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lunedì 30 giugno 2014

Note tipografiche




Le difficoltà dei tempi attuali aguzzano l'ingegno e spingono persone particolarmente sensibili a darsi da fare.
Mi sono accorto che in rete non sono il solo a fare qualcosa. Il mio campo è quello della liturgia bizantina ma altri si stanno indaffarando a rieditare (come possono) dei libri liturgici latini in traduzione italiana (vedi qui).

Ricordo che fare questo lavoro non è esattamente come scrivere una letterina al pc; un conto, infatti, è un lavoro informatico sommario [1], un conto totalmente diverso è un lavoro con dignità di stampa.
Nel secondo caso, si devono rispettare alcune regole fondamentali:

1) riportare i testi di riferimento direttamente dai libri liturgici (non fidarsi mai dei testi disponibili su internet perché possono avere dei refusi tipografici o, nel caso in cui vengono presi da questa fonte, verificarne sempre la correttezza con i testi stampati, citandoli a termine lavoro);
2) riportare i testi in traduzione corretta con linguaggio attuale. In caso contrario si fa un'opera archeologica che non ha un vero e proprio impatto letterario (ve lo immaginate, voi, proporre un testo con termini da dizionario Tommaseo del XIX sec. tipo "imperocché", "acciocché", "lagrime", "vuolsi", ecc.?) [2].

Oltre a queste regole testuali (alle quali la mia collana si attiene scrupolosamente), c'è un lavoro nascosto ai più ma che è obbligatorio fare. Mi riferisco alla distribuzione di spazi e righe nel testo. Per essere chiaro faccio un esempio.


Qui osserviamo due righe evidenziate con spazi irregolari rispetto al contesto. Se vengono lasciate così danno un'impressione di poca cura. È allora necessario intervenire riga per riga, qualora lo si ritenga opportuno, per cambiare lo spazio tra le parole in modo da uniformare il testo. Solo in questa maniera si darà un'immagine professionale al prodotto finito.




 Tutto ciò richiede parecchio tempo e molta pazienza ma è l'unico modo per fornire un lavoro professionale che possa durare nel tempo.

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[1] Vedi, ad esempio, i sussidi liturgici distribuiti dal pontificio collegio sant'Atanasio. Per quanto riguarda la Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo sono riusciti (non so con quale strana alchimìa) a produrre una brochure di sole 18 pagine (vedi qui). Questo lavoro lascia il tempo che trova e non è qualcosa di realmente serio.

[2] Nel caso di chi si allontana sia dal significato del testo greco (per i testi bizantini), sia da un criterio di buon senso nell'uso della lingua italiana, abbiamo risultati tutt'altro che eccellenti (rinvenibili, d'altronde, pure in internet). Un esempio è dato da chi, traducendo il termine greco δέσποτα/despota (= sovrano o signore) o il suo analogo paleoslavo владыко/vladikomette il risibilissimo termine "presule" (che indica un influsso iperclericale che non ha nulla a che fare con il mondo bizantino). 
E infatti, guarda caso!, lo stesso termine paleoslavo altri lo traducono in inglese con master, ossia capo, padrone, non certo presule! Stesso discorso vale per chi usa frasi contorte tipo "palesami il tuo beneplacito". Sono cose da ridere ma chi le fa' è convinto di fare un'alta opera letteraria! Purtroppo questi prodotti d'infima qualità sono i primi ad essere incontrati dagli internauti sprovveduti. Una raccolta di cose del genere si trovano, purtroppo, in un compendio liturgico apparso diversi anni fa'. Mi fu regalato perché a chi era stato dato non serviva. Gli anni passarono e, mi accorsi!, che non lo aprii più di due volte. Quando fu stampato c'era chi lo ritenne qualcosa di unico e importante. A me il libro si è mostrato inutile. Con gli anni si nota che pure la carta, sulla quale è stato stampato, è di pessima qualità.

venerdì 27 giugno 2014

Ordine spirituale, ordine materiale e temporale

Quello che sto per scrivere ha un'importanza fondamentale. Lo vorrei senz'altro porre tra i post principali di questo blog. Chiedo a voi, cortesi lettori, un attimo di pazienza; quanto vi sto per dire non è difficile ma v'impegnerà un poco. Senza di questo, anche questo blog non ha senso...

Se scorriamo la storia, ripassando i nostri studi, noteremo che tutte le antiche civiltà pongono il cosiddetto "ordine spirituale" in una posizione di privilegio. Pensiamo, ad esempio, all'antico Egitto: il faraone, capo indiscusso del regno, era circondato e consigliato da alcuni sacerdoti. Si riteneva che i sacerdoti avessero delle conoscenze tali da dare al regno potere ed eternità.

Pensiamo al regno d'Israele o allo stesso re Davide: il buon re è un uomo che segue gli orientamenti spirituali rivelati dal Dio dell'Alleanza. Quando se ne allontana cade nella disgrazia di Dio e in quella del popolo.

Tutte le antiche civiltà hanno questa caratteristica archetipa che dimostra una cosa inequivocabile: l'ordine spirituale precede quello materiale e temporale ed è il solo in grado di poterlo illuminare, anche se ha caratteristiche distinte e  differenti dal secondo. 

Ricorrono alla mente altri eventi, a noi più vicini: la famosa Ildergarda di Bingen, benedettina mistica, consigliera di principi e re, amatissima dal popolo. 

L'impero bizantino, nonostante fosse percorso da crisi politiche e spirituali (l'iconoclasmo, l'eresia monotelita) poneva l'ordine spirituale e la sua conoscenza, al di sopra dell'ordine materiale e temporale. Nel suo contesto la figura del monaco era fondamentale: essendo l'uomo che, fuggendo dal mondo poteva illuminarlo dal suo interno, veniva cercato, interpellato, finiva per essere anche un eroe e un simbolo dell'Ortodossia della Chiesa, come nel caso di san Massimo il Confessore. Il monachesimo era talmente popolare che, tra la gente comune, parecchi, accasati i figli e morto il consorte, si ritiravano in monastero. Pure qualche imperatore divenne monaco, una prassi che con le dovute distinzioni troviamo anche in Occidente.

Qui, i monasteri per tutto l'alto medioevo furono come le stelle in una notte buia: conservarono il sapere spirituale e la coscienza di una civiltà che, al momento, subiva una profonda eclissi. Il XIII secolo latino, inizia a vedere la decadenza del monachesimo ma, nonostante ciò, proclama sempre la teologia come la regina del sapere ai piedi della quale, come ancelle, stavano tutti gli altri saperi. A suo modo, l'ordine spirituale continuava ad essere al di sopra dell'ordine materiale e temporale.

Un inizio di rottura di questo schema s'intravvede nella Costantinopoli del XIV secolo, nella famosa controversia esicasta in cui si fronteggiano san Gregorio Palamas, alfiere del monachesimo con il suo sapere sapienziale, e Barlaam, monaco calabro più tardi insegnante di greco del Petrarca, antesignano dell'umanesimo.
In Barlaam s'inizia a notare l'amore della filosofia per se stessa e fu proprio il suo tentativo d'immettere questa nuova mentalità nella visione religiosa a creare la sua rovina, dal momento che si scontrò con il monachesimo bizantino. Iniziare a vedere l'ordine spirituale sullo stesso piano o, addirittura, sottomesso all'ordine materiale e temporale è qualcosa che nasce in questo tempo, proprio a Costantinopoli. Tuttavia, all'inizio è una opzione, una timida opinione ventilata da alcuni intellettuali cultori dell'ellenismo.

In seguito, prende piede in Occidente, in strati elevati della società civile. Chi non ricorda la corte spiritualmente spensierata di Lorenzo il Magnifico nella Firenze rinascimentale? Verso il XVII secolo, in Francia, inizia ad apparire il primo scrittore agnostico, quasi come una logica conseguenza a queste spinte culturali.

Come può o come riesce l'Occidente cristiano cerca di ricordare che l'ordine spirituale ha sempre la preminenza rispetto a quello materiale e temporale.

L'Oriente, nonostante il dominio turco, continua ad avere figure di spicco, specie tra i monaci, che mostrano la medesima preminenza: san Kosmas d'Etolia ne è un esempio. Qui i monaci, a differenza di molti monasteri benedettini occidentali dell'epoca, sono di estrazione popolare, vicini al popolo, a sostegno della fede del popolo stesso.

Veniamo ai giorni nostri.
La società che ci circonda ha definitivamente archiviato l'ordine spirituale, dopo averlo relegato nel privato della vita individuale. C'è da dire che in non pochi casi questo "ordine spirituale" era oramai assai decaduto. Un forte segnale, in tal senso, era stato dato dalla Riforma protestante che cercò con i suoi limiti di opporsi ad una teologia cattolica allambiccata in intellettualismi astratti.

Quello che nell'Europa conta, oramai, è l'ordine materiale e temporale (funzionale all'economia) dove la conoscenza puramente umana ha il suo ruolo fondamentale. In questo contesto, opposto a quello antico, la Chiesa in Occidente ha cercato di mantenere, fintanto che poteva, una certa coscienza tradizionale: la conoscenza spirituale è superiore alla conoscenza materiale. 

In Oriente, per la verità, ci è sempre riuscita, nonostante le miserie comuni dell'umanità, poiché è sempre il mistico ad essere interpellato e seguito. È colui che sostiene la Chiesa: si pensi al caso di padre Paisios l'atonita e alla sua stessa vita.

Ultimamente dalle nostre parti stanno succedendo cose molto gravi, osservando le quali non posso tacere.

Che senso ha l'esistenza, nel mondo ecclesiastico, di personalità di primo rilievo che sottolineano l'importanza della conoscenza puramente umana, del solo sentire umano, della totale secondarietà  de facto dello spirituale dinnanzi al solo umano? L'unico luogo in cui si conservava la preminenza dello spirituale, la Chiesa, è stato evacuato! Qui abbiamo una "chiesa rovesciata"...

"Gli uomini sono superiori agli angeli" [1], si dice, oppure di recente: "I monaci sono lontani dagli uomini, bisogna essere con Cristo che stava tra la gente!"[2]. Questa seconda osservazione discende logicamente dalla prima (è la stessa persona a dirlo) ma è addirittura peggiore perché strappa da Cristo la sua valenza di maestro autenticamente spirituale (che digiuna, si isola nel deserto, prega, si apparta con i discepoli, sale con alcuni di loro sul Tabor...) e lo stende a livello di uno che si mescola e si appiattisce nel popolo, assumendo sentimenti talmente popolari che il popolo, seguendolo, in realtà segue se stesso.
"Cristo quale prototipo del monaco", come si sarebbe detto fino a non molto tempo fa', e com'è chiaro ancor oggi nel mondo cristiano orientale, è cosa assolutamente rigettata perché... "lontana" dal popolo! Chi dice questo è ignorante della storia medioevale e bizantina, ma non è neppure in grado di sentire le vere domande spirituali di nobili anime tra il popolo di oggi.
Questo tipo di "polpette avvelenate", propinate con sovrana gentilezza e mangiate acriticamente dalla massa, portano ad un'unica conseguenza: in nome di Cristo si toglie dalla vita degli uomini Dio (che s'incontra nel segreto del proprio cuore, non nelle chiassose piazze popolane) e gli si lascia solo il proprio "io"; si ammazza, senza comprenderlo, la conoscenza realmente spirituale e si lascia al popolo la sola conoscenza materiale e temporale con un vacuo sentimentalismo religioso.

Ora, che questo sia fatto da persone lontane dalla Chiesa non mi pone alcuna meraviglia. Ma che venga fatto da gente che, teoricamente, è al suo interno e sta in posizioni "chiave" m'infonde la convinzione che tutto ciò abbia un sapore assolutamente anticristico, ossia avverso agli orientamenti essenziali impressi dalla rivelazione cristiana.
Sì, un dono anticristico, servito con estrema gentilezza su un vassoio d'argento al nostro ingenuo popolo italiano, tra gli osanna della stampa e della tv ...

Una breve analisi semplificata

Lo schema che ho introdotto ci mostra in modo semplificato la nostra storia e, nello stesso tempo, riassume quanto ho sopra esposto. 




L'esempio 1 mostra la società di tipo tradizionale (antica e medioevale). In essa lo stesso ordine legislativo societario trae ispirazione da concetti di tipo spirituale (in senso ampio o specifico). Chi guida la società (il re o il capo del popolo) ha un compito anche spirituale e viene ispirato-consigliato da monaci o sacerdoti. Quello che voglio mostrare, in questo genere di società, non è la forma monarchica sacrale (non mi interessa parteggiare politicamente), ma il fatto di condividere da parte di tutti la superiorità dell'orientamento spirituale su quello semplicemente umano.

L'esempio 2 ci mostra una società di transizione, come poteva esserlo anche da noi fino a pochi decenni fa'. Il campo civile è nettamente separato da quello spirituale ma quest'ultimo non è evacuato dalla società stessa standone, come dire, al suo fianco. Le leggi civili non sono ispirate (almeno direttamente) da quelle spirituali e hanno una loro autonomia ma non estromettono la realtà spirituale che rimane a livello della coscienza del singolo come fatto personale. C'è da dire che il passaggio dal primo esempio al secondo è avvenuto, in Europa, anche a causa di una evidente decadenza religiosa.

L'esempio 3 è quanto inizia a riguardarci direttamente: perfino nella realtà religiosa è entrata la medesima mentalità secolare. Qui il fatto spirituale è stato evacuato e trasformato in puro fatto umano: Cristo è l'uomo del popolo e sta col popolo. La spiritualità diventa sociologia: fare del bene materiale al popolo. In questo ultimo caso la Chiesa è divenuta funzionale ad un sistema puramente secolare e non si distingue più da esso. La Chiesa ha cessato di fatto di esistere.
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[1] Quest'affermazione che rovescia la superiorità dello spirituale a vantaggio del solo umano è risuonata nella bocca di papa Bergoglio qualche mese fa', in una delle sue omelie a santa Marta. Ne ho parlato in uno dei miei precedenti post.

[2] Questo è quanto, in sintesi, si può riassumere dal recente discorso di papa Bergoglio in una sua omelia a santa Marta (25/06/2014) e si trova qui. Se le cose sono esattamente così e ho ben capito (come temo) il discorso, tali espressioni indicano chiaramente un orientamento anti-monastico quindi anti-spirituale in nome di... Cristo! D'altronde, i mezzi di comunicazione le diffondono senza smentita alcuna da parte degli organi competenti. "Il popolo non seguiva i monaci, che sentiva lontani", così afferma Bergoglio. I contemplativi sono persone buone, sì, ma non sono in grado di far battere il cuore al popolo! Stupisce che il papa non sappia che gli esseni, i monaci del tempo di Cristo, non erano esattamente un'élite religiosa, lontana dal popolo, poiché erano composti da intere famiglie, con mogli e figli e la spiritualità essena non era affatto antipopolare al punto da attrarre non pochi. Secondo qualche studioso pure san Giovanni Battista sarebbe stato influenzato dagli esseni. E tutti correvano a ricevere il battesimo di penitenza del Battista!
Cristo in questo discorso papale viene dipinto come uno che "sta col popolo" e sente il "cuore" del popolo. Ma come si fa a sentire veramente il cuore del popolo, in senso religioso, se prima non si ha avuto una formazione spirituale? In senso proprio, Cristo non ha bisogno di formazione spirituale (poiché la Chiesa lo confessa quale Dio, cosa che il papa non sottolinea propriamente) ma, ciononostante, digiuna e prega isolandosi nel deserto per indicare il bisogno di una formazione spirituale nell'uomo. Purtroppo, siccome questo non fa comodo alla logica bergogliana, non viene neppure citato (non è la prima volta che tale papa distorce il significato della stessa Scrittura per farle dire quello che vuole).
Alcuni padri atoniti, da me recentemente sentiti, hanno ragione: questo papa è assolutamente mediocre. Io direi: a tratti pure ignorante poiché non si può fare "taglia-incolla" della Scrittura, omettendo quanto non fa comodo. Mi dispiace di ferire chi vi pone affidamento ma temo che Bergoglio, sicuramente senza saperlo, abbia un orientamento piuttosto anticristico.

giovedì 26 giugno 2014

Una guerra intestina...

Rimango sempre più allibito quando leggo certe notizie nei giornali o su internet riguardo a quanto succede, oggi, nel mondo cattolico, specialmente italiano [1].
Non mi riferisco tanto alle miserie di ordine morale che - essendo legate alla debolezza degli uomini - sono riscontrabili ovunque.
Mi riferisco a una vera e propria guerra intestina in atto, della quale molti non sono a conoscenza  ma che, a mio avviso, è inconcepibilmente feroce e crudele.
Questa guerra intestina sta letteralmente svuotando di senso la realtà ecclesiale cattolica e vede contrapposti tra loro due partiti: 

1) uno più o meno conservativo, legato a concetti tradizionali. All'interno di quest'area ci sono gruppi abbastanza divisi, diversificati e poco concordi tra loro. Alcuni vorrebbero riportare il Cattolicesimo agli anni '50 e si dichiarano tradizionalisti, altri hanno un conservatorismo alla "papa Wojtyla", altri ancora evitano solo di essere progressisti, magari per scelta ideologica.  Questo partito conterà, pressapoco, il 15-20% dei cattolici;

2) un altro partito molto più variegato rispetto al  conservatore ma unito e compatto contro quest'ultimo, refrattario ad ogni elemento tradizionale, composto pure di frange estreme caratterizzate da un vero e proprio liberalismo religioso. Questo secondo partito conterà, pressapoco, l'80-85% dei cattolici.

Se nel primo partito c'è chi può osannare la clericalizzazione della Chiesa sul modello tridentino, nel secondo c'è chi può arrivare a spingere la Chiesa fino alla sua completa secolarizzazione e quindi al suo annichilimento.

A seconda di come cambia la direzione dei "venti" nella curia vaticana, o si ringalluzzisce il primo (facendo epurazioni sul secondo) o si ringalluzzisce il secondo (facendo altrettante epurazioni sul primo, già ridotto agli stremi). 

Se ieri con papa Ratzinger vedevamo alcuni "conservatori" salire pian piano verso i posti di comando, oggi sta succedendo il contrario, dal momento che il papa argentino non ha una formazione che lo porti a valorizzare gli aspetti tradizionali del Cristianesimo e, dietro ad una facciata bonaria, non è molto tenero verso il partito a lui opposto [2].

Rimango sconcertato! In tutto ciò non rinvengo assolutamente alcuno spirito ecclesiastico ma molto spirito partitico, rinfocolato, per di più, dai più alti vertici ecclesiali [3].

Qualcosa del genere è stato pure osservato da un amico, qualche settimana fa', anche se lo vide da un fatto diverso.
Entrando casualmente in una chiesa aperta, verso le 22, e rinvenendovi un gruppo di un movimento ecclesiale cattolico, mi riferì: "Mi sembrava la riunione di un partito!".

Quest'osservazione indica che egli non sentì alcuna sensazione veramente evangelica o "soprannaturale" (detto con linguaggio tradizionale)!

La prima reazione a pelle di quest'amico, tutt'altro che assiduo frequentatore di chiese (a volte questo aiuta ad essere più oggettivi, perché privi di precomprensioni), è stata veritiera e io stesso la noto nei modi di fare di ampi strati ecclesiali. Soprattutto oggi.

Non sto a ripetere la denuncia (così largamente presente in certi siti cattolici) sull'attuale "persecuzione" di un recente ordine religioso [i Francescani dell'Immacolata] che, fino a ieri, aveva un orientamento piuttosto tradizionale, cosa insopportabile per l'intellighenzia progressista cattolica tornata potentemente al potere (ma non lo era sempre stata, anche nei momenti in cui obtorto collo doveva inghiottire alcune "pillole tradizionali" propinategli dal Ratzinger?).
Questa "persecuzione" ha la firma dello stesso attuale papa.

La cosa è chiara: anche qui abbiamo la vendetta di un partito contro un altro partito!

E, d'altronde, ricordo bene la confessione di un professore di liturgia il quale, lungo una sua lezione, disse ai presenti che gli sarebbe piaciuto istituire una "polizia liturgica" per denunciare e rendere impotenti coloro che avevano gusti liturgici non conformi ai suoi (di tipo assai progressista). L'uomo - oggi vicario generale - parlava seriamente e indicava che, più o meno latente, esiste sempre il desiderio di un'inquisizione in campo cattolico, anche se oggi si rivolge verso un altro tipo di "eretici": coloro che hanno conservato qualcosa di tradizionale!

Dove siamo, signori miei? Siamo nella Chiesa in cui si ha venerazione per i propri padri nella fede, per quanto di buono da essi ci è arrivato, o siamo in una fase della rivoluzione francese, tra gente da ghigliottinare, epurazioni e processi-farsa in corso?
È una domanda seria!

Con una Chiesa così chiaramente allo sbando - perché preda, nei suoi membri dirigenti, di violente passioni secolari e di partiti fieramente avversi tra loro - possiamo veramente dare credito all'idea che il Cattolicesimo sarebbe in grado di "riunire" sotto il suo tetto varie confessioni cristiane?

Ammesso che abbia carta bianca per farlo da parte di tutti, dov'è la sua autorità morale? 

Tutto ciò è molto patetico...

Quello che è certo è che gli ambienti partitici non veicolano affatto uno spirito ecclesiale. 
D'altronde, non sono affatto eccessivo quando penso che la Chiesa, con il suo stile evangelico, sta senz'altro da tutta un'altra parte, rispetto a chi si muove con stili di partito, evocando epurazioni, isolamenti, castighi e mostrando ai più, qual terribile inganno!, una facciata paciosa e bonaria...

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[1] Cfr. ad esempio, il seguente articolo comparso su La Stampa.

[2] Mi riferisco alle continue e - per un certo verso ossessive -  osservazioni bergogliesche contro i cristiani con la "verità in tasca", i quali confiderebbero talmente in loro stessi da essere chiusi alla novità dello Spirito e simili a dei "pelagiani". Queste osservazioni generiche lanciate a vuoto verso chi, pur con i suoi limiti, cerca di avere dei riferimenti tradizionali mi sembrano ingenerose e sono senz'altro indice che le sue simpatie sono sul fronte opposto, ammesso che creda anche a questo e non si adagi su un opportunistico agnosticismo de facto, cosa che in non pochi hanno sospettato leggendo le famose risposte di Bergoglio a Scalfari.

[3] Nel mondo cattolico, dinnanzi ad una situazione così lacerata tra progressisti e tradizionalisti, non c'è nulla di peggio che gettare benzina sul fuoco. Papa Ratzinger, pur con i suoi limiti e con soluzioni non perfette, aveva cercato di creare una mediazione con il famoso Motu proprio in favore della liturgia "tridentina" e dichiarando che la liturgia - se veicola lo spirito autentico - non può mai essere contro le sue forme tradizionali. Ratzinger, facendo ciò, non voleva creare tensioni e cercò di porgere la cosa in modo molto morbido, lasciando una certa libertà agli altri, per non creare strappi.
Una lezione, questa, rifiutata sdegnosamente e silenziosamente dalla maggioranza dell'episcopato cattolico, oramai chiaramente sempre più rivolto a mode secolarizzanti e desacralizzanti. Infatti, appena cambiato papa, alcuni vescovi sono subito corsi in Vaticano per pregare Bergoglio di abolire il famoso Motu proprio. Se, forse per opportunità, non è stato fatto ancora niente, non dubito che, con il volgere di alcuni anni e con la morte di Ratzinger, la cosa non si compia. 
Una Chiesa che, in molti suoi membri, odia le sue tradizioni antiche, come può dire di amare quel Cristianesimo (pensiamo all'Ortodossia) nel quale non si può prescindere dalle tradizioni stesse? Tutto ciò non è, forse, patetico, contraddittorio e ingannatorio? E, nel fronte ortodosso, come possono alcuni credere nella buona fede dei loro interlocutori?

lunedì 23 giugno 2014

Il Rito della Proskomìdia

Annuncio che il libro "Il Rito della Proskomidia" è disponibile nella stampa di lulu.com.
L'indice di questo libro è il seguente:

IL RITO DELLA PROSKOMIDIA
Parte Iniziale 
Vestizione dei Chierici 
Preparazione dei Santi Doni 
Preparazione alla Divina Liturgia 
La Grande Dossologia

APPENDICE 
Salmo 50
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Il libro con testo B/N
Support independent publishing: Buy this book on Lulu.

Il libro con testo rosso/nero
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Ricordo che questo testo fa parte della collana
 "Testi liturgici bizantini" di cui sono già apparsi:

Piccolo Manuale Liturgico

A breve uscirà la Divina Liturgia di san Giovanni

 Crisostomo nella versione più esauriente possibile.
In commercio, fino ad oggi, non ci sono mai 
state versioni esaurienti in traduzione italiana 
con testo greco a fronte.

lunedì 16 giugno 2014

I Dittici ecclesiastici (Τα Δίπτυχα)

Le pagine inserite fanno parte del prossimo libro della collana "Testi bizantini", quello sulla Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo.
Questo nuovo testo è stato pensato in modo da essere più esaustivo possibile (comprende, dunque, le particolarità della liturgia archieratica o pontificale e questa particolarità della liturgia patriarcale).
I dittici ecclesiastici sono storicamente due tavole accostate tra loro sulle quali si incidevano i nomi di vivi e defunti da commemorare. Ne abbiamo una prima testimonianza nel De Ecclesiastica Hierarchia (III, 9) dello Pseudo-Dionigi «quando ricorda che, dopo il rito della pace (che avveniva appunto - come tutt'ora avviene in Oriente e nella liturgia ambrosiana - all'inizio della liturgia offertoriale) si faceva menzione di coloro che erano santamente vissuti o che erano giunti alla perfezione della vita cristiana, leggendone i nomi iscritti sulle "sacre tavole"» [1]. 

Nel caso della liturgia patriarcale, i dittici erano letti dal patriarca per commemorare i patriarchi e i più grandi dignitari ecclesiastici con cui era in comunione.
Anticamente i dittici venivano letti nelle liturgie patriarcali in ciascuno dei cinque patriarcati (Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme). Quest'antico ordine stabiliva la taxis ecclesiastica al punto che la Chiesa imperiale era vista come un corpo pentarchico ad analogia con il corpo umano con i suoi cinque sensi.
La lettura dei dittici stabiliva, quindi, la comunione di una Chiesa con tutte le altre e, all'interno di questa comunione, stabiliva la gerarchia delle varie sedi tra loro. Tra queste, Roma aveva la sua importanza, coralmente accordatale.
Con i tristi eventi dei primi anni del secondo millennio, l'Oriente bizantino non commemorò più il papa romano nei dittici.

Il papa di Roma, a sua volta, non ritenne più degno alla sua dignità commemorare dei patriarchi (che ora, per lui, erano almeno scismatici), dal momento che si sentiva come l'unico vertice della Chiesa. Contemporaneamente, non inviò più in Oriente la sua professione di fede ai Patriarchi nel momento in cui veniva eletto (consuetudine che ogni patriarca faceva da tempo immemorabile verso tutti gli altri) e non datò  più i suoi anni di pontificato con gli anni di regno dell'imperatore costantinopolitano.

Tolto il papa di Roma dai dittici, l'Oriente lentamente aggiunse nuovi patriarchi e gli arcivescovi presidenti delle Chiese autocefale.
Oltre a ciò, dalla lettura dei dittici del patriarca costantinopolitano, si nota una particolarità che contribuisce a definirne l'identità: quella d'essere l'etnarca della nazione greca. Per questo i dittici hanno anche una caratteristica spiccatamente etnica con la preghiera per le istituzioni della nazione ellenica, una preoccupazione per compattare il popolo greco e rinsaldargli l'identità, dal momento che, tra i turchi, vive in un contesto sociale a maggioranza non cristiana.

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Nota

[1] David Massimiliano (a cura di), Eburnea Diptycha. I dittici d'avorio tra Antichità e Medioevo, Edipuglia, Bari 2007, p. 308.

  


© Traditio Liturgica

Il testo descritto è recitato in questo video dal 01:55:00


 

lunedì 9 giugno 2014

L'8 per mille...


Ho ricevuto un invito a dare l'8 per mille, giusto ieri sera nella mia e-mail personale. Ho risposto così:  

«Grazie per le sue informazioni, tuttavia non gradisco assolutamente questo genere di inviti. Fintanto che non ricevo un elenco dettagliato di come sono ripartite le spese e di come finiscono i nostri soldi in mano a questi signori, non darò nulla né voglio ricevere alcun invito a dare loro il mio contributo pecuniario. Quanto è riportato nel volantino, che invita a dare il proprio 8 per mille, non è per nulla un elenco con importi di spese*. Parla di parrocchie (so che alcune non esistono da anni, qualcun'altra sembra non sia mai stata creata ma si continuano a riportare in certi documenti ufficiali) e di tante altre attività di cui non sono affatto certo che siano attive. Perché si devono riportare notizie non vere? Non essendoci affatto gli importi, tutto questo si basa sulla fiducia. Che fiducia dare a presentazioni in cui si mescolano cose vere e cose presunte o pompate? Ora è tempo di non dare più fiducia per non rimanere delusi alla radice (la qual cosa ha un impatto pesante pure sulla propria fede). Ecco perché non do nulla. E se si esige chiarezza finanziaria dallo Stato, perché la Chiesa dovrebbe esserne esente? In nome di quali privilegi?
Grazie ancora per la sua comprensione».

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* Un'organizzazione seria, qualsiasi essa sia, ha sempre un bilancio con entrate ed uscite. Se, da un certo punto in poi, riceve delle donazioni o dei versamenti regolari (come l'8 per mille alle Chiese) non può non mostrare queste cifre o il suo bilancio precedente. Nel caso in cui non lo fa potrebbe prendere in giro i suoi fedeli (dai quali riceve i soldi) e potrebbe essere un puro sistema feudale di sfruttamento in cui qualcuno o più di qualcuno intasca a beneficio suo e di eventuali suoi cortigiani. Sarebbe ora di capirlo e di agire conseguentemente).

venerdì 6 giugno 2014

Il mistero della Chiesa


Nel caso in alto, la Chiesa nasce da Dio e torna a Dio; nel caso sotto, 
la chiesa nasce dall'uomo (con una idea di Dio) e va solo all'uomo.
Il primo caso è la Chiesa evangelica, il secondo è l'istituzione puramente umana e secolare.

Se dovessimo chiedere alle persone comuni di formulare una domanda sulla prima e più importante cosa che desiderano dalla Chiesa, sono sicuro che le richieste maggiori saranno di tipo esclusivamente contingente e mondano:

- che sia più aperta e inclusiva;
- che sia più accogliente;
- che sia più solidale con le classi più povere, ecc.

Questo tipo di richieste indicano in modo evidente su quale piano è posta la Chiesa: un piano secolare. Va di suo, che qui non guardiamo alla radice della nostra vita (Dio) ma al nostro bisogno individuale se non egoistico. Altro orizzonte non c'è se non quello puramente umano, giusto o sbagliato che sia.

Tuttavia se l'istituzione della Chiesa obbedisse a questi criteri, non si capisce bene perché la tradizione le attribuisce la nascita il giorno di Pentecoste.
La Pentecoste, infatti, è l'apertura del mondo celeste sul mondo terreno, la comunicazione del secondo con il primo.
Se l'istituzione della Chiesa è legata all'evento della Pentecoste, se ne trae che ad essa è affidata la comunicazione con il mondo celeste e che, nel suo seno, avviene questo stesso evento carismatico.
Il compito della Chiesa non è, dunque, tanto quello di risolvere le contraddizioni e le ingiustizie del mondo (che continuano ad esserci per la libertà con la quale l'uomo agisce), quanto di mantenere una porta aperta per il cielo.

Stando così le cose, alla domanda "cosa desideri dalla Chiesa?", si dovrebbe rispondere: "Che mi metta in contatto con Dio!". Qui guardiamo a quanto "irriga" la radice della nostra vita e ci obbliga ad uscire dal nostro "giardino individuale".

Esiste questa risposta? Forse solo in una ben minima percentuale tra le persone, dal momento che si pensa, in modo implicito, che la Chiesa attorno a noi non sia affatto capace di mettere in contatto i suoi credenti con Dio (ammesso se ne ammetta l'esistenza). C'è chi lo crede davvero e lo dice! Io stesso ne sono convinto, almeno riguardo ad alcuni ambienti ecclesiali che reputo spiritualmente impotenti.
Ecco, allora, che l'evento evangelico della Pentecoste diviene la bella storia di un evento morto e sepolto. 
Lo stesso Spirito santo, è qualcosa di cui non si capisce bene la funzione e l'azione (poichè tutto nasce e finisce nell'umano). Lo Spirito santo diviene un'espressione folcloristico-religiosa e qualche sacerdote arriva pure a definirlo "la coscienza dell'uomo". Non si potrebbe esprimere meglio quest'implosione del divino nel solo umano!


In questo schema si vede chiaramente che ogni azione sul mondo, nell'impostazione cristiana tradizionale, avviene indirettamente. 
E' questo che valuta molto il monachesimo nella vita della Chiesa. 
Tutto il contrario avviene oggi in cui siamo nel secondo esempio con la negazione de facto del monachesimo.


Al contrario, l'evento della Pentecoste è il mistero stesso della Chiesa (poiché è una realtà divina che vive nascosta in lei), la sua identità più profonda che non si fa scalfire dai rivolgimenti della storia poiché è metastorica, pur pulsando nella storia.
Se la Chiesa non nasce e non porta alla Pentecoste non serve alla ragione principale per la quale è stata istituita.
Ma perché questo inizi ad avvenire, è indispensabile non aver rotto la tradizione apostolica stabilita da una retta fede e da una retta prassi cristiana.
Laddove è avvenuta questa rottura, non ci si può aspettare altro che la Chiesa si occupi di affari sociali e mondani o divenga una dispensatrice di consolazioni puramente psicologiche, seppur in nome di Dio. Ultimamente, la Chiesa è divenuta promotrice pure di divertimenti, spettacoli, danze e canzoni...

La maggioranza dei nostri cristiani conosce esattamente questo tipo di Chiesa, una Chiesa oramai totalmente slegata dal suo stesso evento fondativo: la Pentecoste!

Solo in ambiti in cui lo Spirito santo - attore della Pentecoste - è ritenuto il vero motore della Chiesa, è possibile riconoscerlo presente e vivo. Altrove, tutto inizierà e finirà nell'uomo, come in una qualsiasi altra istituzione puramente umana...



domenica 1 giugno 2014

Un relativismo che porta all'agnosticismo


[...] E ad un esame più attento scopriamo che i dogmi sono molto meno stabili di quello che sembri. Norman Tanner, gesuita britannico, analizzando la formula del Credo di Nicea e di Calcedonia, dimostra in un acuto saggio come i primi Concilii ecumenici abbiano speso molto tempo e molta sapienza teologica nel precisare e correggersi. Dunque se lo hanno fatto in quell’epoca, perché non oggi? In pratica le definizioni dogmatiche che consideriamo immutabli non lo erano al tempo in cui furono determinate e per molti decenni sono state riviste e rielaborate.

(Concilium 2/2014, Dall’«anathema sit» al «Chi sono io per giudicare?», Queriniana, pp. 200, euro 15; www.queriniana.it).

Se si dovessero seguire tutte le voci che si sentono senza dubbio simpazzirebbe.
Riporto questestratto da una recensione di un libro pubblicato dalleditrice Queriniana perché ha unopinione corrente e comune nel nostro povero mondo: “I  dogmi sono relativi, poiché già agli inizi si dimostrarono fluttuanti; quindi anche oggi possiamo cambiarli (o relativizzarli). Di fatto molti cristiani se ne sono da tempo sbarazzati come se fossero vecchie scarpe rotte e questo discorso, alla fine, va esattamente in questa direzione anche se chi lo fa, magari, non lo vuole ammettere.

A differenza di unargomentazione grezza che porta al relativismo, cè da dire che nella recensione di questo libro si discetta con una certa raffinatezza intellettuale. Si sottolinea, infatti, che i termini usati nei primi secoli cristiani erano fluttuanti, incerti, a volte intercambiabili e, addirittura, dopo un po uno sostituiva un altro.

Questo è senzaltro vero poiché allora si stava formando un vocabolario teologico e i significati dei termini della cultura filosofica ed ellenistica non si prestavano sempre alluso cristiano.

Quello che, però, pare sfuggire totalmente a questi teologi e filologi è che sin dallepoca apostolica la Chiesa aveva ben chiaro chi fosse Dio e come si fosse manifestato in Gesù Cristo per averne avuto esperienza nei suoi propri membri. La chiarezza e la rocciosa stabilità di questa coscienza non nasceva da un apparato filosofico, da una sapienza di parole (come direbbe san Paolo), ma da un incontro: luomo, attraverso la fede in Cristo, aveva incontrato Dio, lInconoscibile si era reso conoscibile, direi “palpabile. Al Dio sconosciuto dellAreopago i cristiani sapevano dare un nome perché lo avevano incontrato. Si vedano, ad esempio, certi discorsi rivolti allimperatore da santAmbrogio, discorsi che all’uomo attuale potrebbero parere di una sicumera irritante: 
“Ciò che voi [pagani] ignorate, noi lo abbiamo conosciuto dalla voce di Dio. E ciò che voi cercate con le vostre ipotesi (suspiciones), noi lo abbiamo per certo dalla Sapienza di Dio e dalla Verità”[1].
Dietro a ciò cè quello che, in termini fin troppo banalizzati e alcune volte equivoci, definiamo  esperienza nello Spirito [2]. 
Ecco perché lo stesso Ambrogio affermava: 
“Perché [tu, imperatore,] cerchi i Vescovi di Dio, cui hai preferito le richieste sacrileghe dei pagani? Non possiamo avere nulla in comune con l’errore altrui” [3]. Parole assai poco... ecumeniche!

Il nucleo dellesperienza di Dio è passato dagli apostoli alle comunità cristiane e da queste è stato sempre più custodito in particolari comunità di credenti. I monasteri, nati come reazione al rilassamento dei cristiani in un impero che non li perseguitava più e che, anzi, li allettava nel lusso della corte imperiale, conservarono il nucleo di questa esperienza mistica: il Cristianesimo è prima di tutto un incontro con il Dio della vita manifestato in Gesù Cristo, un incontro che è e resta ineffabile, indicibile. Poco importa che siano relativamente pochi ad averlo avuto. Quei pochi fanno la verità del Cristianesimo.

Non a caso i più autorevoli padri della Chiesa, fatte le scuole più alte dellimpero, si ritiravano in monastero o ne passavano un certo tempo.
Lo stesso Gregorio Magno sospirava i tempi in cui poteva vivere in monastero, lontano da mille problemi pastorali che gli assorbivano tutte le energie, proprio perché quello era il luogo dellincontro con lIneffabile, nella preghiera ininterrotta.

Se la Chiesa dei primi secoli ha la chiarissima coscienza di chi è Dio deve immediatamente confrontarsi con alcuni che, capendolo a modo loro, deformano questesperienza mostrando tutta un’altra via. Sono i cosiddetti eretici. I dogmi, allora, non nascono tanto dallesigenza di affermare con parole umane chi è Dio (cosa in realtà impossibile e legata alla pura indicibile esperienza) ma dallesigenza di dire chi Dio non è

Nel momento in cui si stabiliscono delle affermazioni simboliche per porre dei paletti entro i quali orientare il proprio spirito, ci simbatte nelle difficoltà della lingua e della cultura di allora.

Sinizia, dunque, ad usare timidamente certi termini, li si sostituisce con altri, si dona nuovo significato a parole che, nellellenismo, volevano significare altro, ecc.
Questa fluttuazione di linguaggio non significava che i dogmi (o meglio i “paletti per orientare il proprio spirito) non fossero chiari. Non significava che Cristo nellesperienza dei cristiani non fosse Dio, non fosse la porta per il Padre,  ecc. Queste ultime cose erano gelosamente custodite ed erano chiare come il sole!

La fluttazione terminologica significava, invece, che i termini utilizzati mostravano sempre qualche evidente limite.
Tuttavia ci si rendeva conto che era necessario stabilire delle convenzioni perché il Cristianesimo da via verso Dio (come lo era stato nellesperienza dei più ferventi fino ad allora) non si trasformasse in una semplice filosofia umana. 

Riassumendo: la chiarezza dellesperienza precede il tentativo, a volte a tentoni, di stabilire dei “paletti o dei dogmi. Una volta che questi si stabiliscono universalmente (con i concili ecumenici) si tengono come punto di non ritorno, come affermazioni simboliche per stabilire la differenza tra lortodossia della fede dalleterodossia che porterebbe ad un cammino spirituale fuorviato [4].

Detto ciò, oggi, si ha chiaro che il Cristianesimo è un cammino e che Cristo è una porta verso Dio? Nella maggioranza dei casi, no! Viviamo in pieno relativismo incoraggiato, talora, pure dagli stessi papi recenti.
Oggi, in molti ambienti occidentali, il Cristianesimo è un discorso su Dio con unistanza puramente etica da seguire. Lorizzonte è sempre più puramente umano. Anzi, ormai è esclusivamente umano!
In un contesto vuoto di “esperienza nello Spirito", cambiare il linguaggio dei dogmi significherebbe senza dubbio alterarne il linguaggio simbolico chiudendo il Cielo, buttando la chiave e impedendo a se stessi e ad altri di accedere al Cielo stesso [5].

Per giunta in questa nostra atmosfera relativistica è logico aspettarsi che i dogmi siano addirittura dichiarati insensati. E, in una realtà “vuota di Spirito, lo sono per davvero!

Quello che oggi manca, a differenza della Chiesa nei primi secoli, è la matura coscienza daver incontrato Dio nella fede in Gesù Cristo, daverne in qualche modo patita la presenza, come dicono gli esicasti bizantini. 
Daltronde, gli stessi santi occidentali sono raramente dei mistici e prevalentemente dei puri uomini etici.
Tutto diventa, allora, questione di semplici parole, di semplici concetti. Di qui la paura più o meno incoscia che la scienza smentisca il Cristianesimo!

Così, senza un profondo incontro, si disquisisce dellaria fritta e nulla ha più senso: il relativismo vuoto di esperienza cristiana porta allagnosticismo bello e buono!

A questo punto, pure la liturgia (della quale questo blog si occupa) diviene pura celebrazione umana tra uomini e per gli uomini con qualche istanza etica in nome di Dio. Lo vediamo nella pratica, infatti...

La Chiesa in occidente continua velocemente la sua corsa verso il basso senza che alcuno la freni e queste pubblicazioni mostrano in modo drammaticamente chiaro il vuoto di esperienza nello Spirito che pare precederle. Tutto pare essere un puro discorso, una filosofia...

A differenza di ciò, i santi antichi sapevano bene quello che facevano. Essi dicevano: Noi non lottiamo per delle parole (poiché una parola può essere combattuta da unaltra) ma per una questione di vita o di morte. Il Cristianesimo è, infatti, vita in Dio e morte in chi non lo accetta
I dogmi hanno questo background cosa, oggi, quasi completamente persa. 
Non fanno che affastellarsi fatti su fatti a riprova di tutto ciò...

Un appunto dell'ultimo momento

Inserisco, quale documentazione, questo scritto che rivela in modo eloquente la coscienza dogmatica di una certa parte del mondo occidentale. Come si nota, qui esiste, di fatto, la costruzione di un "nuovo cristianesimo" con basi ben differenti da quelle tradizionali.

NON TUTTI I CRISTIANI CREDONO NELLE DUE NATURE DI GESU'

Credo che il dialogo ebraico- cristiano- islamico, nel quale il papa si è mosso con tanto impegno, abbia  un nodo fondamentale da sciogliere. Si tratta di rifare i conti con i Concili di Nicea e di Calcedonia che, nel loro linguaggio filosofico-ellenistico, vanno riletti e reinterpretati alla luce delle Scritture.
Un immenso e documentatissimo lavoro storico ed ermeneutico ci permette in tutta tranquillità di negare le due nature in Gesù.  La dottrina delle due nature, nel linguaggio dei Concili, non poteva essere altro che la dichiarazione di fede per cui i cristiani non separavano Gesù da Dio, nel senso che egli era il "tramite" e il testimone della presenza e della "rivelazione" di Dio.
Leggere oggi come ontologico questo linguaggio, significa prescindere totalmente dal Gesù storico e dal messaggio del Secondo Testamento. La divinizzazione di Gesù, come fatto ontologico, non appartiene necessariamente alla fede cristiana (Barbaglio, Ortensio da Spinetoli, Schillebeeckx, Kung, Salas, Spong, Lenaers, Adriana Destro, Mauro Pesce, Tamayo,Elizabeth Johnson, M. Fox, Haigth, Boimard, Vigil, Gounelle......), ma ad una sua interpretazione filosofica, letteraria contingente [6]. Oggi possiamo liberamente e responsabilmente sentirci cristiani sapendo che la nostra fede non è vincolata a formule che potevano avere un senso dentro una stagione culturale datata. Non è amore alla tradizione, ma becero tradizionalismo ripetere delle formule ignorando la inevitabile mutazione dei linguaggi. La nostra fede deve sempre reinventare il modo con cui dirsi [7].

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Note

[1] AMBROGIO DI MILANO, Lettera 73, 8 in Lettere 70-77, a cura di G. Banterle, Milano - Roma 1988, p. 67

[2] ID., Lettera 72, 14 in Lettere 70-77, a cura di G. Banterle, Milano - Roma 1988, p. 47.

[3] La definizione di "esperienza nello Spirito" è stata ampiamente sfruttata e abusata da parte di alcuni settori cristiani sia nel mondo protestante che in quello cattolico. Spesso è presentata come qualcosa di puramente psicologico, nevrotico, sentimentale, dunque assolutamente umano. Anche questo è il segno palese di un incredibile allontanamento dalla prassi e dalla prudenza della Chiesa antica. In realtà l' "esperienza nello Spirito" evangelica è qualcosa che rimane nel dominio dell'ineffabile, per quanto possa essere esperito.

[4] Nella coscienza della Chiesa antica non esiste alcuna distinzione tra dogma e spiritualità, poiché il primo è ordinato per la seconda: "Per noi e per la nostra salvezza...", recita il Credo, aggiungendo tutta una serie di punti fermi da credersi. Purtroppo oggi, negli scaffali "spiritualità" delle librerie religiose i due campi paiono ampiamente dissociati (e lo sono pure nell'insegnamento). Questo da adito ad un certo individualismo "fai da te" oltre che ad un consolidato relativismo: tutte le vie spirituali sono considerate equivalenti tra loro.
Un religioso cattolico, un giorno, si recò nell'Athos e voleva parlare di spiritualità. Il monaco ortodosso iniziò col parlargli di dogmi con meraviglia e un certo indispettimento del primo. Come si vede nel monaco ortodosso è ancora intatta la coscienza della Chiesa antica.

[5] Chi presume di poter cambiare il linguaggio dei  dogmi lo può pensare proprio perché mosso da un individualismo di stampo moderno. Anticamente nessuno poteva pensarlo e questo è dimostrato pure dal dialogo avuto da papa Leone III con i presuntuosi teologi di Carlo Magno. Il dogma è cosa che riguarda tutta la Chiesa, non una sola persona, e quindi dev'essere discusso da tutta la Chiesa. Neppure un papa, affermava Leone III, può inserire, togliere o modificare qualsiasi cosa dal dogma della Chiesa. 
Relativismo e individualismo selvaggio oramai la fanno da padroni nel Cristianesimo di casa nostra. È, appunto, un Cristianesimo "vuoto di esperienza nello Spirito" e totalmente pieno di presunzione umana!

[6] Questa frase riduce quella che è l'esperienza spirituale di Cristo, quale "porta al Padre", ma pure quale Dio in sé, ad una sorta di "filosofia contingente". Questa conclusione può discendere o da una totale ignoranza o da una lettura degli scritti ascetici e patristici con occhiali unicamente razionalistici. Era questo quello che avrebbe inteso sant'Atanasio di Alessandria? Non credo proprio! 
Il destino di questi pensatori è unicamente quello di svuotare definitivamente il Cristianesimo della sua peculiarità. A questo punto, se va bene, Cristo diviene un semplice "profeta", esattamente come si predica nell'Islam.
C'è da dire che questi autori hanno il coraggio di dire quello che pensano e vivono ma la maggioranza, priva di tale coraggio, di fatto non si allontana molto da queste conclusioni. L'arianesimo ha sempre tormentato l'Occidente cristiano proprio perché i suoi presupposti fin troppo umanistici lo permettono.

[7] Cfr. http://donfrancobarbero.blogspot.it/2014/05/non-tutti-i-cristiani-credono-nelle-due.html