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domenica 26 gennaio 2014

Ancora uno scritto sulle preghiere sacerdotali fatte in silenzio


Qualche post fa si può trovare su questo blog la questione delle preci fatte in silenzio. Ma, ho notato, non ho trattato solo io questo argomento. In un altro blog un sacerdote ne ha fatto un ottimo commento che riporto, per quanto tendenzialmente non ami fare copia/incolla di cose che si trovano già altrove. 


Ecco il testo da integrare senz'altro con quanto già da me detto (vedi link). 


 "Noi ordiniamo a tutti i Vescovi e ai sacerdoti di non più fare in silenzio, ma in modo da essere uditi dal popolo fedele, la divina oblazione, così come la preghiera che accompagna il battesimo: lo spirito degli uditori ne potrà ricavare una maggior devozione, un nuovo ardore per lodare e benedire Dio.  Questo è l'insegnamento del divino Apostolo, nella sua prima lettera ai Corinti".

 No, non è il Vaticano II - che non ha prescritto di recitare il canone diversamente da come si e fatto per secoli e secoli - (anche il canone a voce alta è una delle tante cose che si attribuiscono spesso al Concilio e che il Concilio non ha mai detto, al pari dell'abolizione del latino, della celebrazione cosiddetta verso il popolo, della S. Comunione in mano e non in ginocchio, delle chitarre, della creatività liturgica etc.).  

Il testo suddetto è uno stralcio di un decreto dell'imperatore Giustiniano, il quale, inascoltato in vita, sembra essersi ripreso la rivincita 1400 anni dopo la sua morte (cit. in L. Thomassin, Traité de l'Office divin dans ses rapports avec l'oraison mentale, 1688; abbiamo consultato l'edizione del 1894, a c. dei benedettini di Ligugé: il testo citato è a p. 105-106).  

Questo decreto conferma l'antica prassi, così ben descritta nelle Costituzioni apostoliche, secondo la quale al momento in cui "il sacrifico comincia… i fedeli pregano nel segreto del loro cuore; poi, quando la preghiera è terminata, sono ammessi alla partecipazione al Corpo e al Sangue del Signore".

Del resto, Giustiniano non ha argomenti o esempi di prassi precedente su cui appoggiarsi: egli cita, fuori luogo, San Paolo, precisamente 1 Cor 14; in questo passo l'Apostolo mette in guardia uomini di parlare ad altri uomini in modo loro incomprensibile, ma non si tratta qui delle preghiera eucaristica, bensì di fraterna esortazione vicendevole o parola carismatica. 

Il grande teologo oratoriano francese Luis Thomassin (1619-1695) così spiega: "Se un uomo non deve esortare un fratello in modo incomprensibile, Dio infinito e ineffabile ha bene il diritto e la gioia di donarci, nel più augusto dei sacramenti, delle cose superiori alla nostra intelligenza, a cui dobbiamo prestare particolare ossequio" (Traité de l'Office divin, p. 106).  Lo stesso Thomassin nota che Giustiniano non aveva altri argomenti se non quello debolissimo di 1 Cor: se avesse avuto una pezza di appoggio nella prassi di qualche importante chiesa, la avrebbe senz'altro usata. Ma che cosa ha spinto i santi Padri a non seguire il decreto di Giustiniano? Perché contravvennero platealmente il decreto del potente imperatore?  Qual era la loro forma mentis?  Quali i loro argomenti? 

I motivi erano sostanzialmente due: da una parte l'idea della preghiera come azione divina nell'uomo, piuttosto che azione umana; vedremo in seguito come non era ancora avvenuta la frattura - tutta moderna - tra liturgia e orazione mentale. 

Dall'altra, la consapevolezza della sublimità del mistero che si attua nel Sacrificio Eucaristico. 

Vediamo ora il primo punto, e partiamo dall'invito rivolto ai fedeli dal celebrante all'inizio della preghiera eucaristica: sursum corda, in alto i cuori.  Qui non si tratta dei cuori intesi come sede del sentimento, bensì della mens, ovvero della parte alta o fondo dell'anima.  
La partecipazione alla liturgia non può essere disgiunta dall'orazione mentale, da quello stato in cui si trova l'anima che vuol essere obbediente al comandamento del Signore secondo il quale è necessario pregare sempre. Così afferma s. Clemente Alessandrino: "Sia che si trovi in cammino, sia che parli, sia che lavori secondo le luci e le norme della legge eterna, [il giusto] prega continuamente. Giacché il santuario più abituale della sua orazione è il fondo del suo cuore, dove custodisce i gemiti e i desideri che s'innalzano fino al trono del Padre celeste" (Stromata, VII, MG IX, 470, cit. in Traité de l'Office divin, p. 16-17). E San Basilio chiedendosi come sia possibile, stando al versetto semper laus eius in ore meo (Ps 33,2), che la nostra bocca faccia sempre risuonare la lode del Signore, afferma che noi abbiamo una sorta di bocca interiore e spirituale attraverso la quale possiamo assimilare la parola divina, la verità e il Verbo stesso: è questa la bocca che Dio ci ordina di tenere sempre aperta, per ricevere il cibo incorruttibile della verità eterna. L'impressione che la verità e la carità di Dio hanno compiuto nei nostri cuori sussiste stabilmente nella nostra anima, e ne costituisce veramente una santissima preghiera (In Ps. XXXIII, MG XXIX, 354, cit. in Traité de l'Office divin, p. 18) . 

Questa preghiera, secondo S. Agostino, non è altro che lo Spirito Santo, Carità che prega in noi, che abita nei nostri cuori, da dove fa salire verso il cielo un'orazione ininterrotta (In Ep. Joann., tract. VI, ML XXXV, 2024, cit. in Traité de l'Office divin, p. 24) La predicazione e la salmodia hanno il compito di risvegliare questa preghiera muta, ma il cui silenzio permette che si realizzi nella sua profonda e massima attività, in quanto attività divina in noi. Allora cosa significa sursum corda?  

Che la vostra anima ora si inabissi nel mistero, che sia la bocca spirituale che si nutre delle grazie del Sacrificio e che non lasci fuoriuscire parole umane, ma solo l'inesprimibile gemito dello Spirito Santo, Carità increata diffusa nei nostri cuori.  Che non ci sia parola umana frammezzo alla Grazia del mistero che discende da Dio e che a Lui risale dai nostri cuori…  Hai dilatato il mio cuore - dice il Salmo 118,32 -, perché l'orecchio di carne non può intendere (occhio non vide e orecchio non udì) il mistero che si celebra, e qualunque suono entri, in questo momento, nell'orecchio naturale, toglierebbe spazio al nutrimento celeste.  Non è forse questo l'orecchio che il Signore ci ha aperto toccando quello del sordomuto? E non è forse la lingua del cuore - ovvero la possibilità al nostro cuore di essere la lingua dei gemiti inesprimibili dello Spirito Santo -, quella che Gesù ci ha sciolto, intimando effatá alla vecchia lingua annodata dal peccato originale? E non si dica che il popolo non capisce! Proprio perché si capisce quel poco che si può capire della sublimità del mistero, ci si rifiuta di ingabbiarlo o di ridurlo a mera comprensione discorsiva; la ragione non è però affatto esclusa quando comprende che deve fermarsi e cedere il passo a una conoscenza intuitiva, sempre razionale, ma più simile quella degli angeli e dei beati in Paradiso.  

Amare conclusioni. 

1) Mai come in questo caso è vera quella battuta che dice che mentre Gesù ha fatto il discorso della montagna, i preti fanno una montagna di discorsi; e passino tutti i consigli pastorali, presbiterali, vicariali, inter-qui, inter-là, inter-su e inter-giù.  Anche se talvolta è tempo rubato all'Adorazione Eucaristica, almeno il popolo di Dio non è defraudato della possibilità di ascoltare quel Dio che parla non in commotione, ma nel silenzio: si tratta infatti di riunione di addetti ai lavori e operatori pastorali, che se la raccontano tra di loro, mentre fuori dalla sala delle riunioni il mondo va a rotoli. Invece, le tante monizioni abusive e la recita ad alta voce delle poche preghiere che dovrebbero essere recitate in silenzio anche nella nuova Messa, uniti al canone a voce alta, mostrano la frattura post-conciliare tra liturgia e orazione mentale, la riduzione razionalista e giansenista della liturgia.  

2) Una delle parole d'ordine del post-concilio è ressourcement, termine a ragione usato da De Lubac e dal pur discutibile movimento della Nouvelle Théologie: in sé il termine è giustissimo se inteso come necessità della sacra doctrina di ritornare incessantemente alle fonti, pena scadere in una teologia razionalisteggiante.  Ma, in pratica a quale ressourcement abbiamo assistito?  Che l'esegesi mette dubbi sulla storicità di Gesù Cristo (monumentale la fatica di Benedetto XVI - vero Davide contro Golia, fionda contro le atomiche dell'intellighenzia - scarsa - accademica dominante: con quei suoi tre preziosi volumetti su Gesù ha dettato le linee per i veri esegeti del futuro), e che - per quanto riguarda i Padri -, questi vengono ignorati e declassati a uomini del loro tempo quando sono in contrasto con l'ideologia dominante neomodernista. Fanno comodo solo quando una qualche loro frase fuori contesto può essere usata contro la Tradizione.  

3) È cambiata la liturgia, perché è cambiata la teologia della preghiera: non si prega più come prima non solo perché sono state anacquate e rimodernate tante preghiere dell'antico messale (nel nuovo benedizionale non si nomina una volta sola il demonio, e l'acqua benedetta è solo un ricordo del battesimo: anacquata in tutti i sensi), ma perché si è ridotta la preghiera a prodotto dell'uomo a lui comprensibile.  Ed è cambiata la teologia della preghiera perché è cambiata la teologia della grazia.  Ma questo è un argomento che richiede ben altri approfondimenti, che spero altri più competenti di me possano fare, pur proponendomi di fare la mia modesta parte nei prossimi mesi.

don Alfredo Maria Morselli

Fonte: 
http://blog.messainlatino.it/2014/01/il-divino-eloquentissimo-silenzio-del.html

mercoledì 22 gennaio 2014

La Chiesa "del futuro"

Internet è lo specchio della società nel male e nel bene. Come nella società ci si lamenta per molte cose che non funzionano, così succede su internet. 

Riguardo la Chiesa si scrive di tutto, cose vere, altre meno vere, altre ancora totalmente false. Davanti alle situazioni patologiche di Chiesa ognuno offre delle alternative: c'è chi se ne frega completamente, chi auspica un ritorno alla tradizione, intendendolo tradizionalisticamente, chi desidera una Chiesa ancor più "aperta e giovane" (ossia secolarizzata).

Personalmente sono convinto che è necessario muoversi su due piani: a) dirigersi in strutture ecclesiali semplici, più semplici possibili; b) rinnovarsi seguendo direttrici tradizionali ma senza dimenticare che viviamo nel nostro tempo.

Questi due punti, a mio avviso, possono fare la "Chiesa del futuro". Il resto mi sembra destinato a decadere inevitabilmente.
Esamino in dettaglio questi due piani di scelta.

a) Penso sia necessario innestarsi o fare riferimento a strutture semplici. Quando penso ad esse ho in mente, ad esempio, un piccolo monastero con pochi monaci e una fraternità di pochi laici che lo supporta. Le grandi realtà, oramai, sono tutte più o meno contaminate da uno spirito che non è affatto quello ecclesiale autentico. Personalmente mi sono dato l'impegno di non perdere tempo a denunciare o "combattere" vescovi, preti o realtà similari (lo dovrebbe fare, semmai, un santo e io non lo sono affatto!). 

In questo blog si parla di liturgia, assai raramente di questo o quel "prete" o "vescovo" che sbagliano. Infatti, se si deve portare rispetto per l'episcopato e il sacerdozio, non ci si può illudere che, da questi erranti, si possa ottenere qualcosa, magari combattendoli con acredine. Spesso non solo non si ottiene nulla ma si ha pure una recrudescenza degli errori. 

Lungi dal capire questo, su internet molti si scandalizzano e occupano gran parte del loro tempo a scrivere e a rispondersi su cosa fa questo o quel prete, questo o quel vescovo. Sembra una coazione a ripetere che brucia quel poco ossigeno che ancora rimane. Invece di vedere la cosa per quel che è (patologica!) ci sono blog che attirano fiumi di pettegoli, come se fossero donne al mercato, un atteggiamento che i padri della Chiesa criticherebbero con molta severità! Laddove c'è gente che "mena i pugni" c'è sempre un capannello di curiosi e di tifosi. Ma è questo lo spirito della Chiesa?

Le grandi realtà anche nei tempi "migliori" sono sempre state esposte, più di chiunque altro, alle tentazioni del secolo. Oggi lo sono immensamente di più e non c'è ambito che si salvi al punto che attualmente è messa a repentaglio la sostanza stessa del Cristianesimo.

D'altronde, come possono esserci vescovi cattolici corrotti vi sono pure vescovi ortodossi corrotti. La "ruggine dei tempi" invade proprio ogni ambito. 
Al contrario, in una piccola realtà la situazione si può controllare meglio. Ad esempio, in un piccolo monastero un priore sensato penserà 10 volte prima di fare entrare un monaco o ordinarlo prete. Questo, soprattutto se costui è psicoproblematico, vanitoso, se semina zizzania ed è un animo inquieto, ozioso e pettegolo.  Infatti, un monaco del genere dividerà la comunità e tenderà a distruggerla. 

Viceversa, in una diocesi (cattolica o ortodossa è lo stesso, da questo punto di vista), un vescovo non vive in comunità con i suoi preti, non ne deve sopportare direttamente le originalità. Non di rado  cercherà di non pagare mai per gli errori del suo clero e farà, se può, da "scaricabarile".

Qui la tendenza è contraria. Si tende ad ordinare chiunque perché si ragiona con una mentalità freddamente istituzionale: ho un "buco" vuoto - una parrocchia senza prete - e devo riempirlo con un "tappo", uno che ordino al sacerdozio; qualsiasi "tappo" è buono basta che funzioni per un po'. 
Non c'è attenzione alle reazioni che, prima o poi, si genereranno. Ho visto fin troppe volte, e in molti ambienti clericali, questo cieco "opportunismo" che non ha la minima lungimiranza ed è tremendamente dannoso per la Chiesa. Il prodotto sono certi presbitèri composti da un'accolita di gente in cui spiccano elementi molto "originali" (*) ...

Davanti a queste situazioni, l'unica cosa che il cristiano può fare è quella di non "confidare nei potenti nei quali non c'è salvezza", come recita il salmo 146, non mescolarsi con loro, ricordarli nella preghiera e costruire un mondo più pulito nel proprio piccolo.

b) Ma per fare questo è necessario lavorare "a fondo". Di qui il recupero di tutti gli strumenti necessari per "lavorare bene" nel campo cristiano. Il recupero della tradizione (intesa come ho descritto nei post precedenti) è indispensabile. Questo da la possibilità di essere saldamente ancorati. Una retta conoscenza della sapienza biblica, mediata dalla lettura sapienziale dei padri, una nutriente pratica della liturgia (nelle sue espressioni tradizionali), sono quanto di meglio si possa avere. Inutile dire che esattamente questo è il lavoro che si fa - per vocazione - nelle strutture monastiche (in quelle che funzionano davvero, non nei pensionati per nullafacenti mantenuti!).

Il mondo clericale non si deve disprezzare ma storicamente ha spesso generato (soprattutto in Occidente) ogni genere di malanno mettendo in serio repentaglio la salute stessa della Chiesa (**). Un genere molto simile di danni si stanno iniziando ad osservare ora anche in Oriente (***).

Appoggiarsi nuovamente a realtà puramente clericali mi sembra l'errore di fondo di un certo tradizionalismo che non riesce a leggere obbiettivamente alcuni fatti storici e da per scontato troppe cose. Appoggiarsi a quelli che si pensano essere "i grandi" (o indugiare a parlare sempre su di loro) è anche l'atteggiamento di quei pochi che, approfittando del Cristianesimo, sono animati da manìe di grandezza...

Personalmente credo che la "Chiesa del futuro" - per poter reggere al gelido clima secolaristico - non può che avere una mentalità monastica, realizzata in  piccoli centri di tipo familiare. Mentre i clericalisti cercano i centri di potere, i monaci (veri) vi fuggono e in questo fuggire si concretizza la vera edificazione cristiana.

I potenti continueranno la loro opera di svuotamento di senso ma, alla fine, rimarranno soli. 
E quando un potente è solo e non seguito da alcuno a chi parlerà?
Tuttavia, questo avverrà solo se la gran massa dei laici capirà che è meglio volgersi alla costruzione di cose positive, non perdere tempo continuando a parlare in modo sempre più nevrotico di quello che "i potenti" non fanno. E i laici che fanno? Chiacchierano?

Nella costruzione ci si chiarifica lo spirito. Nel continuo dibattito lo si annerisce. Purtroppo, quanti siti e blog "supercristiani" diffondono spessa caligine nera su internet! 

"Tu quando vedi un sacco della spazzatura che fai? - chiedeva un monaco atonita ad un laico - lo apri e semini in giro la spazzatura per riempirti di puzza pure tu o, piuttosto, lo chiudi meglio e lo metti nel contenitore apposito?".

Ognuno di noi che fa?

_____________

(*) Voi capite bene che, finatanto che sono uno o due su 30, la cosa è ancora gestibile. Quando iniziano a divenire 20-25 su trenta è il caos totale! 

(**) Il riformatore Martin Lutero riporta un detto che già allora circolava ampiamente: "A Roma si fa la fede, altrove vi si crede!".

(***) In una lettera enciclica del patriarca di Costantinopoli, nella seconda metà del XIX secolo, si ricordava che "il popolo è il custode della tradizione". Mi sono sempre chiesto perché il popolo nella sua interezza e non semplicemente il clero. Questo passo è estremamente profetico nel momento attuale in cui, in Occidente, gran parte del clero ha perso il concetto di tradizione. Purtroppo qui il popolo non è più in grado di custodire una tradizione che non conosce affatto bene e che, addirittura, disprezza con idee preconcette che buona parte dello stesso clero ha in loro infuso.

giovedì 16 gennaio 2014

Un detto più attuale che mai!




“È necessario che il discorso sulla fede non sia concesso a tutti e in ogni momento, ma soltanto ad alcuni e in momenti determinati: intendo riferirmi a quelli che non sono completamente negligenti e lenti di intelletto, o a quelli che non sono eccessivamente insaziabili, ambiziosi e infervorati più del dovuto in favore della devozione. […] Solo quelli moderati nella discussione, poiché sono veramente ornati e saggi, devono avere libertà di parlare. La folla, invece, deve essere allontanata da questa strada, e dalla loquacità che oggi dilaga come una malattia”.

Gregorio di Nazianzo, 
Orazione XXXII, 16. 

Una preghiera sempre meno personale...

Inizio questo post in modo un poco singolare. Qualche ora fa è apparso alla mia mente un interessante parallelo tra due idee che desidero condividere. 

L'immagine con cui si apre questo post è una cabina telefonica. Vedendola forse diamo per scontato  alcune cose che, viceversa, sono importanti: una cabina è fatta per custodire il dialogo di una persona con un'altra, oltre che, ovviamente, per non disturbarla dai rumori esterni. 

Questo bisogno di custodia era tipico di un mondo che, ahimé, ci lasciamo sempre più alle spalle, un mondo in cui era socialmente radicata un'acquisizione che ritengo tutt'ora valida.
Quest'acquisizione è formata da due aspetti: 

1) in una persona c'è un profilo pubblico (quello che può condividere con tutti o con la maggioranza delle persone);

2) c'è pure un profilo personale (quello che condivide solo con pochi, se non con pochissimi o con solo se stesso).
L'immagine esterna della cabina telefonica impone immediatamente il secondo aspetto: chi è esterno ad essa è escluso dalla condivisione di alcuni messaggi.

Con la rapidissima diffusione del telefono cellulare è avvenuta una piccola "rivoluzione" sociale: la netta divisione tra profilo personale e pubblico è saltata nella maggioranza dei casi. Ben pochi sono coloro che usano il cellulare telefonando a bassa voce! In questo modo, i messaggi personali (o personalissimi!) vengono resi noti a tutti, che lo si voglia o meno.

Questo crollo del diaframma tra profilo personale e pubblico lo si è notato molto tempo prima anche nella moda, laddove parti quasi intime del corpo umano erano messe a nudo, sotto gli occhi di tutti.

Pare che la società sia pian piano trascinata in una direzione dove, quant'è personale, non può più rimanere isolato. La cosa addirittura "piace" agli svaporati perché accarezza il loro narcisismo. Essi non si accorgono dell'ultima logica conseguenza di questo: l'abolizione totale di uno spazio individuale custodito. Infatti, si parla sempre più di violazione di dati personali e quanto si scrive su internet può benissimo essere monitorato da centri a noi ignoti, non solo per indagini pubblicitarie...

Considerando cosa avviene nella Chiesa, trovo un parallelo curioso con questo fenomeno ma anche un'altra cosa: sembra che in essa questo processo di "demolizione" del profilo personale sia avvenuto addiritura prima rispetto alla società, come se in essa alcuni responsabili collaborassero con chi ha interesse a cambiare determinati consolidati costumi sociali per un più efficace controllo dei singoli.

Un esempio lampante. La riforma della messa nel mondo cattolico ha praticamente abolito le preghiere "segrete", quelle preghiere, cioè, che venivano recitate dal sacerdote  quasi in silenzio. 


Viceversa nella messa tradizionale esistono due chiarissimi piani: 

  1. il dialogo del sacerdote con i fedeli e con Dio (preghiere ad alta voce). Corrisponde pressapoco al "profilo pubblico" sopra descritto ed è la preghiera condivisa; 
  2. il dialogo del solo sacerdote con Dio (preghiere a bassa voce). Corrisponde pressapoco al "profilo personale" ed è la  preghiera personale.

Questo secondo piano, poi, sembra addirittura seguire meglio la raccomandazione di Cristo nel modo in cui si deve autenticamente pregare.
Questa divisione non è propria alla sola antica messa cattolica ma ad ogni liturgia tradizionale: si pensi alle preci sacerdotali del lucernario nel vespro bizantino, recitate pure queste sottovoce mentre il cantore recita il salmo 103.

Nel mondo cattolico, con l'abolizione delle preci "segrete", tutto è stato livellato ad un solo livello: quello pubblico, come se fosse indispensabile essere sentiti da tutti in ogni momento, come se la preghiera rivolta in primis verso Dio debba essere intesa da tutti per poter salire a Lui ed essere efficace. Con tutta la prudenza del caso, noto in queste abolizioni una rabbrividente superficialità se non altro perché aprono sempre più il campo al bisogno di apparire (che è in sé un atteggiamento mondanissimo), alla pura fenomenologia che può bellamente dimenticare l'essenza spirituale.

Vi scorgo pure quanto sta avvenendo oggi in altri campi della nostra società.

Se vi si pensa attentamente, non è un caso che un movimento di tipo settario del mondo Cattolico pratichi le confessioni "pubbliche" dove un singolo, davanti a tutti, deve sciorinare le sue colpe individuali, anche pesanti. E non è neppure un caso che i responsabili del cattolicesimo non facciano nulla per correggere questa situazione.
Certo al di fuori di quelle cerchie molti ancora non hanno questa prassi ma l'esempio del movimento indica senz'altro una tendenza significativa, soprattutto in considerazione di quanto esposto.

Infatti anche qui si vede la medesima situazione: la cancellazione di uno spazio individuale, in cui si può esercitare la peculiarità espressiva del singolo.

Temo che pure con questi fenomeni, di cui forse inconsapevolmente si sono fatti alfieri e precursori alcuni riformatori cattolici, l'intera società stia lentamente scivolando in un'ulteriore massificazione e omologazione.

Noto, infine, che tutto ciò è divenuto una moda per cui anche in liturgie tradizionali (come quelle del mondo ortodosso) le preghiere da dirsi silenziosamente oramai si fanno sempre più ad alta voce perché i fedeli le intendano.
Evidentemente chi un tempo ha stabilito che certe preghiere sono da eseguirsi silenziosamente non aveva il bisogno attuale di chi, facendosi udire anche quando non dovrebbe, colpisce gli astanti. 

Un tempo era chiaro che si avrebbe dovuto "colpire" solo Dio per essere da Lui esauditi. Oggi è sempre meno chiara la raccomandazione di Cristo: "Cercate prima il regno di Dio e tutto il resto vi sarà dato in conseguenza". Così questo e altro contribuiscono ad abbassare la qualità generale. Conseguentemente, molti ambienti di  Chiesa non si propongono più come un solido appoggio davanti ad un mondo che cambia e, forse inconsapevolmente, ne accellerano la mutazione...


P. S. Importante precisazione.

Vorrei precisare che nella liturgia tradizionale si mantiene un perfetto equilibrio tra la dimensione sociale della preghiera e quella personale. 

Infatti, la persona compone, sì, la Chiesa in quanto membro di un corpo, ma non viene meno nella sua personale individualità! Anche per questo si sottolinea la differenza tra la persona del sacerdote e quella di tutti gli altri con preghiere che costui recita a bassa voce: nella sua persona egli è mediatore-sacerdote tra il popolo e Dio.

Gli altri non lo sono come lui e, infatti, logicamente non dovrebbero sentire alcune sue preghiere, non dovrebbero condividere alcuni suoi spazi (che dire delle "singolari" realtà in cui in una chiesa non esiste più il presbiterio e i laici leggono il vangelo quand'anche non "concelebrino"?).



L'abolizione del piano personale (abolendo le preghiere silenziose) e l'appiattimento nella sola dimensione pubblica. inclina inevitabilmente ad una confusione del rapporto tra persona e comunità. Allora la persona o diviene elemento impersonale della comunità (realtà ideologico-settaria) o, come in certe realtà protestanti, fa Chiesa e comunità per se stesso (realtà individualistica). Socialmente questi atteggiamenti si traducono o in un "comunismo radicale" alla Pol Pot o in un individualismo sfrenato e senza veri rapporti col prossimo.

Se non ci sono più preghiere silenziose del sacerdote, è inevitabile che vi siano luoghi in cui alcuni fedeli recitano pure le "parti" del prete. È chiarissimo, qui, che le funzioni si sono confuse! Il ruolo personale si confonde fino all'indistinzione con il ruolo altrui.


Contro tale fatto è inutile invocare discorsi teorici in cui si pensa che nulla sia cambiato! È inutile prendere in giro se stessi se la teoria va in una direzione e la pratica in tutta un'altra.


Vedete: qui non è celato un semplice attentato all'identità sacerdotale. Qui a monte c'è prima di tutto la confusione tra quanto distingue la persona (ossia i suoi elementi propri e non condivisibili) e quanto si condivide nella comunità (ossia gli elementi che il singolo mette in comune).


In altre parole, sembra che nella mens di alcuni riformatori liturgici che hanno ideato certe innovazioni, esista un concetto poco realistico di uomo ma, in compenso, molto ideologico!




domenica 12 gennaio 2014

L'occhio dell'anima

Stasera passando a piedi attraverso un quartiere residenziale urbano ammiravo le tante finestre accese dai palazzi. Uno "spettacolo" che non si può osservare la sera nei palazzi veneziani, ridotti ad essere sedi di mostre o uffici: oramai la vita familiare non riscalda più quei palazzi già da qualche secolo!

Siccome non ero solo, ho chiesto a chi mi stava vicino: "Che differenza c'è tra un palazzo illuminato come questi e un palazzo ugualmente illuminato ma senza anima viva al suo interno?".

La domanda non era oziosa: quello che i sensi percepiscono non è detto che corrisponda automaticamente a quello che pensiamo (luce di una casa = casa abitata). Si noti che, essendo inverno ed essendo tutte le finestre chiuse, non si percepiva alcun rumore da quegli appartamenti. Non si notava neppure qualche figura muoversi all'interno. Per questo ho posto tale domanda.

Qui, però, entra in gioco un'altra componente, la più affascinante che ognuno di noi ha senza a volte saperlo: se i sensi non ci danno alcuna prova chiara che una casa è abitata, c'è qualcos'altro che ci indica la presenza della vita, qualcosa paragonabile alla sensazione di un calore umano che s'irradia da quegli appartamenti, calore che intuiamo "come" se fossero onde che ci raggiungono attraverso l'aria e s'infrangono su di noi. Per questo amo attraversare i luoghi residenziali ed evito i percorsi turistici (che danno sensazioni completamente artificiali e inerti miste ad eccitazioni nervose). (*)

Faccio un altro genere di esempio per essere più chiaro. Molto tempo fa, quand'ero un giramondo, decisi di prendere una corriera per andare in Grecia. Esistevano delle corse che, partendo da una città del nord, percorrevano tutta la penisola italiana, s'imbarcavano in un traghetto e poi raggiungevano il luogo prestabilito. Era un viaggio molto economico, per lo più preferito da studenti. L'unico neo, oltre al fatto d'essere un viaggio "eterno", era l'orario di partenza: 4,30 di mattina. Se un giovane ragazzo non voleva o non poteva spendere, doveva aspettare il bus sotto la pensilina fintanto che questo arrivava. Una volta lo feci pure io. Ad una certa ora mi addormentai. Saranno state le tre di mattina. Nel dormiveglia, nel totale silenzio, avvertii una presenza umana in avvicinamento, pur mantenendo gli occhi chiusi. Li aprii: pareva essere un malintenzionato, un ladro, il quale con passi leggerissimi e silenziosi stava avvicinandosi (forse per derubarmi, chissà!). Me ne accorsi senza aver avuto bisogno dei sensi! Dopo che aprii gli occhi, lo sconosciuto si allontanò rapidamene.

Questo indica che dentro di noi ci sono delle potenzialità alle quali non diamo molto peso le quali, però, non fallano. A volte tutto questo lo chiamiamo "intuito", altre volte "sesto senso".

Vi ho parlato di queste cose per mostrarvi un punto che mi sta particolarmente a cuore.

Nel prologo di Giovanni, l'apostolo dice che il Logos di Dio - Gesù Cristo - è la vita. Questa vita si è trasmessa agli apostoli non tanto con un insegnamento verbale quanto attraverso una convivenza: Cristo abitava assieme ai suoi seguaci. 

Avendola avuta vicino, questa stessa vita si è fatta riconoscere ai discepoli di Emmaus con un segno particolare al punto che uno disse all'altro: «Non sentivamo forse ardere il cuore dentro di noi mentr'egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?» (Lc 24, 33).

Oggi si da a questo passo un valore romantico o pietistico (quando lo si crede e non lo si ritiene una favola). Ma si dimentica che, allora, queste valenze erano ben lungi dall'esistere! Qui si cela quello che chiamo "sesto senso" o intuito spirituale. Quest'intuito ha una qualità ancor superiore a quella dei miei esempi suddetti.

Se scorriamo la patristica greca, questo "sesto senso" ha un nome preciso: occhio del cuore, detto pure nous o, ancora, intelletto spirituale.

In questo modo, l'uomo è composto da corpo (con i cinque sensi), razionalità e intelletto spirituale. L'intelletto spirituale non è affatto la razionalità anche se oggi, per la maggioranza del Cristianesimo occidentale, i due termini tendono ad essere perfetti sinonimi (non a caso la cosiddetta spiritualità non ha alcun reale valore e vive ai "margini" quando non è addirittura equivocata. Di qui certe affermazioni sull'orlo del blasfemo: "La Chiesa non si regge con le Ave Maria!", come diceva un noto arcivescovo).

Se l'intelletto spirituale apre a sensazioni di altro ordine (e gli esempi che ho posto in alto, per quanto inadeguatissimi, ne forniscono la vaga idea), è logico che una vita cristiana in cui tale intelletto è cieco, non potrà che essere di basso livello.

È il caso di chi sa tutto a livello concettuale, conosce le leggi della Chiesa e il catechismo a mena dito; senza aver illuminato l'intelletto (= averlo reso attivo), sarà intelligente, mai sapiente! 

È pensando a costui che Cristo dice: «Se il tuo occhio è sano, anche il tuo corpo è tutto nella luce; ma se è malato, anche il tuo corpo sarà nelle tenebre» (Lc 11, 34). Non è il molto studio ad illuminare l'intelletto (i dottori della legge non furono mai i discepoli di Cristo!) ma qualcos'altro. Solo con quel qualcos'altro tutto assume il suo giusto ruolo ed equilibrio e rende sapienti. Lo stesso Cristianesimo, agli inizi, si autodenominava  "sophia cristiana", non "razionalità cristiana"!

Essendo oramai divenuto solo la seconda,  "razionalità cristiana", il Cristianesimo nelle nostre regioni è spesso e volentieri una realtà puramente filantropica e abolisce sempre più la preghiera e ogni genere d'impostazione tradizionale nella liturgia. È tutto molto logico, se ci si pensa! 
Non ci si deve illudere: nessuno, pensando di sanzionare castighi, può credere di ristabilire un ordine tradizionale (che nasce solo da presupposti di ordine spirituale) (**).

Quello che ho sempre "rimproverato" ad un certo tradizionalismo cattolico (non dico che tutti i suoi componenti sono così!) è il fatto di non riuscire ad arrivare in profondità: si accoglie quanto contraddistingueva la Chiesa cattolica fino a cinquant'anni fa senza rendersi conto che c'è un tesoro molto più grande e nascosto da porre in luce.

Questo tesoro si gusta con intuizioni di altro genere che, si può dire, sono sempre appartenuti alla grande mistica cristiana. 

Sono convinto che la Liturgia tradizionale non è nata semplicemente per motivi razionali (anche certi distruttori della stessa li hanno!) o per motivi puramente didattici (certi distruttori della stessa sono i primi a parlare di "pastorale liturgica"). 

È nata, sì, per santificare i fedeli ma il santificare non è mai fine se stesso: serve ad aprire in loro un "occhio interiore", un "senso spirituale", attraverso il quale contemplare, attraverso i simboli, realtà celesti. Se non si arriva a questo, o non ci si avvicina, nulla ha veramente senso!

Ecco le vere basi e la vera identità della liturgia tradizionale ed ecco perché le riforme liturgiche, nate con scopi puramente umani (anche se con le migliori intenzioni), alla fine svuotano e rendono inservibile la liturgia stessa!

Sono solo i "puri di cuore" che, attraverso i segni e i simboli disposti nella liturgia possono "vedere Dio". E lo vedono nel senso da me su indicato, anche se lo descrivo in modo molto impreciso e approssimativo.

Gli altri, tutti gli altri che ne sono "fuori", scambieranno la buccia del frutto per il frutto intero, un palazzo illuminato (ma vuoto) con un palazzo popolato di gente (***).

E allora ecco le liturgie e le chiese che non hanno nulla di sacro. 
Solo un cieco nell'anima può vedere in esse lo "splendore" di Dio. 
Oggi siamo su questo livello almeno nel 90% dei casi. Mai come oggi il Cristianesimo è rappresentato da una sparuta minoranza di persone.

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(*) Come si possono avere sensazioni positive da un quartiere (pur non vedendo o sentendo anima viva), se ne possono avere pure di pessime. Ci sono quartieri di Parigi, per nulla pubblicizzati, in cui si sente una sensazione di oppressione, di oscurità (anche se hanno vie e palazzi lindi e pinti). Avendoci vissuto per qualche anno ho girato abbastanza in quella metropoli. Un tardo pomeriggio domenicale, con l'idea di raggiungere più velocemente una fermata del metrò, sono entrato in un quartiere deserto. Ho immediatamente sentito una sensazione fastidiosa e non capivo il perché. Mi fu chiaro dopo un poco: una prostituta di colore mi fissava invitandomi a gesti a salire in una di quelle case! Non la degnai di uno sguardo. Quelle erano case infelici!

L'occhio del cuore arriva a capire molto prima della razionalità! Parigi, per quanto sia la capitale europea della cultura, la considero una città con diversi quartieri abbastanza inquietanti.

(**) È piuttosto ricorrente, nel mondo tradizionalista, l'idea che solo un papa "di polso", imponendo delle leggi e facendole obbedire sotto pena di castighi, potrebbe risollevare le sorti del Cattolicesimo. 
Io mi chiedo: come si fa ad essere così ingenui? In fondo, il mondo cattolico è arrivato allo stadio odierno proprio perché ha attraversato secoli di sottomissione a feree leggi. Allora è prima di tutto necessario mostrare che le basi della Tradizione si appoggiano non su una comprensione razionale (o razionalistica), non su un puro ordine legale, ma su disposizioni il cui fine è la santificazione (ossia il risanamento dell'occhio interiore, per dirla evangelicamente e patristicamente). Questo sarebbe facile se, nel mondo cattolico, ci fossero monasteri che funzionassero bene e la loro spiritualità fosse veramente il timone della Chiesa. Invece non è affatto così! L'unica soluzione è data solo al singolo il quale, con somma fatica, deve cercare di recuperare una visione equilibrata e concreta di se stesso, riappropriandosi della spiritualità ecclesiale e, con questa, di ogni cosa tradizionale da sempre appartenuta alla Chiesa. 


(***) Per questo motivo sono totalmente contrario a chi mette dei video in una chiesa per "vedere meglio" cosa avviene sull'altare. In una chiesa non si tratta di "vedere" (ecco perché in Oriente, invece, si nasconde) ma d'intuire! Se si diseduca le persone portandole al puro dato fenomenologico (il semplice vedere) e li si diseduca ulteriormente facendo loro vedere il fantasma (o l'ideologizzazione) della realtà (perché è questo che mostra il televisore!), si ridurrà la liturgia adirittura al fantasma del materiale, del fenomenico. Nella visione televisiva si rende fantasma pure il materiale, figuriamoci se si può trasmettere lo spirituale che s'irradia da una materialità trasfigurata! Qui, al più, lo spirituale è scambiato con il "moralistico", il "concettuale", il "sentimentale", cose che non c'entrano nulla con esso!
Purtroppo questo è arabo per molti cristiani "progressisti" e, ahimé, pure per diversi cosiddetti "tradizionalisti".
Il secolarismo ha marcato pesantemente tutti per cui moltissimi considerano le cose religiose stando a "pancia a terra". 
Ecco perché le messe con danze (come fanno in america latina) sono la logica conseguenza di tale impostazione puramente profana e desacralizzante!
A sua volta, un certo tipo di "tradizionalismo" è completamente impotente a risollevare le sorti di questa anemicissima Cristianità...

venerdì 10 gennaio 2014

Una fede (non più) sicura....

Gentili lettori,

il dialogo aperto avuto con la signora Trifletti (che riassume una certa posizione dell'italiano medio) si è forse concluso stasera con ulteriori risposte da parte sua e da parte mia. Avevo preparato uno scritto più ampio ma ho deciso di non pubblicarlo per non appesantirvi la lettura.

Ho dato nuove risposte nel post "Ricevo, rispondo".

Che dire?
Sono disorientato e meravigliato. Da un lato, però, sono grato a questa signora che mi ha fatto ricordare quanto lontane siano le posizioni dei singoli cristiani odierni rispetto alla fede tradizionale.

Vivendo e lavorando all'Università può capitare di non rendersi conto che "fuori" il livello delle persone è ben differente, il modo di ragionare può essere diffusamente illogico. Vivendo in un'atmosfera tradizionale di fede, può capitare di non rendersi conto che "fuori" il livello delle persone è ugualmente ben differente, il modo di intendere la fede spesso esprime il gusto o il capriccio di ognuno, non il Vangelo.

Non dico che sono fortunato e gli altri no. Dico che i grandi testimoni della fede del passato oggi rimarrebbero allibiti. Infatti, qui non si tratta solo di una cultura (o di culture) differenti da un tempo.

Si tratta di un cambio sostanziale nel Cristianesimo stesso. Ci troviamo davanti ad una creatura "teoricamente" unita al suo passato ma in realtà totalmente dissociata da esso.

Un tempo quella odierna l'avrebbero chiamata eresia (o eresie). Oggi la chiamano "visione pluralistica", "ricchezza", "splendore", "carisma". Sta di fatto che, definita in un modo o in un altro, è divenuta un cibo in cui la prospettiva divina d'altri tempi è completamente evaporata, divenendo una filosofia umana tra le tante.

A tal proposito, mi sembra importante riportare le ultime battute del mio dialogo con la Trifletti. Rispondendo alla sua apologia sui dubbi da unirsi alla fede, le ricordavo una cosa elementare:

Se la cultura non crede più "alle idee chiare e distinte", il cristiano ci crede ancora perché non ha questioni puramente umane. Ad esempio, l'idea chiara e distinta che Cristo è risorto perché di questo ne hanno avuto esperienza i suoi apostoli rimane. Nessuno la può toccare in nome di nulla altrimenti è vana la nostra fede, come dice san Paolo!
Se non si distingue bene il piano umano dal piano divino (che s'interseca con l'umano) si umanistizzerà il Vangelo e lo si svuoterà facendolo soccombere anche alle più disperate e vuote filosofie.

Molti sono a questo punto. È forte un sospetto che col passare del tempo diviene sempre più certezza: nel Cristianesimo attuale pochissimi sanno quale sia il piano divino! Non credono più che il Cristianesimo abbia una prospettiva divina! Ma è ancora Cristianesimo, questo?

Viceversa, chi sceglie la Tradizione non si pone con la maggioranza perché ha acquisto possibilità che altri non hanno. Ed è solo questo l'importante.

Senza la Tradizione, invece, assume sempre più forza la domanda di Cristo: "Quando il Figlio dell'uomo tornerà sulla terra troverà ancora la fede?".

Non mi sembra si possa aggiungere molto di più!

giovedì 9 gennaio 2014

Riforma o rivoluzione?

Riporto in traduzione la notizia del "MailOnline" sulla "riforma" del rito battesimale nella Chiesa anglicana. Seguirà un mio commento.


I servizi liturgici del battesimo nella Chiesa inglese potranno essere riscritti per rimuovere alcuni riferimenti cristiani.
Il progetto di un nuovo servizio "battesimo lite", progettato per rendere i battesimi più interessanti per i non fedeli sarà considerato il mese prossimo dal parlamento della Chiesa, il Sinodo generale.
I sostenitori dicono che il servizio battesimale dovrebbe "esprimersi in un linguaggio culturalmente adeguato e accessibile" facilmente comprensibile da chi non ha basi teologiche.
Ma il clero tradizionalista (traditionalist clergy) ha detto che l'idea corrisponde ad una demolizione.
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Il progetto di un nuovo servizio "battesimo lite", progettato per rendere i battesimi più interessanti per i non fedeli sarà considerato il mese prossimo dal parlamento della Chiesa, il Sinodo generale.
Il nuovo servizio sarà utilizzato per 150.000 battesimi ogni anno. Se verrà accettato, sarà la terza riscrittura del rito battesimale in circa 30 anni - mentre la versione tratta dal Church's Book of Common Prayer è rimasta pressoché inalterata per più di 400 annni fino al 1980.
Le contestazioni riguardano tre sezioni del servizio battesimale a partire dall'ultimo culto autorizzato nel 1997.
In una sezione, i padrini o un adulto che sta per essere battezzato, sono invitati a "respingere il diavolo e ogni ribellione contro Dio" e a rinunciare "all'inganno e alla corruzione del male", Essi sono invitati a "sottomettersi a Cristo come Signore".
Il reverendo dr. Tim Stratford, di Liverpool, che sta organizzando gli argomenti [da discutere] prima del sinodo, in un documento dice che "esiste una certa infelicità di linguaggio non essendo abbastanza collegato alla terrenità".

Ha aggiunto che nel clero, tra le parrocchie piccole e povere "esiste una forte richiesta di una breve preghiera con un linguaggio diretto, ma poetico, che permetta al Vangelo di risuonare meglio nell'esperienza di vita delle persone".

Ha inoltre detto: "Questa è [...] una preghiera che la maggioranza dei britannici non teologicamente versati capiranno. Una terza parte del servizio liturgico è stata rigettata perché troppo lunga e non diretta".

Stephen Parkinson, [...] ha detto che ci sono stati problemi con questo servizio liturgico dal 1997 ma ha aggiunto: "Il semplice silenzio non è una risposta".

I vescovi hanno ieri indicato che se il Sinodo accetterà l'argomento, sarà incaricato un comitato per iniziare a riscrivere un nuovo servizio liturgico del battesimo. Ha però avvertito che tale riscrittura solleverà discussioni sulla fede e la dottrina.

William Fittall, segretario generale del Sinodo, ha detto che per i vescovi è "chiaro che ora non è il momento adatto per intraprendere il lungo e complesso processo che serve per una tale revisione o sostituzione".


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UN MIO COMMENTO


Un battesimo per essere tale comporta l'immersione nell'acqua in nome della Trinità. Il catecumeno dev'essere immerso mentre il sacerdote invoca il nome della Trinità. Prima di tutto l'immersione con tutto il suo significato simbolico (la morte e la risurrezione di Cristo), poi il nome della Trinità perché il sacramento non si può disgiungere dalla professione di fede nel Dio cristiano uno e Trino, Padre, Figlio e Spirito Santo.


Da diversi secoli in Occidente si ha sostituito l'immersione con la semplice aspersione. È una modalità forse nata da necessità contingenti. L'invocazione della Trinità mantiene la validità di questo genere di battesimo, per quanto la forma esteriore (per aspersione) abbia totalmente sostituito quella tradizionale per immersione. 

Il battesimo anglicano è valido? In linea di massima sì. 
Quello che fa sempre più problema è il significato che si vuole dare alle sue parole sacramentali ma questo riguarda anche il mondo cattolico come vedremo. 

Se vi è, come nella notizia sopra riportata, l'intenzione espressa di sostituire alcuni termini specifici e precisi (diavolo, sottomissione a Cristo) con altri termini generali e semanticamente vaghi (male, amicizia (?) con Cristo) - viene da pensare che sia decurtato lo stesso vangelo, la stessa tradizione che ne ha permesso la trasmissione fino ad oggi.


Notate una cosa importante: nel sottotitolo il giornalista ha riassunto la notizia etichettando immediatamente eventuali dubbiosi o contestatori con l'infamante nome di "tradizionalisti" (traditionalist clergy). È una tecnica usata ampiamente anche in Italia e ovunque, pur di far tacere le resistenze e operare indisturbati. Tutto ciò fatto in nome di "persone semplici" e dei "lontani" puzza di operazione a tavolino per modificare, a tappe, un'identità cristiana.


Un'altra cosa: negli ultimi 30 anni questa sarebbe la terza "riforma" del rito battesimale! Anche questo non è nuovo: chi vuole cambiare i riti è un'anima in pena, finito un cambiamento finisce per pensarne ad un altro, poi ad un altro ancora e così via. Quante volte è stato cambiato il messale cattolico nel postconcilio? Il fenomeno è identico, i presupposti sono simili. Nella continua modifica dei libri liturgici pare soggiacere il tentativo di modificare la fede di un popolo. E chissà che, passo dopo passo, non ci si riesca?


Queste riforme (cattoliche o anglicane non importa) hanno tutte un minimo denominatore comune: l'imbarazzo di parlare con i termini evangelici perché risultano troppo chiari e disturbano l'uomo attuale. Si preferiscono, dunque, termini sempre più soft, sempre più inclusivi, che, però, non infondono più "sane inquietudini" e tendono a giustificare le persone. Giustificazione dopo giustificazione si da alle persone l'alibi di frequentare sempre meno la chiesa. Da frequentazione saltuaria ad abbandono il passo è breve. 


L'operazione di "marketing ecclesiastico" in corso in Inghilterra non è, dunque, una cosa che riguarda solo loro. È ampiamente nota pure nelle nostre regioni con parroci che edulcorano all'infinito il Vangelo. Ma con una edulcorazione dietro l'altra non si finirà per svuotare completamente i sacramenti?


È quanto sta già avvenendo.

Ricordo eucarestie presentate come "contratto di adesione alla comunità", cresime presentate come "unione ai progetti della comunità", confessioni come "semplici dialoghi", ecc.
Ma senza andare ai miei ricordi, basta osservare il clero attuale. I sacerdoti in cuor loro e sempre più nelle prediche scambiano lo Spirito santo con la "coscienza personale", la verginità della Madonna per un modo di dire, la Trinità per una spiegazione che non dice più nulla al mondo moderno, gli insegnamenti vetero testamentari per un insieme di miti, l'aspirazione alla coerenza morale per un idealismo impraticabile, la divinità di Cristo come una invenzione intervenuta parallelamente alla divinizzazione dell'imperatore cristiano.

Sì, siamo tutti nella stessa condizione! 


Dietro a tutto questo sembra d'intravedere molto più di una moda, direi quasi un progetto ideato ad alti livelli per trasformare le "vecchie" confessioni cristiane in una pappetta dolciastra, vaga e umanistica, in modo da renderle intercambiabili e assimilabili tra loro.

Questo spiegherebbe la presenza di clero "piacione" (fin nei più alti livelli) ma dogmaticamente e spiritualmente inconsistente!

Quei pochi che non sono d'accordo, preferendo rimanere nella Tradizione istituita dagli Apostoli e nell'insegnamento di Cristo, non sono che spregevoli "tradizionalisti" che non amano l'umanità.

Un vecchio banale copione, uno slogan logoro che si diffonde roboticamente in ogni zona della vecchia Europa...






lunedì 6 gennaio 2014

Tradizione: motore del Cristianesimo

Probabilmente le persone non sono abituate a leggere i concetti da me espressi. Non mi meraviglio: viviamo in un tempo in cui tutto è stato talmente frantumato da aver disarticolato le cose tra loro rendendo incomprensibile un discorso che abbia un poco di logica. 

Infatti, quando la gente parla di religione non si rende oramai neppure conto che spesso fa affermazioni fuori luogo. Le loro affermazioni fanno letteralmente deragliare la fede trasformandola in una contraddittoria filosofia umana. Purtroppo se questa fosse caratteristica dei laici non ci si stupirebbe neppure tanto. Invece, sono proprio gli educatori, i professori di religione, gli insegnanti di seminario, i preti ad avere idee molto pressapochistiche e confuse. Più sono confusi più pensano di avere la "ricetta giusta" e fanno come gli elefanti in cristalleria dicendo di avere  uno stile "giovane" fieramente avverso ai residui di una "chiesa vecchia".

La conseguenza è quella di "far su" una religione "fai da te" a proprio uso e consumo. La "religione fai da te" si riflette in uno stile di vita "fai da te", in un contraddittorio pensiero "fai da te", in una liturgia "fai da te", ecc. È un mondo sempre più disarticolato, sradicato e frantumato...

È invece necessario riprendere un concetto sano di Tradizione. La Tradizione, abbiamo visto, precede ed accompagna la Sacra Scrittura. Una Tradizione intesa così, informa della sua caratteristica anche le tante tradizioni che, nel tempo, sono state istituite nella Chiesa. 
La Tradizione costruisce nella Chiesa un "motore" con tutte le sue parti funzionanti. La logica che ha guidato la costruzione di questo motore è umana e spirituale al contempo, secondo una linea ben precisa. Le tradizioni nate dalla Tradizione cercano di portare benzina a questo motore perché possa funzionare al meglio. Così pure la Chiesa funziona.

Come con un motore vero, non è detto che tutto vada sempre bene: a volte la benzina non è ottima, a volte l'olio è da cambiare, a volte si usura qualche cinghia.... Chiunque ha un motore sa bene che queste cose succedono ma, per questo, non penserebbe mai di buttare via tutto il motore o, peggio, di smontarlo e rimontarlo con un piano rivoluzionario e con pezzi mancanti.

Il motore costruito dalla Tradizione tiene conto che l'uomo ha un aspetto razionale ma anche uno spirituale. Se, nel frattempo, la coscienza del secondo aspetto dell'uomo viene meno, i "meccanici" che revisionano il motore diranno: "Ma a che servono queste ruote? Che serve questa trasmissione? Non fa altro che portare via benzina al motore!!". E così inizieranno a modificare il motore mettendo in una teca dell'officina i pezzi smontati.

In Occidente, con la liturgia, è successo lo stesso. Quando un Abate chiese al principale artefice della riforma liturgica: "Io non saprei come celebrare questa sua nuova messa in monastero!", mons. Bugnini rispose: "A questo non ci avevo mai pensato!!". Bugnini era un "meccanico" che pensava di "risparmiare benzina" modificando, a modo suo, il motore! Ad esempio pensò che fosse assurdo ripetere tre volte Kyrie eleison. Ne bastavano due! Qui si vede il criterio razionalistico a cui ho accennato...

Questo lo osservano pure i cosiddetti tradizionalisti cattolici. Quello che a loro però sfugge, è che questo atteggiamento è divenuto possibile perché oramai da tempo la parte "spirituale" dell'uomo non era più ritenuta così importante nel mondo Cattolico. Si era diffusa (e oggi impera) un'idea di uomo molto razionalistica, un uomo efficiente, per un mondo sempre più tecnologico ed efficiente. (In questo senso, pensare che ci si "santifica" solo facendo bene il proprio lavoro profano, come dicono alcuni, mi sembra molto inquietante...). Se le cose vanno appena un po' meglio, si pensa ad un uomo etico. Si dimentica, però, che esistono fior fior di atei eticissimi. Per essere etici non serve essere credenti!

Conseguentemente gli aspetti della Tradizione o delle tradizioni che sottolineavano il mondo spirituale sono stati messi in ombra e poi totalmente dimenticati.

In Occidente non fu riformata solo la liturgia ma tutto un modo di essere Chiesa. I presupposti di ciò covavano da moltissimo tempo. Non dico che certe cose non dovessero essere cambiate. Dico che qui è il modo "profondo" di essere Chiesa che è messo da parte.

Così, oggi abbiamo un nuovo motore con pezzi del vecchio e pezzi nuovi. Il disegno è cambiato, il funzionamento pure ma la resa è la stessa? A veder il continuo calo di affluenza nelle chiese direi di no...

Oggi sembra che nel Crisianesimo occidentale ci si vergogni di parlare di "grazia di Dio". Ma questo non può proprio essere segno di quella cancellazione dell'aspetto spirituale a cui accennavo?

Non sono domande "cattive". Sono domande molto serie e ben fondate.

Se poi, come succede, la Tradizione e le tradizioni che si collegano ad essa sono ritenute cose "molto vecchie", è normale che non ci si volga più verso di esse, non ci si confronti più su cosa faceva o pensava un san Giovanni Crisostomo, ad esempio.

Lungo la storia della Chiesa, ci sono sempre stati momenti in cui, volgarizzando la Rivelazione, si tendeva a sfocarla o a decurtarla. È un fenomeno inevitabile: quando si spiega il Vangelo ai semplici lo si deve adattare tradendolo un po', pur di avvicinarlo alla loro portata. Questo decurtamento avviene anche quando si passa da un modulo culturale ad un altro (L'evangelizzazione dei barbari in Occidente ha chiesto uno sforzo non da poco e ha dovuto adattare il vangelo alle loro menti ).
Tuttavia, fintanto che si teneva in alta considerazione la Tradizione, c'era sempre la possibilità di riequilibrarsi, di correggere un tiro sbagliato. 

Oggi si può dire lo stesso, visto che le si nutre pure odio preconcetto? Così si chiude a chiave la porta e si butta la chiave: il recupero è impossibile! 
Ecco perché generalmente ci si vergogna di parlare di "grazia di Dio" e nessuno pare dolersene!

Viceversa, per la Tradizione, la "grazia di Dio" (o l'espansione del "Regno di Dio", come dicevamo nel post precedente) è una cosa molto seria.

La Tradizione, prendendo seriamente in considerazione questo aspetto, ha sempre costruito una Chiesa in cui l'aspetto carismatico (o spirituale) non fosse isolato da quello strutturale e organizzativo. Per questo in Oriente, quando si vide che i vescovi sposati non "funzionavano bene" li si sostituì con dei vescovi formati nei monasteri che parevano spiritualmente più seri. Questa simbiosi tra monastero (ossia mondo spirituale), struttura della Chiesa e suo insegnamento, è sempre stata una caratteristica orientale ma anticamente apparteneva pure all'Occidente. Lo stesso Agostino d'Ippona era vescovo ma frequentava monasteri e li fondava. La Chiesa alto medioevale in Occidente conservava i riferimenti monastici antichi tant'è vero che, in una regione, un abate che si distinguesse nella vita religiosa, diveniva il riferimento di molti. Ildegarda di Bingen, abbadessa, era consigliera di re. Non un sacerdote, si noti!, ma una monaca donna!
Poi i monasteri decaddero e gli equilibri furono obbligatoriamente cambiati.

Il primo vero passo per poter ritornare a dare linfa all'Occidente è, dunque, quello di riprendere l'equilibrio antico, riponendo la vita religiosa e mistica al centro della Chiesa, non alla sua periferia, non nella vetrina del salotto buono. Questo bisogna farlo realmente, non in una fumosissima e astratta teoria puntualmente smentita dalla pratica (come avviene). 

Il monachesimo non è il pezzo antico da collezione da far vedere ad un ospite curioso!! Ma qui è indispensabile che il monastero sia serio e funzioni, non che sia un pensionato di zitelloni a cui pesa pure pregare la "Liturgia delle Ore", un breviario così leggero che personalemente lo lascerei solo ai laici!

Oggi il Cristianesimo occidentale ha troppa fiducia nelle sue scelte secolari, nei suoi "progetti aziendali", nelle sue indagini statistiche. È un Cristianesimo tutto di "mente" e assai poco di "cuore" (in senso biblico). 
Questo determina la sua attuale anemia e rovina. 

Risorgerà? Solo se torna alla Tradizione!