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sabato 27 aprile 2013

Ancora sul santuario di una chiesa (2)



La chiesa di cui si propone qualche immagine tratta da un suo modello tridimensionale, è quella di Santa Maria Assunta di Muggia (Ts), risalente al X secolo. Si tratta, dunque, di una chiesa di rito latino.

L'interno è stato sistemato come, verosimilmente, poteva essere attorno all'epoca in cui fu edificata. Ho trascurato d'inserire il ciclo di affreschi che copre le pareti limitandomi a contrassegnarne lo spazio racchiuso nelle aree con i bordi rossi. Gli affreschi che rimangono, infatti, sono a brandelli ma sono sufficienti a farci capire che la chiesa era completamente affrescata al suo interno. Nell'abside c'era l'immagine della dormizione della Vergine Maria (a cui è dedicata la chiesa stessa).

Nella prima immagine si nota in primo piano il pulpito, sul quale si cantava il vangelo e si teneva l'omelia e il santuario nel quale trovavano posto i cantori attorno al leggìo. Su quest'ultimo era sistemato il libro graduale, in cui erano contenuti i pezzi variabili del canto per la Messa.



Il santuario, visto dall'alto del pulpito, risultava  chiuso da due cortine mentre un velo stava sull'altare: il primo velo (quello che copriva il calice e la patena), il secondo velo (quello che racchiudeva il luogo attorno all'altare), il terzo velo (attorno al presbiterio). Queste cortine al di fuori del tempo della Messa o semplicemente della liturgia, rimanevano chiuse. Della loro esistenza ne parla Innocenzo III (1160-1216) in una sua famosa opera liturgica: Il De Sacro Altare Mysterio.

Nell'epoca rinascimentale queste divisioni cadono in desuetudine (rimane solo il velo sul calice che oggi è praticamente sparito). Avviene questo perché, penso non a caso, il rinascimento ha posto in ombra gli aspetti della mistica ben presenti nel mondo medioevale. Mentre l'uomo medioevale rimaneva estasiato e rapito nella contemplazione della bellezza del cosmo e di una chiesa (che lo riassumeva), all'uomo rinascimentale pare inopportuno assumere quest'atteggiamento e si fa sempre più manipolatore della natura. Nulla ferma il suo sguardo e la sua curiosità indagatoria, al punto che questo ha una ricaduta pure nell'ambito della stessa liturgia: spariscono i veli!


Quello che per il mistico mediovale era necessario velare, affinché nel simbolo Dio si manifestasse, per il rinascimentale è necessario vedere, quasi in preda ad un'ansia di possesso degli arcani della natura e del Divino ad essi soggiacente. Ma con quest'atteggiamento il Dio ricercato si allontana e la chiesa ha il non remoto rischio di trasformarsi in "museo dell'ateismo", come si diceva significativamente nella Russia sovietica. E' questo che spiega quel senso di desolazione che si sente oggi entrando in non poche chiese.

Questa variazione rinascimentale di mentalità ha portato, col tempo, ad altre ulteriori variazioni nate, anche queste, da bisogni sostanzialmente razionalistici. L'ambito liturgico ne ha sempre più risentito finendo per trasformandosi di continuo, testimonando, a sua volta, la perenne ansia e inquietudine spirituale dell'uomo attuale che cerca sempre senza mai poter trovare proprio perché si ritrova con un atteggiamento di partenza errato in cui si scambia la sapienza con l'intelligenza e la spiritualità con la razionalità.


Un'immagine esterna della chiesa com'è a tutt'oggi.



(Le immagini possono essere ingradite cliccandoci sopra. Delle stesse si rivendica il diritto di autore del proprietario di questo blog).


Immagini attuali della chiesa all'esterno e al suo interno.




















martedì 23 aprile 2013

Ancora sul santuario di una chiesa (1)


L'immagine proposta è tratta da una miniatura presente nel manoscritto Add. 35322, c. 43 v. conservato nel British Museum di Londra.

Vi è rappresentata la scena decameroniana di Martellino malmenato dai devoti in chiesa.

L'attenzione dev'essere posta in secondo piano, su quello che il miniaturista ha voluto rappresentare come sfondo. Siamo evidentemente attorno al XV secolo in un'epoca, cioè, precedente al Concilio di Trento e, probabilmente, in area inglese.

La miniatura ci mostra, su un  piano sopraelevato, un contenitore prezioso, forse un reliquiario. Dietro di esso si nota una specie d'iconostasi chiusa da una tenda rossa che impedisce allo sguardo di chi sta in chiesa di penetrare nel santuario.

Perfino il corridoio di passaggio che circonda il presbiterio (deambulatorio) è chiuso da due alte porte che ne impediscono l'accesso.

Questa e molte altre testimonianze, testificano che, partendo sicuramente dall'Alto Medioevo se non decisamente prima, anche nell'Occidente cristiano il santuario era custodito in modo tale da renderlo un luogo eccellente all'interno della chiesa. Di conseguenza, non vi poteva accedere chiunque, neppure con lo sguardo. Quello che è successo dopo, soprattutto in epoca contemporanea, mostra che non c'è stato solo un semplice cambiamento di sensibilità, come spesso eufemisticamente si dice, ma una vera e propria rivoluzione i cui presupposti maturavano da tempo.

Contrariamente a quanto descritto da quest'immagine, dal periodo rinascimentale e barocco, lo sguardo poté penetrare nel santuario e, contemporaneamente, vi può fisicamente accedere anche chi non appartiene all'ordine sacro.

Una terza fase in fase di evoluzione si ha quando l'area presbiteriale stessa è abolita e fa parte semplicemente della navata della chiesa. Dietro a questi cambiamenti c'è, evidentemente, un messaggio che si vuole infondere.

Ma, mentre l'impraticabilità del presbiterio significava rimarcare la presenza misteriosa del divino (nasconderLo era il miglior modo di svelarLo), rendere trasparente ed accessibile (oppure abolire) il santuario, infonde inevitabilmente l'idea di un'assenza del divino o di un suo totale assorbimento nell'ambito mondano. In questo modo si finisce involontariamente per suggerire che Dio è il mondo materiale, immediatamente tangibile, visibile e manipolabile.

Le "chiese vuote di Dio", immaginate da Nietzche, avevano, forse, questa caratteristica?

sabato 6 aprile 2013

Il tramonto di una civiltà



Ibn Baṭṭūṭa (Tangeri, 24 febbraio 1304 – Fez, 1368-69), il viaggiatore berbero da me precedentemente citato, nei suoi appunti di viaggio, ad un certo punto scrive che i bizantini dovevano impiegare nel loro esercito etnìe barbare poiché si erano resi inabili al mestiere della guerra. Noi, oggi, diremo in modo diretto e un poco brutale: “si erano rammolliti”.

L'appunto non è per nulla privo d'importanza, tenuto conto che viene redatto un centinaio d'anni prima della caduta di Costantinopoli, per mano dei turchi.

La storia, in tal senso, ha molto da insegnarci anche oggi. La nostra civiltà occidentale è giunta ad un elevato grado di raffinatezza: nonostante tutto, in Europa abbiamo ancora ottime università, possibilità di crescita umana e culturale, straordinario sviluppo tecnologico, diffuso benessere...

Fatte le dovute distinzioni, nella Costantinopoli degli ultimi suoi due secoli non si offriva tanto di meno. Sì, la quarta crociata la provò molto al punto che, in seguito, dovette barcamenarsi con crescente difficoltà. Ma rimaneva pur sempre la Città per eccellenza e il punto di riferimento imprescindibile per i commerci che continuarono a fervervi. Il commercio a Costantinopoli si smorzò con la scoperta dell'America non con la conquista turca.

Il luogo culturalmente rappresentava un collegamento diretto con l'antichità greca, passando per la civilità cristiana. Per certi versi, lo stesso Umanesimo italiano si trovò tributario a Costantinopoli. Solo per fare un esempio, il nucleo originario della Biblioteca Marciana è composto dai libri lasciati in dono dal Metropolita Bessarion, poi cardinale Bessarione.

Tuttavia, come nel corpo umano, quando si supera una certa età avviene la decadenza e la morte, così nel corpo di un'intera società avviene il declino proprio nel momento della sua massima raffinatezza.

Il declino, inutile dirlo, coinvolge tutto: istituzioni statali ed ecclesiastiche. Qui, però, c'è qualcosa d'importante da notare. La Chiesa ortodossa, con l'avvento della turcocrazia, non godette di certo dei privilegi della precedente situazione e, per alcuni versi, fu abbastanza provata. Ma seppe fronteggiare la nuova situazione, grazie al profondo senso di “tradizione” che la caratterizzava. Si ebbero (e tutt'oggi si hanno) dei chierici non esemplari, persone nelle quali le cosiddette virtù cristiane non brillavano sovente, ma nessuno tra questi inventò o inventa la liturgia, tanto per fare un altro esempio.

Anche il più scalcinato prete ortodosso sà che esiste una “taxis”, un ordine da rispettare che identifica la Chiesa impedendole di divenire un'altra cosa. Non si tratta di statico tradizionalismo (dal momento che la liturgia bizantina ha subìto nei secoli qualche piccolo adattamento) ma di fedeltà al dato ricevuto.

È questo senso di tradizione che ha permesso alla Chiesa di “tenere duro” davanti alla turcocrazia e al crollo della civiltà bizantina. È con questo senso di tradizione che i popoli cristiani di quelle regioni hanno potuto rimanere tali, nonostante alcune “conversioni” al mondo mussulmano.

Nel nostro mondo stiamo assistendo a qualcosa di analogo al mondo bizantino prima della sua caduta, fatte altre dovute differenze del caso, ovviamente. 

Anche da noi, si può dire, c'è un diffuso “rammollimento”: i nostri giovani non sono certo persone buone per la lotta, tanto meno per la lotta che si faceva nelle guerre di un tempo. Sacrificio e privazione sono parole sconosciute, da noi, e le avversità trovano la maggioranza della gioventù impreparata e recalcitrante.

È proprio per questo, che dei popoli grezzi, “primitivi” ma pieni di forza vitale, potrebbero sottometterci in poche generazioni. In questo contesto la Chiesa come reagirà, se si considera la sua differente situazione, rispetto alla Chiesa post-bizantina?

Da noi la Chiesa (cattolica) si è talmente disaffezionata alle sue tradizioni antiche e liturgiche da vivere, come si diceva, sempre più “al di fuori di se stessa”. In fondo il parroco in blue-jeans non è che un segno rivelatore: un prete che vive "al di fuori" della sua identità di prete, ossia di uomo del sacro che si deve distinguere dagli altri. Un papa che assume atteggiamenti populistici e secolari è indice della stessa cosa.

L'identità di questa Chiesa è molto fragile ed espone i suoi credenti ad ogni sorta di relavismo. che lo voglia o meno, che lo sappia o meno. È veramente divenuta la “figlia dei nostri tempi”, in tutto e per tutto.

Ma, con questi presupposti, non potrebbe correre il rischio di venir spazzata via, dinnanzi ad un cambio repentino della società, come fu quando Costantinopoli divenne turca?

Certamente da noi non ci sono turchi che premono alle porte o almeno non lo fanno con il metodo di allora. Eppure nella società italiana sta lievitando sempre più una presenza non cristiana (non credente o di altre religioni) e questa, o prima o poi, genererà dei forti contraccolpi se non un capovolgimento della situazione.

Una Chiesa disarmata e disarmante sarà senz'altro la prima ad esserne colpita. E quando la Chiesa avrà perso gran parte delle sue possibilità finanziarie e non avrà più la forza politica odierna (e potrebbe avvenire) cosa proporrà ai suoi fedeli? Il suo vero e principale tesoro da tempo è stato svilito. Proporrà, forse, una liturgia ancor più svuotata e pauperizzata? Un credo che la rende indistinta da qualsiasi altra credenza? Umanamente parlando, quanta vita può avere ancora una Chiesa di questo tipo? 

martedì 2 aprile 2013

La Chiesa "fuori di se stessa"

Anni fa' avevo la possibilità di entrare in una biblioteca privata antica, tenuta da pochi anziani e ricchi religiosi veneziani, nel centro della città. Questa biblioteca settecentesca conteneva prevalentemente testi di teologia ed era stata da poco restaurata. Non era e non è aperta al pubblico. 

Purtroppo attorno agli anni '80 un suo responsabile aveva fatto scempio di alcune pagine di libri miniati, vendendole agli antiquari della zona, pur di finanziare le sue ricerche. Costui era un anziano religioso convinto... di poter scoprire il moto perpetuo!

Sono cose che sembrano barzellette eppure successero e mi furono riferite da frequentatori assidui della casa e confermate dal superiore di allora. L'anziano, ad un certo punto, morì, ovviamente senza essere venuto a capo di nulla ma avendo speso parecchi soldi per macchinari inutili. Iniziai ad entrare in quella biblioteca quando costui non c'era più, dopo che era stato fatto  ampio danno a diversi volumi di canto corale.

Poco distante da quella biblioteca, d'impianto classico, attorno alla metà degli anni sessanta, si era costituita, all'ultimo piano dello stesso stabile, una piccola bibliotechina: era quella dei giovani religiosi, studenti in teologia.

Di essi, quando arrivai io, non c'era più nemmeno l'ombra ma, come nel caso dell'anziano bibliotecario, si notavano i segni del loro passaggio. I libri avevano tematiche teologiche molto progressiste. Il locale che li ospitava, essendo proprio sotto un tetto, era soggetto a grandi escursioni termiche, ragion per cui quei libri finirono per invecchiare anzitempo. Erano tutti ingialliti e, in alcuni casi, la carta delle pagine si stava rompendo.

Un giorno ne presi in mano uno a caso: era una miscellanea di vari articoli dal titolo "Concilio vivo". All'interno trovai un saggio che osannava l'evento conciliare della Chiesa cattolica, quale inizio di una vera e propria epoca di rivoluzione in cui la Chiesa stessa usciva dai suoi bastioni, ossia "usciva fuori di se stessa".

Risi davanti all'ingenuità ebbra di quello scrittore e dimenticai il fatto.

Oggi sembra che stiano tornando in auge quelle stesse idee che, sinceramente, pensavo fossero sparite, esattamente come sparirono il bibliotecario "ladro" e gli studenti di teologia rivoluzionari.

Pare che queste idee stiano per essere rimestate nel mondo cattolico, come quando si gira una pentola e i fondi riemergono in superficie. Non penso, tuttavia, che la cosa riguardi solo il Cattolicesimo perché certe mode, una volta lanciate, si dilagano interconfessionalmente e sono ovunque pericolose.

Queste cose hanno la forza dirompente degli slogans: s'impongono in modo dittattoriale.

E' dunque bene cercare di capire che senso ha questa definizione, se di senso si deve parlare.

La Chiesa si costituisce nella sequela di Cristo, con la Pentecoste e, lentamente nei secoli, si struttura in un certo modo, assumendo una coscienza sempre più chiara di sé. Come i cristiani di Diogneto, la Chiesa sa di essere nel mondo e per il mondo ma non è del mondo. Questo significa una solidarietà e una contiguità di essa con il mondo ma mai un'identificazione totale.

Nell'umanità, infatti, esiste anche chi, per un insondabile mistero, decide di non accettare Dio e di comportarsi di conseguenza.

La Chiesa non può, dunque, identificarsi con questa parte di umanità (di qui si dice che il sangue di Cristo è versato "per i molti" non per "tutti"; oppure che "tutti sono i chiamati ma pochi i prescelti"). 

Nella Chiesa, per un'esigenza ascetica evangelica, parecchi fedeli, lungo i secoli, sono "usciti" dalla mondanità per essere più autenticamente di Cristo. Questo ha dato nascita al movimento monastico dei primi secoli, a quello eremitico e alla formidabile storia del monachesimo che ha caratterizzato i primi secoli medioevali in Occidente.

Qui non era la Chiesa che "usciva da se stessa" ma, si può dire, "rientrava" più efficacemente in se stessa per mostrare al mondo il suo viso autentico, come quello dei discepoli quando scesero dal monte della trasfigurazione.

Se si deve utilizzare il termine "uscire", nella tradizione della Chiesa occidentale e orientale, lo si deve fare solo per indicare l' "uscita dal mondo", ossia da una condizione di dispersione spirituale, col fine d'essere più autenticamente cristiani.

Invece, alla fine degli anni '50, nel mondo cattolico avviene il contrario: si depone ogni prudenza e si assiste ad una forte simpatia verso il mondo scientifico, tecnologico e culturale. Nell'ebbro ottimismo di quegli anni si ritiene possibile sposare il verbo cristiano con la cultura circostante (qualsiasi cultura) a patto solo di trovarsi con uomini di buona volontà. Quest'atteggiamento si erge contro quello diametralmente opposto avuto dalla Chiesa fino ad allora, con il quale non si vedeva altro che disastri nella società. Ad una eccessiva chiusura è quindi seguita un'apertura priva di discernimento. Il fascino del mondo - inteso come mondanità - ha così finito per carpire fedeli e religiosi. La conseguenza non si è fatta aspettare: i seminari e le case religiose si sono svuotati mentre i fedeli hanno vissuto una fede sempre più orizzontale e sociologica: Cristo, alla fine, ha finito per essere solo il "buon rivoluzionario", in grado d'insegnare all'uomo la via per un mondo migliore, l'uomo da cui prendere esempio, non più il Dio che eleva nella grazia l'umanità che lo desidera.

E' in questa temperie che si deve capire perché si scrissero certi libri come "Concilio vivo", da me sopra citato. Qui, quando si dice che la Chiesa deve uscire dai suoi bastioni s'allude, semplicemente, che deve abbandonare la sua identità tradizionale, basata sulla preghiera, la fiducia in Dio, l'adorazione, l'ascesi e darsi puramente ad opere sociali per un mondo migliore. Non sempre si ha il coraggio di dirlo apertamente ma si traccia un cammino che va inevitabilmente solo in questa direzione! E così anche i più restii vi vengono trascinati in nome dell'obbedienza verso "chi sa".


Pochi giorni fa' il vescovo di Roma, Bergoglio, ha affermato: "Ricordate bene: [bisogna] uscire da noi, come Gesù, come Dio è uscito da se stesso in Gesù e Gesù è uscito da se stesso per noi".

Cosa voleva intendere precisamente? A me è parsa un'allusione a tutto quel modo di pensare che mi pareva spento nelle pagine ingiallite di quei libri e che ora ritorna, poichè sarebbe stato Gesù, questa è la scusa, ad offrire tale esempio.

Certo, se queste frasi indicano uscire dal proprio egoismo e dalla propria piccineria, le posso ben giustificare. Cristo, in questo, è il vero Maestro, ma la Chiesa sa che, perché l'uomo possa trascendersi, non può affidarsi solo a se stesso e alle sue uniche forze. La Chiesa, per questo, si è anche data una regola e una tradizione che oggi (guarda caso!) non si vuole più seguire osservandole con sufficienza dall' "alto" della propria comprensione razionalistica.

Così molti segnali (in primis quelli tratti dal suo ministero argentino) m'indicano che per il vescovo di Roma non si tratta solo di superare un proprio eventuale egoismo umano ma di spogliare la Chiesa dal suo passato, più precisamente da un certo stile che si ritiene superato e che non può più servire ad incontrare il mondo tale qual'è. Di qui anche la sua antipatia per le forme liturgiche tradizionali. Tutto questo finirà per buttar via il "bambino con l'acqua sporca", come si dice volgarmente, le cose inutili e dannose con le cose essenziali. Alla fine si assumerà l'identità altrui per il piacere del mondo svuotando se stessi.

Ecco, se le cose stanno veramente così, non posso non fare come feci quella volta con il libro "Concilio vivo". Lo chiusi subito con un sorriso di compatimento e andai oltre dimenticandolo. 

Idee di questo genere, infatti, non faranno altro che rendere la Chiesa come un'arancia spremuta, buona oramai solo per la pattumiera...

lunedì 1 aprile 2013

Ecumenismo di ieri, ecumenismo di oggi....


Abū ‘Abd Allāh Muḥammad Ibn ‘Abd Allāh al-Lawātī al-Tanjī Ibn Baṭṭūṭa, noto semplicemente come Ibn Baṭṭūṭa (arabo: ابن بطوطة, Ibn Baṭṭūṭa; Tangeri, 24 febbraio 1304 – Fez, 1368-69), è stato un esploratore e viaggiatore berbero.
Per quasi trent'anni si avventurò tra Africa, India, Sud-Est asiatico e Cina, è considerato uno dei più grandi viaggiatori ed esploratori della storia. 

Questo viaggiatore berbero si recò anche a Costantinopoli e ci lasciò una descrizione di alcuni quartieri della città e della chiesa di Santa Sofia (nella quale non entrò), limitandosi a descriverla esternamente. In questa descrizione egli riferisce pure di un incontro con un monaco greco e dell'atteggiamento di quest'ultimo verso di lui, berbero mussulmano. Si rimane colpiti dal mondo gentile del monaco ma profondamente onesto nei riguardi della propria fede. Oggi non è più così al punto che quest'atteggiamento parrebbe incomprensibile presso gran parte dei cosiddetti cristiani.

La chiesa - Ibn dice - era circondata  da un muro con tredici porte, come una sorta di città nella città e tutti potevano entrare nel recinto sacro attraversato da un canale. Vi erano alcune botteghe, compresa una che vendeva profumi e alcune panchine di legno sulle quali erano seduti giudici e segretari. All'ingresso due guardiani avevano il compito di spazzare gli ambulacri, accendere le lampade e aprire le porte. Alle persone era consentito l'ingresso alla chiesa solo dopo che si fossero inginocchiate davanti ad una croce, presumibilmente parte di quella su cui era stato crocefisso Gesù. Da buon mussulmano, Ibn Battuta si rifiutò di farlo. Gli fu detto che a migliaia veneravano quella croce, compresi alcuni discendenti degli apostoli. All'interno del recinto sacro sorgeva un'altra chiesa riservata alle donne, con oltre mille vergini cosacratesi al culto e un numero ancora più grande di vedove. L'imperatore e i cittadini, sia di ceti alti che bassi, si recavano in chiesa tutti i giorni e l'imperatore recava omaggio al patriarca quotidianamente.

All'interno delle mura che circondavano la chiesa di santa Sofia si trovavano due monasteri, uno per gli uomini e l'altro per le donne. Ve n'erano altri al di fuori delle mura, uno abitato da ciechi e un altro per gli anziani invalidi di più di sessant'anni.  Molti imperatori, scriveva Ibn Battuta, raggiunta l'età di sessanta o settant'anni, costruivano splendidi monasteri, abdicavano e si dedicavano all'esercizio della religione fino alla morte.

Egli entrò assieme ad una guida greca in un monastero nella cui chiesa vide cinquecento vergini assai belle e un giovane dalla voce soave che stava leggendo loro il Vangelo. 

Dopo essersi recato in altre chiese e monasteri, Ibn Battuta giunse alla conclusione che la maggior parte della popolazione dovesse essere costituita da monaci, monache e preti. 

Un giorno fece visita ad un monaco che identificò come il "padre" dell'Imperatore Giorgio, ritiratosi in monastero. Il termine "padre" potrebbe essere usato in senso figurato. Il monaco indossava una camicia di crine e un berretto di feltro e aveva una lunga barba bianca. Prese Ibn Battuta per la mano e disse al greco che conosceva l'arabo: "Dì a questo saraceno - cioè mussulmano - che io stringo questa mano che è entrata in Gerusalemme, il piede che ha camminato all'interno della Roccia e della gran chiesa della Resurrezione e in Betlemme". Poi posò la mano sopra il piede di Ibn Battuta e se la passò sul viso: il berbero restò sbigottito verso l'atteggiamento dei cristiani nei riguardi delle persone di altre fedi che si erano recate nei luoghi sacri. Il vecchio inoltre gli fece domande su Gerusalemme e sui cristiani  del luogo. Ibn Battuta volle accompagnare in chiesa l'uomo che credeva fosse stato il precedente imperatore. "Digli" disse l'uomo rivolto all'interprete greco "che è di rigore per chi entra prosternarsi dinnanzi alla gran Croce. E' questo un uso stabilito dagli antichi, che non si può trasgredire". Ibn Battuta lo lasciò quindi entrare da solo in chiesa e non lo rivide più.

(Cfr. Ibn Battuta, I viaggi di Ibn Battuta, scelta e versione dall'arabo di Francesco Gabrieli, Sansoni, Firenze 1961).

L'odore del prete


Il titolo sembra strano ma, in realtà, riporta immediatamente alla mente un detto secondo cui una persona la riconosci “dall'odore” che porta. E' quindi un ottimo riferimento per poter riconoscere l'autenticità di una persona. E, d'altronde, un cieco ne fa maggior uso di noi, dal momento che non ha le possibilità date dalla vista.

Il prete ha un odore? E' una domanda curiosa alla quale forse qualcuno è tentato di dare risposte ironiche e fuori luogo. Invece la questione è seria. Vediamo in che senso.

Nelle mie lunghe peregrinazioni ho avuto modo di sentire odori anche negli ambienti di Chiesa.

Ricordo l'odore delle cocolle benedettine. Non era mai un odore cattivo e pesante ma riportava alla fatica quotidiana della preghiera. Un odore molto simile ad esse l'ho ritrovato negli ambienti monastici greci. Odore che rimanda ad una paziente fedeltà, ad un nascondere se stessi nella continua sequela di Cristo.

Ricordo l'odore di un frate sacrestano servita, quello che molto tempo fa' mi fece conoscere il canto gregoriano. Aveva diversi dischi 33 giri che m'industriai a registrare meglio che potevo. Entrò nella stanza nella quale stavo facendo questo lavoro portando con sé una nuvola d'incenso: aveva appena terminato di servire una messa.

Se devo pensare all' “odore del prete” è così che lo descriverei. Il suo odore, d'altronde, deve rimandare ad una sorta di sacrificio quotidiano e, nello stesso tempo, all'altare e a quanto lo circonda. In questo modo apre agli altri un altro orizzonte che va oltre la banalità quotidiana o il dovere, a volte stressante, del lavoro in fabbrica e dell'impiego in ufficio.

Più tardi, è vero!, sentii anche altri odori: di profumi alla moda, di saponette profumate... Ma il clero (cattolico o ortodosso) che amava abitualmente assumerselo non mi dava la stessa sensazione positiva degli esempi che ho sopra citato.

Recentemente, il giovedì santo passato del calendario cattolico, il papa ha, tra l'altro, affermato: 

“Il pastore deve avere l'odore del suo gregge”.

La stampa ha contribuito ad amplificare questo messaggio aggiungendo che il buon pastore, quello vero, non può che avere l'odore del gregge.

Ci troviamo davanti ad affermazioni che hanno un non so che di sovversivo. La seconda affermazione, addirittura, finisce per essere totalmente fuori luogo escludendo dal novero dei “buoni pastori” coloro che vivrebbero in zone claustrali e quindi non sarebbero contaminati dall'odore della gente comune.

Il principio è totalmente assurdo e porta alla conseguenza che santi eremiti, presso i quali si recavano pellegrini per essere illuminati e confortati, non sarebbero dei "buoni pastori". Perché, allora, sono stati proclamati santi?

E' certamente richiesto che il pastore abbia la capacità di relazionarsi al suo gregge e di comprenderne le ansie e le aspirazioni, cosa oggi tutt'altro che scontata e in molti casi assai deficitaria.

Ma in un'epoca in cui il clero cattolico (e pure quello ortodosso) finisce per assumere acriticamente le mode del secolo, insistere ulteriormente che quest'ultimo porti l'odore della gente comune potrebbe essere interpretato come una spinta ulteriore alla secolarizzazione.

Che venga interpretato così è fuor di dubbio, dal momento che è facile adeguarsi a profili meno impegnativi e faticosi, soprattutto in una Chiesa che dimostra sempre più noia a fastidio per impostazioni liturgiche tradizionali.

Tuttavia, nel richiamo ad avere l'odore del gregge, io trovo anche una sorta di rovesciamento dell'identità sacerdotale, laddove, appunto, il sacerdote è uomo di fedele e faticosa preghiera, di sudore che s'intride alla sua devozione personale, di profumo d'incenso e di candele di cera d'api.

Il richiamo al gregge, o più semplicemente al popolo, è un modo per portare il prete fuori dal santuario, fuori dalla chiesa. E', in altri termini, un atteggiamento che soggiaceva alle domande provenienti da ambienti cattolici di qualche tempo fa'. Una tra esse era: “Che senso hanno i monaci dal momento che pregano soltanto?”.

Ecco se le cose stanno così, e ho forte sospetto che effettivamente lo siano, allora assistiamo ad un ulteriore indurimento del Cristianesimo occidentale in direzione orizzontale, laddove il trascendente rimane solo pura formale motivazione di fondo ma non è più – de facto - il vero centro dell' essere umano.

Un sacerdote che esce da questo contesto non può che avere in noia il sacro. Non può che nascere come creatura nuova ed opposta a quella tradizionale e, ad opera sua, la stessa Chiesa si strappa violentemente dalle proprie radici con l'apparenza che tutto sia rimasto pressapoco identico al passato.

E' l'inganno dei nostri tempi in cui siamo sempre più davanti a "gusci vuoti" e a "scatole coloratissime" ma senza niente dentro ....

Invece un vero servizio si ha solo quando è mantenuta la differenza: io posso sollevare un altro solo nella misura in cui sono su un piano elevato rispetto al suo. Se, in nome di principi populistici (perché si ritiene automaticamente il popolo depositario del vero e dell'autentico) mi devo adeguare a tutti allora ne vengo trascinato e, perché no?, abbassato.

Oggi sono persi pure questi principi elementari, in nome di una retorica di dubbio gusto che finirà per produrre guai di grande entità in chiunque acriticamente l'accolga.

E che sia pure un papa a farlo, come ben pare, è solo un nefasto segno dei tempi.