Benvenuto

Benvenuto su questo blog!

martedì 26 marzo 2013

La luce nella chiesa della Santa Sapienza di Costantinopoli




Corona di luci nella chiesa di santa Sophia a Costantinopoli come doveva apparire agli occhi di Paolo il Silenziario (VI secolo). I modelli delle lampade - in argento - sono quelli del VI secolo. Paolo il Silenziario scriveva: 

"Come quando i viandanti, nell'aria sgombra di nubi, ammirano le stelle che spuntano ora qui ora lì, ... il cielo cosparso di una moltitudine di stelle, aprì le sue vie e persuase la notte a sorridere. Così nelle sedi della spaziosa dimora (Santa Sophia) ciascuno si lascia incantare da un raggio diverso di luminoso splendore. Per tutti si dispiega un cielo sereno di gioia". 

(Paolo il Silenziario, Descrizione della chiesa di santa Sophia, in Maria Luigia Fobelli, Un tempio per giustiniano, Viella 2005, pp. 89.91). 


A destra: polycandelon cruciforme in argento (VI secolo);
a sinistra: sua realizzazione tridimensionale.

sabato 16 marzo 2013

O tempora o mores!

"Tutti dicevano [di sant'Arsenio di Cappadocia]: 'La sua preghiera può attraversare la pietra!'. Cristiani e mussulmani lo riconoscevano come un santo poiché leggeva delle preghiere ai loro malati e li guariva". Il santo benediceva tutti. Ma mentre i cristiani li benedicava con il vangelo, i mussulmani (che cristiani non sono) li benediceva senza di esso.

(Cfr. Padre Paissios, Sant'Arsenio di Cappadocia, Monastero san Giovanni il Teologo, Souroti, Grecia, p. 44).

"Les dije que les daba de corazón la bendición. Como muchos de ustedes no pertenecen a la Iglesia católica, otros no son creyentes, de corazón doy esta bendición en silencio, a cada uno de ustedes, respetando la conciencia de cada uno, pero sabiendo que cada uno de ustedes es hijo de Dios. ¡Que Dios los bendiga!"

[Vi avevo detto che vi avrei dato di cuore la mia benedizione. Dato che molti di voi non appartengono alla Chiesa cattolica, altri non sono credenti, imparto di cuore questa benedizione, in silenzio, a ciascuno di voi, rispettando la coscienza di ciascuno, ma sapendo che ciascuno di voi è figlio di Dio. Che Dio vi benedica. ]

Papa Francesco I

Il papa non ha fatto alcun segno di croce, né ha detto altro.


Progressismo e tradizionalismo liturgico

Questo post è collegato strettamente al precedente.

Nel mondo Cattolico odierno, attorno alla questione della liturgia tradizionale, vediamo fondamentalmente due atteggiamenti: uno progressista e un altro tradizionalista. Questi atteggiamenti tendono ad influire, in un modo o in un altro, all'interno anche di altre confessioni religiose (si veda ad esempio l'Anglicanesimo).

Il progressista sostiene sostanzialmente quanto segue.
La liturgia deve cambiare seguendo il gusto e la moda dei tempi. Non può essere sottomessa a forme fisse. Riproporle significa non farsi capire più da nessuno. Per questo dev'essere comprensibile il più possibile e deve "attirare" le persone (1). Solo la Bibbia rimane tale. Tutto il resto può cambiare. E così il chierico modernista cambia "di testa sua" ogni ordine prestabilito.

Il tradizionalista sostiene quanto segue.
La liturgia è un tesoro che riceviamo dal passato e non deve cambiare in nulla. Noi riceviamo un tesoro, ne usfruiamo e lo dobbiamo a nostra volta tramandare. Non abbiamo alcun potere per modificarlo. Come la Sacra Scrittura anche la liturgia, appartenendo al tesoro della tradizione della Chiesa, è intangibile.

Ai due atteggiamenti, seguono necessariamente, da una parte, l'odio e l'avversione cordiale per ogni forma tradizionale e, dall'altra, l'odio e l'avversione cordiale per ogni forma di cambiamento.

Sono atteggiamenti speculari i cui estremi, in un certo senso, si toccano. Personalmente li trovo entrambi insoddisfacenti. Quello che, tra i due, fa i danni peggiori mi sembra comunque e sempre il primo.

Per trovare una soluzione al dilemma "tradizionalismo o progressismo liturgico?" il mondo della natura ci soccorre fornendoci un valido e semplice esempio.

Pensiamo al caso di un albero. Un albero ha molte foglie. Ogni foglia non è mai uguale all'altra ma tutte sono sempre simili tra loro per caratteristica e forma generale, anche se nei dettagli si differenziano tra loro. Ogni foglia ha la necessità vitale di rimanere saldata al suo ramo e ogni ramo è fortemente collegato al tronco e alle radici. Se così non fosse l'albero cesserebbe di vivere.
In un certo senso questo collegamento rimanda alla relazione: una foglia, per essere tale, dev'essere in relazione con ramo, tronco e radici. Non può vivere della propria sostanza o imporre se stessa al resto della pianta. Come nel caso di un albero, la Chiesa è più "grande" e precede ontologicamente il singolo fedele, il singolo vescovo e, pure!, un patriarca o un papa (2). Come l'albero precede la foglia, d'altronde. E questo significa una "sottomissione" delle foglie all'albero, come l'insieme di tutti (gerarchia ecclesiastica compresa) sono "sottomessi" alla Chiesa (cosa nell'Occidente quasi introvabile e inconcepibile, oramai). Credere diversamente significa essersi già estromessi dalla Chiesa, esattamente come se una foglia potesse pensare di vivere prescindendo dal suo albero.

Il progressista liturgico (colui che rifiuta i dettami della tradizione, cambia di "testa sua" le disposizioni e l'ordine della liturgia) inverte quest'ordine naturale. E' come una foglia che vuole imporre se stessa al resto della pianta, vivendo della propria sostanza. Rompe il nesso di relazione, necessario alla vita. E, infatti, il resto della pianta, per continuare l'analogia, ne soffre o sente la cosa estranea o originale. E' come se fosse avvenuta una mutazione genetica, come talora succede in quelle piante esposte alle radiazioni.

Il tradizionalista liturgico, dall'altra parte, pensa necessariamente che ogni foglia debba essere identica in tutto ad un'altra e che, quindi, il fatto che un albero abbia foglie tutte diverse tra loro, per quanto simili, è cosa intollerabile. La regola della vita ci dimostra, invece, il contrario e, proprio perché è così, mostra l'esistenza di una vera e propria armonia nel cosmo. La stessa santificazione dei membri della Chiesa non comporta l'annullamento della loro singolarità personale.

Se nella Chiesa s'impone il progressismo o il tradizionalismo "strictu sensu" (sei pensi un tempo alla latinizzazione dei riti greci), l'armonia è spezzata. Entrambe le forme, infatti, obbediscono ad un'ideologia, a una proiezione mentale, a una malattia o complesso psichico. Entrambe, in modo differente, fanno violenza alla realtà.

La tradizione, non il tradizionalismo!, indica una continuità necessaria. Il bisogno di un forte collegamento tra tronco, rami e foglie e di un profondo radicamento nella terra. Ma tutto ciò non obbedisce di certo alla rottura (del progressista) o alla fotocopia statica (del tradizionalista). La comprensione della stessa liturgia deve avvenire nella continuità intergenerazionale, mai nella rottura!

La sottomissione alla tradizione come sempre è stata sa proporre in forme adeguate e in tempi giusti anche eventuali ritocchi o aggiustamenti, a seconda di luoghi ed epoche.
Si può certamente dire che la Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo è sempre quella ma, a seconda dei luoghi (Russia, Grecia, Serbia), ha accentuazioni o applicazioni diverse in alcuni dettagli. Come una foglia ha dettagli differenti rispetto ad un'altra.

Rompere quest'armonia, con l'idea tradizionalista (ovunque tutto dev'essere identico) o con l'idea progressista (bisogna farla finita col passato!) significa rompere la liturgia e, in definitiva, la Chiesa. E' quanto sta avvenendo in buona parte del mondo Cattolico. Si spera che il mondo ortodosso (soprattutto italiano), così prono a prendere lezioni da Roma, non faccia altrettanto. Non dimostrerebbe altro che ignoranza, inconsistenza e disaffezionamento alla sua tradizione (rimasta oramai solo a livello formale).


________________

1) Il tema della "comprensione" della liturgia è spesso un cavallo di Troia con il quale si permette tutto e il suo contrario. Ma che significa "comprendere"? Il fatto di tradurre tutti i testi nella lingua corrente (che mi trova concorde) non significa aver compreso il mistero celebrato. E, infatti, per "comprendere" si fa decadere la mentalità cristiana del "mistero" in una sorta di spettacolo televisivo, di intrattenimento ludico. In  questo caso la liturgia cattolica si è definitivamente alterata ma, bisogna dire, è stata strettamente conseguente al suo bisogno razionalistico di "capire" che ossessiona molto clero modernista.

2) Se, da una parte, la dottrina tradizionale insegna che la creazione della Chiesa avviene con la Pentecoste, dall'altra molte testimonianze patristiche vedono la Chiesa già da Adamo. L'esistenza della Chiesa è un fatto che precede l'esistenza dei fedeli e della gerarchia. Essi sono nati grazie alla sua precedenza, essendo lei la madre di tutti. E una madre non puo' essere rinnegata o disonorata se non che da figli ribelli e degenerati. Per questo l'avversione alle tradizioni da parte di chierici o laici progressisti ha un non so che di degenerato, ecclesiologicamente parlando. Poco importa se poi, costoro, sono umanamente simpaticissimi. La simpatia umana verso il mondo non può nascondere questa violenza e antipatia verso la propria madre e, in definitiva, verso il proprio Dio.

venerdì 15 marzo 2013

Liturgia e pauperismo

Calices, corporalia, ornamenta altaris et omnia, quae pertinent ad sacrificium, pretiosa habere debeant
(Francesco di Assisi)


Croce pendente "moderna" del nuovo papa
Mi trovo “costretto” a scrivere questa riflessione anche perché spinto dagli eventi degli ultimi giorni che, in Italia, hanno visto l'elezione al papato di un nuovo pontefice. I punti salienti di questo mio intervento li ho già espressi altrove e, in buona sostanza, fanno parte delle basi della liturgia, intesa in senso tradizionale.

Nei giorni passati è stato detto che il nuovo papa di Roma ha rifiutato, seccato, il cerimoniale al quale doveva essere sottoposto scegliendo di “testa sua”, preferendo atteggiamenti informali ma, qualcuno giustamente notò, con uno stile molto laico. Questo prelato ha già posto i segni necessari da permetterci di prevedere un  rimaneggiamento, da parte sua, della liturgia in una direzione ancor più semplificativa e schematica.

Non è questa la sede per manifestare una sorta di partigianeria per il suo stile o per quello del predecessore. Non mi interessa fare o alimentare conflitti.
Qui mi limito a tracciare dei principi che paiono drammaticamente dimenticati al punto che, nell'onda di una costruita emozione collettiva, si osanna ogni cosa che questo nuovo papa possa fare, senza riflessione alcuna.

Proviamo invece a riflettere su quale sia il rapporto, se esiste, tra liturgia e povertà o, nel caso peggiore, pauperismo (ossia un'ideologia della povertà).

Un uomo può essere povero. Un prelato può decidere di esserlo. Nello stesso Vangelo Cristo raccomanda ai suoi discepoli di essere poveri e non ambire alle ricchezze del mondo. Ne consegue che scegliere la povertà è, a mio parere, un ottimo segno. 

A Roma, diversi anni fa, viveva un certo padre Ermogene, un anziano sacerdote morto in odore di santità. Celebrava nella chiesa greco-ortodossa. La sua casa era veramente povera e lui stesso viveva poveramente.

A Belgrado l'anziano patriarca Pavle, morto pure lui con fama di santità, amava girare per la città da solo e in autobus.
Dunque non si deve avere nulla contro una scelta povera che richiama l'evangelica necessità di seguire meglio Cristo.

Ma, devo aggiungere, sia padre Ermogene che il patriarca Pavle non si facevano pubblicità e non ne volevano, né per il fatto di vivere poveramente, né per il fatto di viaggiare da soli in autobus! E' questo un vero segno di autenticità, per non perdere il premio che solo Dio può dare e non sentirsi dire "Hai già avuto la tua ricompensa" (dagli uomini).

Entrambe queste persone, essendo ordinate, quando dovevano celebrare non omettevano nulla di quanto la tradizione prescrive.

In campo cattolico è noto l'esempio del curato d'Ars il quale, pur vivendo poveramente, amava dare tutto alla liturgia: indossava i paramenti più belli e amava il decoro della chiesa.

Solo a partire dalla fine degli anni sessanta del XX secolo, nel mondo cattolico è invalsa l'idea che un culto “ricco” è un'inutile ostentazione di vanità. In questo modo si è imposta un'idea molto antropocentrica. Sono allora inziate in modo molto vistoso vere e proprie oscenità liturgiche passate per "stile moderno" ed enfatizzate come "nobile semplicità".
Precedentemente a questa data tale idea non si concepiva nemmeno al punto che il popolo più povero faceva a gara nell'avere una chiesa elegante, poiché era casa di Dio ma, pure, casa di tutti.

Ancora oggi, nella tradizione ortodossa, è così al punto che in Ucraina, in paesi molto poveri, le chiese sono tentute in modo eccellente. Me lo raccontava uno studente reduce da un viaggio in quelle regioni: tanto le case sono povere, tanto le chiese sono mantenute in forma smagliante. Tutto questo è voluto dal popolo, senza imposizione alcuna. Né il popolo si sente "defraudato" di qualcosa! Nella spontanea pietà di questi popoli a Dio si dà tutto perché, attraverso la bellezza, possiamo avere un'immagine simbolica della sua eterna e soave armonia. Una chiesa bella è il richiamo alla speranza del Paradiso, tanto quanto una chiesa brutta è un inconscio richiamo alla disperazione dello stesso...

Questo principio ha sempre dominato nella Chiesa, sia in Oriente che in Occidente, almeno fino ad una data relativamente recente.

Ad un certo punto in Occidente qualcuno ha iniziato a fare l'artificiale distinzione tra quanto è essenziale (la Bibbia) e quanto sarebbe variabile ed accessorio (la tradizione liturgica ed ecclesiastica). Questa distinzione non è totalmente sbagliata ma, nell'applicazione, ha aperto le porte ad una mentalità opposta alla pietà, contraddistinta dall'antipatia verso ogni forma di vera devozione, di bellezza e di magnificenza della liturgia.

Non vorrei che fosse questo a soggiacere nello stile di questo nuovo papa il quale, non dimentichiamolo, è stato ordinato proprio verso la fine degli anni sessanta, epoca di forti rivolte antitradizionali nel Cattolicesimo. Sinceramente non mi curerei di questa persona se questo suo atteggiamento non avesse una nefasta influenza negli ignoranti, in alcuni cioè che, sia nell'Ortodossia che nel Cattolicesimo, vedono tutto ciò come un bell' “esempio” da imitare.

E' così che, se mi permetto di notare degli evidenti limiti in questo stile "moderno" c'è qualcuno che continua a ripropormi la distinzione tra "Tradizione" e "tradizioni" pur di scusare tutto questo. Ma dire che solo la Tradizione biblica è necessaria mentre quella ecclesiastica è accessoria (dunque la liturgia può tranquillamente essere relativizzata, trasandata e povera) è come dire che il pensiero è necessario ma la parola per esprimerlo non serve a gran che; come dire che le ossa nel corpo umano sono necessarie ma la carne è opzionale. In parole povere, portare avanti un tal principio di fatto distruttore, è possibile solo in chi è perfettamente ignorante o ha un mal celato odio verso la vera pietà, magari coperto da atteggiamenti umanamente simpatici.

Uomini umanamente simpatici ma spiritualmente vuoti o con concezioni cristiane fortemente antropocentrizzate non servono nulla al Cristianesimo e ne sono di forte nocumento!

Padre Paissios del Monte Athos, morto santamente, un giorno raccontò la storia di un giovane novizio che se la prendeva con tutte le “cose vecchie” conservate da un anziano monaco del suo monastero. In particolare il giovane distrusse le forme per fare i kalimafia (i berretti monastici), reputandole inutili. A nulla valsero le lacrime dell'anziano che protestava: “Perché lo fai? Queste cose mi fanno ricordare i miei amati anziani che mi hanno preceduto”. No, per questo giovane monaco che – annota padre Paiossios – non perseverò nel monastero, tali cose erano vecchie, dunque da buttare.
Mi sembra la nota storia dei giovani preti sessantottini artefici della riforma liturgia cattolica quando buttavano in spazzatura tutte le "robbe veccie", come si dice in Veneto ...

Padre Paissios conclude dicendo che l'amore verso Dio e verso il prossimo si vede dalle più piccole cose per cui l'atteggiamento di questo novizio era totalmente sbagliato.

Prendersela con una divisa religiosa, con un berretto religioso, con una liturgia tradizionale, con una croce artistica, con le forme di pietà, in nome di una conclamata povertà e di un'essenzialità evangelica è, dunque, assurdo e molto pericoloso. Tale attegiamento è ecclesialmente negativo non essendo altro che una forma attuale dell'antica iconoclastìa, eresia condannata! (1)

Se queste corbellerie girano nella testa di qualche originale laico si può far finta di nulla. E' molto grave, invece, quando vengono ostentate da chi ha una pesante responsabilità nella Chiesa perché portano alla distruzione di quanto ancora esiste, raffreddano i cuori nella pietà verso Dio in nome di una convenzionale povertà da mostrare agli uomini. E' come credere di potersi servire di una scala togliendo da essa tutti i gradini.

A capirlo non ci vuole gran ché. Basta un minimo di cultura e di pietà...

==============

1) Nella diocesi di Udine, qualche anno fa, la curia emanò una lettera intimidatoria ad un diacono perché, nella sua ordinazione diaconale, aveva "osato" presentarsi in cattedrale con un camice col pizzo. Nella lettera gli si intimidò di non rifarlo per l'ordinazione a prete. La stessa diocesi, in occasione del nuovo papa, ha espresso un incontenibile entusiasmo. Non mi pare un caso, dal momento che, pare, pure il nuovo papa prova molta antipatia per tutto quello che rimanda al recente passato del culto cattolico e ai suoi segni tradizionali nella liturgia.