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mercoledì 16 maggio 2012

Ordini maggiori e ordini minori nella Chiesa latina


Gli ordini clericali nella Chiesa latina sono attestati in questo foglio del Sacramentario dell'Abbazia di Marmoutier.

Nella sezione superiore è rappresentato un vescovo con un prete e un diacono. Nella sezione inferiore, un ostiario un lettore, un esorcista e un accolito, ognuno di essi tiene in mano l'oggetto che rappresenta la sua funzione.
L'ostiario, le chiavi con cui aprire e chiudere la chiese;il lettore, il libro biblico; l'esorcista, le preghiere per scacciare i demoni e l'accolito il cero processionale con il quale si reca all'altare accompagnando il celebrante e gli altri ministri sacri.

Si noti che tra di loro è stato posto un suddiacono il che pare suggerire che, ai tempi, quest'ordine era ancora considerato minore, com'è ancora attualmente nella Chiesa ortodossa. Il suddiacono tiene tra le sue mani il necessario per il servizio all'altare, quale coadiuvante del diacono: il calice da riempire e l'ampolla del vino. 

Questo Sacramentario risale all'XI secolo (*).

La pagina riporta due distici eloquenti:

PONTIFICUM EST PROPRIUM CONFERRE PER ORDINEM HONORES. QUOS QUI SUSCIPIUNT STUDEANT SERVARE PUDICE. E' dato proprio al vescovo conferire l'onore degli ordini e chi li riceve li deve esercitare in modo irreprensibile.

PONTIFICES CAVEANT DOMINI NE MYSTICA VENDANT. CUMQUE GRADUS DEDERINT VIDEANT NE MUNERA SUMANT. E' necessario che gli ordini sacri siano esenti da ogni compravendita. Non si vendono le "realtà mistiche"!
Oggi si direbbe: non si deve approfittare degli ordini sacri per trarne lucro e vantaggio materiale! Un rimprovero più che mai valido.

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(*) Cfr. Dictionnaire d'Archéologie chrétienne et de liturgie, tome premier, 2éme partie (Amende-azymes), Letouzey et Ané éditeurs, Paris 1907, col 3207, fig 1147.

domenica 13 maggio 2012

Piccolo catechismo visuale (terza parte)



Questo terzo  post di "catechismo visuale" porta un esempio in cui la chiesa è disposta in modo tale da accentuare al massimo il senso di verticalità o di "sacro". Siamo nella cattedrale russo-ortodossa di Parigi e queste foto sono state scattate, nonostante il giustissimo divieto di fotografare: la liturgia è un evento mistico, non uno spettacolo.

Dall'entrata, lo sguardo si dirige verso il presbiterio o "santuario" totalmente chiuso allo sguardo da un'alta iconostasi in legno. La liturgia che vi si celebra ha bisogno di momenti in cui quanto avviene nel presbiterio sia totalmente celato alla vista dei fedeli. In questo contesto il presbiterio rappresenta pure l'inaccessibilità della Divinità.

All'impenetrabilità del santuario - non solo al corpo ma pure allo sguardo - fa riscontro la verticalità della cupola con il Cristo Pantocratore: la funzione di questa cupola sta a rimarcare la discesa dai Cieli di Cristo verso la terra: all'aspetto trascendente si unisce, dunque, quello immanente per mantenere in equilibrio perfetto il dogma sancito dal Concilio di Calcedonia: Cristo è vero Dio ed è pure vero uomo!


Nella chiesa non esistono sedie o panche. I fedeli sono dunque abituati a rimanere in piedi lungo il corso di tutta la liturgia che può durare almeno due ore. Nell'uso russo si sono conservati quei segni del corpo che nelle chiese greche tendono sistematicamente ad omettersi, come l'inchino del capo. L'assistenza ai sacri riti ha una calda partecipazione interiore. Si avverte, nell'insieme dei fedeli, un'attenzione ad eventi mistici, non la ricerca di significati razionali. Il canto del coro esprime l'anima religiosa russa: non è romanticismo ma una pietà robusta che, a volte, ha un calore che dona la sensazione d'essere come un fiume di fuoco, altre volte esprime un vivo stupore davanti alla manifestazione di Dio attraverso la Divina Liturgia.



Momento della Comunione. I sacerdoti presentano al popolo il calice con il vino e il pane consacrato, chiuso da un velo che servirà a pulire le labbra di chiunque si comunicherà. Il fedele si accosta alla base dei gradini in modo da non toccare nulla di quanto non gli compete, pur ricevendo la Comunione. Questa grande attenzione fa in modo da proibire al laico d'entrare attraverso la porta dell'iconostasi, rigorosamente spettante al solo clero. A dare quest'impostazione sacrale ha contribuito non poco pure l'interpretazione, in chiave liturgica, di Dionigi l'Areopagita fatta da Massimo il Confessore e, alla fine dell'epoca bizantina, da Simeone di Tessaolonica.


Uno dei non frequenti momenti i cui è possibile osservare l'altare nel presbiterio: al momento della comunione dei fedeli. L'altare rappresenta simbolicamente il punto più sacro di tutto il tempio, l'oggetto al quale si presta la massima venerazione. In questi ambienti è normale avere quest'atteggiamento perfettamente tradizionale e risulta del tutto inconcepibile ed estraneo un approccio differente.





venerdì 11 maggio 2012

Piccolo catechismo visuale (seconda parte)



Le seguenti immagini sono tratte dalla chiesa dedicata a saint Nicolas du Chardonnet di Parigi. Questa chiesa è da tempo sede di una comunità tradizionalista-cattolica. La disposizione interna mostra, dunque, l'ordinamento usuale nel mondo cattolico all'indomani del Concilio di Trento (1545-1563).

La prima immagine evidenzia l'altare con tutte le sue suppellettili che ne indicano l'importanza. L'altare, coperto da tre tovaglie di lino, è sistemato su una piccola scalinata per renderlo analogo ad un piccolo monte: andando all'altare il sacerdote sale e quest'ascesa ha, evidentemente, un valore simbolico. Inoltre, la celebrazione è orientata verso Oriente, com'era generalmente d'uso ovunque fino a pochi decenni fa.



L'area in cui è disposto l'altare, detta "presbiterio", ossia zona riservata al clero, è separata dal resto della navata, in cui si collocano i fedeli, da alcune cancellate, le cosiddette "balaustre". Le due aree indicano, all'interno della stessa chiesa, due realtà differenti e non confondibili: i laici e il clero. Quest'ultimo, all'occorrenza, si sistema lungo gli stalli predisposti ai lati del presbiterio. Il clero è particolarmente legato alla liturgia nell'esercizio del proprio peculiare compito: il sacerdozio ministeriale. Al clero, comunque, non fanno parte solo coloro che appartengono agli ordini maggiori (vescovi, preti, diaconi e suddiaconi) ma anche coloro che appartengono ai cosiddetti ordini minori (accoliti, esorcisti, lettori e ostiari). Questa bipartizione clericale è tipica della Chiesa latina.


Un'altra prospettiva del presbiterio nel quale può accedere solo il clero. Dalle balaustre si nota pendere delle tovaglie che, al momento della comunione, verranno sistemate nella parte anteriore della balaustrata stessa.


Una prospettiva della chiesa dal suo fondo in direzione dell'altare maggiore. Si noti il rigoroso orientamento dei fedeli verso l'Oriente guardando il quale lo stesso sacerdote celebra. La presenza di luoghi riservati al solo clero evidenzia, in questo contesto, il distacco dai fedeli, distacco funzionale per imprimere nella loro coscienza un senso trascendente che, più usualmente, si definisce come il "senso del sacro". Qui, attraverso questa soluzione, si cerca di dirigere l'orante in una dimensione di tipo mistico-conteplativo.
La disposizione degli elementi interni in questa chiesa, per quanto sia debitrice di una determinata epoca storica, rientra ancora all'interno di un ordine tradizionale.

Notiamo tuttavia come il fedele non può accedere al santuario con il suo corpo ma vi può accedere con lo sguardo. A differenza dell'epoca medioevale, infatti, il santuario postridentino non ha più ostacoli alla vista e questo corre il rischio di trasformare la liturgia in una specie di "spettacolo da vedere", esaurendola in una sua manifestazione puramente esteriore.

Qui siamo ancora in un alveo tradizionale ma il fatto di poter accedere con lo sguardo al santuario potrebbe inclinare il singolo al bisogno di far accedere pure il proprio corpo, come in effetti abbiamo visto nel primo esempio il quale, perciò, annulla ogni senso di sacro dall'edificio ecclesiastico.










 

giovedì 10 maggio 2012

Piccolo catechismo visuale (prima parte)




Da questo testo, inizieranno una serie di piccoli post nei quali indico un vero e proprio "catechismo visuale", ossia un'istruzione che chiunque riceve entrando in una chiesa semplicemente osservando la disposizione dei vari elementi al suo interno.

Qui, osserviamo l'interno della cappella di san Sulpizio a Parigi. L'illuminazione è armoniosa ed elegante, l'interno è molto razionalizzato e "pulito". Chi lo ha eseguito ha avuto buon gusto e intelligenza.

La chiesa è stata adattata ad una nuova disposizione liturgica voluta, nel mondo cattolico, in seguito al concilio vaticano II. Si può ben dire che tale disposizione risponde perfettamente ai nuovi criteri che, come osserveremo, non sono tradizionali.

Salta immediatamente evidente l'assenza di presbiterio o santuario. L'altare, che in questo caso è di pietra e quindi obbedisce ad una regola simbolica, è disposto a un terzo della lunghezza della cappella, circondato ai lati da sedi di celebranti e fedeli.

L'indistinzione delle sedi indica l'unione (col rischio della confusione?) tra clero e laici. Infatti, tolte le tre sedi quasi a ridosso del tabernacolo e della pala d'altare, i sacerdoti concelebranti possono sedersi solo lungo le pareti laterali assieme a tutti gli altri.

Anche nella foto che riprende la cappella in direzione della sua uscita si può osservare quest'uniformizzazione.

Qui gli sguardi si concentrano in un punto interno alla navata, attorno all'altare su cui pende la croce e non c'è orientamento verso Oriente. L'altare non è sopraelevato ed è disposto sullo stesso piano di tutti gli altri elementi. Questo indica che non è necessariamente un luogo eccellente ma sta sul livello di tutto il resto.

La sede per le letture è posta proprio di fronte alla porta d'ingresso, come per rimarcare in modo forte che il presbiterio è inesistente.

Si tratta, in definitiva, di una disposizione che riflette un concetto differente di chiesa rispetto a quello tradizionale, nella quale non esiste nulla di mistico (spiritualmente non evidente): tutto è mostrato sotto gli occhi di tutti e la sua disposizione sembra obbedire ad un criterio strettamente intellettuale. Qui si riceve il suggerimento che la comprensione razionale (*) è molto importante per praticare la propria fede.


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(*) Questo razionalismo teologico è divenuto tradizionale nel mondo occidentale al punto che, in un depliant pubblicitario per un corso teologico della diocesi cattolica di Parigi, leggevo pressapoco: "Rendere intelligente la fede: un corso di teologia". L'aspetto mistico e soprarazionale effettivamente non si confà con tutto un genere di ambiente il quale si autoesclude da quant'è il "meglio" della tradizione cristiana.

martedì 8 maggio 2012

Esclusività della liturgia tradizionale

 
Messa letta in una cappella laterale della chiesa saint Nicolas du Chardonnet (Parigi). Gli altari laterali furono introdotti lentamente nelle chiese latine da una consuetudine che iniziò ad affermarsi nel nord Europa attorno al XI secolo.

Riporto uno scritto di un sacerdote cattolico il quale da qualche tempo celebra esclusivamente con il Messale antico. In queste poche righe egli espone dei principi semplici ma basilari che regolano la vita di una liturgia tradizionale: "o è esclusiva o non è". Tali principi sono regolatori di ogni tipo di liturgia tradizionale la quale, per  un'uniformità di linguaggio simbolico, ha bisogno di uno spazio esclusivo e coerente all'interno di una chiesa e nella vita di un credente.

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La liturgia tradizionale o è esclusiva o non è nemmeno tradizionale.

Nessuno se ne abbia a male se esprimiamo con semplicità la nostra convinzione.

All'inizio della nostra storia una delle colpe che ci fu attribuita fu quella di aver rifiutato di continuare a celebrare la messa di Paolo VI (1) e di non ammettere nelle nostre chiese la celebrazione della nuova messa nemmeno da parte di altri sacerdoti. Fu questa una colpa imperdonabile a giudizio di molti.

Altri, pur dandoci ragione in privato, pubblicamente ci chiedevano un gesto “distensivo”, dicendo almeno una messa in italiano.

Noi abbiamo sempre domandato per noi l'uso esclusivo della liturgia tradizionale, e per i nostri fedeli il poter vivere la preghiera in una chiesa, parrocchiale, dove la liturgia tradizionale sia il luogo totale di educazione alla fede.

La forma della preghiera non è secondaria, ad essa è legato tutto un modo di ragionare e di affrontare la vita e di considerare la Chiesa.

Se c'è un concetto totalmente non tradizionale, e assolutamente moderno, è quello della chiesa come contenitore di diverse forme di preghiera, alle quali i fedeli accedono per scelta, a seconda del gusto personale o delle proprie convinzioni: ad esempio, al mattino, di buon'ora, una messa tradizionale... che non guasta mai, al pomeriggio una messa carismatica di guarigione, alla sera una bella messa in italiano per i pensionati e, dopo cena, a seconda dei giorni della settimana, la messa dei diversi movimenti... così che tutti siano contenti. Ve la immaginate una chiesa così? Su cosa si farà l'unità? Siamo proprio sicuri che sotto tutti questi modi di celebrare ci sia la stessa fede cattolica e si condivida un unico sguardo sulla Chiesa? Qui non si tratta di diverse tradizioni liturgiche con una storia plurisecolare, che però hanno in comune la medesima tensione verso Dio e la medesima adorazione, si tratta qui della liturgia “fai da te” emersa in questi anni confusi e poveri di grazia.

No, ci sia permesso di avere delle chiese ad uso esclusivo della Tradizione, chiese con un riconoscimento giuridico perchè la Chiesa ha bisogno anche di una chiarezza legale, dove tutto parli di un cristianesimo semplice e composto, che non vuole novità umane inutili, già vecchie prima di nascere, e che cerca la perenne bellezza della grazia.

La Tradizione dà forma totale alla vita del cristiano, partendo dalla uniformità del rito, che è all'opposto del supermercato delle liturgie personalizzate (2) di oggi.

Ve la immaginate una chiesa di rito orientale, cattolica o ortodossa, che ammetta una messa moderna stabilmente? Dove andrebbe a finire la loro identità di fede?

L'unità con loro non la si farà certamente nella confusione moderna e occidentale delle liturgie europee.

Anche da noi, il miglior modo per uccidere negli animi l'amore alla Tradizione, è far vivere la messa tradizionale tra una liturgia “bit” e una messa carismatica di guarigione.

Chi vive la Tradizione in questa confusione si stanca presto, sentendo che quella messa tradizionale, che ama e che ha cercato, è stata concessa per politica ecclesiastica e non perché la Chiesa tutta torni alla pace della sua Tradizione, che è di Dio.

"Radicati nella fede", V (2012), 5.

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(1) Queste osservazioni dimostrano che, alla lunga, non può esistere coesistenza tra due Messali all'interno di un'unica forma rituale di una stessa Chiesa. O morirà l'uno o morirà l'altro. Ndr

(2) La "liturgia personalizzata" come s'intende oggi è, in effetti, agli antipodi della liturgia tradizionale e oppone, anche se non lo si ritiene, la persona alla tradizione laddove, invece, la persona si espande e si realizza cristianamente solo se inserita nella tradizione. Il relativismo liturgico - che ad altro non tende se non ad un relativismo nelle opzioni di fede - alla fine è a detrimento della liturgia stessa. Ndr 

sabato 5 maggio 2012

Intangibilità e riforme nelle liturgie orientali

Un momento di una liturgia pontificale russo-ortodossa.
Si noti la distribuzione antica dei fedeli lungo le pareti della navata, da un lato uomini e dall'altro donne

Qualche tempo fa vidi ina biblioteca un'opera cattolica che trattava le riforme liturgiche avvenute in Oriente (1). Conoscendo la mentalità del mondo bizantino e quella di certi liturgisti locali ho sospettato che, dietro ad un tale lavoro, ci fosse un'intenzione riassumibile nella seguente frase:

Il Patriarca Meletios Metaxakis (1871-1935)
"Siccome anche i più conservativi orientali hanno fatto riforme liturgiche nella loro storia, allora pure noi, cattolici, siamo giustificati nel lavoro di riforma intrapreso 50 anni fa!".

Questa possibile intenzione nasce da un bisogno di trovare giustificazioni, appellandosi ad altri. Non è cosa nuova e fa tanto pensare ad una cattiva coscienza, come se alcune mentalità e azioni potessero automaticamente paragonarsi con altre e le prime potessero essere giustificate dalle seconde! Se si fa un libro con queste intenzioni si ha un'impostazione chiaramente ideologica e antistorica (2).

Comunque lo si ritenga, non esiste luogo più conservativo delle Chiese d'Oriente che, proprio per tale loro caratteristica, venivano addirittura accusate d'essere "mummificate" nei trattati apologetici cattolici di qualche tempo fa; aggettivo ingeneroso davvero, indice d'una totale ignoranza verso quel mondo!

Le riforme liturgiche hanno in qualche modo toccato anche l'Ortodossia ma sempre su dettagli. Nelle Chiese bizantine la riforma più radicale è avvenuta con l'introduzione del nuovo calendario gregoriano, ad opera del patriarca costantinopolitano Meletios Metaxakis. Questa riforma merita attenzione, dal momento che non s'iscriveva nella linea della tradizione ma fu la prima vera innovazione nel senso moderno del termine. Quest'evento, accettato nella Chiesa di Grecia nel 1924 e in alcune altre Chiese ortodosse, ha generato una polemica presente ancor oggi in alcuni suoi ambienti. Altre Chiese (serba, russa, georgiana, gerosolimitana, il Monte Athos, il monastero di santa Caterina sul Sinai) rimasero fedeli al calendario antico o giuliano. Il patriarca Meletios (massone per alcuni e dunque con mentalità anti-tradizionale) per voler risolvere certi problemi pratici ne creò altri finendo per far bisticciare gli ortodossi tra loro.

Nella Chiesa greca, da alcuni decenni, sono state introdotte delle piccole abbreviazioni prima del canto dell'epistola: al posto del canto di due salmi (tipikà) e delle beatitudini (makarismoi) sono state inserite delle antifone intercalate da versetti. Tuttavia, i libri liturgici di riferimento continuano a riportare i testi con l'ordinamento precedente a tali nuove disposizioni e ci sono luoghi in cui si esegue tutto come prima, come se nulla fosse cambiato.


Il canto bizantino delle beatitudini (Makarismoi),
al cui posto spesso si esegue un'antifona con qualche versetto. 
Si noti l'estrema pulizia di questo canto ascetico, la sua virile dignità e fierezza.

Nell'arcivescovato di Atene, qualche tempo fa, si parlava di fare una riforma liturgica. Questa, se non vado in errore, si limitava a proporre l'epistola e il vangelo in lingua corrente, dopo il canto in lingua greco-bizantina. Si limitava, altresì, in un'esortazione ad una comunione più frequente e a pochissimi altri dettagli.

A fronte di queste "riforme", il mondo ortodosso è liturgicamente molto stabile: crede che la liturgia sia un luogo di comunione intra ed inter ecclesiale. La liturgia è la patria per eccellenza di tutti e, in quanto tale, non è possibile cambiarla. In tal modo, se prendiamo in mano dei commentari liturgici del IX secolo possiamo, sostanzialmente, ritrovarvi cose analoghe a quelle odierne. Di tanto in tanto, l'Ortodossia è percorsa da mode occidentalizzanti che toccano pure la liturgia ma in quel contesto l'ecclesiologia è disposta in modo tale che non si può toccare sostanzialmente il mondo liturgico senza creare una vera e propria rivolta. In questo senso, l'Ortodossia non ha un "papa" solo ma molti e tutti sono attenti alla conservazione delle tradizioni. Se viene meno la tradizione viene meno l'Ortodossia, se viene meno quest'ultima non può che giungere la dissoluzione ecclesiale.

I depositari per eccellenza della fede e della taxis (ordine) liturgica sono i monaci. Tempo fa, incontrando il teologo del patriarcato ecumenico, mons. Gennadios Limouris, mi sentii dire: "Il Monte Athos ha una sua spiritualità e un suo mondo particolare". Il Metropolita, nonostante fosse teologo patriarcale, affermando una tale cosa "cannò" totalmente. Ho avuto la netta impressione che questo fosse un errore "malizioso" e voluto. E' infatti un'affermazione che può parere innocente, dal punto di vista cattolico, ma è molto pericolosa, dal punto di vista ortodosso (3).

Il Monte Athos, ossia i monaci, non hanno una spiritualità specifica, dal momento che i loro riferimenti non sono altro che i riferimenti della Chiesa ortodossa. Non hanno una liturgia specifica (tranne qualche consuetudine locale) poiché la loro liturgia è la liturgia della Chiesa ortodossa. Non hanno un "mondo" particolare, dal momento che il loro mondo è la Chiesa ortodossa. Mons. Gannadios Limouris, affermando ciò, prese le distanze dal mondo monastico e questo mi fece immediatamente ricordare un fenomeno analogo successo in Occidente quasi mille anni fa, quando, decadendo il monachesimo, prevalse il clericalismo. E' un fenomeno già avvenuto nella Chiesa cattolica e, con mille anni di ritardo, ora qualcuno lo vorrebbe "importare" nel mondo ortodosso? La sola idea è semplicemene ridicola e c'è da chiedersi quali siano gli insegnanti e i "consiglieri" di tali teologi ortodossi! Sta di fatto che nell'Ortodossia odierna esiste una tendenza antimonastica la cui presenza è molto pericolosa.

Nel momento in cui il monachesimo non ispira, con una spiritualità impegnata, la Chiesa, quando è visto come qualcosa con una sua specifica "spiritualità", come fosse realmente un settore a parte, non è più il garante e il guardiano della liturgia. Da quel momento, esautorata la sua funzione, la liturgia passa in mano e nella totale responsabilità dei chierici che, come abbiamo visto in Occidente, possono farla decadere e, in seguito, rovinare.


Estratti della suggestiva liturgia del Sabato Santo 
e della Resurrezione nel monastero di Vatopedi (Monte Athos)

Sì, il "segreto" del mondo ortodosso nel mantenimento della liturgia consiste esattamente nel non averla mai dissociata dalla spiritualità, dalla prassi ascetica, dal monachesimo, nell'averla letta in tutta la sua valenza simbolica proteggendola dal razionalismo teologico e dalla vanità clericale che affascina pure alcuni chierici ortodossi odierni che, guarda caso!, sono avversi al monachesimo (4).

In questo modo, essa è rimasta pressapoco com'era mille anni fa e non ha sentito alcun bisogno di rivolgimenti. Essa è considerata come l'irruzione del Regno di Dio tra gli uomini e, se così viene sentita e vissuta, è lei a cambiarci, non siamo mai noi a cambiarla.

“Molto più dell’Occidente, la Chiesa bizantina vedrà nel santo o nel mistico il custode della fede [e quindi della sua forma celebrata che è la Liturgia]; gli darà più affidamento che a qualsiasi altra istituzione permanente. Perciò non svilupperà neppure delle garanzie giuridiche o canoniche per un’azione cristiana indipendente nel mondo, sperando, piuttosto che, nel caso di bisogno, sorgano dei profeti per preservare l’identità del Vangelo. E’ quant’è successo lungo la storia bizantina grazie all’anticonformismo irriducibile di personalità e comunità monastiche” (5).

Una lezione che si può imparare ma mai scimmiottandola. E' necessario avere dei presupposti comuni che ora non ci sono affatto dal momento che qui la liturgia è appannaggio di "esperti", di scuole e "laboratori sperimentali", non di uomini di spirito. Tra le mani di "esperti" e nei "laboratori sperimentali" la liturgia è un corpo morto vivisezionato. Nel cuore di uomini di spirito è, invece, vivente.


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(1) Thomas Pott, La réforme liturgique byzantine: étude du phenomène de l'évolution non-spontanée de la liturgie byzantine, Tesi di dottorato in teologia, relatore Robert Taft, Pontificium Institutum orientale, Facultas scientiarum ecclesiasticarum orientalium, sectio liturgica, Roma 1999. 

(2) "Se loro sì, perché noi no?". Sembra essere questa la domanda di fondo di diversi liturgisti cattolici favorevoli al rinnovamento. Eppure questa domanda non tiene conto di altre: "Le intenzioni dei primi e degli altri sono identiche? Le formazioni dei primi e degli altri sono identiche? Le esigenze dei primi e degli altri sono identiche? I fini dei primi e degli altri sono identici e coincidenti?". 
Per far vedere che non è esattamente così faccio un esempio emblematico. 

Nel mondo slavo, una riforma della liturgia si ebbe quando si cercò, in una determinata epoca, di fare una sintesi tra l'ordine liturgico "cattedrale" (più semplificato e posteriore) e l'ordine liturgico dei monasteri (che risaliva sostanzialmente a quello di san Sabba).
Tale lavoro, però, si muoveva totalmente nel crinale tradizionale, poiché non si trattava d'inventare cose totalmente nuove, e risentiva dell'atmosfera spirituale esicasta del tempo.

Cfr. a tal proposito Job Gecha, La réforme liturgique du métropolite Cyprien de Kiev - L'introduction du typikon sabaïte dans l'office divin, Cerf, Paris 2010. Questo libro tratta la riforma liturgica associata al nome di Cipriano Tsamblak, nato attorno al 1330 nella regione di Trnovo (Bulgaria), discepolo del patriarca costantinopolitano Filotheos Kokkinos. Strettamente legato a questa grande figura dell'esicasmo bizantino del XIV secolo, Cipriano soggiornò all'Athos in cui ricevette l'iniziazione agli insegnamenti dei monaci esicasti. In seguito, divenne metropolita di Kiev e della Lituania (nel  1375), prima d'essere definitivamente intronizzato quale metropolita di Kiev e di tutte le Russie, sede che occupò in due fasi temporali dal 1381 al 1382, e inoltre dal 1390 fino alla sua morte avvenuta nel 1406. Imitando il proprio maestro Filotheos, che aveva canonizzato l'ordo neosabaita, all'origine dell'attuale rito bizantino, Cipriano intraprese una grande riforma liturgica in Russia alla fine del XVI secolo. Fino ad allora si usavano due  ordinamenti liturgici (typika): il typikon della Grande Chiesa di Costantinopoli nelle cattedrali e nelle chiese parrocchiali, e il typikon del patriarca Alessio lo Studita, osservato nei monasteri. Cipriano si sforzò d'uniformare la liturgia operando una grande sintesi cosistente nell'introduzione di un solo typikon neo-sabaita, osservato sia nei monasteri che nelle chiese secolari. Il lbro, inoltre, ricorda l'ambiente storico-culturale, soprattutto spirituale, del movimento esicasta dell'epoca, mostrando le caratteristiche essenziali del metropolita liturgista, scoprendone le motivazioni, dimostrando che il suo fine non era una riforma ma una restaurazione: un ritorno alla tradizione patristica e monastica nel contesto del rinnovamento esicasta. Questo riassume il modo in cui la liturgia bizantina si è sviluppata e i  problemi ulteriori che hanno posto le sue fonti esistenti, non solo ai liturgisti d'un tempo ma pure a quelli odierni.

(3) Questo fa parte d'una tendenza tipicamente fanariota (degli ortodossi di Costantinopoli - Istanbul) di dare risposte tipicamente cattoliche, in ambienti prevalentemente cattolici, e risposte tipicamente ortodosse, in ambienti prevalentemente ortodossi. E' così che il sacro sinodo fanariota, a porte chiuse, afferma l'inesistenza del sacerdozio in Occidente ma, quando i suoi più alti rappresentanti sono a Roma, in Vaticano, non hanno scrupolo alcuno a benedire la folla col papa o a compartecipare alle liturgie cattoliche. La radice di questa specie di schizofrenìa - poco evidente ai più - la si spiega storicamente: la Grande Chiesa, dovendo rimanere soggetta al Sultano, era obbligata a venerarne la figura per quanto, nel suo intimo, la disprezzasse.

(4) Ricordo, a tal proposito, un altro teologo del patriarcato ecumenico, mons. Giovanni Zizioulas il quale ha costruito una spiritualità "di comunione", come lui dice, nella quale si prescinde dagli orientamenti ascetici tradizionali. Qualche suo critico ha giustamente osservato che tale "spiritualità" ha un non so che di sociale e pare riprendere alcuni temi che si diffondono attualmente nel mondo cattolico. I fenomeni di distacco da riferimenti tradizionali sono, dunque, una tentazione presente in alcuni settori ortodossi che, in questo, non fanno altro che seguire "a ruota" quant'è già successo in Occidente.

Per quanto riguarda Zizioulas, gli si rimprovera di avere i seguenti tratti:

1) una concezione riduttrice della Chiesa e dei Sacramenti;
2) una concezione riduttrice della salvezza e della deificazione;
3) un'ignoranza sulla possibilità di trasfigurare la natura umana e i suoi caratteri individuali;
4) una minimizzazione del ruolo della grazia divina;
5) una concezione riduttrice dell'ascesi;
6) il rifiuto del polo umano nella sinergia ascetica;
7) una svalorizzazione dell'ascesi individuale e della vita monastica;
8) una sottovalutazione del peccato e delle passioni;
9) una sottovalutazione e svalutazione delle virtù;
10) la promozione d'una spiritualità "flou" lontana dalla tradizione spirituale della Chiesa ortodossa.

(Cfr. Jean-Claude Larchet, Personne et nature. La Trinité-Le Christ-L'homme, Paris 2011, pp. 364-394.

Il metropolita Giovanni Zizioulas è molto impegnato nel dialogo
ecumenico con il mondo cattolico e, il fatto d'avere respirato forse acriticamente la cultura occidentale europea nel tentativo d'un dialogo con essa, lo ha evidentemente indebolito in tutti quei riferimenti basilari alla tradizione antica della Chiesa.


(5) Jean Meyendorff, Initiation à la théologie byzantine, Les éditions du Cerf, Paris 2010, p. 237.
Quando feci presente al teologo del patriarcato ecumenico quest'idea, così ben esposta da Giovanni Meyendorff, costui si seccò particolarmente facendomi osservare che l'uomo carismatico è, a sua volta, riconosciuto tale dall'autorità ecclesiastica che, col suo carisma, si porrebbe, in tal modo, al di sopra di ogni carisma nella Chiesa. Sì, questa risposta risente della mentalità cattolica, per giunta di quella postridentina, nella quale l'autorità dei chierici è superiore a quella di tutti, perfino a quella di uomini che, evidentemente, sono ispirati e che la Chiesa deve riconoscere santi anche quando sono scomodi come lo furono i profeti veterotestamentari.
Forse a mons. Limouris sfugge che tale argomento fu addirittura rovesciato da san Simeone il Nuovo teologo (XI sec.) e se questo non gli sfugge allora è in cattiva fede.
In realtà, tra l'uomo carismatico e quello istituzionale esiste una mutua compenetrazione: il primo è sempre a favore del secondo, pure quando lo critica nel caso in cui questo si fosse allontanato dallo spirito antico e autentico; non si può pensare che il secondo sia automaticamente superiore al primo fino a creare una lotta tra istituzione e carisma come l'idea di mons. Gennadios Limouris potrebbe suggerire. Quell'idea, infatti, corre il rischio di far nascere atteggiamenti che soffocano l'uomo carismatico e, quindi, l'autentico spirito ortodosso. Ripeto: da chi prendono lezioni questi signori? Non certo da Giovanni Meyendorff che su questo punto è chiaro!

Razionalismo e liturgia


Il presente passo, tratto dall’opera Institutions liturgiques, di Dom Prosper Gueranger, è attualissimo. In Occidente oramai è assai riscontrabile una lettura razionalistica della liturgia cristiana, lettura che l’abate di Solesmes ritrovava già in un autore del XVII secolo, Dom Claude de Vert. Chi combatte il senso simbolico antico della liturgia – i settari antiliturgici, come  Gueranger li denomina – è in effetti succube d' una visione razionalistica della stessa e non avverte più il suo significato spirituale insito negli orientamenti tradizionali. Nel momento in cui questo significato non è più avvertito è logico sovvertirla e rimodellarla con criteri che non sono quelli della tradizione, come accade oggi giorno in tutte le realtà ecclesiali antitradizionali.

Questa critica di Gueranger è, dunque, attualissima e sembra fatta proprio per i tempi odierni. Non meraviglia che, forse per questo, l’opera sia praticamente introvabile. Che direbbe l’abate di Solesmes davanti alle desolazioni della liturgia occidentale attuale?




Dom Prosper Louis Pascal Gueranger (1805-1875)
Si tratta d’un principio presente in tutte le religioni, quello per cui le cerimonie liturgiche includano un complemento alle formule del culto.

La religione cristiana, che basa i suoi mezzi di salvezza attraverso i sacramenti, proclama la necessità dei riti sacri, in quanto, essendo d'istituzione divina, contengono la grazia che significano. [...]

Tuttavia nulla è stato più violentemente perseguitato dalla setta antiliturgica, quanto il simbolismo cristiano che dà un valore mistico al suo gesto, a un oggetto materiale, che anima la creazione visibile e realizza lo scopo dell'incarnazione espresso in quest'ammirevole frase liturgica: "Ut dum Deum cognoscimous, per hunc in invisibilium amorem rapiamur" (in modo che, riconoscendo Dio in forma visibile, siamo istruiti da lui all'amore dei beni invisibili -. Prefazio di Natale del Messale Romano).

Quando l'eresia è stata in grado d'agire direttamente, ha schiacciato il simbolismo [...]

Era facile prevedere che lo stesso movimento che ha prodotto il rovesciamento della tradizione dei messali e breviari a Parigi, Cluny e Troyes, che portava un gran numero di sacerdoti a infrangere i momenti di silenzio dei misteri nella celebrazione della Messa, tendeva, in questa secolarizzazione universale della liturgia, a materializzare le cerimonie il cui misticismo antico era in troppo flagrante contraddizione con tutto quest'insieme di naturalismo [...]

[Si disse che] generalmente i nostri dottori cattolici si posero troppo esclusivamente sulla difensiva di fronte alla pretesa Riforma protestante: così [i critici] minarono il dogma estraendo dal culto quanto sembrava difficile da difendere davanti ai loro avversari. Essi non vollero scioccare, vollero addirittura soddisfare la ragione dei protestanti; ne accordarono una certa vittoria, convenendo, così, che la Riforma aveva criticato la Chiesa per aver peccato d'esagerazione (1). Fu una tattica imprudente, da non giustificarsi per il suo successo [...]

Dom Claude de Vert, il nostro tesoriere di Cluny, s'era incaricato di "naturalizzare" le cerimonie della Messa... In un suo viaggio a Roma, verso il 1662, nel quale fu testimone delle pompose cerimonie che si praticavano in questa capitale del mondo cristiano, invece di gustarne i misteri, concepì l'idea d'una opera in cui, trascurando di spiegare i simboli della liturgia con delle ragioni mistiche, come aveva fatto fino ad allora ogni tradizione liturgica delle Chiese d'Oriente e d'Occidente, ne ricercò solo le ragioni fisiche con l'aiuto delle quali cercava di spiegare tutto [...]

La dottrina di Dom de Vert è pertanto più dannosa, poiché pare all'inizio molto innocente. Così la Chiesa, istituendo le cerimonie non ha avuto per fine l'istruzione e l'edificazione dei fedeli. Le ragioni mistiche non devono essere rigettate, anche se arbitrarie in se stesse. L'essenziale è avere in mente la causa naturale di ogni rito sacro e stare attenti a non dire che tali riti sono eseguiti per rappresentare ragioni morali o mistiche [...]

Così agli occhi del tesoriere di Cluny, "l'immersione del battesimo trae la sua origine nella consuetudine di lavare i neonati al momento della loro nascita per ragioni fisiche".

Se il cristiano battezzato riceve l'unzione del Crisma uscendo dall'acqua, Dom de Vert ci dice che "quest'unzione non era affatto una pratica particolare alla Chiesa. Si sa che in ogni nazione, soprattutto tra i giudei e i popoli orientali, dopo essersi lavati e bagnati, l'acqua dissecca e raggrinza la pelle per cui si ha cura di strofinare con dell'olio le parti bagnate. Da qui deriva che l'unzione è quasi sempre aggiunta al bagno nella Scrittura. E' a tal proposito che le donne, in parecchi luoghi, dopo aver lavato i panni, si strofinano le mani e le braccia d'olio, per impedire, esse dicono, che la pelle raggrinzisca".

I riti sacramentali dell'estrema unzione sono sottomessi allo stesso sistema di spiegazione razionalista. "Come pregando per i malati - dice Dom de Vert - si domanda sempre il sollievo dai loro mali così non si trascura neppure d'impiegare allo stesso tempo dei lenitivi e di dare sollievo alle parti malate con unzioni d'olio [...]".

Se il prete, rivestendosi con i paramenti sacri per celebrare il santo sacrificio, incrocia la stola sul suo petto, "è perché le due strisce di stoffa, venendosi a sovrapporre verso la parte alta del petto, possano coprire il camice nel posto in cui l'apertura della casula lascia un vuoto e così il tutto diviene un abito completo".

Se al termine di ciascun notturno il coro, precedentemente seduto durante le letture, si alza al "Gloria Patri" dell'ultimo responsorio, non è, come dice san Benedetto nella sua regola "ob reverentiam sanctissimae Trinitatis"; ma lo si fa per uscire dal coro stesso poiché, in altri tempi, s'usciva alla fine d’ogni notturno [...], ecc., ecc.

Si può ben immaginare l'effetto che fece l'apparizione d'una simile opera nei primi anni dell'epoca razionalista. Se ne stamparono molte edizioni. Oramai non si fece più attenzione al simbolismo della liturgia senza correre il rischio d’essere considerati privi di scienza e uomini attaccati alle immaginazioni mistiche dei "secoli oscuri" (2).





Dom prosper Gueranger, Insitutions liturgiques, Editions de Chiré, Chiré-en-Montreuil, 1977, pp. 152-154.
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(1) Questa critica è oggi ricorrentissima e si constata in prolusioni e documenti ufficiali. Si nota come, con essa, il mondo cattolico si ponga contro se stesso. Se, ad esempio, si ritiene "esagerazione" porsi a favore della simbologia liturgica contro il razionalismo individualistico, come fece pur con il suo peculiare linguaggio l'assise tridentina nei riguardi del  Protestantesimo, è ovvio che si va contro se stessi. Il problema è che non ci si accorge di cosa si sta dicendo perché è proprio la coscienza profonda che da la tradizione ad essere stata persa. Viceversa nella mens della Chiesa antica l'errore non era solo in un'affermazione eccessiva (che conduceva ad un'errata esperienza di fede) ma pure in un'affermazione solo apparentemente vera. Oggi questo rigore è totalmente perso.

(2) Questa splendida osservazione di dom Gueranger mostra come il razionalismo, attualmente trionfante, abbia in gran avversione l'aspetto mistico e spirituale del Cristianesimo, quello cioè più propriamente legato al mondo monastico antico. Tutto ciò che rimanda ad un significato profondo è visto come "immaginazione" o, come mi diceva tempo fa un tradizionalista cattolico passato a miglior vita (ed esaltato ai suoi funerali quale "gran testimone" cristiano) come una "filosofia astratta". La spiritualità che conduceva ad un'esperienza di Dio era... filosofia!!!!
In realtà a queste persone sfugge totalmente il nucleo fondamentale del Cristianesimo e tendono a vedere la liturgia solo come qualcosa di sentimentale o come il rimando ad una società oggi inesistente. Non è un caso che gente così associ alla liturgia tradizionale latina l'idea di "troni e altari" o dell' "ancient règime", come si può facilmente riscontrare passando attraverso certi suoi ambienti o seminari.

mercoledì 2 maggio 2012

Liturgia e intangibilità

Liturgia monastica tradizionale nell'Abbazia N. D. du Barroux (Francia)

Una delle prime testimonianze scritte del Vangelo (II sec).
Nel IV-V secolo si fissò un poco ovunque il Canone biblico e,
contemporaneamente ad esso, si fissarono le linee di fondo della liturgia.
Non è un caso che, similmente alla Bibbia, la liturgia sia stata considerata 
intangibile fino al punto che, in Occidente, si riunirono in un libro solo
- il Messale - le letture bibliche con quelle liturgiche.

Una delle caratteristiche proprie ad ogni liturgia tradizionale è quella d'essere intangibile, ossia di non essere manipolabile, modificabile, cambiabile.

E' notorio che la liturgia nelle comunità cristiane si è formata contemporaneamente a loro. San Paolo, nelle sue lettere, testimonia l'esistenza di liturgie primitive nelle quali i cristiani cantavano "salmi, inni e cantici spirituali" (Ef 5,19).

Gli odierni sostenitori cattolici delle improvvisazioni liturgiche guardano a quest'epoca, ritenendo che qui ci fosse quello spontaneismo in grado di "vivificare" la preghiera, altrimenti "stancamente ripetitiva". Essi dimenticano che la Chiesa ha voluto, prima possibile, fissare delle forme perché ben poco può essere manipolato (1) pena la decadenza dello spirituale nel puro temporale. L'antico motivo fondamentale dell'intangibilità di testi e orientamenti liturigici sta, infatti, nel mantenere intatto un percorso di tipo ascetico e spirituale, disposto non da intellettuali e studiosi ma da uomini spirituali.

Perciò con l'affiorare delle eresie, mentre pian piano si strutturava il vocabolario teologico, la liturgia assunse sempre maggiori elementi intangibili fino a divenire, dopo alcuni secoli, totalmente intangibile e stabile (IX-X sec).



Celebrazione di una Messa latina in un oratorio. 
Fac-simile di una miniatura in un manoscritto del IX secolo (Ambroise Firmin Didot). 
Si noti come il celebrante incensi con una mano sola come nella consuetudine bizantina.


Questo non ha proibito le Chiese locali d'avere delle consuetudini, di stabilire delle liturgie particolari (che in seguito furono denominate "riti").

Quando il motivo ascetico non fu più chiaro, soprattutto con la decadenza del monachesimo in Occidente (XI-XII sec), si mantenne un rigoroso rispetto per quanto si riceveva dalla tradizione poiché  s'era radicata la mentalità di conservare le cose com'erano.

Nella storia della liturgia romana se notiamo lo stesso fenomeno dell'intangibilità, notiamo pure che, lungo il tempo, avvengono aggiunte, piccoli adattamenti, qualche soppressione.

E' noto come il messale del 1570 sopprimesse gran parte delle sequenze medioevali. In quello stesso messale si fecero piccoli ritocchi.


Ricordiamo quello della preghiera "Fiat commixtio et consecratio" che diviene "Haec commixtio et consecratio", per indicare semplicemente l'azione liturgica in corso nel momento in cui il sacerdote getta nel calice parte della particola consacrata poco prima della comunione (2). 


Ricordiamo pure la soppressione della penultima strofa della sequenza "Victimae paschali laudes", nella quale, esaltando la fede nelle pie donne la si contrappone alla fallace disposizione verso Cristo delle masse giudee: "Credendum est magis soli Mariae veraci, quam Judaeorum turbae fallaci". Il testo completo di questa sequenza cercò di permanere a lungo, nonostante la soppressione di questo versetto nel messale romano del 1570. Lo ritroviamo, ad esempio, nel "Libro delle Ore" in uso nella diocesi di Lione (3).

Questo fatto dimostra come le Chiese locali fossero tutt'altro che disponibili ad adattarsi ad una seppur piccola soppressione avvenuta a Roma. Nella seconda metà del XIX secolo a Lione si continuava a cantare la sequenza dell'XI secolo nella sua forma integrale laddove a Roma si aveva preferito una forma abbreviata nella quale non compariva più la frase contro l'incredulità giudaica.



Il Concilio di Trento (1545-1563) stabilì che i riti autorizzati nella Chiesa dovessero avere almeno 200 anni di vita, com'era il caso per il rito domenicano. La garanzia per una liturgia, dunque, non era data dalla novità ma da una lunga prassi, tale da potersi ascrivere in una tradizione radicata.

E' importante che il lettore comprenda la mentalità di fondo soggiacente a questo apparente "immobilismo" liturgico. Secondo la mentalità tradizionale, le formule della liturgia non sono elementi lasciati all'interpretazione e al gusto del soggetto. Clero e laici non hanno alcuna libertà d'intervenire per manipolarli a piacimento (4). Questo perché la liturgia, in se stessa, non veicola solo una fede ma un modo di credere, un'atmosfera spirituale. Per fare un'analogia, la liturgia non solo "inclina" il credente verso una direzione ma stabilisce pure "il modo" in cui egli s'inclina. E tutto ciò contribuisce, a livello generale, a dare un'identità precisa ad una Chiesa. L'intangibilità, lo abbiamo appena visto, non significa che, nei secoli, qualcosa non sia stato ritoccato. Significa, invece, che l'insieme della liturgia ha mantenuto il suo aspetto originale.

Lo studioso Klaus Gamber paragonava la liturgia ad un albero al quale, lungo il tempo, possono essere stati tagliati dei rami. Tale, però, è sempre rimasto. Gamber osservava, pure, che questo non era il caso per la riforma liturgica voluta recentemente nella Chiesa cattolica. In quella riforma, infatti, scompare pure il tronco e, con pezzi del suo legno, assieme ad altri di eterogenea provenienza, è stato fatto qualcosa di totalmente nuovo, prescindendo completamente da ogni sviluppo organico della liturgia, come tradizionalmente è sempre avvenuto. Tale rito, egli concludeva, non si può chiamarlo romano se non molto impropriamente. Si dovrebbe, infatti, chiamarlo semplicemente "moderno". Il vero rito romano o è morto o non è affatto questo.

Ci si chiede se il "rito moderno" è legittimo.

Dal momento che la liturgia trasmette qualcosa di sopra-individuale (5) può, una commissione di studiosi per quanto sostenuta dalle più alte autorità, rifondare tutto un ordinamento liturgico? Sono convinto di no. Anch'essi devono comprendere che c'è un limite alla loro azione: la custodia, la chiarificazione o la semplificazione della liturgia può essere consentita. Una sua rifondazione no, dal momento che la liturgia è paragonabile ad un atto fondativo come la Costituzione di uno Stato. La Costituzione può avere chiarificazioni o semplificazioni ma cambiarla nella sua essenza significa, in definitiva, cambiare lo Stato. Se questo vale per il mondo laico perché non dovrebbe valere per quello ecclesiastico?

Analogamente, cambiare la Liturgia con riforme radicali - com'è successo nella Chiesa cattolica da qualche decennio a questa parte - significa cambiare la Chiesa stessa. E' difficile sostenere il contrario ribadendo artificialmente e a tutti i costi una continuità, pure a dispetto della reale  difformità dall'ordine tradizionale.

Martin Lutero, all'inizio della riforma da lui propugnata, non aveva alcuna intenzione di rompere la comunione ecclesiale. Questo lo si nota dal fatto che, inizialmente, mantenne l'ordine liturgico che lui stesso aveva ricevuto. Nacque una nuova Confessione nel momento in cui egli decise d' abolire la "Messa papista", com'egli la definiva, riducendo, in seguito, il numero dei Sacramenti e stabilendo una nuova funzione per il sacerdote, da allora denominato "pastore".

La variazione della liturgia, anche in Inghilterra, stabilì l'effettiva nascita di una nuova Chiesa per quanto gli anglicani non raggiunsero mai l'assetto luterano, mantenendo un tenore liturgico assai simile a quello dell'attuale Cattolicesimo.

A differenza di questi ultimi esempi, tutte le Chiese tradizionali avvertono la liturgia come qualcosa d'intangibile. Così era sentito pure nel mondo cattolico fino a 70 anni fa.



Dom Prosper Gueranger (1805-1875), il fondatore dell'abbazia di Solesmes, nella sua opera Institutions liturgiques, si scagliava con veemenza contro gli innovatori liturgici, coloro, cioè, che osavano introdurre variazioni alla liturgia. Ogni innovatore, così sosteneva, ha l'intenzione più o meno recondita di modificare il modo di credere. Egli concludeva che la liturgia romana si era mantenuta al riparo da certi errori nei quali era caduta quella gallicana, proprio perché manifestava un'istintiva avversione per ogni innovazione.


La fiera opposizione a ciò che cambia sostanzialmente l'identità ecclesiastica fu quello che attirò John Henry Newmann verso la Chiesa cattolica nella seconda metà dell' 800. Egli, a differenza degli uomini attuali, non sentiva tedio per la perennità delle formule liturgiche e, anzi, scriveva: "Io potrei assistere eternamente alla Messa senza mai stancarmi; infatti non si tratta di una semplice formulazione di parole, ma di un grande atto, del più grande atto che possa aver luogo sulla terra" (6).



Breviario Romano nell'edizione torinese del 1827, precedente alla riforma di Pio X
Agli inizi del '900, quando Pio X modificò il Breviario romano, ci fu qualche liturgista che si scandalizzò. Papa Sarto non aveva fatto altro che abbreviare il Mattutino, da 12 salmi a 9, distribuendo quelli rimanenti nella Compieta che, così, da allora ebbe ogni giorno dei salmi differenti. Per i liturgisti che ben avevano capito il senso dell'intangibilità, non si doveva ritoccare neppure questo libro. Che direbbero oggi costoro, osservando l'inconsistente leggerezza della Liturgia Horarum? Tale libro è così "leggero" che alcuni sacerdoti mi hanno candidamente confidato di non aprirlo più.

Purtroppo dal momento in cui s'iniziano ad introdurre sempre maggiori modifiche, si ha l'impressione che venga demolito dalla Chiesa un muro di cinta; si lancia un implicito messaggio che suggerisce l'inesistenza di limiti o l'estrema relatività di essi: se il testo liturgico può essere ampiamente elaborato (seppur da commissioni autorizzate), allora perché il soggetto non lo può ritoccare? Ecco, dunque, che si è costretti a dare un certo spazio pure al singolo sacerdote il quale, da semplice trasmettitore, diviene "creatore". Ufficialmente gli si concedono ampi spazi nelle cosiddette "monizioni" durante la Messa ma molti vanno ben più in là, facendo interpolazioni o modifiche personali al testo liturgico. Le cosiddette "comunità di base", ai margini ma pur sempre nel mondo cattolico, ancor oggi compongono delle preghiere eucaristiche. 

Perciò lo stesso fatto che il sacerdote, nel Messale cattolico riformato, abbia un'ampia scelta di anafore, piuttosto che vederla come una "ricchezza", a me pare essere come "caramelle" gettate a chi è animato da continue voglie di cambiamenti; sembra un disperato tentativo di placare questo fenomeno concedendo un contentino, come se ciò bastasse a frenare le originalità che continuano a germinare!  Questi atteggiamenti innovativi paiono rimandare ad un'inquietudine, che sembra d'origine prettamente spirituale. Essa si dovrebbe placare con ben altri mezzi, di origine ascetica, in mancanza dei quali non conosce sosta.


Si ricordano, a tal proposito, tutte le liturgie ad experimentum avvenute nel periodo postconciliare e che ancora avvengono, soprattutto all'interno di certi gruppi. L'idea di una liturgia come "ripetizione solenne di gesti e parole", stomaca la maggioranza dei chierici cattolici attuali, formati più per essere degli intrattenitori-animatori (7) che dei sacerdoti nel senso forte del termine.

Se è possibile l'improvvisazione per il testo liturgico, allora anche lo spazio liturgico può essere stravolto. Ed ecco spiegata l'inesistenza di spazi recintati e intangibili ai laici o le squallide "chiese-garages" odierne. Se il testo liturgico ha perso l'intangibilità perché la dovrebbe conservare lo spazio adibito alla liturgia?

Tutte le ininterrotte improvvisazioni e cambiamenti liturgici  non sono altro che logiche conseguenze discendenti dagli orientamenti presi dal mondo cattolico 50 anni fa con l'abolizione di fatto dell'intangibilità liturgica (8). Gli stessi libri liturgici odierni sono effettivamente aperti ad ulteriori variazioni dettate da luoghi e tempi diversi. Tutto ciò supera di molto un semplice adattamento di testi preesistenti a nuove condizioni. E' l'intangibilità che è venuta meno. Ne ha tratto certamente vantaggio l'editoria con la vendita di ulteriori nuove edizioni, non certo chi, nella Chiesa, cerca una stabilità spirituale.

Ma quando l'idea stessa d'intangibilità della Liturgia viene meno, con essa viene meno l'identità stabile di una Chiesa. E dov'è, allora, la roccia ferma della fede di Pietro? Stando così le cose, rimane un puro asserto verbale!



Concelebrazione del patriarca greco-ortodosso di Alessandria con i russi-ortodossi. 
Alcuni anni fa, il Sacro Sinodo russo condannò il tentativo di tradurre in russo moderno la Divina Liturgia, appellandosi alla consuetudine liturgica. Questa condanna, per quanto eccessiva, affonda le sue ragioni 
nel concetto d'intangibilità della Liturgia, concetto che in Oriente è particolarmente sentito. 
L'Occidente cristiano, venendo meno in quest'aspetto,
ha interposto un ulteriore muro di divisione con l'Oriente.
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(1) In questo, il processo di assestamento e fissazione dei testi liturgici sembra seguire quello del Canone scritturistico. E' noto come ogni Chiesa avesse un suo elenco di libri biblici e che, solo attorno al IV-V secolo, si stabilì un elenco preciso. Se si dovesse stare al principio dei sostenitori dell'improvvisazione liturgica, si dovrebbe, dunque, rimettere in discussione il Canone biblico stesso favorendo, nel corso della Messa, letture di vario genere. Coerentemente a tale principio, ciò è già avvenuto: in Olanda, nei primi anni '70, alcune chiese cattoliche avevano la consuetudine di leggere, assieme alla Bibbia, stralci tratti dai quotidiani dell'epoca. 


(2) Vedi Michael Kunzler, La liturgia della Chiesa, 10, Milano, 2003, p. 341.
Questo gesto è simile a quello che avviene nella Divina Liturgia bizantina quando il sacerdote getta nel calice tutti i frammenti di pane consacrato che compongono l' "Agnello". La differenza con l'Occidente è che, mentre qui la comunione avviene sotto le due specie (per cui tutto il pane va nel calice dove s'imbeve di vino), in Occidente è solo una parte della particola ad imbeversi di vino poiché solo il sacerdote si comunica con entrambe le specie.

(3) Heures à l'usage du Diocèse de Lyon, Gauthier Libraire-éditeur, Lyon, 1864, p. 285. In questo libro, la sequenza compare collocata nei Vesperi assieme al graduale.


(4) Questo è sostenuto pure da papa Benedetto XVI, ammiratore di Klaus Gamber. Purtroppo una tale affermazione, in un contesto quasi totalmente anti-tradizionale, è come cercare di mettere una pezza di stoffa buona in un vestito totalmente logoro. Quello che poi pare mancare, dietro a quest'affermazione papale, è una ragione più profonda e spirituale che la possa sostenere in mancanza della quale è inevitabilmente sentita come un'imposizione autoritaria e, conseguentemente, rigettata. L'attuale forte resistenza episcopale alle pur timidissime proposte tradizionali del papa è un chiarissimo segno di contrarietà a tale principio. 


(5) Questa caratteristica della liturgia, la sua "sopra-individualità", è equivocata con il termine di "comunitaria". Non è affatto così. La liturgia comunitaria è quella celebrata da tutta la comunità come se fosse un corpo solo, un solo individuo e, in quanto tale, può sempre rimanere individuale, gestita e plasmata da chi la conduce e la anima.
La liturgia "sopra-individuale", invece, è un insieme di testi e disposizioni che, pur composti in tempi e luoghi particolari, vogliono prescindere da individui o comunità specifiche, ai quali, però, individui e comunità specifiche si sintonizzano. Si tratta, in buona sostanza, di qualcosa che ha lo scopo di far uscire le persone dal loro individualismo in vista di una comunione e di un'esperienza mistica in Cristo. Così mentre la liturgia odierna tende ad essere sempre individualista, piuttosto chiusa in senso antropocentrico, quella "sopra-individuale", che corrisponde alla liturgia tradizionale, è aperta al Cielo, è verticale, relazionale in senso trascendente.  La liturgia "sopra-individuale" è quella tradizionale e antica, quella "individuale" è, molto spesso, quella sgorgata dalla cultura odierna. La liturgia "sopra-individuale" è ecclesiale tanto quanto la liturgia individualista è anti-ecclesiale. 
Ma essa è praticamente assente in Occidente, proprio perché è totalmente equivocato il significato di "tradizione" e "tradizionale", piegato pure questo in senso individualistico e antropocentrico. Il rischio di molti mondi tradizionalisti cattolici è quello di recuperare la tradizione liturgica ma di non uscire mai da quell'individualismo che contraddistingue generalmente l'attuale cultura. La tradizione liturgica, così, diviene una delle tante "divinità" nel Pantheon dell'attuale Chiesa, uno dei tanti gusti e propensioni nel "mercato del sacro". Quest'idea è indirettamente instillata dalla stessa gerarchia episcopale quando, per motivi pure comprensibili ma a mio avviso non giustificabili, adagia le Messe tradizionali sullo stesso piano di qualsiasi altra liturgia attualmente praticata, favorendo una specie d'intercambiabilità, se non proprio d'indifferentismo (= "questo o quello per me pari sono!"). Ma questo è profondamente ingiusto e sbagliato. A tale argomento sarà bene dedicare un post apposito.


(6) J.-H. Newmann, Loss and Gain. The story of a Convert, London, 1848-1858, p. 265. 


(7) Il concetto stesso di "animazione liturgica" rasenta, secondo me, il blasfemo. Se una preghiera è intensamente vissuta, non ha bisogno d'essere teatralizzata. Dei credenti in silenziosa contemplazione, per gli "animatori liturgici", sono persone quasi inutili. E' necessario agitarsi, schiamazzare, partecipare esteriormente, per manifestare una liturgia vivente. Qui si scambia per vita ciò che è puro vitalismo, nonostante Cristo abbia chiaramente indicato dei criteri regolatori per la preghiera (Cfr Mt 6,6). 
Recentemente mi è capitato di chiedere ad un sacerdote di mezza età cosa pensasse all'idea d' "intangibilità" della Messa. Per ben tre volte ha risposto: "Non riesco a capire cosa sia l'intangibilità. La liturgia dev'essere vissuta con i fedeli ed aiutarli a farla comprendere. L'idea dell'intangibilità mi lascia di stucco". Lo stesso, però, aggiungeva d'essere rimasto amareggiato davanti a giovani preti i quali avevano celebrato una messa totalmente inventata. "Solo le parole della consacrazione erano prese dal Messale, ma il vangelo era letto da un laico", aggiunse. Evidentemente, per quanto questo prete non capisca la funzione dell' "intangibilità", ha ricevuto  comunque  qualcosa di più rispetto alle ultime generazioni che portano alle estreme conseguenze i presupposti stabiliti già 50 anni fa.


(8) L'accelerazione dei cambiamenti nel messale romano poco prima e durante il Concilio Vaticano II è simile all'assedio di una città, sempre più stringente, poco prima del crollo di quest'ultima. L'inserzione del nome di san Giuseppe, all'interno del Canone Romano, voluto nel 1962 da papa Giovanni XXIII, turbò alcuni. Il Canone Romano o Anafora, era infatti rimasto intatto da tempo immemorabile e non parve ad alcuni saggio fare tale inserzione, neppure per motivi devozionali. Per costoro la tradizione era superiore ai voleri del singolo papa. Nonostante ciò, la cosa passò ma ebbe un pesante significato simbolico: se un papa, con la sua autorità, poteva intervenire nello stesso Canone Romano, il cuore della Messa, un testo venerabile e intangibile, allora, con il permesso papale, sarebbe stato possibile modificare molto più. Così infatti avvenne. Si rimane molto meravigliati di come, nel giro di pochissimi anni, la mentalità nel Cattolicesimo si sia addirittura rovesciata. Evidentemente da tempo erano stati posti molti presupposti perché ciò avvenisse, primo fra tutti l'aver anteposto l'autorità alla tradizione. Infatti, cosa dice il fedele medio? "Cosa ne pensa il papa, il vescovo, il prete?". Non dice: "Qual'è l'atteggiamento della tradizione?", come ancor oggi si dice in Oriente in chi vuol saperne di più.