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mercoledì 31 luglio 2013

Comprensione sensibile, razionale e mistica della Divina Liturgia



Il mondo cristiano di tradizione bizantina ha un modo differente di concepire la liturgia rispetto a quello cattolico-"latino".

Nel mondo ortodosso si crede che la Divina Liturgia (la messa) sia la manifestazione del Cielo sulla terra. È Dio stesso che, in qualche modo, s'irradia nel momento della celebrazione.

Se l'attore principale è Dio ne consegue che sacerdote e fedeli sono assolutamente subordinati: non ha senso che il prete "cerchi" i fedeli per farli partecipare meglio e che i fedeli "cerchino" il prete per essere da lui sostenuti, dal momento che entrambi sono rivolti al mistero che sta avvenendo: il Regno di Dio che viene (1). Non ha senso che gli occhi corrano qua o là, come se si stesse davanti ad uno spettacolo mondano perché è Dio che tocca gli astanti.

L'idea di aver una partecipazione attiva, secondo le modalità ideate nel mondo cattolico-"latino", non ha alcun motivo di esistere nel contesto bizantino. Le stesse disposizioni e apparati liturgici non servono per fare "spettacolo" o per appiccicare lo sguardo del fedele su di essi procurandogli emozioni romantiche o quant'altro ma sono un semplice rimando iconico alla gloria divina. 

Qui giova fare una distinzione assolutamente importante.

Nel post precedente ho accennato all'antropologia dei Padri della Chiesa. Per essi l'uomo è:
 
a) corpo (con i suoi cinque sensi),
b) psiche (con la sua razionalità),
c) spirito (con i sensi spirituali).

Queste tre parti formano l'intero uomo e l'uomo non è mai perfettamente tale fintanto che queste tre parti non funzionano tutte e non entrano in armonia tra loro. È compito della Chiesa (che ha questa conoscenza) renderlo  uomo completo.

Ne consegue che la liturgia stessa ha tre generi di comprensioni:

a) sensibile (coinvolgendo i cinque sensi)
b) razionale (coinvolgendo la mente)
c) mistica o spirituale (coinvolgendo i sensi spirituali).

Nel mondo cattolico-"latino" sono fortemente privilegiate le prime due mentre la terza oggi praticamente non esiste più (2). Questo non solo è indice di un'antropologia monca, se stiamo a quanto ci descrivono i Padri della Chiesa, ma indica che, dal punto di vista spirituale, questa realtà, di fatto, non funziona più: si è come "chiusa" al Cielo.

Procediamo alla descrizione delle tre conoscenze.

a)  La conoscenza sensibile della liturgia

Questa conoscenza avviene quando, nel momento della liturgia, si ammirano i suoi colori (nei paramenti, nelle icone, nell'armoniosità con cui è costruito il tempio); si gode della fragranza dei suoi profumi (il profumo dell'incenso, delle erbe e dei fiori usati in talune circostanze); si gustano i suoi sapori (il gusto dell'antìdoron, del pane inzuppato nel vino alla fine della Liturgia in certe solennità, della kolliva per la commemorazione dei defunti); si toccano i suoi oggetti sacri (con le labbra baciando le icone e le reliquie); si sentono i suoi canti che creano atmosfere particolari...

b) La conoscenza razionale della liturgia

Tale conoscenza si manifesta in diverse maniere, a seconda dell'età della persona. Ci può essere una conoscenza elementare (comprendente i significati dei testi liturgici) e una conoscenza più complessa (che illustra come si è formata la liturgia e che senso hanno certe pratiche). Generalmente questa conoscenza non deve schermare o negare le altre conoscenze essendo a servizio di una maggiore coscienza di quanto accade.

c) La conoscenza mistica o spirituale della liturgia

I Padri della Chiesa spesso hanno cercato di far capire che questo genere di conoscenza è la più alta, la più profonda e, direi, la più vera. Troviamo tutto ciò nelle mistagogie patristiche.
Questa conoscenza deriva da un intuito spirituale sviluppato fino a divenire un vero e proprio "occhio". Più l' "occhio" interiore è attivo ed è purificato più è in grado di percepire, attraverso il velo della materialità, la presenza vivente della Divinità. È un genere di conoscenza soprarazionale assai difficilmente comunicabile con i mezzi ordinari. Questo tipo di conoscenza è presente anche nella Scrittura quando l'agiografo, per manifestarla, inizia ad esprimersi con termini paradossali, razionalmente quasi assurdi e contraddittori. L'Oriente ha sempre confessato che la Divina Liturgia, rivela la presenza divina al punto da definirla come un "tremendo mistero". Il "tremendo" nasce proprio dalla sensazione di essere a contatto con qualcosa di totalmente al di fuori del naturale e dell'umano.

Queste tre conoscenze procedono, in un certo senso, in progressione. Ma il fatto che la terza conoscenza sia di ordine superiore, rispetto alle altre due, non significa che l'uso della razionalità debba essere abolito, poiché se non assolutizzata, la razionalità è spesso indispensabile. D'altronde essa è imprescindibile poiché riguarda il mondo naturale nel quale siamo sempre immersi. E la liturgia, pur avendo un profilo spirituale "soprannaturale", ha pure un profilo naturale poiché in questa vita viviamo sulla terra, non in Cielo.

Un ottimo equilibrio tra le tre conoscenze lo vediamo nei Padri più famosi: pur essendo uomini spirituali, esercitati nei monasteri e cultori della vita monastica, erano uomini di cultura, formati nelle migliori "università" dell'epoca.

Quando questo equilibrio si spezza (il che oggi purtroppo è la norma) abbiamo forme assurde e malate in cui, in nome della razionalità, si abolisce la spiritualità e la sua relativa conoscenza o, al contrario, in nome di un malinteso misticismo, si contrasta un corretto uso della razionalità. 

Qui bisogna ricordare che il più grande alfiere del monachesimo bizantino, Gregorio Palamas (1296-1359), pur non spingendo i suoi monaci alla conoscenza razionale (poiché per lui era sommamente importante quella spirituale), lasciava che i laici avessero una  conoscenza intellettuale, cosa che egli stesso, d'altronde, ebbe negli anni della sua gioventù, prima di divenire monaco.

Le applicazioni degli squilibri suaccennati si vedono subito nella liturgia quando, in nome della razionalità, si rende la chiesa un luogo freddo, totalmente chiuso alla trascendenza o, al contrario, in nome del misticismo e della spiritualità si vuole a tutti i costi tenere ignoranti i propri fedeli pure sui testi stessi che formano la liturgia. Davanti a questi squilibri non ci sono scusanti che tengano.

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(1) Proprio per questo la Divina Liturgia inizia sempre con le parole: "Benedetto il Regno del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo....".
(2) Un tempo per sottolineare l'aspetto trascendente dei sacramenti e della liturgia si parlava in termini di "grazia divina", cosa oggi quasi totalmente scomparsa.

martedì 30 luglio 2013

Liturgia: palestra per lo spirito o evasione per la mente?

Spettacolo medioevale: musica, danza e maschere


I fondamenti spirituali della liturgia

San Giovanni Crisostomo, in una delle sue opere, definisce la Chiesa come un “ospedale spirituale” in cui ognuno è sottoposto ad una terapia. Qualche altro autore spirituale la definisce come una “palestra”. Queste definizioni indicano bene che nell’uomo c’è qualcosa sia da curare sia da esercitare. Tale cura ed esercizio dev’essere fatta permanentemente.

Gli autori spirituali antichi occidentali e orientali sottolineano che nelle persone agiscono passioni di vario tipo e genere. La passione non dev’essere annullata ma orientata in senso positivo altrimenti è una forza negativa che porta alla “malattia dell’anima”, oscurando lo sguardo dell’intelletto spirituale e, di conseguenza, facendo cadere nell’ignoranza e nella negazione di Dio.

Gli autori spirituali antichi hanno un’idea precisa di uomo: ha un aspetto carnale (con i suoi cinque sensi), un aspetto psichico (con la sua logica razionale) e un aspetto spirituale (con i suoi sensi spirituali). Normalmente funzionano i primi due aspetti mentre quello spirituale è atrofizzato. La funzione della Chiesa è quella di attivare i sensi spirituali con i quali avviene la spiritualizzazione di tutto l’essere umano.

Siccome la Chiesa antica, orientata da uomini di spirito, aveva un senso molto concreto della vita spirituale, la prima opera indicata all’uomo per la sua spiritualizzazione era la preghiera che si attuava comunitariamente nella liturgia. La liturgia si conforma, così, secondo regole e fini ben precisi. Essa diventa necessariamente una “palestra” dello spirito nella quale lo stesso corpo agisce attivamente (stando prostrato, in piedi, seduto, inginocchiato). La mente vien pure coinvolta poiché le antiche liturgie, a differenza delle moderne, sono molto più didattiche: parecchie ripetizioni aiutano a memorizzare i testi.

L’attività “ginnica” dello spirito, nella preghiera antica, porta necessariamente l’uomo ad “entrare in se stesso”, come dice Cristo in una nota pericope evangelica. Questo significa entrare nel santuario della propria anima, ossia portare le energie del proprio spirito nel cuore, come verrà poi definito con linguaggio esicasta-bizantino.

Chi lo voleva fare in modo ancor più radicale, su direzione e consiglio di un padre spirituale, si ritirava negli eremi o nelle grotte. Il bisogno di farlo nasceva proprio per evitare ogni dispersione dell’anima e stringerla all’Unico essenziale. Questo tipo di esercizio perenne costruiva, pian piano, il cristiano, l’uomo nuovo in Cristo di paolina memoria.

La liturgia antica, vivendo in questo tipo di atmosfera, non poteva che essere una palestra spirituale, ieratica, solidamente strutturata. Evitava ogni genere di velleità. Era fatta per anime coraggiose, serie (ma non avulse dal sorriso!), attive e spiritualmente sensibili.

Fintanto che il monachesimo occidentale visse con uno stile ascetico, rimase un faro che orientò la stessa liturgia della Chiesa in un senso similmente ascetico.

L’inizio della decadenza liturgica in Occidente: divorzio dalla spiritualità monastica e decadenza dei monasteri

Tra il XII e il XIII secolo, tuttavia, i monasteri iniziano a decadere. In Occidente non è più il paradigma monastico ad orientare la Chiesa ma inizia ad imporsi il paradigma clericale: i chierici diventano il punto di riferimento fondamentale nell’istruzione del popolo e amano distinguersi progressivamente dai monaci, confinati a testimoniare un mondo oramai sempre più lontano.

Nonostante ciò il popolo ricordò a lungo i monasteri dei secoli passati cercando, come poteva, di rilanciare la spiritualità soprattutto sostenendo gli ordini mendicanti. Ben presto, tuttavia, affiorarono nuove tendenze davanti alle quali la Chiesa del tempo si adattò, pur con alcune resistenze dinnanzi alle deviazioni più eclatanti. Il fiorire delle devozioni popolari marcarono un desiderio di spiritualità staccato, tuttavia, dalla temperie ascetica e molto più aderente al “sentimento popolare”, sentimento che giungeva al sentimentalismo e al bisogno dello spettacolarismo. Il bisogno di flagellarsi in pubblico, lungo la settimana santa, sarebbe stato inconcepibile nell’alto medioevo come lo è ancor oggi nella cristianità bizantina.

In questo senso, è interessante osservare pure le sacre rappresentazioni medioevali.
Inizialmente traevano ispirazione dalla liturgia, respirando il suo clima sacrale. Eseguite sempre rigorosamente sul sagrato della Chiesa – mai dentro di essa! –, manifestarono progressivamente un sentimento popolare che non trovava spazio nella ieraticità della liturgia. Dalla devozione sentimentale, tuttavia, scaddero ulteriormente in forme palesemente mondane. L’elemento romanzesco iniziò a prendere il sopravvento sul motivo religioso facendo passare la sacra rappresentazione in un campo teatrale profano.

“Qui la parabola si conclude: ormai la Sacra Rappresentazione ha perso il contatto con l’elemento rituale dal quale aveva tratto origine. … È in questa frattura la causa vera e propria della fine della Sacra Rappresentazione”(1).

Accadde, così, che ai personaggi evangelici si faceva dire e fare cose ridicole col fine di solazzare il popolo. La spettacolarità entrò nella rappresentazione medioevale tracciandone inevitabilmente il declino e la sua conseguente soppressione. Questo scadimento è cosa su cui fissare bene lo sguardo perché pian piano coinvolge pure il campo proprio della liturgia.
Non a caso, sempre nel basso medioevo, la spettacolarizzazione entrò nelle chiese con fenomeni fino ad allora inediti al punto da far intervenire l’autorità ecclesiastica:

“Stabiliamo che nelle vigilie dei santi non si facciano nelle chiese balletti di saltimbanchi, gesti osceni, balli, né si recitino poesie d’amore o canzoni amorose”(2).

Questa prescrizione è del 1209, del concilio Avernionense. Non sempre la legislazione ecclesiastica riusciva a smorzare questa tendenza emergente e così si giungeva ad avere, in chiesa, imitazioni del cuculo, del gallo, dell’oca. Questa strana usanza presente a Basilea nel XVI secolo perdurò a lungo in alcuni luoghi al punto che in Sicilia, a Modica nel XIX secolo,

... uomini e donne, vecchi e fanciulli, durante gli uffici ecclesiastici mangiano a doppio palmento; e negli intermezzi si danno ad imitare il canto delle pernici, delle quaglie, delle tortore, de’ rosignuoli, o a fischiare maledettamente cacciando in bocca due dita”(3).

Ci sono alcune consuetudini che stupiscono, data la loro similarità con le tendenze mondane e spettacolari presenti nella liturgia cattolica odierna:

“Sia nelle chiese metropolitane, sia nelle cattedrali e nelle altre chiese della nostra provincia, è invalso l’uso da parte di alcuni – soprattutto nella natività di N. S. Gesù Cristo, di s. Stefano, di s. Giovanni e degli Innocenti, in altri giorni festivi e anche in occasione di messe novelle – di introdurre in chiesa mentre si celebrano i sacri uffici, spettacoli teatrali, maschere, mostri, cose grottesche, e quante più possibili cose disoneste e di tutti i tipi; inoltre si fanno schiamazzi e si dicono poesie turpi e sermoni derisori, in modo che il divino ufficio è impedito e il popolo è distolto dalla devozione” (4).

Questa citazione è tratta dal concilio toletano del 1473.
Quello che può essere considerato il culmine di tale processo secolarizzante in chiesa, è senz’altro il risus paschalis, come avveniva in Germania nel XVI secolo. Chi ce ne documenta l’esistenza è un sacerdote: Johann Hausschein (Giovanni Ecolampadio, 1482-1531). “Nelle sue linee essenziali, si trattava di questo: la mattina di Pasqua, durante la messa della resurrezione, il predicatore suscitava il riso dei fedeli; da qui il nome di risus paschalis. Ma questo riso era ottenuto con ogni mezzo, soprattutto con gesti e con parole in cui era predominante la componente oscena”(5).
Già allora si temeva che essere troppo seri o ieratici avrebbe nuociuto alla pastorale al punto che

“… i predicatori parlerebbero in templi vuoti. Il volgo, infatti, è talmente privo di giudizio, che ascolta soprattutto quel predicatore che eccita la gente con parole sconce o facendo il buffone sfacciato e con parole mescolate, o meglio, impiastrate di un riso indegno di quell’uomo in quel luogo”(6).

Un confratello di Ecolampadio lo esorta a soggiacere a queste mode secolari ma senza successo. Ecolampadio nota che la consuetudine del risus paschalis è talmente inveterata che tutti credevano non fosse assolutamente opportuno essere seri in chiesa nella festa di Pasqua. Chi lo fosse stato era da compatire. Oggi se, dinnanzi alle mondanità introdotte nelle liturgie occidentali, qualcuno osasse opporvisi, verrebbe senz’altro denigrato dai più, esattamente come successe a Ecolampadio nel XVI secolo:

Poiché disapprovo queste sciocchezze, sono ritenuto troppo serio e assolutamente ridicolo, mentre loro per questa stoltezza sono convenientemente seri e degni di doppio onore”(7).

Questo appunto è straordinariamente attuale. D’altra parte la preoccupazione pastorale del clero di allora è simile a quella odierna:

altrimenti i predicatori parlerebbero in templi vuoti” (8).

Come oggi, i vescovi del tempo pare non si preoccupassero tanto, visto che Ecolampadio scrive:

In verità non mi meraviglio poi così tanto se i vescovi non estirpano l’immodestia di molti, quando essi che rivendicano per sé il primato della modestia, non si preoccupano tanto di essere pastori, ma pretendono che sia loro lecito fare queste stesse cose”(9).

Che il mondo monastico di allora si fosse adagiato pure lui su questo livello ci risulta chiaro dalla seguente affermazione:

In quel tempo anche i monaci usavano rendere gradite le proprie prediche con frasi poco dignitose e anzi addirittura scurrili, soprattutto nella festività di Pasqua, solennità in cui era uso suscitare negli uditori un riso che chiamavano pasquale”(10).

Evidentemente aveva perso la dignitosa ieraticità dei suoi primi secoli.


Spiritualità-liturgia: un binomio poco chiaro pure nel periodo postridentino

Il periodo postridentino codificò, nella liturgia cattolica, rigorosi dettami per cui era impossibile lasciarsi andare alle deprecate situazioni basso medioevali e rinascimentali che, nonostante tutto, cercarono di resistere ancora a lungo in qualche luogo (11). C’è da aggiungere che il concilio tridentino e la prassi che ne seguì fecero forte leva sulla disciplina e sulla legge ecclesiastica, infrangendo la quale, si era sottoposti a pene severe. La liturgia entrava all’interno di questa mentalità, molto più legale che spirituale. Di conseguenza non emerse in tutta la sua forza l’antica connessione, chiara nei monasteri antichi, tra liturgia-preghiera-vita spirituale. D’altronde, la cosiddetta “perfezione spirituale” non era necessariamente richiesta dai pastori i quali preferivano mantenere il popolo solo su un piano di obbedienza ai precetti e agli insegnamenti generali della Chiesa. Quest’atteggiamento si può facilmente comprendere: in questo periodo gli “spirituali” potevano essere facilmente considerati come persone indipendenti, dunque pericolose, come lo erano gli stessi luterani. Di più: l'individualismo sganciato da ogni regola tradizionale religiosa tendeva ad invadere il campo della spiritualità con tutta una fioritura di pseudo-spirituali davanti ai quali la Chiesa ufficiale teneva le distanze (col rischio evidente di deprezzare la spiritualità stessa).

Purtroppo l’insistenza sull’obbedienza alla legge ecclesiastica, che ben si comprende in questo momento storico, fu pure uno dei limiti postridentini, foriero di conseguenze negative che affiorarono progressivamente nella liturgia del XX secolo, quale reazione in opposizione a questo stato rigido di cose.

Parrocchia di Weiz: predica di padre Hannes Biber nell'ultima domenica di Carnevale.
http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=iWSvbRGNZZk

Il XX secolo: momento di svolta positiva o ritorno all’evasione basso-medioevale?

Il XX secolo, nel mondo cattolico, conobbe due fasi:

  1. la prima (agli inizi del secolo, ma presente già nella seconda metà del XIX secolo) di riscoperta romantica del medioevo, il che comportava inevitabilmente una certa valutazione del monachesimo e una certa sua rinnovata influenza nella generale vita cristiana.
  1. La seconda (dagli anni ’30 in poi) in cui si cercò pian piano di svincolare la liturgia dalla sua forma fissata nel periodo tridentino per riformarla su diverse direttrici. All’inizio c’era un bisogno spirituale e di riscoperta della liturgia dei Padri. Secondo questo bisogno, si formulò una direttrice di semplice riscoperta e rivalutazione dell’antica liturgia latina. Tuttavia, tutto ciò fu progressivamente sostituito da un bisogno riformatore di marca completamente moderna: era necessario fare qualcosa di nuovo, con un linguaggio nuovo e contenuti nuovi per i tempi nuovi. Questa direttrice finì per prevalere ma non era animata da alcuna ansia ascetica.
    La cosa buffa è che i liturgisti moderni di questa scuola definirono “spettacolare”, in senso deteriore, la liturgia del periodo postridentino quando essi stessi finirono per promuovere veri e propri elementi spettacolari d’ispirazione mondana.
Nei fatti oggi ci troviamo davanti al paradosso di liturgie sempre più “spettacolari” che, per diversi aspetti, ci riportano al periodo basso medioevale. Ci troviamo davanti al bisogno, oserei definire inarrestabile, di trasformare la liturgia in qualcosa di ludico, di evasivo, per attirare il popolo… “altrimenti i predicatori parlerebbero in templi vuoti”! Le applicazioni pratiche sono le più svariate (dai palesi estremismi a situazioni più soft ma sempre con la medesima caratteristica dello spettacolo mondano).

Mi è tuttavia lecito affermare che, per forza di cose, in questo tipo di liturgia è arduo trovare la “palestra spirituale” e, aggiungerei, pure “l’ospedale spirituale” di crisostomiana memoria. Non essendo un momento d’impegno ma, spesso, d’evasione (seppur in un contesto formalmente religioso) questo tipo di liturgia si pone su un livello sostanzialmente differente rispetto a tutte le liturgie tradizionali, informate, più o meno, da uno spirito ascetico. In questo caso si è consumato un divorzio tra spiritualità classica e liturgia dove la seconda non veicola più la prima.

Ecco uno dei grossi nodi che noto nella liturgia attuale del mondo cattolico, nodo nel quale il mondo cristiano orientale, per la sua differente storia, non ha ancora conosciuto.

Non è possibile pregare stando con le gambe accavallate – diceva l’anziano Paisios del monte Athos –. La preghiera e la comodità non si associano tra loro”(12). L'asceta aggiungeva pure: “Se dovessi essere preso dal demonio, inizierei ad andare da qui [il monte Athos] a Salonicco a piedi, danzando” (13). Sono esortazioni non più comprensibili e accettabili in gran parte dell’Occidente cristiano il quale si ritrova adagiato nell'atteggiamento ludico basso medioevale e rinascimentale. Qui il ballo, la comodità e la spettacolarità hanno la meglio e la liturgia lo riflette inevitabilmente.
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NOTE

(1) Sacre Rappresentazioni del Quattrocento, a cura di Luigi Banfi, UTET, Torino 1963, p. 26.
(2) Riportato in Jacobelli Maria Caterina, Il Risus Paschalis, Queriniana, Brescia 1990, p. 54.
Il libro della Jacobelli presenta interessanti spunti anche se la sua tesi – il piacere in senso lato e quello sessuale fanno parte della sfera del sacro – è a mio avviso un vero e proprio stravolgimento del sacro stesso, inteso come comunione con l’Essere non umano, Dio, privo quindi di qualsiasi accezione sessuale. Il gaudio spirituale non è contrapposto ma è di natura sostanzialmente diversa da quella naturale e sessuale, cosa che la Jacobelli non considera poiché non fa alcun riferimento alla matrice ascetica del Cristianesimo né all'antropologia patristica. Significativo che, nonostante queste originali teorie, questa signora faccia parte dell’Associazione Teologi Italiani.
(3) Ibid., p. 55.
(4) Ibid., p. 52-53.
(5) Ibid., p. 18.
(6) Citazione di Ecolampadio riportata in Ibid., p. 19.
(7) Citazione di Ecolampadio riportata in Ibid., p. 24.
(8) Ibid., p. 25.
(9) Citazione di Ecolampadio riportata in Ibid., p. 26.
(10) Citazione di Ludovicus von Seckendorf (Commentarius Historicus et apologeticus de Lutheranismo) riportata in Ibid., p. 33.
(11) Ancora in pieno XVIII secolo papa Benedetto XIV ne constata l’esistenza e invita a sopprimerla. Cfr. Ibid., p. 38. “Ancora più stupefacente è la sua estensione nel tempo: lo troviamo segnalato per la prima volta a Reims nell’ 852 e via via, ininterrottamente fino agli inizi del nostro secolo. Infatti, secondo la Gazzetta di Francoforte del 29 maggio 1911, in quell’epoca il risus paschalis era ancora vivo in Stiria”. Ibid., p. 44.
(12, 13) Sono citazioni che trascrivo a memoria e che si trovano nella recente biografia completa, scritta in greco, di questo moderno asceta atonita.











lunedì 29 luglio 2013

Il fine di questo blog



Quando ho aperto questo blog ho cercato di dare delle indicazioni su quale sarebbe stato il suo fine. Mi sembra bene ricordarlo in modo più chiaro, affinché chi lo legge possa intervenire più costruttivamente possibile.

Il blog non pensa ad una categoria specifica di persone: tutti coloro che vogliono capire qualcosa di più sulla liturgia o dialogare sui principi tradizionali della stessa sono benvenuti. L'importante è mantenere un rapporto cordiale e rispettoso.

Il fine del blog è cercare d'esaminare i principi tradizionali della liturgia ma questo non significa che si restringe ad un ambito: la liturgia romana nella sua forma postridentina. Esamina i suddetti principi anche in altri contesti quali quello bizantino o quello di altri riti tradizionali. In quest'indagine si capisce che i principi fondamentali sono ovunque e sempre gli stessi, il che da senso e consistenza al discorso che stiamo facendo conducendo il lettore lungo un percorso.

Non è, dunque, fine del blog concentrarsi sui problemi liturgici che può avere una Chiesa in particolare, come quella Cattolica, condannare persone ed ergersi a giudici (anche se, lo confesso, a volte ci si addolora nel vedere certi limiti). Non è neppure fine del blog fare pubblicità a movimenti o associazioni che paiono essere la "soluzione" ai problemi suddetti. Ci sono molti altri blog e siti che fanno questo lavoro, non sempre nel migliore dei modi. Qui esiste l'osservazione, fatta nel modo più razionale e freddo possibile, di una o più situazioni, il domandarsi se, sulla base dei principi tradizionali, esiste un senso e un fondamento e cercare di capire quale può essere il movente di realtà non tradizionali.

Mi pare importante ricordare questi punti fondamentali per non far deviare il dialogo con i lettori verso direzioni che non sono quelle che mi prefiggo, lettori che ringrazio sempre con vivo cuore per la loro presenza, fedeltà e capacità di collaborare inserendo commenti sempre appropriati alle discussioni presentate.

mercoledì 24 luglio 2013

Liturgie comparate


Spesso chi vuol fare polemica compara le liturgie "moderne" del mondo cattolico con quelle antiche o quelle tradizionali in genere.
Non è mia intenzione polemizzare ma semplicemente descrivere un fenomeno in atto: le liturgie moderne hanno poco da spartire con quelle tradizionali. Lo spirito delle due è evidentemente molto distante. A titolo di puro esempio ho riportato due video che, nonostante qualche limite, lo mostrano.

Il video sopra riportato ha in pochi minuti degli "assaggi" di una liturgia moderna cattolica e di una liturgia bizantina.
La prima pare essere tratta da un evento particolarmente festivo. Si nota il carattere spettacolarizzante (musica con modalità mondane, ritmi a suon di colpi di mani...). È lo stile prevalente in buona parte delle messe del Cattolicesimo odierno. In questo contesto i sacerdoti hanno creduto di adoperare questo mezzo come pastoralmente più efficace e ne sono stati imprigionati. Purtroppo non si avvedono che, con questo stile, la liturgia diventa emozione, sensazione di pelle, distrazione, come assistere ad un qualsiasi spettacolo mondano. 

Su un versante completamente diverso (ma simile alle liturgie tradizionali occidentali) è la liturgia bizantina. Ne film vediamo un esempio tratto da brevi momenti di una celebrazione del Venerdì santo a Mosca. La prima cosa che emerge è l'atmosfera: la compostezza esterna è accompagnata da un'intensità spirituale. Qui non c'è spazio per sensazioni esteriori, emozioni o romanticherie (bandite da questa liturgia!) ma per l'interiorità. Ecco cos'è l'atmosfera sacra che apre a tutto un altro mondo! Se è vero che il Venerdì santo può avere un'intensità particolare nella celebrazione liturgica, è pur altrettanto vero che quest'intensità spirituale è presente pure in altri momenti dell'anno liturgico bizantino. La scelta operata nelle liturgie tradizionali privilegia l'interiorità. 
Il primo filmato ma anche quello sottostante, fotografano due realtà. La liturgia moderna del cattolicesimo si è evidentemente ancor più allontanata dallo stile di quella bizantina, stile di tutte le antiche liturgie cristiane. Questo, in realtà, piuttosto che una questione di differente stile non è un mutamento di spirito in direzione mondana?


  

Che sia un mutamento di spirito lo si nota semplicemente pensando ad una cosa: più in una Chiesa avviene l'oblìo della dimensione ascetica, più la liturgia ne subisce il contraccolpo. Com'è noto, l'ascetismo non è altro che un lavoro eseguito nell'interiorità, lavoro di cui i monasteri dovrebbero detenere l'arte.

Più il contesto cristiano si allontana dall'ascetismo e quindi dal mondo monastico - spesso confinato in una "riserva" dalle Chiese ufficiali - più è possibile la mondanizzazione della liturgia.

Non è dunque un caso che il mondo ortodosso, sempre molto legato al monachesimo, abbia conservato la liturgia antica. Non è neppure un caso che le Chiese riformate, che hanno storicamente abolito il monachesimo, siano state le prime ad aver introdotto nel loro culto le forme spettacolari che ora invadono il mondo cattolico trovando spesso consensi entusiastici.

L'episcopessa episcopale Dr. Katharine Jefferts Schori.
Il mondo uscito o influenzato dalla riforma ha tranciato definitivamente
i legami con il mondo monastico. Il suo culto ne ha risentito
fin nella scelta dei suoi abiti cultuali.




domenica 21 luglio 2013

Ieraticità

Cividale del Friuli: figure ieratiche nel Tempietto longobardo (VIII sec.)


A volte il significato dei termini è molto istruttivo e aiuta a capire la mentalità soggiacente a determinati argomenti. Prendiamo, ad esempio, il termine greco ἱερεύς (ierefs). Nell'uso bizantino, questo termine significa "sacerdote". Il termine richiama quello di "sacro" al punto che per dire "il santo e sacro vangelo" in greco si dice τὸ ἄγιον καὶ ἰερόν Εὐαγγέλιον (to àghion ke ieròn evanghèlion). Il termine   ἰερόν si collega direttamente con ἱερεύς. 

Nella lingua italiana il termine "ieratico" discende direttamente dal greco com'è facilmente intuibile. Nel dizionario (Sabbatini-Coletti) si riscontrano due significati:
1) Lett. Sacerdotale, spec. riferito ai sacerdoti antichi:
2) estens., fig. Solenne, grave, composto.

Il termine dal culto pagano ha finito molto rapidamente per essere applicato a quello cristiano che si presenta come un culto ieratico, ossia sacro ma allo stesso tempo solenne, grave, composto.

Questo significato lo notiamo pure nell'iconografia. Ho posto come esempio quella del Tempietto longobardo di Cividale ma si potrebbe pensare pure agli oranti rappresentati nelle catacombe. Da queste testimonianze storiche e letterarie comprendiamo come, al sacro, non si possa assolutamente associare la spensieratezza, la scompostezza, la sciatteria in voga oggidì nei templi cristiani. Per queste testimonianze storiche, lo spontaneismo mondano odierno non sarebbe assolutamente segno di qualcosa di sacro ma frutto di cuori incolti e di spiriti che odiano un certo metodo ordinato*.

La capacità di essere assorti e presi dal mistero che si celebra era una caratteristica compresente anche nel mondo pagano ma, a fortiori, divenne parte del mondo cristiano. La pratica ascetica cristiana non è altro che un metodo per impedire al cuore umano di disperdersi nella molteplicità del mondano e unirsi all'Uno. Questa pratica, laddove si attua, ha immediato riscontro nella liturgia.

Intuizioni di questo genere erano presenti già nell'antichità al punto da coinvolgere le stesse arti figurative. Ad esempio, si dice che la civiltà dell'antico Egitto fosse in grado di conoscere la rappresentazione pittorica tridimensionale. Ciononostante preferì nelle sue pitture sacre la bidimensione e ritrasse le figure in modo molto composto, ieratico appunto.


Celebrazione ieratica nel monastero ortodosso di Decani

Il romanico e il bizantino espressero lo stesso concetto poiché la dimensione sacrale ha bisogno di una modalità tutta sua per essere rappresentata. Il Rinascimento espresse in Occidente un'arte di rottura ma, per quanto riguarda i soggetti sacri, li ritrasse in modo composto: la tradizione ieratica era troppo forte per poterne prescindere e, inoltre, la liturgia nella sua forma classica continuava a veicolare quella modalità espressiva la cui prima e sana radice, come sopra accennavo, affonda nell'ascetismo cristiano.

Con la rottura della trasmissione della liturgia classica in Occidente, si è rotta pure la tradizione ieratica. Non mi riferisco ad un modo artefatto di condurre il corpo ma a quel modo naturale e composto, tipico di chi sa muoversi negli spazi sacri. Questa rottura è avvenuta da cinquant'anni, oramai.

Nel momento in cui si rompe questa tradizione, o meglio consuetudine, ognuno fa come crede o ha capito. Ecco la genesi dei preti danzanti e canterini nelle messe cattoliche odierne, le smorfie grottesche e teatrali nel volto di qualche recente papa defunto mentre celebrava o il fare da presentatori televisivi di molti sacerdoti. Essi sembrano come foglie secche che girano a mulinello, sospinte dal freddo vento autunnale. Fanno come la moda o il gusto mondano suggeriscono! L'importante non sembra essere ma far credere di essere. L'apparenza in queste modalità teatrali diventa la norma fondamentale...

Come si vede, sembrano dettagli ma coinvolgono tutto un modo di sentire e di vedere, un modo di rapportarsi a Dio. Senza compostezza (ieraticità) non si può dare spazio a Dio (ma solo a se stessi, alla propria passione). Dio è ovunque ma è pure trascendente e, nell'immanenza, l'uomo se non ha una giusto metodo non è in grado d'intuirne la presenza ossia quella "sacralità" di cui parliamo. Se non s'intuisce questa presenza non si può trasmettere questa sacralità (non a parole ma nell'atmosfera stessa), non si può celebrare convenientemente. E se non si celebra convenientemente si finisce per non celebrare affatto. Si crea, in questo modo, un diaframma tra la realtà divina omnipresente e il cuore dell'uomo oramai preso a considerare solo se stesso scambiando per religioso e autenticamente divino i propri opinabilissimi gusti. La luce è ovunque ma sul volto è stata calata una maschera che chiude lo sguardo.
Alla fine ecco l'uomo solo, ecco l'ateo.


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* Per questo mi pare quanto meno ardito credere che nelle prime comunità cristiane il culto fosse prodotto dal puro spontaneismo, come succede in certe chiese cattoliche e in certe aule protestanti. Ben presto si formarono dei formulari e delle indicazioni precise per regolare il culto che non era, così, alla mercé dell'arbitrio personale. Le eresie cristiane, presenti quasi da subito, spinsero il culto cristiano a codificare dei testi fissi e delle modalità cultuali prestabilite.




giovedì 18 luglio 2013

Il prete canterino


In questo periodo sul web impazza la figura di un sacerdote il quale, alla fine della celebrazione di matrimoni, è solito cantare canzoni del mondo dello spettacolo stupendo i presenti con danze e mossette effemminate.

La sua popolarità è giunta ad un livello tale da essere stato citato pure dall' agenzia Ansa, solitamente attenta a fenomeni di ben più consistente importanza. Qualcuno afferma che è comparso pure al Tg2 presentato come "piacevole novità". Dove vogliono spingere la gente con questa  pubblicità?

Del sacerdote si ha un filmato disponibile su youtube in cui 9/10 dei commenti sono totalmente a favore di quanto egli fa: il matrimonio è una festa ed è giusto esternarla in quanto tale, si dice.

Qualche rara voce dissenziente viene immediatamente fatta tacere: il sacerdote sarebbe un'ottima persona e, se fa questo per coinvolgere le persone, perché dargli torto?

Questo è oggi l'orizzonte nel quale si muove la religiosità dell'italiano medio. Confesso che c'è da rimanere depressi per tanta superficialità.

Nell'arco degli ultimi vent'anni, soprattutto nel periodo sotto il pontificato di papa Wojtyla, c'è stata una corsa verso il basso: la religiosità è divenuta sempre più un fenomeno di mercato, una sensazione da fruire come si fruisce di un gelato in una giornata afosa, un fenomeno sempre più ascritto alle categorie del mondo dello spettacolo e sempre più avulso dalle categorie tradizionali.

Amici, fedeli o semplici lettori, con questi presupposti giustamente dicono: "Il sacerdote non fa nulla di male, perché accusarlo visto che fa addirittura festa agli sposi?". Dal loro punto di vista non hanno affatto torto. Ma c'è da aggiungere un particolare non da poco: il loro punto di vista non è mai stato il punto di vista della Chiesa, della tradizione della Chiesa.

Ed è esattamente qui che si misura lo scarto e l'impossibilità di dialogo tra la posizione tradizionale della Chiesa (che rinveniamo in Occidente e in Oriente) e la posizione della maggioranza odierna che nulla ha a che fare con i presupposti tradizionali e non vuole neppure tentare di capirli.

Inutile dirlo: questo indica il livello di secolarizzazione raggiunto, un livello che, via via, tende a crescere sempre più fino al punto da mantenere la religione a pura facciata o esaurirla in un'emozione superficiale o, nei casi "migliori", in un impegno puramente sociale.

Cerchiamo, allora, di fornire dei punti essenziali in base ai quali mostriamo che quanto fa questo sacerdote, condiviso probabilmente da molti altri e da tantissime persone, non è affatto ecclesiale.

1) Il primo riferimento è la consacrazione di un edificio ad uso ecclesiastico. Il libro Pontificale tradizionale (che viene ancora usato in taluni casi) prevede un rito molto articolato con diverse fasi: una parte penitenziale, una parte processionale, una parte consacratoria.
a) La parte penitenziale prevede che la chiesa da consacrare venga benedetta con acqua gregoriana (un misto di acqua, cenere, vino e sale) sia nel suo perimetro interno, sia in quello esterno. La funzione di questa parte indica che il luogo dev'essere estraneo da ogni influenza malvagia e mondana: il tempio sarà dedicato a Dio.
b) la parte processionale prevede la traslazione delle reliquie di santi martiri da una cappella poco distante alla chiesa da consacrare. Le reliquie stesse verranno poi disposte sotto l'altare per indicare che il sacrificio dei martiri è stato compiuto in unione a quello di Cristo: la chiesa è il luogo in cui si offre se stessi ad immagine dei martiri che sono giunti fino al punto da disprezzare la vita presente. Non a caso vi si tengono ordinazioni sacerdotali e professioni religiose.
c) La parte consacratoria prevede l'unzione con il sacro crisma (il myron) delle 12 colonne a sostegno della chiesa e dell'altare. Il pavimento stesso viene consacrato cospargendolo con cenere sulla quale viene scritto l'alfabeto greco e latino da parte del vescovo consacrante. La chiesa è ora luogo dedicato esclusivamente al culto divino e alla preghiera.

Queste tappe rituali non sono più esattamente le stesse nel nuovo libro Pontificale ma, in qualche modo, l'intenzione di fondo pare essere la stessa: la chiesa è un luogo separato dalla contingenza mondana.

C'è da dire che il nuovo Pontificale alleggerisce molto il rito di consacrazione e attenua la forza di alcuni passi presenti nell'antico Pontificale. La stessa messa che segue alla consacrazione di una chiesa se, anticamente, aveva il canto iniziale "Terribilis est locus iste hic domus Dei est et porta coeli et vocabitur aula Dei", oggi ne prevede un altro meno..... impressionante!
La tendenza progressiva del mondo cattolico dal postconcilio ad oggi è stata quella di edulcorare le forti espressioni. "Questo luogo è tremendo, questa è la casa di Dio e la porta del cielo e sarà chiamata l'aula di Dio", raccapriccia l'uomo attuale e, sicuramente!, da fastidio al sacerdote canterino e ai suoi tanti fans. Non a caso questo canto può essere sostituito con un altro molto meno intenso. 



Quello che non si capisce più è che questo canto, tratto da un salmo, rappresenta realmente la sintesi della tradizione cristiana orientale e occidentale per quanto riguarda la chiesa in quanto edificio.

Il luogo è terribile perché la presenza divina è totalmente differente da qualsiasi esperienza che l'uomo possa provare al punto che, percepita, intimorisce l'uomo (vedasi la reazione umana dinnanzi alle teofanie vetero e neo testamentarie). E' venerabile perché vi si celebrano i sacramenti con l'effusione della grazia divina e l'anticipazione del mondo futuro (la porta del cielo); è terribile perché la materialità stessa del luogo può essere essere veicolo di questo nuovo mondo inaudito, il mondo della Gerusalemme celeste, qualcosa di totalmente inaspettato.
Non a caso, dunque, nei vesperi della dedicazione di una chiesa, all'inno si evoca l'immagine della Gerusalemme celeste.

Se il luogo diventa uno "stargate" per il cielo starci dentro implica un atteggiamento e un orientamento completamente diverso rispetto a quello di quando si sta nella piazza, al mercato, nella balera. L'uomo medioevale, costruttore ardito di cattedrali, lo sapeva bene! Per questo la celebrazione della liturgia è inconcepibile fuori dal sacro tempio!

Nella chiesa opera un evento, anche se non avviene materialmente nulla ed è vuota. La chiesa è lì a ricordare una Presenza dinnanzi alla quale non si balla: si adora con amore. E, d'altronde, nell'Antico Testamento David, quando balla e canta nel tempio di Dio, non lo fa' con mondalità mondane: i salmi non sono testi simili a quelli dei Ricchi e Poveri cantati dal prete canterino né, si può sostenere, i suoi movimenti potevano essere da "Disco dance"!

Ebbene oggi, in Occidente, tutto questo è stato in gran parte perso ed è allora che il vuoto di devozione, di amore adorante e di rispetto a Dio in questo luogo, viene riempito da molte estemporaneità spettacolarizzanti. Ci sono segni sempre più chiari che il culto cristiano occidentale sta divenendo puro spettacolo, kermesse, intrattenimento televisivo, in rottura completa con la tradizione mantenuta fino a pochi decenni fà.

E non esiste neppure la possibilità di un recupero: chi oramai ragiona con "nuovi" criteri disarticola completamente se stesso e chi lo circonda dal recente passato apparendo, per altro, simpatico e popolare. La spiritualità è stata sostituita dalla sensazionalità piaciona. La gente ci cade come in preda ad un malefico incantesimo.

In questo nuovo contesto che senso ha un rito di consacrazione della chiesa, con il quale si sottrae la stessa da ogni uso mondano, quando, al suo interno, vi si tengono intrattenimenti secolari? Non ci si accorge più di questa palese contraddizione? I vescovi che dovrebbero parlare tacciono! Da decenni oramai non intervengono realmente su cose per le quali sono stati ordinati: custodire la fede e la devozione della Chiesa.


Video che riprende i passi essenziali da me descritti 
della consacrazione di una chiesa con il rito tradizionale*.

2) Il secondo riferimento discende diritto dal primo. In una società tradizionale, penso ad esempio ad una festa patronale in un villaggio greco di qualche tempo fà, ogni cosa ha il suo ordine. Il sacerdote celebra la solennità religiosa in chiesa, dove si segue il rito nelle sue varie fasi, quale immagine di comunione tra la terra e il Cielo. In questo momento i fedeli più ferventi sono come fiammelle di candele trepidanti verso l'alto. E' il rito che permea la vita,  non la mondanità. 
Terminato il culto la festa avviene nella piazza del paese. E' lo stesso prete in Grecia ad aprire i balli (mai scatenati) assieme alla sua sposa. Il momento ludico trova, così, il suo giusto luogo.

Una cosa simile esisteva anche nei nostri paesi, nelle fiere patronali: il culto in chiesa e poi la festa fuori di essa. Un tempo nelle chiese si entrava mantenendo il silenzio e non si avrebbe mai pensato di farne balere. Nel passato, quando si faceva della chiesa una balera, era solo per disprezzarla, cosa che successe, ad esempio, nella Rivoluzione Francese. Normalmente era inconcepibile. Questo fino a cinquant'anni fa'...

Talora, visitando qualche chiesa storica in Italia, si trovano vecchi cartelli invitanti i presenti al silenzio e ad un abbigliamento e tenuta dignitosa: il luogo è sacro. Che siano cose oramai "vecchie" lo si capisce dalla nuova moda del clero canterino e danzante. A passo di danza pare avanzare, con loro,  una nuova religione! Come negarlo?


Un prete ortodosso balla una danza tradizionale greca

3) Il terzo riferimento riguarda la postura del corpo nella chiesa. Dalle testimonianze iconografiche sin dai primi secoli si nota che il corpo non ha mai posture smodate ma ieratiche. Clero e fedeli in chiesa ammaestrano il corpo che prega con lo spirito. Lungo questo blog si noterà qualche post nel quale ne parlo. Movimenti calmi, posati, armoniosi servono a concentrare l'attenzione non su se stessi ma su quanto si celebra e su Dio: la liturgia è un vero e proprio "lavoro" dal quale basta poco per distrarci. Ricordo ottimi esempi di come i celebranti gestivano i loro movimenti, sia in Occidente sia in Oriente. Questi preti erano "trasparenti" al divino. Si percepiva benissimo che non erano loro il soggetto ma Dio. L'esatto contrario di oggi in cui il prete fa di tutto per far posare su di sé lo sguardo!

Ebbene, oggi, per la maggioranza, questa antiche tradizioni sono irrimediabilmente perse. Alla fine questa perdita indica che quanto conta non è la preghiera ma il puro divertimento, non l'impegno ma la distrazione. La preghiera annoia perché impone, giustamente, un certo lavoro! Allora lungi da noi - si afferma - i "noiosi riti tradizionali"!

La conclusione è ovvia a chiunque mi abbia seguito fin qui e abbia compreso la logica tradizionale che sta alla base della consacrazione di una chiesa e del lavoro della preghiera. Ma questo, oramai, non lo si può chiedere al "nuovo clero" che forma "nuovi laici". E' come se ci si trovasse, alla fine, dinnanzi ad una "nuova Chiesa" sempre più scismatica - perché opposta - alla Chiesa che l'ha preceduta. Di qui l'incomprensione e l'odio preconcetto del "nuovo clero" verso le tradizioni. Questa "nuova Chiesa" non potrà mai fornire una valida alternativa alle derive della società attuale proprio perché ne è l'evidente prodotto: la balera mondana è entrata in chiesa, il mondo con le sue banalità entra in chiesa e la trova impotente. Questa Chiesa è destinata a morire ...

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* Il video inserito riporta una cerimonia fatta nel seminario tradizionalista cattolico della Fraternità san Pio X. Questo non significa che il presente blog supporta le idee della Fraternità stessa o gliene vuol fare pubblicità.