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lunedì 30 marzo 2015

Le arti figurative nei libri liturgici

pro questo post perché alcuni ricorderanno senza dubbio le edizioni più eleganti che ebbe il mondo cattolico, stampate a Ratisbona sotto il nome di "Pustet". Da allora il libro liturgico non raggiunse più tale eleganza che richiede, oltre ad un certo impiego di mezzi finanziari, tempo, pazienza, competenza e tecnologie adeguate.

Il libro liturgico per il contenuto posseduto non può essere privo d'estetica o, peggio, disarmonico. Dev'essere bello anche al solo vedersi il che non si ottiene mai con l'improvvisazione. Purtroppo nel nostro tempo in cui si preferisce ascoltare la musica in formato mp3 - un formato ben poco piacevole ad orecchie abituate a buoni suoni ma che ha contribuito a mandare in crisi il mercato del disco perché trionfante -, non si da molta attenzione a manufatti di qualità superiore. Il volgo si pasce di "ghiande" oggi più che mai ...

Il mio personale atteggiamento è quello di andare in controtendenza, nonostante tutto.
Ho iniziato senza grandi conoscenze tecniche ma ammirando i bei libri liturgici. Pian piano ho appreso il mestiere del grafico semplicemente lavorando. Ad oggi mi sembra di riuscire discretamente nel realizzare quanto mi propongo.

In questo post illustro un particolare della grafica per i libri liturgici: le immagini. 

Lavorando sui libri bizantini mi riferisco a grafiche bizantineggianti. Non si creda che qualsiasi immagine trovata possa andare bene. Le immagini devono integrarsi con il testo ed essere il più possibile uniformi tra loro. Già questo richiede un certo lavoro. Spesso, però, l'immagine scelta non si adatta convenientemente e ha bisogno d'essere ritoccata. 

Facciamo un esempio con qualche immagine tratta dal repertorio d'illustrazioni offerte da Rallis Kopsidis, un nome noto per aver riportato in Grecia lo stile bizantino nell'iconografia, verso la metà del '900.

Iniziamo con l'immagine di san Basilio.


L'immagine a destra la possiamo trovare nei libri liturgici della Chiesa greca, ad esempio nell'edizione dell'Apostolikì Diakonìa. Qui è giusto un po' più scurita, rispetto all'originale, comunque scuro.
Il san Basilio di Rallis Kopsidis non concede nulla al romanticismo zuccherato e stucchevole di certe realizzazioni cattoliche e russo-ortodosse che, sinceramente, fanno pena. La sua austerità e virilità ben si sposano con il libro liturgico. Purtroppo ha dei limiti: è stato disegnato con un pennino che, sinceramente parlando, è troppo largo. Ad un'immagine già pesante l'artista ha aggiunto uno sfondo tratteggiato che scurisce ulteriormente il tutto dando una sensazione assai greve. Ci manca poco che il disegno, una volta stampato, si trasformi in una grande macchia nera con qualche area bianca qui o lì.

Mi sono chiesto per quale motivo l'artista aveva bisogno di disegnare con tale esagerazione. Ho immaginato una risposta nel bisogno tutto ellenico di drammatizzare le scene rappresentate, teatralizzandole, un bisogno di cui un buon disegno può tranquillamente fare a meno. Questa teatralità drammatica ellenica la si ritrova, d'altronde, anche in composizioni musicali odierne e fa parte dello spirito neogreco.

Lungi dall'accorgersi di ciò, gli editori della Apostolikì Diakonìa hanno spensieratamente stampato come stava questo disegno mentre a me, già in un primo momento, non convinceva affatto. È incredibile come la Grecia, già patria dell'estetica, spesso oggi non lo sia più! Io lo noto perfino dal modo approssimativo che i greci hanno di arredare le vetrine dei negozi. Pure qualche greco che si da da fare editorialmente in Italia lo dimostra. Molti di loro purtroppo non sono in grado di capirlo ...

Prendendo l'immagine di san Basilio ho, dunque, operato su due livelli: 

a) Ho alleggerito l'insieme togliendo completamente il tratteggio di fondo, francamente inutile e dannoso. Questo fa spiccare l'immagine del santo e aiuta a leggere molto meglio il testo scritto su di lui;
b) Ho usato due colori. Questo contribuisce ad alleggerire ancor più l'immagine e a conferirle una certa eleganza. In tal modo, il tratto nero e il colore amaranto si sposano con il testo liturgico che, pure lui, ha gli stessi due colori. 

Il riquadro leggero ma un po' elaborato aiuta a dare eleganza all'insieme.
In questo modo a quest'immagine è stato tolta quell'aurea che la rendeva indigesta. 


L'immagine del Crisostomo ha subìto lo stesso trattamento. Il miglioramento è ben visibile!


L'immagine di san Giacomo, sempre fatta dal medesimo artista, oltre ad essere lavorata come le due precedenti, ha dovuto essere ritoccata. 
Quel bisogno strano e inutile di scurire, in questo caso ha intaccato gli occhi del santo per cui c'è stato bisogno di illuminarli, distinguendo la palpebra dall'iride. 

Il lettore da questi brevi accenni capirà come lavorare graficamente sui libri liturgici richieda veramente tanta pazienza e tempo! Chi vuole fare altrettanto  ma senza la stessa dedizione, solo per colpire la gente per quanto fa, è meglio che si dedichi ad altro. Meglio meno libri e più qualità! Le foreste e gli alberi ringrazieranno...



giovedì 26 marzo 2015

Liturgie quaresimali bizantine



Prima della conclusione della grande e santa Quaresima bizantina, indico in questo post alcune pubblicazioni relative alle liturgie in questo periodo penitenziale. 

La prima, quella di san Basilio Magno, si celebra la domenica. E' simile alla liturgia crisostomiana ma è più lunga per tutta una serie di preghiere adatte al periodo quaresimale. Cliccando qui, ci si collega direttamente alla pagina che descrive il libro di questa liturgia e ne rende disponibile una stampa a chi ne fosse interessato. È pure possibile vederne una anteprima.

La seconda, quella dei Doni presantificati, si celebra ogni mercoledì e venerdì delle settimane quaresimali ed è un ufficio vespertino al quale si include la comunione eucaristica. Infatti, come si sa, durante la quaresima bizantina non si celebra alcuna liturgia eucaristica durante la settimana per rimarcare il carattere penitenziale di tale periodo. La settimana ha dunque dei giorni aliturgici, a meno che non cadano grandi feste come l'Annunciazione. Cliccando qui ci si collega direttamente alla pagina che descrive il libro di questa liturgia e ne rende disponibile una stampa a chi ne fosse interessato. È pure possibile vederne una anteprima.

Queste due pubblicazioni proseguono la collana di testi liturgici che ci eravamo prefissati un anno fa.


mercoledì 18 marzo 2015

Gli "enkòmia", lamenti funebri del sabato santo

Gli enkòmia sono lamenti funebri con cui la Chiesa bizantina piange la deposizione di Cristo dalla croce nel mattutino del sabato santo, usualmente celebrato la sera del giorno precedente. Questa composizione ecclesiastica è divisa in tre parti o stanze. Ogni suo versetto è intercalato dal corrispondente del salmo 118 (Bibbia dei LXX). Questa pubblicazione riporta gli enkòmia nella versione integrale, come si cantano nei monasteri. Il testo greco è quello ufficiale delledizione Apostolikì Diakonìa della Chiesa di Grecia. Nelle parrocchie questi testi, particolarmente amati dal popolo, sono solitamente praticati in una versione più ridotta. Gli enkòmia, composizioni in poesia, hanno delle particolarità letterarie che evidenzieremo brevemente.

a) Esprimono la profonda pietà della Chiesa, dinnanzi alle spoglie mortali di Cristo. Lo sbigottimento e il dolore non sono mai tali da prevalere al punto che già qui si evoca la resurrezione che darà vita e trasfigurerà il corpo del Salvatore. Si evita, così, di cadere in una cupa tristezza o di crogiolarsi nel puro dolore, come potrebbe succedere in una pietà deviata che prende troppo in considerazione il dato psicologico e umanistico della vicenda e lascia sullo sfondo quello rivelato.

b) Negli enkòmia si esprime la voce del popolo che, in modo totalmente spontaneo, grida con espressioni appassionate di amore, di sdegno e, in qualche caso, quasi di furore. È per amore e dolore che in questi versetti si ritrova qualche espressione tale da turbare la sensibilità attuale, come quelle dirette verso i principali responsabili della morte di Cristo. Quello che qui interessa non è fare una discriminazione, come si potrebbe pensare oggi, ma mostrare lenorme mostruosità di chi rifiuta Cristo quale Dio aspettato già dallAntico Testamento. Ed è appunto la fede in Cristo Dio lelemento fondamentale sul quale si basa l’inaudita addolorata meraviglia del cristiano dinnanzi a chi respinge e condanna il Salvatore. Questo sdegno ha, però, breve vita: dinnanzi ai bagliori della risurrezione che lampeggiano pure nel giorno più drammatico, segno che nessun tradimento può prevalere sulla salvezza stabilita da sempre da Dio, il dolore si placa e il cuore si purifica.

c) I contrasti con i quali si tratteggia il dramma della passione sono, quindi, diretti verso la sua soluzione in un abbraccio universale di salvezza che accoglie chiunque è disposto ad avere fede in Cristo.

Aver proposto la traduzione integrale di questi testi intensamente lirici significa, dunque, mostrare una volta di più quale sia la fede tradizionale della Chiesa bizantina che sgorga direttamente dagli eventi della passione morte e risurrezione di Cristo.

(Dall'introduzione)

Il libro è disponibile nel seguente sito: clicca qui.

Canto degli enkòmia nella consuetudine atonita:





domenica 15 marzo 2015

Che senso dare alla Liturgia Eucaristica o santa Messa?

Messa nell'abbazia tradizionale del Barroux.
Si noti il crocefisso d'ispirazione romanica.
Spesso, scorrendo il web, capita di osservare non poche imprecisioni sul modo in cui viene valutata la liturgia cristiana e questo pure in chi dichiara d'avere una sensibilità tradizionale. La liturgia eucaristica, comunemente definita con il termine latino di "messa", risente più di tutto di queste imprecisioni, in parte ereditate dalla storia.

I siti tradizionalisti cattolici partono dall'idea tutt'altro che scontata che, nel periodo postridentino, si raggiunse l'apogeo dell'ortodossia e che quel periodo, dunque, dev'essere assolutamente recuperato così come stava anche al giorno d'oggi.

Nel campo cattolico opposto, troviamo i cosiddetti "novatores", ossia i promotori delle innovazioni (liturgiche ma anche ecclesiastiche in senso ampio) i quali odiano visceralmente il periodo tridentino e tutte le sue manifestazioni. Il vice-rettore di un seminario friulano, anni fa, non aveva problemi ad esternare questa sua antipatia insegnando ai suoi sottoposti che il santo controriformistico Pio V è, in realtà, un santo per modo di dire.

Il campo cattolico è così diviso che se uno studioso tenta di portare altre idee o verrà qualificato come "protestante" dai conservatori e tridentini o verrà qualificato come "tridentino" dai progressisti.

In realtà, questa è una malattia degli animi che, lungi dall'attenuarsi, si sta esacerbando sempre più con il rischio, oramai non più così lontano, di spaccare il Cattolicesimo in due differenti confessioni. I tentativi di Benedetto XVI di porre pace tra le due fazioni è, infatti, chiaramente fallito.

La realtà, come al solito, è molto più complessa e rifugge dagli schematismi dicotomici con cui le menti grossolane vorrebbero sintetizzarla.

Farò un breve excursus sulla Messa e su come essa è valutata, per qualche suo aspetto che risulta essere alquanto interessante. Dato lo stile del blog mi limiterò a procedere per brevi flash. Gli approfondimenti li lascio ad altre sedi.

La liturgia eucaristica è stata oggetto lungo i secoli di molti commentari, di catechesi e di trattati teologici. In tutte queste opere si possono ritrovare dei tratti comuni ma anche accentuazioni particolari, proprie a questo o quell'autore.

La Madonna dalle sette spade (o dai sette dolori);
un non senso dal punto di vista bizantino che però
 è penetrato nell'ortodossia slava.
Quello che determina un nuovo ambiente e di cui è assolutamente importante tenere conto è un nuovo fatto che marcherà in modo profondo tutti i secoli a venire nell'Occidente cristiano: la devozione alle sofferenze di Cristo. Questo tipo di devozione compare per la prima volta in Bernardo di Chiaravalle ma diviene popolare solo a partire da Francesco d'Assisi. Esso coinvolgerà la mentalità e la cultura. In ambito prettamente artistico, la rappresentazione della crocefissione assumerà sempre più gli aspetti di un profondo dramma. In epoca romanica, al contrario, Cristo in croce è rappresentato come il Cristo Re (regnavit a ligno Deus), che, avendo già sconfitto la morte, riposa palcidamente sul legno sul quale è stato appeso.
Quest'ultima è una prospettiva che riscontriamo sia iconograficamente sia letterariamente nel mondo bizantino: i canti del sabato santo con cui si piange la morte e la deposizione di Cristo (Engòmia) non s'intrattengono affatto sui patimenti e sulle piaghe del Cristo morto e, anzi!, sono diverse volte illuminati dalla luce della prossima resurrezione.

Questa nuova sensibilità che definiremo propriamente "doloristica" (1) fa da spartiacque e influenza inevitabilmente anche il modo in cui ci si accosta alla Messa.

Bisogna precisare che, precedentemente, i commentatori ecclesiastici sia occidentali che orientali riferiscono alla Messa il concetto di sacrificio e di morte salvifica, come si farà poi, ma senza quell'accentuazione e quell'esclusività che caratterizza, ad esempio, il periodo barocco.

Isidoro di Siviglia (VI sec.), parlando della liturgia eucaristica, dice chiaramente che in essa ci si riferisce al sacrificio sulla croce di Cristo ma aggiunge che essa è la partecipazione alla cena del Signore del Giovedì santo. Gli autori bizantini – ad esempio san Massimo il Confessore (VII sec.) – pongono sullo stesso piano sia il sacrificio di Cristo redentore che gli eventi successivi e inalienabili da esso: la resurrezione e l'effusione dello Spirito santo. Soprattutto la prospettiva orientale (che, lo ribadiamo, appartiene a tutti gli effetti alla Chiesa e non è una prospettiva esotica o marginale) vede nella Messa la sintesi di tutta la storia della salvezza. Questa visione olistica è tipica della mentalità bizantina, mentre l'Occidente ha sempre dimostrato d'avere una mentalità più frammentaria.

Infatti, la stessa istituzione della festa della Trinità, non ha senso in Oriente dove, per quanto si siano tenute le discussioni teologiche trinitarie, la liturgia rappresenta sempre e costantemente una celebrazione trinitaria. In Occidente, al contrario, si sente il bisogno di ricordarlo e questo indica effettivamente un modo differente di procedere nel considerare la fede cristiana.

È forse questa mentalità più frammentaria e meno olistica che alla fine ha determinato la polarizzazione su alcuni elementi della fede a scapito di altri. Lo notiamo nel cammino storico della liturgia occidentale.

La liturgia latina del XV secolo conosce le interpretazioni allegoriche. Spesso anche ogni elemento architettonico della chiesa assume una valenza doloristica: ad es. l'altare ha tre gradini perché ogni gradino di esso ricorda le cadute di Cristo lungo la via dolorosa del Calvario.
La fioritura allegorica giunse ad avere una grande espansione immaginifica (se non proprio fantasiosa) fino al momento in cui, nel XVI secolo, Martin Lutero, finì per buttar via il cosiddetto "bambino con l'acqua sporca": la liturgia luterana non è più il sacrificio di Cristo ma la semplice sua cena e il tempio dev'essere spogliato da ogni elemento che d'ora in poi sarà visto contrario al puro vangelo.

Ciò che con Isidoro doveva rimanere indissociabile viene dissociato.
In ambito cattolico, per reazione, si rifiutò il significato di Cena e si rimarcò in modo pesante il significato di sacrificio: la messa è il rinnovarsi dello stesso sacrificio con cui Cristo è morto in croce per il bene di tutta la Chiesa. In quest'ultima visione gli altri elementi della storia salvifica (la Resurrezione e la Pentecoste) vanno immediatamente in secondo piano e paiono sfuggire alla pia attenzione del fedele, tutto preso a partecipare meglio che può al sacrificio eucaristico.

A questo fedele è dunque richiesto di unire al sacrificio eucaristico i propri sacrifici. Qui non è solo una visione pia e modesta che s'impone ma una visione sempre più penitente e umbratile, la tipica visione che fa da sfondo alla maggioranza dei quadri barocchi in cui vivide tinte si stagliano da sfondi tenebrosi.

Sì, bisogna confessare onestamente che siamo davanti ad un eccesso e ad una polarizzazione che potrebbe, in alcuni casi, avere qualcosa di nevrotico. Qualche post fa, infatti, ho commentato un quadro che rappresenta la prima comunione di alcune comunicande ottocentesche che infonde una certa impressione per il suo enorme impatto psicologico, segno di una religiosità vissuta con grande emotività.

La modestia e il rispetto del sacro, in questo contesto, sembrano non tollerare la serena fiducia nel fatto che Cristo ha vinto la morte e che con la sua resurrezione ha illuminato già da ora la nostra storia umana. Qui, al contrario, pare imporsi un certo pessimismo antropologico di tipo agostiniano.

Come ogni eccesso, anche questo o prima o poi doveva generare il suo opposto: la riforma liturgica cattolica dopo il Concilio Vaticano II ha voluto sottolineare che la Messa è una festa domenicale, non un momento di musoneria o di penitenza. La conseguenza è stata quella di rifiutare anche il più elementare senso di sacro, che fino ad allora era visto con paura e soggezione.

Queste brevi analisi ci suggeriscono che un semplice recupero delle cose "come stavano" non è garante di un successo e di un equilibrio nel dominio della liturgia occidentale. Si tratta di fare un processo di recupero a livello profondo, con una mentalità olistica, una pietà equilibrata e un profondo senso di sacro al quale non si associ il terrorismo spirituale di chi predica la sottomissione sotto pena di scomuniche e peccato mortale (2). È un cammino lungo che, semmai verrà intrapreso, potrà aver successo molto tempo dopo la nostra stessa morte. Speriamo che i nostri discendenti ne possano trarre giovamento!

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(1) La devozione alle sofferenze di Cristo determina anche un fenomeno parallelo a quello con cui si considera la Messa prima di tutto e soprattutto come rinnovamento del Sacrificio di Cristo: il fenomeno degli stigmatizzati. È interessante notare che prima di san Francesco, dunque prima della svolta culturale sopra accennata, in Occidente non è mai esistito alcun santo stigmatizzato né mai è esistito in Oriente. Questo fa fortemente pensare che questo genere di devozione abbia un risvolto psicologistico di non poco conto sul quale è bene riflettere.
La devozione ai dolori ben presto ha coinvolto pure la Madre di Dio nella famosa iconografia della Vergine con il cuore trapassato da sette spade. Quest'iconografia si spiega bene in ambito latino, in cui si ha esasperato l'attenzione al dolore, ma non si spiega affatto in ambito bizantino e ortodosso in cui questa esasperazione non è mai esistita e non ha senso. Ciononostante nel mondo slavo sono entrate le "Icone della Vergine dai sette dolori" su evidente influenza pietistica occidentale.


(2) Devo purtroppo constatare che certe chiese ortodosse slave, essendo state influenzate dal pietismo occidentale gesuita in epoca barocca, tendono ancor oggi ad avere un atteggiamento impositivo e moralmente ricattatorio. Si tratta, pastoralmente parlando, di un atteggiamento quanto mai fallimentare, soprattutto, nel nostro mondo occidentale. Mi è stato raccontato il fatto di un signore che fu severamente rampognato per essersi comunicato perché, ad un certo momento a causa di un riflesso condizionato da lui non voluto ha iniziato a tossire. Fu sgridato severamente: non doveva comunicarsi in quanto malato poiché se avesse sputato un frammento di eucarestia avrebbe fatto un pesante peccato mortale. A parte il fatto che questo problema non era certamente voluto, qundi non ci sarebbe stata alcuna "colpa" morale, a questo punto gli ortodossi non dovrebbero neppure comunicare i bambini piccoli che spesso, nel momento di assumere l'eucarestia dal cucchiaio, fanno i capricci e possono iniziare a sputarla. Si tratta, come abbiamo osservato, di un'esagerazione pietistica con annesso terrorismo spirituale. Ora, queste mentalità rigide incapaci di osservare i casi umani non appartengono assolutamente al mondo bizantino, nonostante certe chiese ortodosse se ne sentano eredi, ma al pietismo barocco occidentale che ha influenzato, dove poteva, anche l'Oriente permanendo ancor oggi. Nei casi estremi si tratta né più né meno che di atteggiamenti settari.