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giovedì 31 ottobre 2013

La Compieta (Apodeipnon) nel mondo bizantino

Come già annunciato, presento in questo post un piccolo libro al quale - a Dio piacendo - dovrebbe seguire qualcun altro. Il libro è quello della Compieta o Apodeipnon com'è attualmente eseguita nella Chiesa greca.
Il testo è tratto dall'Orologion dell'edizione Peribolì tis Panagias. E' dunque un testo ufficiale. Il libro permette di seguire l'ufficio (sia nella sua versione quaresimale - la Grande  Compieta - sia nella sua versione ordinaria - la Piccola Quaresima) dall'inizio alla sua fine. L'ufficiatura completa riporta anche alcune formule ripetitive per la comodità del lettore che così non deve sempre cercarsele. La veste grafica utilizzata fornisce una sorta di "esempio" su come dev'essere un libro liturgico di questo genere. Nei limiti del possibile il testo è stato purificato da ogni errore sia nel greco che nell'italiano. Ma quello che è fondamentale è che l'occhio del lettore vi si "riposi" con piacere. Dev'essere dunque un testo d'immediata chiarezza e impatto oltre che di grande ordine espositivo. 
Ebbene, tutto questo non chiede solo tecnica ma anche un minimo di cultura su come si "fa" un libro classico di tal genere. Ne avevo già parlato qualche post addietro.
Dico ciò, ben sapendo che corro il rischio d'incensare l'opera delle mie mani. Tuttavia il punto non è quanto faccio io ma quanto dev'essere fatto in genere. A Dio non si danno spazzature ma il meglio!
Un testo liturgico "bello" rimane per sempre a differenza di tante inutili pubblicazioni di tal genere...
Per il resto, esorto il paziente lettore a immergersi nell'atmosfera di questo libro, un'atmosfera molto difficilmente riscontrabile nelle liturgie moderne, putroppo!
Il file permette di visionare tutto il testo ma non è possibile scaricarlo né copiarlo. Per chi ne fosse interessato è a disposizione un modo per ordinarlo in formato cartaceo.

L'ordinazione si può effettuare cliccando su uno di questi tasti:
Per la compieta con testo B/N (costo 18 euro):

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Per la compieta con testo a colori (costo 30 euro):
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lunedì 7 ottobre 2013

Antichi assetti presbiteriali


Basilica di sant'Eufemia (Grado), pergula alto medioevale, demolita nel secolo XVIII; è superstite un ambone, com'era alla fine del 1700 (disegno di E. Nordio, tratto dal Codice Gradenigo Dolfin n. 109, nel Museo Correr di Venezia).


Basilica di sant'Eufemia allo stato attuale: ambone, altare moderno, paliotto argenteo e affresco absidiale del secolo XIV.


Basilica di santa Maria (Grado): la pergula  della seconda metà del secolo VI.


Basilica di santa Maria (Torcello): la pergula romanica (secolo XII)


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Bibliografia:
Zovatto Paolo Lino, Grado antichi monumenti, Calderini 1971.

giovedì 3 ottobre 2013

L'eterna incomprensione tra la vera Chiesa e il mondo



Leggo su un'agenzia di informazione:
José María Castillo, teologo spagnolo: «Questo papa fa notizia a livello mondiale perché ha preso sul serio il Vangelo. E ancora più seriamente la centralità di Gesù nella vita. Il fulcro non è la religione e i suoi riti, né i dogmi e le ortodossie. Di niente di tutto questo parla Francesco. Qui non si ascolta la cantilena della predica clericale, moralizzante, minacciosa e spesso escludente. Il futuro della Chiesa è nel recupero del suo passato. Il passato che ci porta dritti a Gesù di Nazareth. Se non ci incamminiamo per questa strada la Chiesa non andrà da nessuna parte. Se il Vangelo è il centro, a essere decisiva non sarà la religione. Il centro sarà l’umanità, tutto ciò che ci rende umani».
Confusa e (quasi) felice. La comunità cattolica internazionale dopo l'intervista di Bergoglio, in http://www.adista.it/?op=articolo&id=53171, data di lettura 3 ottobre 2013.

Questo commento rappresenta veramente l'essenza del pensiero di gran parte del Cattolicesimo odierno e corrisponde, a sua volta, all'idea che ha l'uomo medio occidentale quando pensa a Cristo e alla Chiesa. Mi pare molto importante commentare a mia volta queste frasi perché è esattamente su questi concetti che si attua una profonda incomprensione tra la tradizione cristiana (occidentale e orientale) e il mondo moderno secolarizzato e tra un certo tipo di Cattolicesimo attuale e il suo passato. Che sia un teologo cattolico a porre tali concetti, indica la drammatica gravità della situazione.

Ma questo indica pure quanto lontano siano gli argomenti trattati dal mio blog rispetto a quelli che si pongono questo genere di persone. Siamo praticamente su versanti opposti e l'incomprensione è totale! Come potrà il Cattolicesimo, caratterizzato prevalentemente da questo pensiero, dialogare o semplicemente confrontarsi sinceramente con il mondo Cristiano ortodosso che conserva alcune linee di fondo da lui stesso avute  un tempo? Non corriamo il rischio di fare una bella sagra di apparenze dietro alla quale non c'è assolutamente nulla? Non usiamo termini anche identici ma con significato profondamente differente?

Veniamo al testo.

Il teologo spagnolo, infervorato dai discorsi bergogliani, pensa che questi portino veramente al nucleo fondante della Chiesa e al messaggio autentico del vangelo. Avere Gesù Cristo al centro della propria vita - ammette - non significa focalizzarsi su riti, dogmi e ortodossie, che escluderebbero chi li rifiuta e non li capisce, ma giungere all'attenzione dell'umanità.

Sono affermazioni talmente generiche che lasciano spiazzato l'uomo comune: cosa vuol dire "giungere all'attenzione dell'umanità"? Dall'insieme dei discorsi bergogliani penso significhi ascoltare il prossimo e camminare con lui, qualsiasi fede abbia, cercare di servire alle sue necessità e difendere i suoi diritti venendo meno a proclamare i "diritti" di Dio sull'uomo (1).

Riti, dogmi e ortodossie, in tal senso, non servirebbero a nulla, essendo, semmai, intralci. Il teologo lo lascia intendere, dal momento che l'atmosfera intellettuale dei discorsi bergogliani porta inevitabilmente a questo genere di conclusioni.

Mi sembra la stessa posizione di un prete cattolico friulano, don Pierluigi Di Piazza, famoso per il suo attivismo sociale: "Se mi si chiede quanto prego, intendendolo in senso tradizionale, potrei rispondere che non prego affatto o che prego pochissimo. Ma siccome sono sempre al servizio e all'ascolto dei bisogni del mio prossimo (di qualsiasi ideologia e fede), allora prego moltissimo", affermò pressappoco questo sacerdote in un suo libro pubblicato qualche anno fa. Mai nessuno gli fece notare le sue strane incongruenze...

Poniamoci una serie di semplici domande:

- È possibile pensare alla Chiesa - strictu sensu - in questi termini?

Se l'importante è "recuperare il passato" che ci collega con Gesù Cristo, come dice il teologo spagnolo, in quale momento del passato della Chiesa si è mai verificata questa reale rottura che vede da una parte la preghiera (dunque la liturgia), il dogma e  l'ortodossia della fede e, dall'altra, la sensibilità verso l'umanità?
A ragionare in questi termini mi sembra, piuttosto, che più si coltiva la preghiera e l'adesione alla fede, più ci si distacca dai reali bisogni umani.

Viceversa nella Chiesa, sia in occidente sia in oriente, non si ha mai ragionato in questi termini, in nessuna epoca, neppure agli inizi quando il Cristianesimo rinnegava le prime sue eresie rappresentate dallo gnosticismo. Nello stesso Cattolicesimo questo genere di ragionamenti erano letteralmente inconcepibili, almeno fino a 70 anni fa! È molto strano che un teologo non lo sappia...

- Che genere di "dogma e di liturgia" possono spingere le persone fuori dalla "realtà" rendendole  insensibili verso il prossimo?

Se si crede, come pare suggerire il teologo spagnolo, che dogma e liturgia siano contro la sensibilizzazione umana e, in definitiva, contro la scoperta di Cristo, è logico chiederci a che tipo di "dogma e di liturgia" egli faccia riferimento. Evidentemente ad un tipo di dogma e ad una liturgia che non hanno nulla a che fare con la vita, che sono realtà astratte o doveri da compiersi obtorto collo. Non nascondo che una buona parte del clero cattolico, prima del Concilio Vaticano II, viveva in modo molto formale la sua obbedienza dogmatica e la sua prassi liturgica. Queste due realtà erano divenute come una vecchia vernice alla quale bastava dare qualche colpo per distaccarla da un metallo oramai arrugginito. Ecco da quale terreno può fiorire la mentalità del teologo spagnolo!
Ma il dogma e la liturgia hanno veramente questa valenza? A leggere la storia della Chiesa direi proprio di no anche se in alcune epoche e luoghi entrambe sono decadute agli occhi dei credenti a causa di interpretazioni e prassi fuorvianti. 
Anticamente le cose erano, invece, chiare. Perciò ci sono stati non pochi martiri che hanno donato la loro vita, pur di non deflettere da quella che era definita la "confessione della vera fede". Ci sono state generazioni di credenti che hanno dedicato l'intera esistenza alla preghiera e alla lode divina. Alcuni di loro, poi, lo hanno fatto in modo esclusivo e totale, se si pensa ai cosiddetti "ordini contemplativi". In Oriente tutto questo continua ad esistere al punto che il monastero è sia un luogo di lode perpetua a Dio, sia un bastione di difesa dell'Ortodossia della fede!

Un dogma e una liturgia ridotti a fantasma di loro stessi nella vita del clero e dei laici sono, dunque, il motivo per cui oggi vengono abbandonati e sostituiti da un'azione e sensibilità sociale. Ecco il 1968 nella Chiesa cattolica ed ecco il ritorno attuale di quelle stesse idee in tutta la loro devastante virulenza.

- In quale senso liturgia e dogma sono, allora, al vero servizio dell'umanità?

Quando san Massimo il Confessore veniva recluso a causa della sua difesa del dogma, sapeva bene che credere rettamente significa disporre l'animo umano nel modo migliore per ricevere Dio. Ricevere Dio a sua volta significa empiricamente avere la sensazione quasi "tattile" che la nostra vita non si chiude nella terra e che la terra stessa, pur con le sue sofferenze e limiti, attende d'essere trasfigurata nella Gerusalemme celeste. Di qui il bisogno della lode e della perpetua liturgia della Chiesa. Questo dogma e questa liturgia sono, dunque, strettamente aviticchiati alla vita umana e alla vita del cosmo intero, anche se questo non può essere per nulla evidente all'uomo odierno che vede il dipanarsi ininterrotto del mistero della sofferenza nel mondo.

A san Massimo il Confessore, tuttavia, tutto questo era chiaro. Per questo si sottomise all'umiliazione di essere esiliato e d'avere l'amputazione della mano destra e della lingua, per non poter più scrivere e parlare in difesa dell'ortodossia. Morto san Massimo, la Chiesa si rialzò dalla sua crisi dogmatica e lo proclamò santo, ossia vero modello per il Cristianesimo e per l'intera umanità.

Ebbene oggi tutto questo è stato spazzato via ed è letteralmente incomprensibile alla maggioranza delle persone che pensano in modo esclusivamente umano come il teologo spagnolo. In una Chiesa una tradizione ecclesiale sentita di fatto come un rottame ha, evidentemente, perso il suo ruolo ben prima d'essere ufficialmente rifiutata (2). 

D'altronde, perso l'orizzonte di Dio, che è quello dell'eternità alla quale pure l'uomo è chiamato, l'unico orizzonte rimanente è quello terreno, nella difesa di una giustizia puramente umana e dei diritti umani ad essa conseguenti. L'impegno sociale non richiede analisi dogmatiche e pratiche liturgiche. Ecco perché il prete friulano ha trovato un "nuovo modo" di "pregare". Il suo caso, è bene sottolinearlo, non è più isolato ma sempre più generalizzato, promosso volens nolens dallo stile dell'attuale papato. È uno stile che, prevedibilmente, si espanderà a macchia d'olio ovunque e tenterà d'imporsi anche nelle Chiese più tradizionali, come possono essere quelle ortodosse.

- Qual'è la strada della Chiesa e il recupero del Vangelo?


Questa risposta è la conseguenza di quanto sopra esposto. Se il modo di agire della Chiesa nel mondo non è sociale ma è, prima di tutto, soprannaturale, allora la strada della Chiesa non può mai prescindere dal confessare la fede e dal celebrarla nella liturgia. Nella confessione di fede e nella liturgia si attua l'unico possibile incontro con Cristo. In altre parole, dispondendo il cuore nel modo indicato dalla tradizione ecclesiastica, che poi discende dal vangelo, si può incontrare il mondo nel modo più conveniente e vi si può operare.
Prescindendo da tutto questo e incontrando direttamente il mondo, magari con intenzioni lodevoli, non si porta che se stessi: l'uomo secolarizzato porta l'uomo, trova l'uomo e lascia l'uomo!

Non è nelle "periferie esistenziali" che si trova Cristo ma, prima di tutto, nel proprio cuore purificato, confessando la retta fede e praticando la lode liturgica. Trovato Cristo in se stessi, lo si può far nascere nel cuore di chi si trova nelle "periferie esistenziali", ossia nelle realtà lontane dalla Chiesa.

Viceversa andare nel mondo senza aver fatto tutto questo, significa ingannarsi e ingannare e, peggio di tutto!, illudersi di trovare Cristo!!

Di conseguenza una Chiesa che prescinde sempre più dalla fede e dalla preghiera, diviene progressivamente una "non Chiesa". Non può pensare d'aver ritrovato la strada verso Cristo colui che ha perso la strada tradizionale della Chiesa voluta da Cristo!

Come ultima cosa, ho fatto uno schema grafico riassuntivo per mostrare, in modo sintetico, quanto sono differenti tra loro le impostazioni tradizionali della Chiesa da quelle mondane e secolarizzate assunte sempre più nell'attuale mondo cattolico.



In questo primo schema l'uomo passa da un modo di pensare secolare ad un modo evangelico passando attraverso una formazione (liturgia, fede, prassi cristiana) che deriva direttamente dal Nuovo Testamento e dalla tradizione. Questo uomo diviene "cristiano" e, nell'incontro con il mondo, se è una persona che ha realmente trovato Dio, lo trasfigura dandogli un orizzonte nuovo nel quale vivere. Questa è l'unica "via" che ha sempre auspicato la Chiesa: guardare il mondo con occhi divini!




In questo secondo schema abbiamo rappresentata  la prospettiva secolarizzata dimostrata pure dal teologo spagnolo di cui, sopra, abbiamo riportato qualche commento. 
L'uomo attraverso delle impellenti istanze sociali, che pensa derivino da obblighi cristiani ed evangelici, non rimane che se stesso e, nell'incontro con il mondo, di fatto non gli cambia il cuore ma solo alcune disposizioni esterne. Non cambiando nel cuore, l'uomo non ha la forza di aderire durevolmente neppure alla semplice giustizia umana. È un tentativo destinato a fallire come tutte le redenzioni sociali moderne (rivoluzioni, regimi assoluti in nome del popolo, ecc.). 
Qui si incontra il mondo con occhi puramente umani e non gli si è affatto sostanzialmente diversi.
Fondare la Chiesa su queste basi significa, evidentemente, alterarla trasformandola in una "non Chiesa". È quanto si sta cercando di fare attualmente con il plauso, guarda caso, del mondo!



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1) So bene che, in nome dei diritti di Dio, spesso sono scoppiati conflitti, guerre e violenze contro il prossimo. Ma quando ciò è successo è spesso avvenuto prima di tutto per un motivo politico (con scusa religiosa). Viceversa è facile trovare nella storia personalità dogmaticamente esigenti ma per nulla violente. La storia della Chiesa bizantina è piena di esempi del genere, soprattutto nella vita dei santi.

2) L'espressione è da intendersi non in senso assoluto: la tradizione rettamente intesa rimane sempre valida in ogni tempo e luogo. L'espressione deve intendersi soggettivamente: chi sente la tradizione come un rottame anche se non la rifiuta apertis verbis, l'ha di fatto resa inutilizzabile. È quanto ho constatato di persona in molto clero cattolico attuale e ciò rappresenta un grosso problema che nessuno vuole osservare e sul quale nessuno vuole parlare in modo chiaro.