Benvenuto

Benvenuto su questo blog!

lunedì 30 luglio 2012

In guisa di conclusione ai ricordi

Chiesa pirncipale del monastero di Penteli (Atene)




Proviamo un istante ad immagi­nare due sorgenti d’acqua in un sito alpino. Ad un certo punto in una delle due fonti qualcuno inserisce dei filtri e un bacino di raccolta per poter imbottigliare l’acqua e, in seguito, venderla. Chiunque si aspette­rebbe che l’acqua raccolta sia chimicamente più pura, se non altro perché è filtrata.

Ma se, a controlli effettuati, ci si accorge che l’acqua filtrata dalla prima fonte è in tutto identica a quella della seconda priva di filtri ne segue un’evidente deduzione: l’impianto di filtraggio non funziona, è come se fosse assente ed è, allora, una struttura inutile.

Se poi, effettuando un ulteriore controllo, si nota che l’impianto di filtraggio, oltre a non funzionare introduce delle impurità, allora è addirittura dannoso.

Quest’esempio si può applicare ampiamente alla storia da me raccontata in questa serie di racconti. Gli uomini hanno sempre avuto difetti, in tutti i tempi e luoghi. Sono come l’acqua di una fonte che, seppur limpida, ha impurità. Ma se sono collocati in un ambiente tale da migliorarsi, risultano essere come dell’acqua potabile. Gli ambienti positivi possono effettivamente influire sui singoli e attenuare certe loro caratteristiche negative. La Chiesa, nata per aprire nell’uomo la speranza nell’Al di là, è in grado d’agire come un buon filtro e, oltre a purificare, può dare quel sapore e qualità che in linguaggio tradizionale si chiama “grazia”. La grazia è un elemento in grado di  rafforzare e cambiare dall’interno una persona.

Ma se, invece di funzionare, una Chiesa lascia l’uomo com’è, nonostante si circondi di attivismo, progetti sociali o politici, allora è come un filtro che non funziona. E’ divenuta totalmente inutile ed è priva di senso; ecco il “sale non salato” di evangelica memoria. Purtroppo molti ambienti ecclesiali sono così. Laici o chierici si trovano immersi negli affari e in interessi mondani con uno stile in tutto uguale a quello di tutti gli altri: rubano gli altri, rubano pure loro; ingannano gli altri, ingannano pure loro. 

Se poi, oltre ad essere inoperosa, una struttura ecclesiale inclina le persone in dannose passioni giungendo pure a coprire chi compie crimini, allora diventa come un filtro dell’acqua che aggiunge le sue impurità.

Non si può pensare che sia solo una questione unicamente personale e che l’istituzione non c’entri affatto, proprio perché queste persone vivono in un ambiente, esattamente come l’acqua passa attraverso un impianto di purificazione e attraverso delle tubature.

Allo stesso modo, quando una liturgia inizia a riflettere mentalità che non sono tradizionali si può paragonare a dell’acqua che passa attraverso un filtro inattivo. Se poi quella liturgia inizierà ad avere delle chiare distorsioni allora è evidente paragonarla ad un filtro che rilascia delle impurità.

Gli uomini e quanto essi producono sono il risultato di un fascio di relazioni in cui non si può mai isolare il singolo e attribuirgli tutte le responsabilità. Conseguentemente, certi discorsi sono molto di comodo: “La colpa non è della Chiesa ma del prete x. La colpa non è dell’istituzione ma del laico y”. Questo modo di ragionare tende sempre a scagionare le istituzioni isolando il “reo” come se non avesse mai avuto alcun rapporto con esse. Si può mai ragionare così?

Temo che anche la frase “Il concilio vaticano II non ha colpa, la colpa è dei singoli che lo hanno mal interpretato”, appartenga allo stesso tipo di ragionamento. “Le forze agiscono sempre in coppie”, dice la fisica. E lo stesso potrei dire in moltissimi casi compendiati dalla sociologia e dalla psicologia. Ma per chi vuol deresponsabilizzare le istituzioni, facendo lo  “scaricabarile”, la cosiddetta colpa è sempre degli altri.

Un chierico ortodosso vanesio, durante il venerdì santo di quest’anno, interruppe la processione con l’icona del Cristo morto per fare uno sproloquio ecumenico sul sagrato di una chiesa cattolica assieme a qualche esponente del clero cattolico locale. Inutile dire che questo ha disturbato alquanto la pietà dei fedeli intenti a commemorare la morte del Signore che, d’un tratto, si sono trovati davanti ad una specie di spettacolino di circostanza. Questo personaggio è assai singolare per cui uno direbbe che le stranezze da lui compiute derivano dal suo carattere immaturo e narcisistico. Ciononostante, non farebbe così se il suo ambiente non lo incoraggerebbe suggerendogli la preminenza dell’apparire sull’essere. Dunque non è giusto dire: “La colpa è solo sua”.
In un certo senso esiste una “responsabilità sociale” nelle azioni di un singolo.

La presente considerazione fa, inoltre, dedurre che certi ambienti ecclesiali o sono sani o possono ammalare. Perciò uno li può seguire o allontanarsi da essi. D'altronde esistono ambienti ecclesiali che fanno veramente impazzire e non lo dico per dire ma con ragione provata: sembrano una strana accolita di dementi autolesionisti!

La contemporaneità ha visto un progressivo deterioramento di molte realtà negli ambienti ecclesiali. E’ giusto, dunque, essere molto guardinghi perché non è remota la possibilità di cadere nell’agnosticismo o addirittura nell’ateismo a causa di comportamenti irresponsabili di certi responsabili.

Oggi i cosiddetti nemici della fede non sono tanto all’esterno ma all’interno degli ambienti ecclesiali. Il cuore di questi personaggi è altrove, non nel vangelo. Essi rivestono anche alte cariche ma pensano a soldi, potere e sesso. Sono uomini vuoti che svuotano gli ambienti e rendono puramente formale il culto liturgico. Oggi la presenza di queste persone è talmente diffusa che non è facile trovare un luogo che ne sia totalmente  esente. La cosa non è nascosta ma solare in chi frequenta le chiese; bisogna proprio avere gli occhi foderati di prosciutto per  non accorgersene.

Attraverso una lunga serie d’esperienze, di cui in questi racconti ho condensato solo alcuni fatti essenziali, ho maturato la necessità d'essere molto prudente e mi pare giusto consigliarlo a chiunque. Oggi le realtà ecclesiali sono molto malate e se vediamo una liturgia strana, squilibrata, mondanizzata o quant’altro è principalmente per questo.

L’Oriente cristiano risente pure lui dei secolarismi odierni e tende a formalizzare il suo culto, staccando la “spina” dai fondamenti ascetici antichi. Di qui un certo odio verso il monachesimo, prevalentemente nel clero archimandritale. Ma anche certi monasteri sono contagiati dalle caratteristiche della  contemporaneità.

Ricordo, ad esempio, un bel monastero fuori Atene: Penteli. Questo monastero, situato su un’altura, ospita spesso convegni e incontri culturali. Non mi sembra d’averci visto gente pregare. In compenso, la foresteria, dove rimasi per qualche giorno, era straordinariamente bella. Ogni camera per ospiti era, in realtà, una piccola suite d’albergo di 4 o 5 stelle: un’autentica sciccheria ma completamente fuori luogo, dal momento che quello era un monastero. Non ricordo e non ho fatto in tempo a vedere presenze monastiche. D’altronde quello è uno dei tanti monasteri nei quali s’iscrivono chierici celibi, dando dunque una parvenza monastica ad esseri totalmente incapaci di vivere in un cenobio. Poi questi chierici fanno il loro servizio in parrocchie e vivono continuamente nel mondo. Uno di loro mi disse onestamente: “Io non potrei mai vivere in un monastero!”. Un altro, al quale avevo osservato con sorpresa la cura mondana nel vestire, osservò: “Anch’io sono un uomo!”. 

Sì, anche qui è penetrato uno spirito antitradizionale che fa le sue razzie. In tutti i casi si nota un evidente allontanamento dall’essenzialità, un allontanamento che trasforma questi chierici in “preti moderni”. I credenti seguono a ruota il loro esempio giustificandoli e giustificandosi. Gli amari frutti non tardano a venire e c’è sempre qualcuno che, davanti agli scandali, dice ipocritamente: “Non me lo sarei mai aspettato”.

Oggi un chierico può benissimo essere un gran benefattore e, contemporaneamente, fare una vita molto lontana dal vangelo, per dirla molto eufemisticamente ma francamente.

La Chiesa con i suoi riferimenti uranici è in una situazione piuttosto differente. Sta al credente trovarla  come colui che, nel vangelo, trovata la perla preziosa, vende tutto ciò che ha pur di possederla. Infatti non tutto quello che si definisce “Chiesa” ne può veramente avere le caratteristiche.

Quanto non ha realmente tali positive caratteristiche non ha valore evangelico e può attirare solo chi scambia per oro materiale scadente o addirittura escrementi. Ingenui, scaltri calcolatori, cortigiani compiacenti, personaggi ambigui, falsi e dissociati riempiono tali chiese. Guarda caso, sono le stesse categorie di persone che affollano il mondo della politica! In entrambi i casi siamo davanti ad istituzioni decadute e, forse, già in via di decomposizione. Il Signore dei vivi è decisamente lontano da qui e non cessa d’invitare: “Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti”.

Si deve, infatti, andare altrove!



giovedì 26 luglio 2012

Ricordi (16)...

Cupole della chiesa principale del monastero di Iviron (Monte Athos)




Credo che una parte del mondo cattolico sia oramai pronta ad accettare l’Islam. Ne vedo tutti i presupposti. Mi riferisco, ovviamente, all’Islam classico, non a quello mistico dei Sufi, considerato come un’eresia dalle grandi scuole coraniche (e, d’altra parte, ci furono molti contatti tra le confraternite sufiche e i monasteri cristiano-ortodossi). Nell’Islam non esistono mediazioni: c’è il credente davanti al Corano. Il Corano rappresenta un’autorità indiscutibile, non ha bisogno di mediazioni: dev’essere applicato come sta perché è tutto direttamente dettato da Dio. Il rapporto del fedele con Allah è di sottomissione: la grandezza divina lo sovrasta,  potrebbe pure annientarlo ma Allah, nella sua misericordia, lo risparmia. Come il Corano non ha bisogno di mediazioni, altrettanto Allah non ne ha bisogno e si staglia in una verticalità totale, completamente distinto e lontano dall’umano. L’incarnazione di Dio, per il Corano, è una bestemmia.

In alcuni ambienti e movimenti cattolici ho visto atteggiamenti simili. La Bibbia viene considerata in modo fondamentalistico, senz’alcuna mediazione. Questa gente non tiene conto che le mediazioni, ossia le interpretazioni del testo, iniziarono ben presto, sia in seno all’Ebraismo sia nel periodo patristico. Il cristiano, infatti, instaura un rapporto dialettico con gli elementi fondamentali della sua fede, non per negarli, tanto meno per relativizzarli o annullarli (come fanno i modernisti) ma per poterli assumere nel modo più conveniente. La stessa obbedienza che si deve alle autorità, non è mai assoluta perché l’autorità nella Chiesa – se la intendiamo in senso tradizionale – non è mai fine se stessa. Invece, questi ambienti hanno modalità statiche, infantili che li portano inevitabilmente verso atteggiamenti meccanici e fondamentalistici. Il ragazzo di cui ho tracciato brevemente la vita, al termine del precedente racconto, vedeva nell’Islam un porto di sicurezze: non doveva pensare nulla ma applicare le cose alla lettera. Questa primitività rocciosa lo affascinava attraendolo sensibilmente. Si noti che proveniva da un certo tipo di tradizionalismo cattolico. Se ora fosse ancora vivo penso sarebbe mussulmano. In cuore lo era già al punto che, in uno dei suoi ultimi sms, mi scriveva: “L’Islam mi redimerà”.

Tutto il lembo costiero del nord Africa era, un tempo, una Chiesa fiorente: la Chiesa di Cartagine, quella di sant’Agostino d’Ippona. Con l’arrivo dell’Islam fu totalmente assorbita. Non si spiega questo rapido assorbimento se quella Chiesa non se ne fosse  predisposta da tempo. Oggi, in buona parte del mondo cattolico occidentale, sta succedendo esattamente lo stesso. Esiste una sorta d’affinità, di parentela religiosa con i mussulmani. Cristo stesso, di fatto, non è così importante: è un maestro morale, un uomo religiosamente retto e solidale con il suo simile. Ovviamente non tutti gli ambienti cattolici hanno contemporaneamente tutte queste caratteristiche: alcuni sottolineano maggiormente un rapporto fondamentalistico con la Scrittura, altri relativizzano la figura di Cristo, altri ancora richiedono un’obbedienza  cieca. Ma se prendiamo tutte queste cose nel loro insieme ne risulta un brodo di cultura tale da preparare la strada all’Islam. Non è strano, dunque, che certe ragazze, sposando un  mussulmano, ne assumano la fede con relativa facilità.

Quello che nel mondo Cattolico è quasi totalmente assente è l’aspetto spirituale e mistico del Cristianesimo. E’ esattamente quest’aspetto che dovrebbe reggere il culto ma, di fatto, finisce per non essere così neppure nel cosiddetto tradizionalismo cattolico il cui fine è quello di recuperare le tradizioni per contrastare la decadenza della Chiesa.

In questi ambienti è totalmente assente il concetto di liturgia come “teofania”, concetto viceversa caro all’Oriente bizantino. Secondo questo concetto, Dio si manifesta nelle sue energie nel momento della liturgia, nei sacramenti e nei sacramentali della Chiesa. Un luogo benedetto non è come un altro. Un altare unto con il Crisma non è come un oggetto qualsiasi. Dalla stessa materia benedetta s’irradia quasi sensibilmente una realtà “altra” che manifesta l’anticipo della presenza del Regno celeste già su questa terra. Anche in questo senso la liturgia è una continua teofania, ossia una manifestazione divina.

Tempo fa quando non sapevo nulla di tutto ciò comperai un disco con canti serbi. Nella copertina c’era un dipinto che voleva illustrare la teofania nel luogo santo, cosa che allora non riuscivo a capire. Anche per me, come per il giovane precedentemente descritto, tutto ciò era un bel “rompicapo”. Rimase tale fino al momento in cui mi sono accorto di qualcosa di “vivente” che toccava tutte le realtà di un tempio. Fu in occasione di una visita nella chiesa del monastero d’ Iviron, sul monte Athos. Da quel momento vidi le cose in modo totalmente differente fino al punto da pensare che la realtà materiale nasconde Altro, come le tende d’un teatro nascondono le quinte. Non entro nei particolari di questa vicenda, per altro strettamente personale, perché la esporrei a inutili e vani discorsi. Posso dire che la percezione mi fu più che sufficiente e mi diede, contemporaneamente, la bussola per capire cosa sia la realtà sacra. Questo non solo nei riguardi delle cose, pure degli uomini.

Un giorno, in un ambiente universitario, vidi uno studente alla macchina fotocopiatrice. Di primo acchito, dal suo sembiante mediterraneo, mi pareva un greco. Ma aveva qualcosa che non mi convinceva. Percepivo dal suo corpo un’opacità che contraddiceva l’idea che fosse greco. Presi coraggio e gli chiesi da dove venisse: era turco. Qualche giorno dopo riferii ad un prete greco questa mia strana sensazione. La risposta mi colpì parecchio: “Da noi anticamente, riguardo ai turchi, si diceva den echoun ladi, non hanno l’olio del crisma”. L’olio del crisma viene distribuito sulla pelle del neonato, subito dopo il battesimo, per indicare la brillantezza che lo Spirito Santo conferisce alla carne umana. E’ il sacramento della Cresima. Quest’aspetto immediatamente percettivo della fede, mistico ma reale e concreto allo stesso tempo è totalmente perso nel mondo Cattolico.
Non meraviglia che sia stato sostituito con succedanei, più che manifesti in certi ambienti: fanatismo, fondamentalismo biblico, autoritarismo, ecc. E non meraviglia neppure l’incapacità intrinseca del cattolico medio nell’individuare una religione distorta o una liturgia deviata.

Ecco perché molti cattolici sono pronti ad accogliere l’Islam anche se ancora non lo sanno o non lo riconoscono.  
 
 

mercoledì 25 luglio 2012

Ricordi (15)...






Il mio riavvicinamento al Cattolice­simo avvenne grazie alla televisione. E’ un particolare a cui non ho mai riflettuto a lungo pur avendolo evidenziato in questi racconti. Mi sembra estremamente importante. Alcuni diranno: “Ecco: la televisione può ef­fettivamente fare molto bene”. E’ una risposta superficiale e chi lo pensa non tiene conto di molte cose.

Prima di tutto la televisione è divenuta un potente mezzo con il quale si plasmano le coscienze. Se qualcosa viene detto in tv appare immediatamente importante e, conseguentemente, buona e vera a prescindere dal fatto che corrisponda o meno alla realtà. Questo è noto agli uomini di potere e non sfugge di certo a personalità religiose come il papa, il Dalai Lama o chiunque altro.

Nella tv quant’è importante è il verosimile, ciò che sembra vero, non la verità. Per giunta la tv coglie lo spettatore in uno stato passivo in cui non ha alcun immediato spazio per riflettere e controbattere. Se viene trasmesso un culto cattolico con balli ed effetti mondani in cui i fedeli paiono divertirsi, spontaneamente chi vede la tv potrebbe dire: “E’ molto bello, colorato ed entusiasmante!”. In questo, certe chiese episcopali americane sono all’avanguardia e non si chiedono affatto se quanto si fa abbia qualche alterazione sostanziale rispetto a forme più composte e ascetiche.

Giovanni Paolo II è stato un papa che ha sfruttato a fondo gli effetti dello spettacolo ed è stato proclamato “santo” a furore di popolo grazie, soprattutto, all’immagine che ha saputo dare di se stesso attraverso i mezzi di comunicazione. Ma questa è pubblicità e la pubblicità, oggi, è studiata da psicologi nonché esaltata da una raffinata tecnologia mediatica un tempo inimmaginabile. La pubblicità plasma le opinioni in modo suadente cercando d'influenzarle. Pure i “gestori” della religione se ne servono sempre più, quasi che la fede dovesse essere un prodotto di consumo. D’altronde in America si è giunti a fare della pubblicità per “reclutare” seminaristi…

Quella che sfugge, in tutto questo, o che si da per scontata quando non lo è affatto, è proprio l’autenticità: quanto si pubblicizza è davvero autentico o è una sorta di prodotto contraffatto? Ho fatto l’esempio di una “messa-spettacolo” pubblicizzata in tv ma potrei fare qualsiasi altro tipo d’esempio in campo religioso. In questa situazione non è importante che un sacerdote sia autentico o meno. L’importante è che sorrida e dia un’immagine attraente di sé. Questo fenomeno, che farei rientrare nella cosiddetta “religiosità postmoderna” è paragonabile a chi pensa di nutrirsi osservando la foto di un piatto di pastasciutta. La cosa incredibile è che se io do la foto della pastasciutta ad un affamato, costui s’accorgerà immediatamente dell’inganno ma, nel caso della “religione contraffatta”, la maggioranza non se ne accorge. Questo vuol dire che costoro non hanno mai avuto una vera religiosità né mai gli è stata insegnata. Non hanno mai sviluppato qualcosa per accorgersi di eventuali inganni. La causa è ab origine!

Quanto vedevo alla tv e che mi riaccostò al Cattolicesimo era, in realtà, finto, nonostante la possibile buona volontà dei loro diffusori. Era una pura immagine, un evento onirico e immaginifico, una nuvola inconsistente. Era così che si presentava ed era così che inevitabilmente la ricevevo credendola autentica. Allora ne avevo bisogno perché mi pareva corrispondere ad un ideale di sicurezza e stabilità che per me era essenziale.

Poi, con gli anni, quando lo verificai “sul terreno”, incontrando istituzioni educative, parrocchie, monasteri, movimenti religiosi e persone religiosamente impegnate, mi accorsi che non corrispondeva affatto al reale. Nella realtà esiste uno scollamento più o meno evidente tra istituzioni, persone e gli ideali professati ed è esattamente questo a determinare il fallimento istituzionale della Chiesa, a lungo o a breve termine che sia.

I grandi centri religiosi, ai quali siamo tutti stati abituati a tributare venerazione, patriarcati, santuari, curie episcopali o papali, seguono in gran parte le dinamiche della “religiosità postmoderna” con le sue inconsistenze. Sono come un guscio vuoto dentro il quale non c’è più nulla. Vendono una scatola vuota.

Ricordo, ad esempio, un giovane diacono, monaco in un monastero del Monte Athos. Forse era un ragazzo fragile ma fintanto che rimase in un monastero, in cui c’erano  rapporti umani veri, veniva seguito e praticava concretamente la fede con i confratelli, pareva avesse una certa forza. Un bel momento fu adocchiato dal Patriarca che lo volle con sé. Così, per alcuni anni, lo vidi nella corte e nel seguito dei viaggi patriarcali. Un giorno, al Fanar, rimasi colpito dal modo rilassato con cui sorbiva un aperitivo e dal fare un po’ lezioso con cui assaporava dei cioccolatini, nel salone di ricevimento degli ospiti. “Che gli sta succedendo?” mi chiesi. Aveva perso gran parte dello stile ascetico e monastico. Dopo qualche anno non lo vidi più né più rispose alle mie lettere come era solito fare: aveva abbandonato tutto ed era tornato nel mondo. Oserei dire: tornò nel mondo il giorno stesso in cui, per obbedienza, decise di seguire il Patriarca! Quest’esempio si può applicare a qualsiasi, ma proprio a qualsiasi grande centro religioso, Vaticano compreso, proprio perché la realtà mostrata non è affatto quella vissuta. Soprattutto lì.

Alla fine che si può fare? Penso sia necessario riprendere contatto con le cose reali. Così una liturgia non è autentica se è celebrata seguendo semplicemente un certo schema classico; lo diventa se ne si assume tutti i presupposti e se, quanto confessano i suoi testi, diviene vita. Ho visto Messe cattoliche tradizionali e Liturgie bizantine perfettamente vuote (anche se “valide”), animate da uomini inconsistenti, da “marionette umane” che si credevano eminenti ma non erano che palloni gonfiati. Poi poco importa se il mondo parla pure bene di loro, dal momento che diffondono fumo. In un istituto tradizionalista cattolico c’era un sacerdote il quale, appena fece l’omelia natalizia, mi fece mancare la forza alle gambe, tanto era inconsistente. Poi il mondo lo applaudì: era divenuto una piccola star nella tv spagnola, in quelle trasmissioni dove si parla di divi, di moda e di profumi!

La liturgia chiede d’essere vissuta realmente e questo comporta staccare gli occhi da se stessi. Nella misura in cui questo accade, ci si accorge d’avere uno “stomaco spirituale” e una fame di cui precedentemente non si aveva coscienza e conoscenza. Da quel momento, nessuno potrà più ingannarci facendo passare per realtà una farsa, magari eseguita con grande arte e in nome d’una venerabile tradizione. Da quel momento in poi, si ha trovato la chiave per iniziare a vivere la fede in modo realmente profondo, che lo si persegua o meno.

Prima di ciò, un uomo diviene succube di sette, ideologie, poteri opprimenti e moralmente ricattatori che, all’inizio, si manifestano con occhi buoni, come fossero autentici benefattori in nome di Dio! Il mondo cattolico è pieno di queste trappole al punto da far costantemente fuggire la gente da sé. Ma queste trappole ci sono anche in altri mondi cristiani e chi vi cade dentro quando ne esce può buttare a mare qualsiasi discorso religioso. Queste realtà sono fabbriche di atei!
La soluzione inizia nel momento in cui se ne prende coscienza. Avverso a ciò è chi gestisce la religione come potere e continua ad intorbidire le acque, stabilendo comodissime soluzioni con le quali giustificare gli opposti e tacitare le coscienze dubbiose.

Quanto dico non è un invito a combattere i mistificatori, come qualcuno potrebbe credere e, forse, qualcun altro desiderare, ma, prima di tutto, è un’esortazione a liberare se stessi da una vera e propria ragnatela appiccicosa da essi intessuta.

Se non lo si vede, si potrebbe anche fare come un mio vecchio conoscente alla  perpetua ricerca d'inutili “salvatori”. Lo conobbi quando studiavo teologia e lui  faceva il liceo. I miei compagni di corso lo soprannominavano “testa di cuoio”, per via dei suoi capelli rasati. Era un ragazzo che la madre aveva viziato in tutto,  caratterizzato da un potente e irriducibile narcisismo. A partire dalla sua prima giovinezza iniziò a cercare  un’autorità religiosa che lo convincesse e tendeva ad attaccarsi alle persone, più che al messaggio religioso in sé. Percorse, così, ogni possibile ambiente religioso: dalla parrocchia cattolica al tradizionalismo “lefebvriano” fino al sedevacantismo del vescovo Munari (poi spretato e sposato). Ebbe qualche contatto con il Protestantesimo e con l’Ortodossia romena,  simpatie per la Sinagoga e, infine, un’immensa attrazione per l’Islam estremista. Divenne, conseguentemente, piuttosto antisemita. Politicamente passò dall’area cattolica a quella radicale di Pannella per planare, in seguito, nei movimenti dell’estrema destra. Chiunque gli parlasse ne constatava la tenace indignazione per la decadenza della liturgia cattolica ma, in compenso, costui non riusciva a comprendere che la soluzione non è data semplicemente dalla pura forma tradizionale. Una volta che cercai di spiegarglielo mi guardò strizzando gli occhi come se lo sottoponessi ad un impossibile rompicapo. Le cose semplici erano distanti anni luce da lui, al punto che fui colpito dalla sua impotenza a coglierle. Per avere un’autenticità religiosa, non si tratta, si badi bene, di rivendicare una semplice coerenza morale; è in gioco molto di più! 

Come lui, la maggioranza degli ambienti tradizionalisti cattolici non sono in grado d’aiutare gli altri a cogliere le cose in profondità e, sempre per questo, si accontentano di spiegarle superficialmente rivendicandole sulla base del diritto. Tutto ciò è ridicolo!

Il povero ragazzo non riuscì a cogliere altro. Gliene mancò pure il tempo: morì in circostanze misteriose sulle scale di casa a trentasei anni d’età. I movimenti politici di destra, a cui era legato, lo celebrarono  come un eroe e una mente particolarmente acuta e sensibile.


lunedì 23 luglio 2012

Ricordi (14)...

La chiesa (poi moschea e ora museo) di santa Sofia a Istanbul (Costantinopoli)



“Allah-hu-akbar!”, cantava il muez­zin. Il canto si diffondeva lungo tutta la sterminata pianura anatolica. Lo stavo sentendo dall’alto di una collina sulla quale, un tempo, sorgeva una fortezza bizantina e ora c’erano solo le sue imponenti rovine. Mi trovavo in Turchia, in una piccola cittadina nota per le sue finissimamente ceramiche. Inutile dirlo: in quella regione di chiese e cristiani non c’era neppure l’ombra. La società era ancora molto tradizionale e sembrava la nostra Italia attorno agli anni '50.

L’Islam in Turchia non è come nei paesi arabi: ha una connotazione differente, forse data dal fatto che si è assai mescolato col Cristianesimo. Non pochi cristiani bizantini, per avere una vita più facile, sono divenuti mussulmani e l’ “ortodossia islamica”, grazie ad essi, si è un po’ stemperata.

Se si va nel santuario che conserva le spoglie mortali di Rumi, il famoso mistico sufi, a Konya, si noterà una curiosa affinità tra il modo di pregare cristiano e quello mussulmano. Rumi è trattato come una specie di “santo” mussulmano, cosa che un arabo non concepirebbe neppure.

Konya, d’altronde, è una città “santa”. Pure il canto dei muezzin è particolare e risente del clima spirituale del posto. A Konya ho sentito l’estrema e rabbrividente verticalità dell’Islam. All’estero non mi sono mai sentito totalmente straniero. Ma a Konya sì. La sera, quando il buio copriva la città, nel quartiere dove stavo, sentivo cantare un muezzin con vocalizzi ben distesi ed insistenti che sembrava scomparissero nello spazio cosmico. Cercai inutilmente il minareto. Per quanto mi guardassi attorno non lo vidi. Ebbi allora la strana e un po’ spaventosa impressione che quel canto scendesse dalle nuvole, da un’altezza infinita. Chi è abituato al modo cristiano, si sente quasi schiacciare da questa infinita verticalità che fa capire al singolo uomo d'essere un nulla. Ecco l’Islam!

Nelle chiese greche, viceversa, ho sempre trovato un calore e un’intimità che, senza nulla negare alla trascendenza divina, volevano avvicinare la mia umanità alla carne del Dio fattosi uomo come me. E’ un calore rassicurante che ho sempre trovato ovunque e che, viceversa, non trovavo in certe monumentali chiese cattoliche, cosparse di marmi policromi, magari con celebri opere d’arte come nel caso delle basiliche romane. Queste chiese sono belle ma sempre irrimediabilmente fredde. Quella freddezza mi ha sempre suggerito un distacco che tende a sacrificare il “Dio con noi” rivelato in Cristo sostituendolo, piuttosto, con una divinità astratta a cui ripugna condividere qualcosa con l’essere umano. Più elementarmente questo si vede nel caso delle icone mariane. Le immagini della Vergine con il bambino, nelle chiese bizantine, sono sempre raggiungibili, baciabili, direttamente venerabili. Non così in certi santuari cattolici da dove torreggiano dall’alto di qualche dossale d’altare, osservando chi sta in basso come castellane prigioniere di qualche maniero feudale (1). Anche le chiese, infatti, trasmettono un modo di credere e questo s’imprime nel subconscio!

Ad Istanbul, città mondana, il muezzin è soggetto al formalismo: al momento della preghiera i vari cantori sembrano fare a gara tra loro su  quanto a lungo terranno il canto senza prendere respiro e su quanti ricami musicali faranno alle sillabe in fine parola, inerpicandosi in note impossibilmente acute. Il muezzin sembra pure amare sovrapporsi ad ogni cosa avvenga in città, che siano gli schiamazzi del mercato o il canto delle liturgie che, contemporaneamente, avvengono nelle chiese istanbuline: l’Islam deve comunque avere la meglio e far capire che è il padrone di casa.

Questo avviene anche durante le celebrazioni del patriarca ecumenico, al Fanar. Mi è capitato di andarvi diverse volte, per varie occasioni. Una fu in occasione della festa di sant’Andrea, alla fine di novembre, quando la città s’inumidisce in una tal maniera da far sembrare che l’acqua inzuppi i vestiti. Alla fine del 1800, quando un pio ortodosso vi si recò, pensò di trovarvi un luminoso esempio di fede e pietà. Quando rientrò nel suo paese in Anatolia (a Farassa) disse al suo parroco (poi canonizzato) che nel piccolo luogo natio aveva vista molta più pietà di tutta la corte patriarcale messa assieme. Se allora era così, figuriamoci oggi.

Tutte le corti dei preti sono tendenzialmente mondane, non ispirandosi ai monasteri ma agli ambienti imperiali. Anche il Fanar tende a cadere in questo problema anche se teoricamente organizza la sua vita interna in modo monastico. Lo si vede tangibilmente al momento in cui il patriarca riceve gli ospiti, nei locali disposti per queste udienze. Una volta notai che l’illustre personalità ebbe come una scarica adrenalinica, arrossì particolarmente dal piacere. Aveva appena ricevuto in dono un quadro con la sua immagine…

Ma al di là della mondanità che può caratterizzarlo, il Fanar deve affrontare problemi molto grossi: ogni anno che passa, il governo turco attiva restrizioni sempre più forti contro gli ortodossi rimasti a Istanbul e contro il Fanar in particolare.
Ciononostante, fintanto che può, il patriarcato continua la sua vita di  sempre. Le liturgie fanariote sono classiche e risentono degli usi imperiali, con i cantori che cadono a terra in proskinesis davanti al patriarca in determinati momenti del Mattutino e della Divina Liturgia.

L’attuale patriarca è un uomo di grande volitività e intelletto. Appena lo ebbi davanti, mi accorsi immediatamente di uno strano fenomeno. Il prelato aveva come una forza magnetica che, provenendo dalla sua fronte, mi raggiungeva. La cosa fu così forte da mettermi soggezione. Non ci si meravigli: queste sensibilità naturali le può avere chiunque se vi presta un po’ d’attenzione e vi si dispone adeguatamente. Sentendo questo – che i tibetani definirebbero come il colore dell’aurea mentale – , ne dedussi l’intellettualità di Bartolomeo. L’intelletto, nell’Ortodossia, non è disprezzato ma quanto qualifica il vero spirituale è il cuore, non la mente. Su queste basi un uomo è veramente spirituale: se non da al prossimo una sensazione di soggezione ma di leggerezza o, come anche si dice, di riposo. Sarebbe auspicabile che un capo spirituale abbia tale caratteristica (che sembra aver avuto il defunto patriarca serbo) altrimenti diviene solo un uomo di potere. D'altronde, le caratteristiche spirituali non si evidenziano mondanamente: è laddove non lo si direbbe che si nasconde il tesoro evangelico più grande proprio perché sfugge all’immediata evidenza! Ma oggi qualsiasi grande centro religioso non ha quasi nulla di spirituale…

Perciò quello che può veramente interessare le persone, e me in particolare, non sono le strombazzate capacità intellettuali di un leader religioso o quanto di lui viene mondanamente osannato ma la tradizione antica, liturgica e spirituale al contempo. Gli uomini religiosi devono sempre essere il rimando per qualcos’altro e qualcun Altro!

Avevo un po’ tutti questi pensieri quando visitai il Fanar, antica reliquia dell’Impero costantinopolitano, in una Istanbul per la stragrande maggioranza islamica.

Nella storia del Patriarcato, più volte il patriarca ha tentato di fare da “piccolo papa” per l’Ortodossia ma gli è andata sempre male. Questo perché, in Oriente, da tempo immemorabile l’autorità episcopale è concepibile in quanto “bocca ufficiale” di una tradizione condivisa nello spazio e nel tempo dall’intera Chiesa, non come autorità per se stessa, “ex sese”. Ne consegue che un vescovo non può permettersi di cambiare la liturgia senza creare pesanti ripercussioni e fiere opposizioni in ogni dove. Qualcosa del genere si era generato con la famosa questione del calendario quando un patriarca costantinopolitano osò introdurre delle riforme. Diverse Chiese ortodosse – la russa in testa – non seguirono tale riforma e per loro rimase lettera morta. L’autorità di un patriarca, per quanto venerabile ed eminente, nulla può contro la tradizione.

Sarebbe stata una manna se pure il mondo cattolico avesse avuto un funzionamento simile, davanti ai cambiamenti liturgici e alle applicazioni selvagge seguite al concilio riformatore.

Ma così non avvenne per la sua natura intrinsecamente differente.

___________________

1) Quando un ambiente cattolico con questa impostazione s’impossessa di elementi tipici del mondo ortodosso – ad esempio un’iconostasi con icone – tende immediatamente a proiettare su di essi la sua mentalità, glaciandoli. Lo notai una volta nel monastero di Maguzzano (Vr) in cui i religiosi avevano fatto allestire in una cappella una pregevole iconostasi con icone russe. Mi avvicinai per baciarle, dal momento che quella non era una mostra e la chiesa non era un museo. Immediatamente un sacerdote, che conduceva un vescovo in visita al luogo e gli faceva da Cicerone, mi rimproverò dicendo che non si doveva toccare nulla. Ribattei che le icone sono fatte per essere incontrate e venerate. Il prete non mi rispose e mi voltò immediatamente le spalle per indicare che lui, ignorante, aveva ragione mentre io, con una certa esperienza, dovevo solo stare zitto. Far cadere nel silenzio il prossimo è una tattica clericale ben collaudata, come ho avuto già modo di dire. E' anche un modo per illudersi d’essere al di sopra del prossimo, contro ogni evidenza contraria.

Ricordi (13)...

Chiesa di san Niccolò dei Greci (Trieste)



“Ta aghia tis aghiis”, si canta nella liturgia bizantina, poco prima della comunione. Quest’invocazione del sacerdote stabilisce che le cose sante possono essere comunicate solo ai santi. I santi, nella Cristianità antica, erano i semplici cristiani che vivevano sintonizzati nelle realtà divine. Così, in qualche modo, ne divenivano i trasmettitori.

Conformemente a questa frase, si comprende come la liturgia possa essere celebrata con senso se, chi la celebra, la vive. Nella misura in cui questo avviene, sono superate tutte quelle contraddizioni che ho illustrato fino ad ora. L’autentica vita liturgica non può conoscere alterazioni e odi verso il suo passato ma si conforma gioiosamente ad esso riconoscendovi il "profumo" della Chiesa di sempre. Ecco perché tradizionalmente la Chiesa ha sempre voluto conservare il proprio patrimonio, innovando sempre con molta prudenza e su dettagli solo secondari.

Il “profumo” della Chiesa è la grazia, ossia una caratteristica propria a Dio che si comunica al mondo umano gratuitamente (da cui il termine di “grazia”).

 “Senza la grazia non può esistere alcuna profondità”, mi diceva pacificamente un umile monaco, su una terrazza di legno a strapiombo sul mare, nel monte Athos, qualche anno fa. 

Ecco, allora, il perché di rabbie, invidie, opposizioni e gelosie, tutte cose di cui ognuno ha ampia esperienza. Una Chiesa senza la grazia è una Chiesa di assassini poiché i suoi membri possono "assassinare" lo spirito ma pure il corpo di chi vi si avvicina. A tal proposito esiste un tabù: non si parla mai della depressione del clero, eppure esiste e non è neppure tanto rara! Una Chiesa in condizioni normali – quindi con la presenza della cosiddetta grazia – può mai generare depressioni? Sono domande che è lecito porsi soprattutto dinnanzi ai casi non prodotti da evidenti malattie.
D'altronde, per perdere lo spirito giusto basta molto poco. 

Come ho illustrato in questi brevi racconti, a volte lo si perde per inseguire una chimera, un’ideologia religiosa. Fu così nel caso della mia parrocchia modernista. In altri casi lo si perde inseguendo una setta. Fu così nel caso di certi movimenti cattolici da me accennati. In altri ancora lo si perde inseguendo una vanità. E’ il caso di alcuni uomini della corte vaticana o di chi è nella loro condizione. In tutti questi casi non c’è contatto che con se stessi, anche se si pensa d’essere molto religiosi e con ottime intenzioni. 

Questi flagelli, oramai, sono ovunque. Qualcuno mi ha detto che un movimento cattolico (i focolarini) ha deciso di fare delle piccole fraternità pure nel mondo Ortodosso. Queste fraternità rimarrebbero nell’Ortodossia ma farebbero parte di quel movimento cattolico. Sono cose quanto meno strane. Sicuramente molto antitradizionali.

Il “punto forte” dell’Ortodossia è il suo monachesimo, laddove riflette l’autenticità evangelica e non è decaduto. Ma anche nell’Ortodossia non mancano d’accadere veri e propri fenomeni di degrado.

Uno fra i tanti: i preti tendono ad essere degli ufficiali statali e se si chiede loro un sacramento come la confessione, che il sacerdote cattolico amministra immediatamente, tendono ad annoiarsi e a prendere tempo rimandandolo ad altra data.
Un altro: i vescovi, tranne lodevoli casi, vivono in un mondo a parte al punto che i monaci – che riflettono la pietà e il mondo popolare – finiscono per tollerarli a mala pena (1). Certi vescovi sono come dei signorotti feudali a cui tutto è dovuto.

Se nel Cattolicesimo un vescovo sa apparire molto bene e non tenderà a fare delle gaffes, rivelando al mondo le sue debolezze, nell’Ortodossia vescovi e chierici, in genere, sono molto spontanei – e questo è positivo – ma tale spontaneità fa inevitabilmente cadere qualcuno di loro nel ridicolo rivelandolo per ciò che è. Nel giro di poco tempo si viene a conoscere se il tal vescovo o prete accumula soldi, se ha un debole sentimentale, se mantiene qualche amante o cose del genere. Per esperienza personale suggerisco d’evitare la maggioranza dei vescovi e dei preti. I primi, spesso, si riempiono di titoli presi non si sa come e si dipingono come grandi personalità. Umanamente parlando, molti sono dei piccoli uomini. Più si gonfiano (o vengono gonfiati) più sono piccoli. I secondi vorrebbero diventare … come i primi! Questo non può che riempire di tristezza chi cerca cose vere e concrete perché, ben che vada, quegli uomini faranno solo perdere tempo. So che deluderò chi vuole sognare sempre e comunque ma la realtà è semplicemente questa (2).

D’altronde, la nostra non è un’epoca di grandi uomini e non vedo perché questo non dovrebbe riguardare in larga misura pure l’Oriente bizantino.

Se, dal punto di vista umano, l’Oriente può essere carente (come la nostra stessa realtà), dal punto di vista della sua tradizione, ha sanissime basi ecclesiali. Nessuno dirà che le tradizioni sono “cose vecchie” e se qualcuno osa iniziare a pensarlo, spesso ispirato da “maestri” occidentali, ha tutto un coro di proteste che lo sommerge. Esiste una grande tradizione ascetica e spirituale che, pure in tempi recenti, ha fatto nascere interessanti personalità. Queste personalità sono il segno che esiste una vita e una profondità in grado di contrastare il fenomeno di degrado suaccennato.

Purtroppo non ho avuto modo di conoscere uomini straordinari. Forse ho solo sfiorato qualche uomo carismatico, ricevendone un’impressione particolarmente positiva, ma nulla più.

Le mie conoscenze si sono limitate ad alcuni laici e sacerdoti. Amavo soprattutto intrattenermi con persone che sentivo ricche anche se, apparentemente, non lo davano a vedere.

Padre Timotheos parroco della chiesa di Trieste, di cui ho ricordato già qualcosa, aveva una sua profondità ma non voleva metterla sotto i riflettori. Per nulla vanitoso, aveva un’istintiva avversione per coloro che lo erano. Fossero pure stati vescovi o preti, non mancava di manifestarla  liberamente e questa sua libertà mi piaceva assai.

In qualche modo, fu la mia porta d’accesso al mondo bizantino. Dopo di lui seguirono altri, sempre con la caratteristica di un’estrema fedeltà alla realtà, non all’apparenza. Uno di loro è oggi vescovo. Ma, ripensando a Timotheos, non posso che essergli grato. Di preti che fingono anche l’Ortodossia è piena – soprattutto in Italia – ma lui non apparteneva alla loro terribile schiera.

L’ultima volta che lo vidi era seduto in uno stassidi all’ingresso della sua chiesa, dopo aver ricevuto un gruppo di visitatori. “Sei stato fortunato ad essere venuto ora per salutarmi”, mi disse, “se venivi dopo non mi trovavi più”. Era oramai vecchio e stanco e si scusò con me se era divenuto scostante e burbero, non potendo più sopportare certe miserie umane e la compagnia di uomini fastidiosi. Nella sua vita aveva visto molte cose e subìto pure qualche delusione. “Ma Dio è grande!”, soggiunse ripetendolo in arabo, “Allah-hu-akbar!”. Furono le ultime parole che mi disse. Dopo qualche giorno morì in silenzio, quasi senza voler disturbare alcuno.

Fu sepolto nella sua città natale a Komotinì, in Grecia.



____________________

1) Questo fenomeno si sta espandendo presso il popolo ortodosso. In un articolo sul web si denuncia la situazione di fedeli che, sapendo dell’arrivo del loro vescovo in una parrocchia, disertano la chiesa nella domenica della visita episcopale. Le gerarchie ecclesiastiche anche in Oriente fanno di tutto per non avere un’ottima fama. Cfr. http://pokrov.org/display.asp?ds=Article&id=881

2) Il primo ad avermelo detto, e gliene sono profondamente grato, fu proprio l’Arcivescovo Spyridon Papageorgiou (ex Arcivescovo d’America). Costui me lo disse direttamente e senza tanti giri di parole: “I vescovi dei padri? Dove le vedi, tu, queste cose? Non è niente vero!”. Spyridon, pur con i suoi limiti come tutti, vedeva chiaramente che molto mondo ortodosso (come il mondo cattolico gerarchico) diviene spesso una struttura di potere alienante.