che, magari, me lo sono inventato.



La Guarini risponde ad un pusillus che equivoca totalmente le mie intenzioni (quando esamino l'intervista di un cardinale) pensando che condanno l'uomo, non che tiro le conclusioni da certe affermazioni che potrebbe dire chiunque, oramai. Sono persone a cui se indichi la luna si fermano alla mano. E la Guarini non è in grado di vedere questa cosa e contestarla onestamente. Significativo!

domenica 19 aprile 2015

L'homo religiosus ψυχικός e l'uomo spirituale - 2

Grado (Go). Chiesa dedicata a sant'Eufemia di Calcedonia

Ci sono cose talmente ai confini con la realtà da sembrare inverosimili. Di queste cose il vangelo è pieno al punto che negare queste significa necessariamente mettere in dubbio o negare quelle evangeliche. Tutti ricordano la “demitizzazione” del vangelo operata da Rudolf Bultmann, studioso protestante, per il quale i fatti straordinari operati da Cristo non sono affatto accaduti. Oggi quest'indisposizione ad ammettere la possibilità di fatti straordinari si è ancor più diffusa secolarizzando ulteriormente la rivelazione cristiana che diventa un'opera letteraria al pari di molte altre.

Ciononostante, pure la storia della Chiesa, essendo in collegamento con la storia evangelica, è disseminata di fatti che non possiamo umanamente spiegare.
In alcuni casi si è davanti a dei veri e propri inganni dove, dietro la parvenza religiosa, si esalta l'egoismo umano (imprigionando definitivamente l'uomo nel suo psichismo). Qui, per il credente, lavora il cosiddetto Πονηρς, ossia il Tentatore. False apparizioni, falsi eventi soprannaturali, delle pure proiezioni psichiche umane che si scambia per fatti spirituali, appartengono a questi inganni.

In altri casi, ci si trova dinnanzi ad eventi dubbiosi, difficilmente giudicabili. Pensiamo, ad esempio, a eventi straordinari in contesti religiosi non cristiani. Perché negare che Dio, nel suo eros debordante, non sovvenga gente al di fuori del contesto cristiano? Nel dubbio si sospende l'assenso.  

In altri casi ancora ci si trova dinnanzi a fatti che hanno un'alta probabilità di veridicità, per come si sono manifestati e come li descrive chi li ha vissuti.

In questo post riporto uno di questi ultimi avvenuto al monaco Paisios l'atonita (1924-1994).

Premetto quanto segue e che aiuterà a leggere l'accadimento soprannaturale di Paisios.

Il monachesimo orientale e occidentale non è una “bella soluzione” per fuggire dal mondo, per non risolvere i problemi personali e altrui. Contrariamente a quel che sembra, ha un suo modo peculiare di risolverli ma lo fa (o dovrebbe farlo) attingendo direttamente alla fonte divina: chiede a Dio la risposta ai dilemmi umani! A quel punto, se il monaco è santo (ossia se vede le cose dalla prospettiva spirituale, con “gli occhi di Dio”, senza equivocare ciò che si rivela al suo spirito con quanto immagina la sua psiche), ha abbattuto il diaframma opaco che non gli permette di essere a contatto con il Trascendente e può ricevere delle risposte, seppur in un modo che a noi – in quanto uomini solo psichici – risulta del tutto inconcepibile. Qualcosa del genere lo troviamo negli atti degli apostoli in cui l'apostolo Filippo sente interiormente dove andare perché è là che Dio lo vuole (cfr. At 8, 26). Dio invia un angelo a Filippo per informarlo quale direzione prendere nel suo viaggio. Filippo se ne accorge e lo capisce perché in lui è attivo un “sentire” spirituale. In queste condizioni il “sentire psichico” obbedisce a quello spirituale e non lo soffoca come ordinariamente accade. Filippo capisce e s'incammina nella direzione voluta da Dio.
Come si vede, parlando di queste cose non è questione di Oriente o Occidente cristiano, quasi che quel che vale ai primi non valesse ai secondi. È una questione di Rivelazione e basta! L'uomo è ovunque lo stesso, ed è chiamato a passare dall'immagine alla somiglianza divina attivando in lui il sentire spirituale e non scambiandolo con l'immaginazione psichica.

Infatti, il Cristianesimo non è una religione idealistica che inizia e si esaurisce nella prospettiva terrena. Il Cristianesimo è fede in Cristo con la quale si “attraversa” la contingenza terrena e temporale, si illumina la propria interiorità attingendo direttamente dalla prospettiva celeste (spirituale). Quest'ultima illumina tutto il nostro mondo materiale e da un senso a qualsiasi realtà umana, pur difficile che sia.
Senza questo contatto con il Trascendente (che avviene dentro di noi nella parte spirituale), nulla ha più senso e il Cristianesimo diviene un'ideologia buonista, un socialismo cristiano, una filosofia consolatoria, ecc. In realtà in questo modo il Cristianesimo è morto. Essendosi affidato alle sole forze psichiche umane (nonostante riferimenti puramente verbali a Dio), ha completamente pervertito la sua ragione di essere.
“Dio è nei cieli ma noi sulla terra e facciamo quel che vogliamo”, diranno certi “cristiani”. Qui non c'è alcuna vera confidenza, alcuna vera fede nella realtà ultraterrena. Perciò si ritiene che essa sia totalmente inutile alla soluzione dei problemi umani: agire come se Dio non esistesse, ecco in cosa si concretizza questo stile.

In questo racconto padre Paisios si trova dinnanzi ad un problema molto difficile che non può risolvere. Si sente inutile e impotente. Si affida alla preghiera. La risposta giunge ma in un modo a lui inimmaginabile. È una risposta perfetta. Il santo monaco racconta quanto gli è accaduto ad un figlio spirituale per spingerlo a confidare nell'intervento di Dio nella vita umana ma, allo stesso tempo, lo obbliga a non diffondere il fatto perché la gente non esalti lui, povero monaco, al posto di Dio. Questo gli toglierebbe quella pace che gli deriva dall'umiltà (prospettiva spirituale). A differenza di chi è sottomesso al dominio psichico (ossia di chi è egocentrico e che cerca conforti umani) Paisios teme le lodi e le considera pericolose per la sua salute spirituale, ossia per il mantenimento del suo rapporto spirituale con Dio.

Ecco il fatto diffuso successivamente alla sua morte.



Sant'Eufemia di Calcedonia (+303) 
in un'iconografia voluta da p. Paisios l'Atonita
Mentre si trovava nel cortile del suo kellìon, l'Anziano ricevette la visita di uno dei suoi figli spirituali. Stava ripetendo incessantemente “gloria a te o Dio!”. Poi l'Anziano gli disse: “Si può essere inutili nel buon senso del termine”.
- Di che parlate, ièronda?
- Ero seduto tranquillamente nella mia cella, lei è venuta e mi ha fatto perdere la testa. Loro si trovano molto bene lassù.
- Che è successo, ièronda?
- Te lo dirò ma non ripeterlo a nessuno [1]. Ero appena tornato dal mondo per un problema ecclesiastico. Martedì (27 febbraio 1974), verso le 10 di mattina ero nella mia cella e stavo dicendo le Ore [2]. Qualcuno bussò alla porta e sentii una voce femminile dire: “Per le preghiere de santi Padri...” [3]. Dissi a me stesso: “Com'è possibile che una donna si trovi sul monte Athos?”. Ciononostante sentii improvvisamente nascere dentro di me un'estrema dolcezza divina [4] per cui chiesi: “Chi è?”. “È Eufemia”, mi rispose. Dissi a me stesso: “Quale Eufemia? Che sia una donna che ha avuto la follia di venire nell'Athos travestita da uomo? E ora che farò?”. Essa bussò nuovamente. Chiesi: “Chi è là?”. “Eufemia!”, disse per la seconda volta. Rimasi pensoso senza aprirle. Quando bussò per la terza volta, la porta si aprì da sola, nonostante fosse stata rinchiusa dal di dentro. Sentii dei passi nel corridoio. Mi affacciai dalla mia cella e vidi una donna coperta con un velo sulla testa. Qualcuno che sembrava l'evangelista san Luca la seguiva per poi sparire. Nonostante fossi certo che non era una diavoleria perché era splendente, le chiesi chi fosse. Mi rispose: “La martire Eufemia”. Se tu sei la martire Eufemia vieni a venerare la santa Trinità. Tutto quello che faccio fallo a tua volta” [5].
Entrai nella chiesa e feci una prosternazione dicendo: “Nel nome del Padre”. Essa lo ripeté prosternandosi. “E del Figlio”. “E del Figlio”, ripeté lei con voce sommessa. “Più forte, non ti sento”, le dissi. Lo ripeté più intensamente. Mentre era ancora nel corridoio non si prosternò verso la chiesa ma verso la cella. All'inizio mi parve strano ma poi mi ricordai d'avere una piccola icona della Trinità in carta, incollata sul legno, sopra la porta della cella. Dopo che ci fummo prosternati una terza volta dicendo “E dello Spirito santo”, aggiunsi: “Ora lascia che mi prosterni dinnanzi a te a mia volta”. Mi prosternai e le baciai i pedi e la punta del naso (consideravo un'indiscrezione baciarle il viso).
In seguito, la santa si sedette sullo sgabello e io sul piccolo baule ed essa risolse il problema che mi assillava (riguardo ad una difficile questione ecclesiastica).
Poi mi raccontò la sua vita. Conoscevo l'esistenza di una santa Eufemia ma non sapevo la storia della sua vita. Quando essa mi raccontò il suo martirio non solo lo ascoltai ma fu come se lo avessi visto; lo vivevo. Avevo la pelle d'oca. “Oh mamma mia!”. Le dissi allora: “Come hai potuto sopportare un tal martirio?”.
- Se avessi saputo quale gloria hanno i santi, avrei fatto tutto quello che potevo perché mi infliggessero un martirio ancora più grande [6].
Dopo quest'avvenimento fui incapace di fare qualsiasi cosa per tre giorni. Esultavo e lodavo Dio incessantemente senza mangiare, senza fare altro... se non un'azione di grazie perpetua.

Riguardo a questo fatto, in una lettera p. Paisios scrive: «In tutta la mia vita non riuscirò mai a saldare il mio grande debito verso santa Eufemia che, benché non la conoscessi [7] e senza avere il minimo obbligo nei miei riguardi, mi fece un così grande onore... ».

Raccontando quest'avvenimento aggiungeva con umiltà che gli era apparsa sant'Eufemia «non perché ne fossi degno ma perché in quel momento un problema stava particolarmente assillandomi e riguardava la situazione generale della Chiesa, oltre ad altre due questioni...».
L'Anziano fu impressionato: «Come ha potuto, questa giovane esile ragazza, sopportare così tante prove? Si avrebbe pensato che fosse … [voleva dire grossa, corpulenta]. Era un fuscello... ».

Fu in questo stato spirituale paradisiaco che compose in onore della santa lo sticario seguente: «Con quali canti gloriosi si potrà celebrare la lode di Eufemia, che si degnò di far visita ad un monaco miserabile di Kapsala? Essa bussò per tre volte alla mia porta. Alla quarta si aprì miracolosamente ed essa entrò rivestita di gloria celeste, la martire di Cristo, venerando la Trinità».
Compose pure un exapostilario sul modello “Venite, accorriamo con i discepoli”, che cominciava così: “Grande e gloriosa martire di Cristo Eufemia, ti amo molto dopo la Tuttasanta». (Certamente non fece di queste composizioni un uso liturgico e non le cantava neppure dinnanzi alle persone) [8].

Contrariamente alla sua abitudine, si recò di nuovo nel monastero femminile di Souroti [...]. Con il suo aiuto e seguendo le sue direttive le monache fecero un'icona della santa come gli era apparsa.

Bibl. Hiéromoine Isaac, L'Ancien Paissios de la sainte Montagne, L'Age d'Homme, Paris 2009, pp. 133-135.
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Note


[1] L'Anziano, per quanto avesse notevoli esperienze spirituali, non amava mettere in mostra se stesso e s'infastidiva quando altri parlavano di lui o lo fotografavano. «Lo Ièronda possedeva un’immensa umiltà! Questa è la caratteristica di base comune a tutti i Santi! Mentre gli eretici sono orgogliosi come il diavolo. Pregavo il Padre “Dimmi Ièronda qualcosa di impressionante e grandioso”. E lui rispondeva “A quanti andrai a raccontarlo?”. Non desiderava che il suo nome diventasse oggetto di discussione per gli altri. Era anche molto triste quando alle sue orecchie giungevano le parole che aveva affidato ad altri, spesso travisate nel loro vero significato». Citato da qui.

[2] Si tratta delle Ore liturgiche minori: ora di prima, di terza, di sesta e di nona.

[3] Formula liturgica usata dai monaci orientali quando bussano ad una porta.

[4] Si tratta di una sensazione non psichica che nasce immediatamente in una condizione di prossimità con la realtà divina. Qualcosa del genere la si ritrova in tutte le vite dei santi asceti e in certe teofanie bibliche. La prossimità con la realtà divina attiva nell'uomo sensazioni di cui è capace ma che ordinariamente sono spente. Spesso in assenza di ciò gli uomini si costruiscono in modo artefatto sensazioni religiose che, però, non hanno nulla a che vedere con la realtà spirituale in quanto unicamente psichiche, non spirituali. L'inganno è senz'altro evidente a chi ha conosciuto quelle spirituali.

[5] L'Anziano Paisios invitando la sua ospite a venerare la Trinità verificava ulteriormente se quanto gli stava accadendo era dono di Dio o inganno diabolico. Nell'ambito spirituale, infatti, può agire anche il Demonio ma le sue “credenziali” sono totalmente diverse.

[6] La santa parla in senso paradossale. Qui non c'è alcun culto verso il dolorismo di cui abbiamo parlato nei post precedenti biasimandolo.

[7] Interessante osservazione! Qui si capisce che Paisios non poteva “costruirsi” una visione del genere perché non conosceva affatto la santa che poi gli appare. Si tratta, dunque, di qualcosa che non è prodotto psichico.
Contrariamente a ciò, diversi anni fa assistetti, mio malgrado, alla confessione di uno pseudo-mistico cattolico, tale padre Gino Burresi il quale, in un raduno di giovani tra i quali c'ero pure io, confessò d'aver avuto la visione di Gesù bambino. "Lo presi tra le braccia - disse - e fui estasiato dalla sua carne bianca e profumata". Sono cose che udii con le mie orecchie e mi parvero assai strane, tutt'altro che spirituali, anche se allora, privo di mezzi di discernimento, non potevo dire di più. Dopo qualche anno padre Gino fu condannato per pedofilia dal Vaticano. Si comprende, dunque, come in un contesto in cui fioriscono lazzaroni e pseudo-mistici l'Occidente sia portato a deridere la questione spirituale e ad appiattire il Cristianesimo ad una filosofia filantropica consolatoria e antropocentrica.



[8] Qualche post fa osservai l'inconsistenza di chi inventa testi liturgici per poi, forse, utilizzarli per il culto. Questo riguarda tutti ma in quel caso mi rivolgevo ad un sacerdote ortodosso che diffondeva apolytìkia di sua invenzione. Paisios, pur potendo diffondere dei testi che nascono da un'esperienza totalmente fuori dalla norma, esperienza spirituale non psichica, se ne astiene poiché obbedisce alla regola della Chiesa che vincola ad usare solo i libri liturgici, non composizioni private. Una lezione per tutti!

venerdì 17 aprile 2015

L'homo religiosus ψυχικός e l'uomo spirituale - 1


Questo nuovo post prosegue sulla linea dei precedenti e aiuta il lettore a capire meglio quanto sto esponendo. 


Prendo un esempio dal blog “Chiesa e postconcilio” animato da Maria Guarini in cui si esalta un cardinale di curia che, rispondendo ad un'intervista, dichiara di “voler divenire santo”.

La prima cosa che mi sovviene, quando leggo queste asserzioni, (che diffondono pure gli aderenti all'Opus Dei o, a livello spicciolo, vengono propinate ai giovani in certi raduni-incontro) è la seguente: 

“Come mai in tutto il passato della Chiesa e soprattutto nell'antichità cristiana a nessuno è venuto in testa di dire 'voglio diventare santo'?”.

La risposta è semplice: allora quest'espressione pareva molto poco opportuna! Infatti allora era chiaro che: 

1) se in una persona nasce l'intenzione di seguire nudo Cristo nudo, deve prima di tutto spogliarsi dell ' "io voglio" con cui inizia questa frase poiché nei Vangeli Cristo dice “senza me non potete fare nulla!” (Gv 15, 5). Inoltre se dico ad altri “io voglio” immediatamente l'attenzione altrui cade sul mio io, non su Dio, l'attore della vicenda davanti agli altri sono io e Dio, in questa frase, cade immediatamente in secondo piano, cosa che soprattutto anticamente sarebbe stata inconcepibile (esisteva infatti un orientamento verso Dio non verso l' io, seppur religiosamente inteso). Agostino, anche sotto questo profilo, ha rappresentato una strana eccezione (vedi Le Confessioni che non a caso attirano l'attenzione dell'uomo odierno per il modo in cui sono esposte).

Dietro a questa frase si cela, dunque, un homo religiosus antropocentrico anche se a parole non sembrerebbe così! 

2) Nella letteratura ascetica troviamo una lezione: se una persona ha l'intenzione ferma di seguire Cristo non ne deve fare pubblicità poiché immediatamente avrebbe la sua ricompensa dagli uomini, come mostra il vangelo, e questo oltre a far cadere nell' orgoglio spirituale la persona, le potrebbe far ritirare la ricompensa dello Sposo: “Che vuoi da me? Hai già la tua ricompensa!” (cfr. Mt 6, 1-2) . 
Nel vangelo queste cose non sono scritte a caso ed ispirano, infatti, i prudenti comportamenti ascetici! 

3) Sempre nella prassi ascetica tradizionale, se una persona ha l'intenzione di seguire Cristo, l'unica cosa che può e deve dire al mondo è la sua totale inadeguatezza, inutilità o, per usare il linguaggio propriamente ascetico, il suo essere "grande peccatore". 

Ora, queste dichiarazioni ad effetto - “voglio divenire santo” - che fanno spellare le mani di alcuni cattolici tradizionalisti dagli applausi, mi lasciano totalmente indifferente quand'anche non mi trovano infastidito per le tre ragioni sopra esposte. 

Il rischio di muoversi sempre e ancora sulla pura apparenza è tremendamente probabile e, in un mondo di apparenze, non sarebbe che una apparenza in più. Non affermo che il cardinale è automaticamente un uomo superficiale e poco attento alle cose evangeliche. Dico che queste affermazioni lo sono e imprimono in chi le ascolta un orientamento contrario a quello testimoniato nel Nuovo Testamento e nei Padri.

Temo che Maria Guarini e altri non possano accorgersene! Sono portato a pensare che per queste menti, che si pronunci un cardinale dall'orientamento piuttosto tradizionale sembra automaticamente espressione d'ineccepibilità e perfezione. 

E davanti a ciò chi s'importa se san Paolo la pensava diversamente? 

Il cardinale nell'intervista dice anche cose ampiamente condivisibili ma mescolate con alcune espressioni che paiono un reale autocompiacimento. 

Eccone una: “Per questo, la mia testimonianza è lì per invitare il mondo a non rifiutare Dio. Quando guardo la mia vita, vi vedo, infatti, il segno reale della predilezione divina. Vengo da una semplice famiglia africana e da un villaggio molto remoto dal centro della città. Chi avrebbe potuto dire quando sono nato tutto ciò che Dio avrebbe compiuto? Per diventare seminarista e sacerdote, sono andato dalla Guinea al Senegal passando per la Costa d'Avorio e la Francia. Successivamente, sono diventato vescovo di Conakry in condizioni difficili. Poi sono stato chiamato a Roma, nel cuore della Chiesa. Come tacere, dal momento che ogni fase della mia vita forma un chiarissimo segno dell'azione di Dio su di me?”. 

La frase: "Testimonio l'azione di Dio su di me" la troviamo massivamente nella predicazione di molti protestanti e di molti nei movimenti cattolici. Sono atteggiamenti per creare impatto e ascolto ma di cui la Rivelazione fa volentierissimo a meno!

Infatti, san Paolo dice di non poter parlare delle rivelazioni divine (di cui è stato testimone) per non cadere in superbia. 

Il passo è chiarissimo e lo riporto per esteso: 

Bisogna vantarsi? Non è una cosa buona; tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. Conosco un uomo in Cristo che quattordici anni fa [...], fu rapito fino al terzo cielo. So che quell'uomo [...] fu rapito in paradiso, e udì parole ineffabili che non è lecito all'uomo di pronunciare. Di quel tale mi vanterò; ma di me stesso non mi vanterò se non delle mie debolezze. Pur se volessi vantarmi, non sarei un pazzo, perché direi la verità; ma me ne astengo, perché nessuno mi stimi oltre quello che mi vede essere, o sente da me. E perché io non avessi a insuperbire per l'eccellenza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un angelo di Satana, per schiaffeggiarmi affinché io non insuperbisca” (2 Cor 12, 1-7). 

Seguendo queste indicazioni apostoliche, molti asceti antichi e recenti rifiutavano categoricamente di parlare di loro stessi attribuendo i miracoli di Dio nella loro vita ad altri. 

Il discrimine tra le parole del cardinale e quelle dell'apostolo può forse parere sottile ma è reale ed evidente. 

L'homo religiosus, di cui abbiamo ampia esperienza attorno a noi poiché esiste prevalentemente solo quello, anche quando parla di Dio e lo vuole esaltare è sempre portato ad avere autocompiacenza (φιλαυτία = amore per sé) perché è ancora psichico, non spirituale. 

In queste condizioni bisogna stare attentissimi a non porsi come esempio per gli altri ed è meglio parlare di persone dalla santità acclarata e reale! (*)

San Paolo e gli asceti si ponevano su un altro piano: spirituale, appunto. Nonostante potessero parlare di loro stessi lo evitavano come la peste e ciò rende il loro insegnamento sostanzialmente diverso, anche se sembra apparentemente simile! 

Ecco perché esiste un dovere preciso di seguire la tradizione per non incappare nelle mille trappole che lo psichismo umano dissemina ovunque per illudere e illudersi. Il passo del cardinale è solo un esempio e non è né meglio né peggio di quello dell'uomo comune che s'arrischia di parlare su Dio. 

Ecco perché questi temi da me trattati non sono futili, eterei, astratti ma fondamentali e rappresentano da ogni punto di vista la tradizione fondante della Chiesa, nell'ethos della vita di chi è veramente il suo vero fedele. 

Non erano e non saranno mai cose secondarie e opzionali!

Qui il link che riferisce quanto ho esaminato: 
http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2015/04/dio-o-nulla-grande-intervista-al-card.html


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(*) Anni fa, un signore - che poi fondò un'organizzazione cristiana con il fine di diffondere libri di spiritualità orientale - era solito telefonarmi nell'illusione di coinvolgermi nel suo progetto.

Quando mi rivelò il nome dell'organizzazione da fondare, immediatamente gli feci presente che era totalmente errato. Non si poteva chiamare quell'organizzazione con il titolo di "Testimonianza..." perché subito le persone avrebbero visto in lui e in qualche suo collaboratore dei "testimoni". Fece orecchio da mercante e non mi ascoltò: per lui era importante far colpo sulle persone!

Ora, questo atteggiamento è radicalmente opposto a quello dei santi orientali i quali non si sentivano affatto "testimoni". 
San Massimo il Confessore, pur potendo parlare ampiamente di sé, non indica in se stesso un testimone o un maestro ma lo trova in Dionigi l'Areopagita, tanto per fare un esempio!

La mentalità secolaristica con cui si colpisce gli altri per attirare narcisisticamente lo sguardo su di sé, con la scusa di Dio o degli asceti, è qualcosa di terribile, un inganno profondo ma è ovunque diffusa. È un vero e proprio atteggiamento trasversale a tutte le confessioni cristiane, questo attaccamento alla vita psichica!

Anche qui, come nel caso mostrato nel post, abbiamo a che fare, al più, con una religiosità psichica o, nel caso peggiore, ad una reale e profonda φιλαυτία.

Nei Vangeli, al contrario, Cristo è chiarissimo: "Chi non odia la propria vita psichica non è degno di essere mio discepolo" (Lc 14, 25).
Quello che le Bibbie traducono con "vita"  e la vulgata con "anima" corrisponde a psiché, e non mi pare affatto una forzatura tradurlo come "vita psichica" ossia la vita nello stile psichico che Cristo spinge addirittura a odiare poiché il cristiano è chiamato alla vita nello spirito. La comprensione psichica è, infatti, tipica dell'uomo naturale segnato dalla conseguenza adamitica, totalmente superata nel nuovo Adamo, Cristo. Rimanere nella ψυχη, nella comprensione del vecchio Adamo decaduto e con questa leggere e interpretare il vangelo, significa svuotare e defraudare tutta la Rivelazione. 
Infatti oggi chi capisce veramente la Bibbia?