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sabato 24 agosto 2013

Oriente e Occidente cristiano: quale possibilità di incontro?





Ultimamente sono rimbalzate nel web queste parole dell'attuale papa di Roma:

“Nelle Chiese ortodosse, hanno conservato quella pristina liturgia, tanto bella. Noi abbiamo perso un po’ il senso dell’adorazione. Loro lo conservano, loro lodano Dio, loro adorano Dio, cantano, il tempo non conta. Il centro è Dio, e questa è una ricchezza che vorrei dire in questa occasione in cui Lei mi fa questa domanda. Una volta, parlando della Chiesa occidentale, dell’Europa occidentale, soprattutto la Chiesa più cresciuta, mi hanno detto questa frase: “Lux ex oriente, ex occidente luxus. Il consumismo, il benessere, ci hanno fatto tanto male. Invece voi conservate questa bellezza di Dio al centro, la referenza. Quando si legge Dostoevskij - io credo che per tutti noi deve essere un autore da leggere e rileggere, perché ha una saggezza - si percepisce qual è l’anima russa, l’anima orientale. È una cosa che ci farà tanto bene. Abbiamo bisogno di questo rinnovamento, di questa aria fresca dell’Oriente, di questa luce dell’Oriente. Giovanni Paolo II lo aveva scritto nella sua Lettera. Ma tante volte il luxus dell’Occidente ci fa perdere l’orizzonte. Non so, mi viene questo di dire. Grazie” (1).

È evidentemente un discorso fatto “a mano”, improvvisato. Questo discorso apre una serie di domande alle quali fornisco rapide risposte.

  • Cosa chiederebbero le Chiese ortodosse alla cristianità occidentale?

A mio avviso non chiedono di essere lodate in questo modo. Chiedono che l'Occidente ritrovi la sua via, la sua tradizione. “Siate sempre più dei buoni cattolici”, diceva padre Paisios del Monte Athos il quale non era affatto ignaro dei problemi occidentali. Nella misura in cui uno cerca di essere così, ritrova un equilibrio antico perso in favore di mille altre questioni moderne. Ritrovado l'equilibrio antico ritrova anche la base per una vera intesa.

  • Cosa potrebbe fare il papa di Roma?

Ridare sacralità al culto cristiano del Cattolicesimo, prima di tutto.

  • È quanto sta facendo?

Pare proprio di no: egli non dimostra affatto di amare le forme classiche (2). In molti siti tradizionali si è sottolineato come nella liturgia eviti costantemente i segni di ossequio che, invece, riserva ampiamente alle persone. Nella liturgia non si inginocchia ma lo fa, e fino a terra, quando deve baciare i piedi alle persone (giovedì santo, messa in Coena Domini).

  • Siamo dunque sulla via di un raggiungimento tra le due principali confessioni cristiane?

Non lo credo affatto! Le proposizioni papali rimangono unicamente puro flatus vocis. Alle belle parole, dunque, non corrisponde affatto una realtà e pare esistere una paradossale dicotomia tra questo dire e il fare. Il mondo ortodosso può veramente ritenere affidabile chi ha questa dicotomia?

  • Che questo papato, sotto questo profilo, sia qualcosa di puramente formale e non essenziale?

Lo sembrerebbe. Il futuro ce ne darà eventuale ulteriore conferma.

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1) Cfr. http://www.vatican.va/holy_father/francesco/speeches/2013/july/documents/papa-francesco_20130728_gmg-conferenza-stampa_it.html

2) Questo atteggiamento è comune in coloro che dicono di amare l'Oriente cristiano. Si osservi, ad esempio, la comunità di Bose: grandi esternazioni in favore della liturgia orientale, della Chiesa ortodossa, della sua spiritualità e poi, a livello pratico, estremo fastidio per il culto classico cattolico come se quest'ultimo fosse un ostacolo all'Oriente. È, invece, un elemento che potrebbe avvicinarlo, com'è stato dimostrato dall'apprezzamento del Patriarca di Mosca al reinserimento della liturgia tradizionale latina operato da Benedetto XVI. Ma chi ha in odio le proprie tradizioni come può REALMENTE essere considerato interlocutore affidabile per l'Oriente?

Il Nuovo contro il Vecchio

Festa dell'Essere supremo instaurata durante la Rivoluzione francese


Continuiamo il nostro discorso con il quale cerchiamo di stabilire dei modi corretti di vivere e pensare la liturgia.

Uno dei più grossi limiti che ho sempre riscontrato nel mondo cattolico odierno è stato l'aver introdotto, all'interno del suo pensiero, un criterio totalmente estraneo alla storia del Cristianesimo: la contrapposizione del nuovo contro il vecchio. In questa contrapposizione, inutile a dirsi, è il nuovo che ha la meglio mentre il vecchio è visto come qualcosa d'inutile, se non dannoso (1). Qualsiasi novità risulta essere, dunque, buona per il solo fatto di essere “nuova” e di contribuire all'oblio del "vecchio".

Come dicevo, questo criterio è totalmente estraneo alla storia del Cristianesimo.
Nei suoi primi due secoli di vita, mano a mano che il Cristianesimo si faceva conoscere, riceveva le critiche del mondo pagano. “Cosa pretendete di essere – gli veniva rimproverato – voi non siete che l'ultima religione apparsa nel mondo romano!”. A questa puntuale e ricorrente critica gli Apologeti, i primi scrittori cristiani, rispondevano pressapoco così: “Sì, apparentemente noi siamo l'ultima religione ma, a ben vedere, siamo sempre esistiti poiché siamo stati annunciati già dall'Antica Alleanza fatta tra Dio e il popolo ebraico”.
Notiamo due particolari:

  1. Sul versante dei pagani una religione poteva essere attendibile solo se aveva maturato un lungo percorso: non è la novità ad essere importante ma quant'è temprato dal tempo.
  2. Sul versante dei cristiani veniva predicato che la novità introdotta da Cristo, in realtà, non era se non il compimento di una promessa antica.
Quest'atteggiamento rimane costante in tutta la storia cristiana. Quello che ha valore non è il “nuovo” in quanto tale ma l'antico. Vincenzo di Lerino in una sua opera, il Commonitorio, spiega che la fede autentica è quella “da sempre” creduta e che ha, dunque, un notevole radicamento nella storia. Le novità, per Vincenzo, sono perniciose.

Questo è così vero che, durante i secoli, tutte le riforme lanciate nel mondo cattolico si appellavano all'antichità, ad uno spirito più puro ravvisato in essa. Anche i movimenti ereticali, che a loro modo volevano riformare il Cattolicesimo, la pesavano ugualmente. Martin Lutero, il noto riformatore tedesco, si appellò ad un'autenticità cristiana andata poi smarrita nei secoli. La sua contemporaneità, per lui, non forniva alcuna visione autentica che, viceversa, si ritrovava nei primordi cristiani. Per potervi attingere suggeriva un ritorno alle Sacre Scritture interpretate senza alcun filtro o autorità. Il paradosso di Martin Lutero fu che introdusse delle autentiche novità formalmente in nome di uno spirito antico al quale si appellava.

Se quest'atteggiamento lo troviamo costantemente nei secoli (2) e perfino nei movimenti ereticali, dove iniziamo a trovare la contrapposizione tra il nuovo e il vecchio, tipica di moltissimi ambienti cattolici attuali?

A mio avviso questa contrapposizione inizia a riscontrarsi con i rivolgimenti sociali della fine del XVIII secolo. Non va ricercata nella Chiesa e nei suoi ambienti ma al di fuori di essa. Quel che è certo è che la vediamo platealmente nella rivoluzione francese, momento di autentica rottura sia in campo sociale e politico sia in quello religioso. La rivoluzione riassume in sé molte tendenze e spiriti accomunati, però, dall'idea che si sta facendo qualcosa di nuovo contrapposto, più o meno radicalmente, al passato.

Non è questa la sede per esaminare la complessità di questo fenomeno ma per cogliere da esso quello spirito di contraddizione che, da allora, si agita negli animi occidentali: il nuovo è comunque meglio del vecchio perché, in un modo o in un altro, ne prescinde.
Sta esattamente qui la differenza ideologica sottesa ai termini “riforma” e “rivoluzione”. La riforma cerca di riportare una determinata realtà ad uno spirito antico, ad un'osservanza antica. La rivoluzione, invece, è tutta protesa in avanti nell'illusione che si possa fare una “tabula rasa” cartesiana del passato.

Non pochi autori cristiano-ortodossi ritengono, tuttavia, che se è certa la provenienza profana del secondo termine (rivoluzione), lo è, in un certo senso, anche quella del primo (riforma). Se, infatti, si applica il termine “riforma” alla Chiesa, si finisce per ritenere possibile che la Chiesa, in quanto tale, non possa rimanere identica a se stessa in terra e  abbia dunque bisogno di continui restauri, come fosse opera unicamente umana. Al contrario, tali autori sostengono che la Chiesa è una realtà voluta da Dio stesso il quale le ha dato, nei suoi elementi essenziali, l'irreformabilità: essa rimane per sempre quello che è, santa, nonostante le miserie umane. La sua costituzione e i suoi ordinamenti basilari non possono cambiare: sono dati una volta per tutte. Non può dunque essere soggetta a “riforme” e, tanto meno, a “rivoluzioni”. Ne consegue che una Chiesa che ha bisogno di essere riformata o rivoluzionata, in quanto Chiesa, ha cessato da tempo di essere Chiesa, essendo divenuta un'istituzione religiosa assorbita totalmene nella dimensione temporale e secolare, soggetta ad ogni genere di fluttuazione e scadimento. Come i tempi fluttuano così questo genere di Chiesa fluttua poiché ha perso il suo aggancio con l'Eternità dove vige una perenne stabilità.

Ma anche prescindendo da questa visione orientale, tutt'altro che peregrina, è evidente la differenza sostanziale tra “riforma” e “rivoluzione”. Tale differenza oramai sfugge alla maggioranza della gente poiché la Chiesa non è affatto considerata in senso tradizionale, dunque in un'ottica veramente di fede, ma in senso molto mondano. La mentalità sottesa al termine “rivoluzione” si è dunque imposta in ogni luogo. Questa spiccata percezione mondana, nell'osservare la Chiesa, è oramai penetrata da tempo all'interno dello stesso clero e tocca i suoi massimi vertici i quali si comportano di conseguenza. 
Spiegare la Chiesa come una novità contro qualcosa di vecchio è divenuta vulgata corrente. La stessa riforma liturgica si è imposta come qualcosa di “nuovo” contrapposto a qualcosa di “vecchio”.

Siamo agli antipodi rispetto alla mentalità dei primordi riscontrabile negli Apologeti. 
All'inizio del Cristianesimo c'era una sola contrapposizione: quella tra la Chiesa (latrice della nuova rivelazione per tutti gli uomini che abolisce l'antica) e la Sinagoga (testimone storica dell'antica rivelazione), tra Cristianità ed Ebraismo. Ma anche in questo caso, pur essendoci contrapposizione, non c'è mai stata negazione: pur essendo considerato alla luce del nuovo, l'antico non era mai negato!

Oggi nella Cristianità occidentale si nota lo strano fenomeno di un livellamento: non esiste più reale perfezionamento nella storia della rivelazione divina poiché l'antico può benissimo essere letto solamente alla luce dell'antico. È quanto si fa, di fatto, nelle scuole bibliche e si nota diffusamente nella predicazione. La rivelazione di Cristo finisce per essere una tra molte vie religiose, tutte ugualmente valide.
In compenso, per una strana contraddizione, la storia della Chiesa che ha determinato un certo sentire di fede, viene rinnegata alla luce di una progressiva novità.

Se dovessimo riprendere l'opinione degli autori ortodossi, diremo che un fenomeno del genere ci  indica l'esistenza di qualcosa che ha cessato di essere Chiesa da molto tempo (almeno in molti suoi ambienti). Per qualcuno questa conclusione è affrettata e presuntuosa. Ma si tratta veramente di fretta e presunzione?


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1) Ho notato questo curioso fenomeno da quando, nell'adolescenza, ho ricominciato a frequentare le chiese. Innanzitutto il primo danno che fa è quello di contrapporre le generazioni tra loro. In una comunità religiosa i giovani tendono a ritenere i vecchi dei poveri bacucchi contrariamene a 70 anni fa in cui l'anziano era ritenuto un "serbatoio" di sapienza di vita. La comunità, quindi, si spacca e la formazione ne risente sostanzialmente!
Inoltre, nelle scuole di teologia cattolica, quest'ideologia si sparge a larghe mani. Un giorno, discutendo con uno studente che faceva l'apologia del progresso, gli chiesi d'essere onesto e conseguente lasciando la Chiesa che ha una visione ben differente. Non seppe cosa rispondere.
Alcuni movimenti cattolici, tuttavia, sono i peggiori dispensatori di quest'ideologia. Se infatti dovessero ritenere attendibile la Chiesa, tradizionalmente intesa, si accorgerebbero di esserne decisamente fuori!

2) Nella polemica intercorsa tra Gregorio Palamas e Gregorio Akyndinos, nel XIV secolo bizantino, il secondo rimproverava al primo di non essersi attenuto alla teologia tradizionale degli antichi padri e di aver costruito un sistema differente. Il primo, sempre appellandosi agli antichi padri, dimostrava il contrario mostrando come il suo sitema teologico altro non fosse che l'esplicitazione di quanto i padri stessi avevano da sempre sostenuto. In entrambi la novità non è il criterio fondamentale bensì l'antichità. Questo esempio che concerne il mondo bizantino riguarda, almeno fino ad una certa epoca, anche il mondo cristiano occidentale.

sabato 17 agosto 2013

Liturgia: alimento della fede

Costantinopoli (Istanbul): Chiesa di san Salvatore in Chora, resurrezione



Se la liturgia orienta il cuore del fedele a Dio, ed è in questo senso scuola di spiritualità, è anche un vero e proprio alimento alla sua fede.

Nella liturgia si confessa la vera fede (1). Il battesimo stesso si opera nel nome della Trinità e, se così non fosse, non sarebbe ritenuto valido.
C'è allora un intimo nesso tra la confessione della vera fede e l'efficacia e la validità della liturgia.

Qui occorre fare una precisazione.
Se una liturgia confessa la vera fede ma chi la compie non ottempera alle necessità spirituali (il cuore di chi prega è, ad esempio, altrove), la liturgia è valida ma non è efficace. È come accendere un fornello ma lasciare la pentola con l'acqua per la pasta ben distante dalla fiamma.
Viceversa, se una liturgia non confessa la vera fede, non è valida e non è efficace. È come tenere spento un fornello e sperare che l'acqua per la pasta bolla ugualmente.
I fondamenti a questa regola li troviamo tutti nel Vangelo: Cristo chiede di credere, prima di operare un miracolo. Il miracolo si compie proprio perché il miracolato ha creduto e vi ha fatto aderire il cuore (2).
La liturgia diviene, così, una sorta di "laboratorio sperimentale": nulla è scontato e niente dev'essere vissuto passivamente o magicamente!

San Simeone il Nuovo Teologo (XI sec.) nei suoi scritti analizza in modo impietoso il fatto che molti sacramenti, pur essendo validi, possono essere totalmente privi di efficacia (3). Questo significa che nella liturgia ci dev'essere sia l'attività divina (assicurata dalla retta fede del credente e dalla promessa divina) sia quella umana (la collaborazione personale). Considerare una sola di queste attività significa pregiudicare il valore della liturgia stessa.

La confessione della retta fede è essenziale. Non a caso nella Divina Liturgia bizantina il sacerdote, durante il Credo, agita un velo sul pane e sul vino, segno che la presenza dello Spirito si ha solo con la confessione della vera fede.

Inoltre, la liturgia, nelle sue disposizioni e nei suoi testi, alimenta la fede stessa. L'anno liturgico è strutturato in modo da ricordare ciclicamente gli eventi più importanti della Rivelazione cristiana. Il santorale ricorda, nella vita dei confessori e dei martiri, l'importanza delle verità di fede: la Trinità, la divino-umanità di Cristo, la definizione di “Madre di Dio”, la Resurrezione, ecc. Nel calendario bizantino a tutto ciò si aggiungono ulteriori feste per la commemorazione dei Concili ecumenici in cui è stato solennemente definito un dogma; la storia della Chiesa diviene, quindi, una sorta di continua "epifania" di Cristo nella storia!

Quando, nella storia del Cristianesimo, si ha voluto cambiare i fondamenti della fede della Chiesa, la prima cosa che si ha toccato è sempre stata la liturgia.
Questo perché la liturgia non è altro che la professione della fede in forma cultuale a disposizione di tutto il popolo. Ce ne parla già dom Prosper Guéranger nel XIX secolo (4):


Il primo carattere dell'eresia antiliturgica è l'odio della Tradizione nelle formule del culto divino. Non si può contestare la presenza di tale specifico carattere in tutti gli eretici, da Vigilanzio fino a Calvino, e il motivo è facile da spiegare. Ogni settario che vuole introdurre una nuova dottrina si trova necessariamente in presenza della liturgia, che è la tradizione alla sua più alta potenza, e non potrà trovare riposo prima di aver messo a tacere questa voce, prima di aver strappato queste pagine che danno ricetto alla fede dei secoli trascorsi. Infatti, in che modo si sono stabiliti e mantenuti nelle masse il luteranesimo, il calvinismo, l'anglicanesimo? Per ottenere questo, non si è dovuto far altro che sostituire nuovi libri e nuove formule ai libri e alle formule antiche, e tutto è stato consumato. Nulla dava più impaccio ai nuovi dottori, essi potevano predicare del tutto a proprio agio: la fede dei popoli era ormai senza difesa.

Oggi assistiamo ad un duplice fenomeno:
da un lato osserviamo alla relativizzazione della fede: la fede cristiana non è che una tra le molte vie religiose a disposizione. Per molti ha cessato di essere LA VIA come Cristo ha cessato di essere LA P ORTA per il Paradiso.
Dall'altro, osserviamo all'evacuazione o all'alterazione della spiritualità, che altro non è se non l'applicazione pratica della fede. Al posto della spiritualità oggi si praticano le "attività sociali” al punto che anche la pubblicità dell'8 per mille alla Chiesa cattolica lo dimostra (5). Non si chiede un sostegno finanziario per sostenere uomini che pregano per il mondo, ma per favorire uomini che si rendono socialmene utili!

La liturgia occidentale subisce pesanti ripercussioni dovute a questa relativizzazione ed evacuazione. Gli stessi testi liturgici vengono manipolati, alterati, improvvisati. Rispetto ai testi di qualche tempo fa quelli ufficiali odierni, nei casi migliori, sono molto  “timidi”, poco definiti, generici (6). Hanno l'ansia di non voler condannare niente, cercando di essere più inclusivi possibile (7).

Ma se tra la liturgia e il fedele esiste una specie di movimento circolare (la fede del credente è alimentata dalla liturgia e la liturgia riflette la fede del credente ortodosso), ne consegue che un testo liturgico sempre più “sfocato” e inclusivo finisce per stingere e anemizzare sempre più la fede del singolo. Qui cosa succede? Il movimento circolare si rallenta fino a interrompersi: la fede del credente viene sempre meno alimentata dalla liturgia e il credente si sente sempre più libero di prescinderne, sapendo che in qualche modo ne sarà giustificato.

Che sia questa una spiegazione per il forte calo di praticanti alla messa domenicale?

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NOTE

1) E' caratteristica nonché cura di ogni liturgia tradizionale affermare quella che è considerata la "vera fede" e condannare gli errori che la insidiano. Quest'atteggiamento apologetico fa realmente parte della liturgia poiché, nell'affermare la vita spirituale del credente, il compositore dei testi liturgici ha cura di combattere le idee eterodosse che possono minarla.

2) E' anche questo il motivo per cui, nella messa latina, le preghiere si concludono con la formula "per Cristo, nostro Signore", segno che si chiede in nome di Cristo, confessandolo quale Signore, ossia Dio.

3) Il santo arriva ad affermare che se una persona si confessa ma, dopo, non sente nulla nel suo cuore, deve iniziare a dubitare che la confessione abbia avuto efficacia. L'infusione della Grazia divina, il suo tocco, sono in qualche modo sperimentali, nella visione di san Simeone il Nuovo teologo. Se non si "sente" nulla è possibile che non sia avvenuto nulla!

4) Vedi lo scritto De l'hérésie antiliturgique et de la réforme protestante du XVIe siècle, considérée dans ses rapports avec la liturgie. Quando quest'autore scrive, tuttavia, non dimostra sempre una conoscenza reale dei fatti liturgici proiettando (soprattutto per quanto riguarda i culti cristiano-orientali) vere e proprie precomprensioni quand'anche non pesanti errori storici. Ad esempio per quest'autore la liturgia bizantina, proprio perché oramai "morta e ossificata", non può più produrre errori. L'idea di poter considerare "imbalsamata" la liturgia orientale oltre ad essere falsa (lungo il tempo ci sono sempre stati ritocchi e aggiunte nel santorale), apre le porte all'idea che nel mondo cattolico la liturgia, per essere vivente, possa essere sottoposta a variazioni. E se questi presupposti si muovono nella mente di Prosper Guéranger - che si vuol fare paladino dell'ortodossia cattolica - che ne sarà in chi vuole adeguarla al mondo moderno? Si vede già da qui l'esistenza di presupposti che poi contribuiranno a variare in modo secolarizzato il culto del mondo cattolico.


5) Cfr. ad esempio: http://www.youtube.com/watch?v=49sUgDVkRN4
Nessuno contesta che una Chiesa non debba fare anche un'attività assistenziale. Il problema nasce quando essa da di sé solo quest'immagine facendo pensare che, in fondo, mostrarsi orante non porti alcun riscontro finanziario e, alla fine, non serva a nulla. Si rileva quell'agnosticismo pratico che faceva dire al vescovo Paul Marcinkus: "Non si può governare la Chiesa con le Ave Maria". 


6) Un solo esempio: nelle messe domenicali non è raro il caso in cui si preferisce recitare il cosiddetto "Credo degli Apostoli" al posto del "Credo Niceno-Costantinopolitano". Il primo è, infatti, più generico perché più antico. Il secondo ha maggiori definizioni e, quindi, esclude chi non le accolga.
Un passo ulteriore verso il generico esiste in tutte quelle comunità - e non sono rare - in cui il Credo è addirittura stato abolito.

7) La tendenza, rispetto alla liturgia tradizionale, è stata oggi rovesciata. L'idea di sottolineare quanto "unisce" pare essere sufficiente per se stessa. Non si tiene sufficientemente conto della fragilità umana e del bisogno di porre dei margini lungo il cammino spirituale umano.

giovedì 15 agosto 2013

Rito, ritualismo, aritualità; sacro, profano



Liturgia copta


In questo post affronto il significato di alcuni termini-chiave, sui quali si appoggia tutto il discorso che, sotto mille aspetti, stiamo facendo in questo blog.
Le parole sono importanti ed è essenziale cercare di stabilirne un valore preciso. Se non lo si fa è inevitabile l'incomprensione e l'equivoco.
Sotto certi aspetti in altri post ho già in parte stabilito il significato di tali termini. Lo voglio fare ancora cercando di perfezionarlo perché negli ultimi post abbiamo fatto un discorso molto importante legato, tutto sommato, a queste parole.

Rito
Il termine “rito”, almeno nel suo significato, non è legato al mondo cristiano essendogli ben precedente. Da sempre gli uomini hanno compreso che il rapporto collettivo con la divinità (qualunque esso sia) si può solo esprimere in modo rituale. Il rito, dunque, non è generalmente altro che un insieme di testi prefissati e di gesti prestabiliti indirizzati alla divinità, caratterizzati da una certa ieraticità. Nel rito si stabilisce un linguaggio simbolico che consiste nell'uso di elementi del mondo creato i quali rimandano al mondo celeste o divino. Ne risulta che è proprio del rito evocare la divinità e renderla in qualche modo presente, chiedendole favori. La figura del sacerdote, in questo contesto, s'identifica come quella di un intercessore, come una “cerniera” tra il mondo creato e quello increato o divino.
Quest'insieme di realtà, presenti nel mondo pagano e in quello ebraico, sono state assunte anche nel mondo cristiano. È stato come assumere un vocabolario preesistente ma per articolare un discorso nuovo rispetto a prima.
Coloro che parlano di una “paganizzazione” del Cristianesimo osservando quest'inevitabile fenomeno, non si rendono conto che, come noi non possiamo prescindere dal nostro vocabolario per trasmettere le nostre conoscenze (anche quelle nuove), così il Cristianesimo stesso non ha potuto né voluto prescindere dal “vocabolario rituale” per comunicare i suoi misteri salvifici, rivelati da Cristo, e oramai resi disponibili nell'azione liturgica. È proprio del rito trasmettere all'uomo quanto celebra, lavorando nella sua interiorità. Un rito vero deve, dunque, avere una forza spirituale, nascere da un'interiorità che l'assunta e irradiarsi su molte altre interiorità. La figura del sacerdote nel Cristianesimo, così, non riveste un mero compito d'intercessione, un'attività passiva o formale, ma diviene un irradiatore proiettando, non con la forza della pura ragione o di un solo discorso umano ma soprattutto attraverso le forme cultuali, un'energia tutta interiore che normalmente si denomina con il termine di “grazia” (1). Non è dunque un caso che per l'Oriente bizantino il numero dei sacramenti non sia stato mai precisato dal momento che l'irradiarsi della grazia nell'evento cultuale avviene in molteplici forme. Questo, però, non è da intendersi in senso magico ma in senso profondamente spirtuale in cui celebrante e assistenti assumono una forte dinamicità interiore: esiste, come si dice, una compenetrazione dell'umano e del divino dove Dio e l'uomo operano assieme in sinergia. Ecco perché è impossibile avere un approccio decente con la liturgia se non si ha una minima sensibilità e attenzione di ordine interiore.

Ritualismo
Il termine “ritualismo”, invece, si pone su un piano decisamente diverso. È l'esecuzione di atti e parole rituali, come se si stesse facendo un rito, ma spogliandolo completamente di prospettiva interiore. È come porre nelle vie dei cartelli stradali per sola “bella figura” o perché si crede che, così facendo, non ci saranno magicamente più incidenti. Normalmente sono ritualistiche tutte quelle comunità cristiane che cercano di fare rivivere un culto tradizionale slegandolo da tutti i suoi profondi significati. Ad esempio, ci sono alcuni, nel mondo cattolico, che pensano di ristabilire le antiche consuetudini liturgiche perché, così facendo, obbediscono meglio alle leggi della Chiesa. Ho presente casi concreti, gente molto aderente alle norme e ai canoni. Il fatto di obbedire esteriormente a delle leggi (anche giuste) non comporta necessariamente alcun lavoro di tipo interiore che la liturgia richiede per essere veramente tale. È dunque giusto definire queste comunità come tradizional-ISTE e non tradizionali perché esasperano alcuni lati di verità lasciando in ombra molti altri senza rendersi conto che, così, introducono un profondo squilibrio in nome di una tradizione mal interpretata. Se l'equilibrio antico non è più rispettato, l'efficacia liturgica non è più garantita. Una comunità tradizional-ISTA è dunque ritual-ISTA. Anche a livello di esperienza personale ho constatato due estremi in questo tipo di comunità: o l'indifferenza per la vita spirituale - per costoro sarebbe una “fumosa filosofia” (2) - o una vita spirituale concepita come “atto magico” e vissuta in modo massimalista e fanatico. Il fenomeno del ritualismo è trasversale a tutte le confessioni non essendo altro che l'esecuzione di un rito in modo formale (estetico o puramente emozionale) e senz'anima interiore. 

Aritualità
Sul versante opposto ci sono culti “arituali”, ossia contrari ad ogni forma di ritualità. Direi che, oggi, questi culti prevalgono nell'85% del Cattolicesimo. Il discorso che si fa in loro favore è pressapoco il seguente: “Quando Gesù Cristo ha istituito l'eucarestia l'ha fatto nel corso di una cena, in una sala da pranzo. Cos'ha questo in comune con un rito o un tempio? Lo ha fatto discorrendo con i discepoli, non facendo un rito” (3).
Ovviamente non si vuole notare la situazione completamente eccezionale in cui l'evento è avvenuto, come se in ogni messa ci siano esattamente le stesse condizioni dell'ultima Cena.

Di conseguenza chi sostiene questa linea disprezza ogni culto tradizionale e trasforma sempre più il rito (o quanto rimane di esso) in una forma cultuale “arituale”. La messa ha sempre più una forma dialogata, la divinità fa sempre più da “tapezzeria” o da pretesto per un incontro unicamente tra uomini, la cui attenzione si concentra sempre più tra loro stessi. Queste comunità cristiane finiscono per implodere letteralmente in loro stesse ma non se ne accorgono perché sono troppo chiuse nel loro mondo! Rinvengo questa forma patologica soprattutto all'interno di alcuni movimenti cattolici...
Chi subisce questa mentalità finirà inevitabilmente per dire: “il singolo fedele DEVE poter osservare l'altare, il sacerdote e i fedeli che lo circondano”. E così, se l'edificio ecclesiasico lo impedisce, si iniziano a mettere video a circuito chiuso un poco ovunque.
Questo bisogno (direi) malato e morboso di buttare l'occhio sempre al di fuori di sé, distoglie il singolo dal portare l'attenzione al suo cuore (dal quale tutto deve partire e arrivare), dove il culto liturgico deve necessariamente giungere.

Se lo sguardo inizia a vagare fuori di sé, disperdendo le energie dell'interiorità, avviene inevitabilmente un rovesciamento: la liturgia assume una forma “arituale”, dunque pian piano spettacolare. È quanto sta accadendo un po' ovunque.
Clero e laici, oramai disabituati al fatto che esiste un'interiorità da coltivare che è il centro, il trono della liturgia esteriore, puntano verso un culto sempre più spettacolare e “arituale”.

Come fare per ristabilire l'ordine? Personalmente penso che quest'85%, a meno che non abbia una particolare “folgorazione”, non cambierà. Chi è abituato a vivere zingarescamente, vagando di città in città, non potrà mai capire chi ha una casa e ci vive bene dentro, mantenendola pulita e accogliente. In tal modo, chi vive una liturgia che ha una forma non rituale e spettacolare, potrà capire molto difficilmente chi ha bisogno di un culto che si esprime in forma rituale e sacrale. Faccio un esempio per spiegarmi meglio. Se ad uno zingaro uno Stato offre un appartamento, (come accadde in Romania) succede che ci fa abitare i propri animali mentre riserva una tenda in giardino per sé e i propri familiari pur di poter continuare a vivere come prima. Lo stesso atteggiamento ha chi vuole una liturgia “arituale”: vuole vivere senza una regola precisa o ne stabilisce lui di volta in volta.
Ecco perché non possiamo avere un vero dialogo con queste persone e, in definitiva, non possiamo cambiarle!
In questo modo sia la forma “arituale” che quella “ritualistica” prescindono da un reale ed equilibrato lavoro spirituale forse perché, nella maggioranza dei casi, le persone che vanno a queste messe non ci credono affatto o lo credono in modo molto distorto, quindi antitradizionale.

Sacro e profano
“Sacro e profano” sono termini che, a detta dei biblisti contemporanei, il Cristianesimo ha bell'è che superato. La divisione stabilita da queste parole, essi sostengono, inserisce nel reale una dicotomia insanabile tipica del paganesimo. Sono gli dei pagani – essi ammettono – che non vogliono mescolarsi con il mondo degli uomini e lo osservano con sufficienza dalla loro sfera sacra. Il mondo profano, dunque umano, è dominato dalla materia che non ha nulla di buono ed elevato in sé ed oscura la realtà. “Sacro e profano”, aggiungono, rimanderebbero ad un mondo platonizzante. Se nel Cristianesimo fino a pochi decenni fa si ragionava ancora in questi termini, ora, con la riscoperta della prospettiva biblica, c'è un vero e proprio superamento. Siamo tornati ad una visione genuina! Il Dio che crea nella genesi afferma: “Tutto è buono” per cui non ha senso andare contro quanto Lui stesso ha stabilito, concludono questi biblisti. Ne consegue che "tutto è santo, non sacro, santificato dalla presenza di Dio"(4). 
Tra l'altro, è proprio per questo motivo che, in qualche gruppo cattolico, non si benedice mai il cibo ma si preferisce benedire Dio per il cibo; è la berakà ebraica che ritroviamo anche nell'offertorio della Messa rinnovata cattolica.

A livello di architettura ecclesiastica, l'applicazione di queste idee comporta l'assenza del presbiterio o l'assorbimento del presbiterio – o santuario – nella navata della chiesa. Se tutto è santo perché creare ambiti “sacri”? Di più: se “tutto è santo” perché celebrare in una chiesa? Ecco uno dei motivi per cui, appena si può e la situazione lo consente, si preferisce fare le messe allo stadio, in un campo montano o in riva al mare...

Se esaminiamo questo discorso prescindendo da ogni ulteriore riferimento (cosa che normalmente si fa) esiste indubbiamente una certa coerenza. Ma questo discorso patisce fin da subito di un grosso handicap: il Dio che, creando, dice “tutto è buono” lo dice … a partire da SE STESSO e riferendosi ad un uomo che è a sua immagine e somiglianza!
Solo un uomo che diviene “come Dio” può dire la medesima cosa. Solo Adamo prima della sua disobbedienza poteva dirlo. 
Ma ora chi è come Dio? I nostri "biblisti" tacciono....

Con la pienezza della rivelazione operata da Cristo, con l'istituzione della Chiesa e dei sacramenti, l'uomo è divenuto come Dio? Da quanto appare, l'umanità rimane sempre in una condizione molto fragile e decaduta, nonostante tutto.
Nell'oriente bizantino la santità è sempre associata alla partecipazione con la grazia divina e, quindi, alla “divinizzazione” dell'uomo. Ma l'uomo “divinizzato” o santificato, per quanto manifesti la verità del Cristianesimo, non è che una rarità, dinnanzi ad una moltitudine di persone in tutt'altro stato.
Se, ad esempio, gli uomini fossero tutti santi nessuno si scandalizzerebbe o si comporterebbe male in società. Nessuno avrebbe idee maliziose, neppure dinnanzi alla nudità del suo prossimo. Ma siccome non è così, è saggio assumere delle precauzioni. È saggio avere altri orientamenti. 

Diversamente si manifesterebbe un'assurda ingenuità, come se il mistero del male non fosse ben presente e radicato nel mondo, al punto che san Giovanni nel suo vangelo quando parla di "mondo" lo intende sempre come la realtà che ha rifiutato Dio perché aderente al male (5).

Perciò se il discorso “sacro-profano” non vale nel versante di Dio e del primo Adamo (e qui la Bibbia ha ragione) rimane assolutamente valido nel versante dell'uomo attuale, uomo fragile e decaduto, che osserva la realtà circostante proiettando in essa tutte le sue passioni disordinate. Il discorso “sacro-profano” vale come mezzo per educare la persona in una prospettiva spirituale. Se una chiesa è resa “sacra” come edificio, rispetto al mondo circostante non è perché quest'ultimo è necessariamente malvagio ma perché, proprio in essa, avvengono permanentemente delle azioni che collegano il mondo umano con quello divino, cosa che non avviene, da che ne so, in un parco pubblico, tanto per fare un esempio. Dio irradia la sua bontà nutriente ovunque ma l'uomo è in grado di fare da “ombrello”, trattenendo quest'irradiazione. È questo il principio del “profano” cristianamente e spiritualmente inteso. Il principio del “sacro”, invece, indica un'esposizione diretta alla presenza divina senza un'interferenza umana che lo impedisca ma, piuttosto, con una collaborazione attiva dell'uomo stesso.
Chi ha maturato in sé questo tipo di visione pratica – constatabile in ogni momento della storia umana – costruirà delle chiese con valore sacro, distinguerà i presbiteri dalle navate, utilizzerà i veli nella liturgia, userà canti consoni alla liturgia, ecc.

26 aprile 1478: congiura dei Pazzi nel duomo di Firenze
con l'uccisione di Giuliano De' Medici, fratello di Lorenzo.
Se in una chiesa latina un tempo avveniva un omicidio, il culto era immediatamente sospeso e il vescovo doveva procedere a ribenedirla, riprendendo, dunque, una parte del rito di consacrazione dell'edificio ecclesiastico. Oggi, da quanto so, tutto questo non avviene. Perché? Non è forse perché l'Occidente cristiano non crede più nel “sacro-profano”?

Anche il disuso dei termini “sacro-profano”, alla fine, si spiegano per una mancanza reale di prospettiva spirituale nella vita cristiana, esattamente come chi diffonde una liturgia ritualistica o arituale. Non ci si avvede che l'oscuramento della spiritualità, alla fine, porta alla negazione della verità del Cristianesimo, alla sua alterazione, trasformandolo definitivamente in qualcosa di puramente e logicamente umano. È quanto sta accadendo sotto i nostri occhi. A questo punto vale la pena domandarsi: "Il figlio dell'uomo quando tornerà troverà ancora la fede sulla terra?" (Lc 18, 8).


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NOTE

(1) Questo concetto ha un'importanza capitale! Nello stesso mondo non cristiano il rito non ha bisogno di spiegazioni e dialoghi. Si mostra come "fatto", "azione sacra" che agisce per la sua stessa forza sugli astanti. Nel Cristianesimo tradizionale è presente lo stesso concetto, tant'è vero che la cosiddetta "omelia" ancor oggi in Oriente è opzionale. Solo un sacerdote particolarmente versato nell'arte omiletica ha, normalmente, il permesso di farla. Gli altri lasciano "agire" l'evento liturgico. 
Che nel mondo cattolico molti abbiano iniziato a deviare, concependo la liturgia magicamente, lo capiamo dalla Riforma luterana in cui Marin Lutero riduce, esasperato, la liturgia a Sermone sulle letture, dunque ad un'esposizione puramente razionale della Scrittura, prescindendo dal mondo simbolico della liturgia stessa e da azioni e parole sacre con cui era stata trasmessa fino ad allora. Un eccesso ha determinato, per contrapposizione logica, un altro eccesso. Il concilio di Trento ha semplicemente fatto quadrato attorno alla tradizione liturgica cattolica conservata fino ad allora minacciando di anatema chi la alterasse. La mancanza di un profondo spirito liturgico portò ad una certa stagnazione da cui nacque il bisogno di fare qualcosa. 
Anche le "messe dialogate" nascquero da tale bisogno, ancor prima del Concilio Vaticano II ma manifestarono una mentalità nuova (la stessa, in fondo, del famoso riformatore tedesco). Questa mentalità ebbe la meglio nel mondo Cattolico. Se, orologio alla mano, osserviamo la distribuzione temporale della nuova liturgia cattolica, noteremo che il culto assorbe poco più del tempo rispetto all'omelia. In alcuni casi (in certi movimenti cattolici) è l'omelia a far da padrona sul culto. È andato smarrito il concetto che la liturgia è "azione sacra" e la si è ridotta a "spettegolamento religioso"!

2) Un anziano signore tradizionalista, legato ad una fraternità tradizionalista cattolica, affermò proprio questo e non era l'unico caso. Per lui la spiritualità non era che una filosofia, parole vuote che non corrispondevano a nulla di pratico. L'uomo in morte fu celebrato come autentico "testimone" cristiano ma forse perché aveva lasciato alla suddetta fraternità ... due miliardi di vecchie lire!

3) Si osservi che è lo stesso tipo di discorso con cui le comunità nate con la Riforma protestante motivano il loro culto.

4) È il discorso che, anni fa, mi faceva uno studente, ora divenuto biblista e insegnante nelle Università teologiche romane. La sicumera di questo prete - che da allora non è affatto cambiato - mi ha sempre molto colpito. In queste menti esiste un riduzionismo notevole e, d'altra parte, nel caso di questa persona siamo davanti ad un sacerdote decisamente molto secolarizzato. Se tutto è santo, non esiste alcun dovere da parte dell'uomo di esercitarsi asceticamente perché va bene così com'egli è. Se tutto è santo l'uomo non deve chiedere perdono a Dio ma, semmai, al suo prossimo, se non sa essere socialmente solidale (unico peccato concepibile). Devo constatare che molti tradizional-ISTI, proprio perché tali, hanno armi completamente spuntate dinnanzi alle provocazioni di questo clero secolarizzato che continuerà, così, la sua corsa da riduzionismo ad ulteriore riduzionismo mietendo vittime.

5) I biblisti cattolici attuali, però, hanno una forte ritrosia a dover ammettere questo al punto che preferiscono porre in ombra la constatazione giovannea che noi, per altro, sperimentiamo ogni giorno sotto varie forme e maniere. Il mondo, per questi ideologi, non è che pura bontà.

martedì 13 agosto 2013

La Preghiera dei fedeli

Diacono mentre fa le invocazioni della grande Sinaptì nella liturgia bizantina


In questo post osserviamo un elemento tipico di alcune liturgie cristiane: la preghiera dei fedeli.
Tale preghiera è una finestra aperta alle necessità del mondo e dei fedeli, necessità esposte a Dio perché le accolga e le esaudisca.
Ho voluto disporre due gruppi di testi: uno di testi antichi e tradizionali e un altro di testi di attuale composizione.
In un paragrafo conclusivo esamineremo assieme la struttura di queste preghiere, le loro linee di fondo e il loro stile cercando di capire perché sono state pensate in questo modo.
Le conclusioni, per quanto provvisorie, penso siano molto interessanti.

1) Testi antichi e tradizionali

a) La prece litanica "Divinae Pacis"

Questa prece risale al III secolo ed è propria alla Chiesa ambrosiana. È composta da "preghiere semplici, tutte cantate con un semplice modulo [...]. La loro antichità è mostrata anche dalle richieste: per i perseguitati per la fede in carcere e "ad metalla", una pena che fu eliminata dai romani dopo il 220 d.C e qui è ancora menzionata! Interessante anche la preghiera per gli indemoniati. Si vede a prima vista la parentela strettissima di queste preci con quelle della divina liturgia di San Giovanni Crisostomo, con le quali hanno ovviamente un'origine comune. Nel rito antico ambrosiano esse sono cantate all'inizio della Messa" (1). Ad ogni invocazione il coro o il popolo risponde Domine miserere, Signore pietà.





b) La grande sinaptì (litania) della divina liturgia di san Giovanni Crisostomo

Questa litania si recita all'inzio della liturgia attribuita a san Giovanni Crisostomo e caratterizza la liturgia eucaristica bizantina che si esegue ancor oggi. Ad ogni invocazione del diacono il coro riponde Kyrie eleison. Come precedentemente accennato, questa preghiera ha forti analogie con quella ambrosiana. La liturgia di san Giovanni Crisostomo nella sua redazione finale risale attorno all'XI secolo ma diversi suoi testi sono molto precedenti.


Si ponga attenzione che il canto della grande Sinaptì 
è solo in questo video (collegato ad altri 
che proseguono il canto della divina liturgia).


c) Una prece litanica della Divina Liturgia nel rito siriaco di Antiochia

Il rito eucaristico della chiesa siriaca d'Antiochia è molto antico ed è attribuito a san Giacomo apostolo. Oggi è fatto in arabo e siriaco. Subito dopo la consacrazione del pane e del vino da parte del sacerdote, il diacono recita una preghiera litanica. Ad ogni intercessione del diacono il coro risponde Signore pietà in siriaco (2).

Preghiamo e imploriamo il Signore, nostro Dio, in questo santo momento; per i nostri padri che ci governano: [il nostro santo padre il papa N. ,] il nostro Patriarca N., il nostro vescovo. Affinché la loro preghiera ci protegga preghiamo il Signore.
Per i nostri fratelli afflitti, per tutti quelli che soffrono, per tutti gli oppressi, degni dei benefici promessi a coloro che amano il tuo Figlio nel quale abbiamo la speranza della misericordia e del perdono dei nostri e dei loro peccati.
Per tutti coloro che hanno conservato fedelmente la fede e che si sono sacrificati per conservare la Chiesa da ogni errore, Signore ti preghiamo.
Per la pace e la prosperità di questa comunità, di questa città e di questo paese, Signore ti preghiamo.
Per tutti i defunti che si sono addormentati nella vera fede; perché Cristo nostro Dio perdoni i loro errori e ci faccia arrivare assieme nel suo regno, Signore ti preghiamo.
Il coro: Signore pietà, Signore pietà, Signore pietà.

d) Karozoutha nqoum shappir (litania "stiamo convenientemente") della Chiesa caldea di Babilonia

Questo genere di litania è recitata in aramaico dal diacono al di fuori della Divina Liturgia per occasioni di particolare bisogno. Il popolo ad ogni invocazione risponde Signore pietà (3).

Stiamo convenientemente, tutti con gioia e allegria, suppliccando e dicendo: Signore pietà. 
O Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione, noi ti preghiamo. 
O te che ci salvi e che prendi cura di noi, tu che sei il dispensatore di tutto l'universo, noi ti preghiamo. 
Per la pace, la solidarietà e la conservazione del mondo intero, noi ti preghiamo. 
Per il nostro paese e tutti gli altri paesi, per tutti i fedeli che vi risiedono, noi ti preghiamo. 
Per buone condizioni atmosferiche, la fertilità annuale e buoni raccolti di frutti, per l'armonia del mondo intero, noi ti preghiamo. 
Per la salute dei nostri padri: N. Patriarca e vescovo, e per tutti i fedeli e i loro ministri, noi ti preghiamo. 
Per i re che detengono il potere sul mondo, noi ti preghiamo. 
O tu che sei ricco di misericordia e pieno di tenerezza, noi ti preghiamo. 
O Dio clemente, tu che, per le tue misericordie governi l'universo, noi ti preghiamo. 
Per i preti, i diaconi che sono nella vera fede, per tutti i nostri fratelli in Cristo, noi ti preghiamo. 
O tu che sei buono per natura e distribuisci tutti i doni. 
O tu che non vuoi la morte del peccatore ma che piuttosto desideri che si penta dei suoi crimini e sia salvato, noi ti preghiamo. 
O tu che, per la tua nascita (la tua epifania, la tua quaresima, il tuo ingresso, la tua resurrezione, la tua ascensione, la discesa dello Spirito, la tua croce) hai dato gioia agli abitanti della terra, noi ti preghiamo. 
O tu che, per natura, sei immortale e abiti nella splendida luce, noi ti preghiamo. 
O Salvatore di tutti gli uomini e particolarmente di coloro che credono in te, noi ti preghiamo. 
O Cristo, nostro Signore, salvaci per la tua bontà e donaci abbondantemente la tua pace, la tua tranquillità avendo pietà di noi. 
Preghiamo, la pace sia con noi; preghiamo e supplichiamo Dio, Signore dell'universo. 
Il popolo: Amen.


2) Testi di attuale composizione



a) Preghiera dei fedeli per la XX Domenica per Annum

Questa preghiera appartiene al Messale della liturgia romana rinnovata dopo il Concilio Vaticano II. È stata scelta casualmente tra le moltissime offerte all'interno di questa liturgia (4).

Preghiamo insieme e diciamo: Ascolta, Signore, il nostro grido! 
La Chiesa sia il luogo in cui i credenti in Cristo facciano esperienza del suo amore e imparino a mettere lui e il suo evangelo al primo posto della loro esistenza. Insieme preghiamo. 
Il papa Francesco, il nostro vescovo Domenico e tutti i pastori delle Chiese abbiano parole chiare e forti per denunciare di fronte ai potenti della terra l’ingiusta oppressione dei poveri. Insieme preghiamo. 
Tutti i battezzati crescano nell’amore a Cristo e nell’obbedienza all’evangelo, senza temere di andare controcorrente rispetto alla cultura dominante. Insieme preghiamo. 
I giovani /noi giovani/ non esitino /esitiamo/ a seguire la chiamata di Gesù, anche quando dovesse essere difficile attraversare problemi e difficoltà nelle relazioni familiari. Insieme preghiamo. 
Quanti operano per la pace tra i popoli, il disarmo fra le nazioni e l’integrazione fra etnie e culture diverse siano accolti quale segnale di un futuro più giusto e più equo. Insieme preghiamo. 
Coloro che si fanno voce del dolore dei deboli e degli oppressi possano incontrare non il nostro rifiuto ma la nostra solidarietà. Insieme preghiamo.



b) Preghiera dei fedeli contro l'omofobia

Questa preghiera dei fedeli è stata composta in una Comunità di base, una sorta di parrocchia cattolica non ufficiale molto progressista. In queste realtà la liturgia viene spesso composta direttamente da fedeli e preti, prescindendo dai testi ufficiali stabiliti a Roma. In questo caso abbiamo un testo di taglio molto sociale su una tematica che oggi agita gli animi sulla quale ufficialmente il mondo cattolico si mantiene su posizioni morali tradizionali, a differenza di queste realtà. La riporto non tanto per il suo tema quanto per il modo in cui si presenta e che mi pare significativo (5).

La Parola di Dio ci guida alla salvezza per mezzo di molte vie. Fili infiniti e complessi che intrecciamo la Parola con la nostra quotidianità, alla nostra vita. 
Ogni nostro atto è frutto di una scelta consapevole, libera e noi attraverso la preghiera, in comunione con Dio, scegliamo quale strada intraprendere e con quali forme. Scegliamo tra il male ed il bene perché l’Eterno ci pone di fronte alla responsabilità. Dio ci ama a tal punto da averci reso liberi di determinare le nostre azioni. 
Noi abbiamo scelto di farci testimoni di amore: 
Amore nei confronti di Dio, amore nei confronti degli uomini e delle donne che insieme a noi costruiscono con la propria testimonianza, giorno dopo giorno, con tenacia e perseveranza, l’avvento del Regno. 
Nel giorno della preghiera contro l’omofobia noi preghiamo con i nostri fratelli e le nostre sorelle gay, lesbiche e transessuali. 
Preghiamo affinché il Signore apra il cuore e le menti di tutti noi, faccia cessare contro i nostri fratelli e sorelle le persecuzioni e le discriminazioni perché chiunque discrimina o perseguita un nostra fratello o una nostra sorella, discrimina e perseguita tutti noi. 
Preghiamo affinché sia l’amore la misura delle nostre azioni. L’amore come qualità relazionale. 
Preghiamo affinché il Signore ci dia il coraggio che ha dato a Suo figlio. Alla Parola fatta carne, venuto in mezzo a noi per vivere, morire e risorgere; venuto al mondo a sovvertire e rifondare – con un atto d’amore - il pensiero culturale, i fondamenti della fede, le stratificazioni delle classe sociali del popolo di Dio. 
A noi, O Signore! concedi il coraggio e la forza, l’intelligenza e la saggezza, di avere la stessa costanza d’amore. 
A Te chiediamo di essere guidati con mano sicura contro l’oscurantismo, contro l’omofobia, contro la violenza e l’ignoranza. 
Al Dio di liberazione noi chiediamo di assisterci con la tenerezza e l’affetto del Padre. 
Infondi in noi, O Signore! il valore della condivisione e dell’ appartenenza, della com/passione e del co/sentimento.  
Aiutaci a vivere la condizione e le emozioni, l’immaginazione ed il bisogno di giustizia e libertà dei nostri fratelli e delle nostre sorelle. 
Ascolta O Signore! la nostra comune preghiera che oggi ci unisce a tutti i nostri fratelli e sorelle omosessuali, che ci chiama all’impegno diretto, ci invita a continuare l’attraversamento del deserto dell’indifferenza e delle discriminazioni, ci determina nell’impegno profuso verso il riconoscimento dei diritti, perché in Te tutti siamo uguali ed a tutti è annunciata la salvezza. 
Benedici la nostra preghiera ed il nostro impegno come Comunità di credenti in Cristo Gesù affinché il diritto ad amarsi e perseguire la felicità, a vivere senza nascondersi, a camminare mano nella mano per le strade del mondo sia riconosciuto a tutti i tuoi figli e figlie. Amen.


Un'analisi delle preghiere

Strutturalmente tutte queste preghiere hanno una serie di invocazioni ognuna delle quali è seguita da un'esclamazione del popolo o del coro. Ma a fronte di questo elemento che le accomuna ci sono delle profonde differenze. Non è un caso che abbia diviso i testi in due gruppi.
Il primo gruppo, infatti, contiene preghiere composte anticamente o, comunque, diversi secoli fa. Cronologicamente e culturalmente questi testi sono distanti da noi. Ma si tratta solo di una distanza cronologica e culturale? È questa la domanda alla quale cercherò di rispondere.

I testi del primo gruppo si diffondono in uno spazio molto esteso: da Milano a Costantinopoli, da Antiochia (dal quale pare sia stato composto uno di essi) ai territori oltre il confine orientale bizantino, nell'attuale Persia. Anche temporalmente c'è una certa divaricazione: si parte dal III secolo per arrivare all'XI nella forma stabilizzata della liturgia bizantina.
Nonostante questa variabilità spazio-temporale questi testi non sono troppo dissimili tra loro.
Il tema indiscutibile di queste preghiere (sia occidentali che orientali) è teologico. Dio viene lodato, supplicato, pregato. Le stesse necessità della Chiesa e dei fedeli non spostano mai lo sguardo dell'orante da Dio per soffermarlo eccessivamente sulla condizione dei bisognosi. Il baricentro di tutte le preghiere rimane, dunque, Dio. La necessità dei fedeli è tratteggiata in modo molto sintetico, quasi pudico, poiché non ci si addentra mai troppo nei dettagli e si rimane sulle generiche. La preghiera caldea in non pochi passi si astrae pure dai bisogni concreti concentrandosi unicamente su Dio e sulle sue caratteristiche (bontà, immortalità, misericordia). Un altro particolare tipico di quasi tutte queste preghiere è l'insistenza nel pregare per coloro che hanno la retta fede (Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo), l'hanno conservata (Divina Liturgia siriaca di Antiochia) o per ricordare chi crede [rettamente] in Cristo (Litania della chiesa caldea di Babilonia).
Si direbbe che i compositori di queste preghiere, facendo leva sulla retta confessione cristiana, osservano le necessità del mondo circostante attraverso "occhi divini". Certamente i compositori risentono del clima di contese teologiche e, soprattutto, di una forte mentalità ascetica con la quale esaminano il mondo attraverso l'interiorità, il loro cuore. Qui lo sguardo non parte dalla mente e si disperde sul mondo ma attraversa l'interiorità per poi toccare la realtà esterna sempre contenendosi, tuttavia, in un alveo strettamente spirituale.
Anche la prece ambrosiana respira di quest'equilibrio e moderazione ascetica, abbracciando nel giro di poche frasi le necessità umane e del cosmo.
Per quanto riguarda questo primo blocco di preghiere si può dunque concludere che, nonostante inevitabili elementi che le classificano localmente e temporalmente, fanno emergere una caratteristica spirituale e psicologica comune data dalla concentrazione dell'anima dei loro compositori nella contemplazione divina e, attraverso di essa, nell'osservazione del mondo e delle sue necessità.

I testi del secondo gruppo sono molto interessanti perché presentano una forte variazione di stile rispetto a quelli appena esaminati. Poco importa che il primo testo appartenga ufficialmente alla Chiesa cattolica (o vi si riferisca) e il secondo testo non sia ufficiale. Entrambi hanno degli elementi che li accomunano e li  pongono ad una distanza, assai profonda, dal primo blocco. A favorire questo non è solo l'area geografica, la differente cultura e tempo. C'è, a mio avviso, una modalità completamente diversa di considerare la religiosità e, indefinitiva, la Chiesa.
Entrambe le preghiere non pongono al centro Dio ma l'uomo, un uomo spinto dal bisogno di pace, disarmo, integrazione, giustizia (prima preghiera), spinto dal bisogno di combattere la discriminazione e le persecuzioni (seconda preghiera). Si ha come la netta impressione che, all'interno di queste preghiere, l'invocazione alla divinità sia quasi accessoria e quest'impressione diviene via via più tangibile nella seconda preghiera in cui, con la "scusa" di pregare si vuole dare una lezione di vita stabilendo quasi una rivendicazione sociale-sindacale.
In questo secondo blocco non appare importante credere in una "vera fede" poiché quanto assilla i compositori di questi testi è la giustizia sociale, orizzonte prevalente nel quale situano il Vangelo.
La prospettiva ascetica che contraddistingue le preghiere del primo blocco qui è totalmente assente. Il mondo e i bisogni delle persone sono osservati in modo molto logico, non interiore, con uno stile di rivendicazione di diritti che accomuna questi testi più alla piazza nella quale fare una contestazione che alla chiesa in cui supplicare Dio.
Le preghiere toccano temi delicati e controversi. Nonostante la buona volontà di chi li ha composti, non temo di affermare che indicano una fortissima influenza secolaristica in cui Dio rimane perfettamente sullo sfondo e l'unico attore che conta è oramai l'uomo con la sua forza logica. Non è solo questione di una cultura diversa poiché mi sembra che si sono strappati dalla logica sapienziale e spirituale antica.

Conclusione

Dopo aver analizzato, seppur in modo poco approfondito, alcuni aspetti di queste preghiere, penso di poter trarre delle conclusioni provvisorie stabilendo quando segue.

Le preghiere antiche e tradizionali non risentono solo di un'altra cultura, il che è naturale, ma sono il segno di un'orientamento di tipo spirituale. Non si deve dimenticare che questi testi risentono del clima monastico nel quale possono essere stati formati o quanto meno influenzati. La mentalità monastica antica, essendo di tipo ascetico, cerca di mantenere un sapiente equilibrio tra il lato (e il relativo bisogno) umano e il lato divino. Per questo motivo queste preghiere sono teocentriche e osservano il creato e l'umanità a partire dall' "alto" o dal cuore. Questo riguarda perfino la preghiera occiedentale ambrosiana.

Le preghiere attuali, pur dando l'idea di uno sfondo religioso, si proiettano sull'umanità adagiandovisi. Ci donano l'impressione di un antropocentrismo che, talora, diviene smaccato come nel caso della preghiera composta dalla comunità di base. Non riflettono più una mentalità di tipo ascetico (con l'equilibrio tra il divino e l'umano) ma hanno un'impellenza di tipo sociale, esprimendo quasi una rivendicazione sindacale. Anche se la prima preghiera non è così "eccessiva" come la seconda, tuttavia vi si accomuna nella mentalità appena delineata. Entrambe, più o meno, sono il segno di una Chiesa che ha spostato molto il suo baricentro e, in definitiva, la sua identità.

È qui che mi pare di ravvisare il punto cruciale che differenzia i testi liturgici tradizionali da quelli attuali.

NOTE

  1. Cfr. il sito internet: http://www.cantualeantonianum.com/2012/02/preghiere-dei-fedeli-le-preci-divinae.html consultato il 12 agosto 2013. Il successivo testo della prece litanica con la sua traduzione è tratto dal sito medesimo.
  2. Liturgie de la messe selon le rite syriaque catholique d'Antioche, Paroisse saint Ephrem des Syriaques Catholiques, Paris, p. 15.
  3. Missel Chaldéen, Eglise catholique chaldéenne, Paris, 1982, pp. 182-184.
  4. Cfr. il sito internet: http://refoitalia.files.wordpress.com/2013/04/culto-giornata-omofobia-2013.pdf consultato il 12 agosto 2013.