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lunedì 30 aprile 2012

Rito e liturgia

I crociati in un'antica miniatura


Il termine "rito" è entrato nel linguaggio usuale della liturgia ed è utilizzato, come ogni parola, senza particolari attenzioni. Si dice, ad esempio, che nella Chiesa cattolica ci sono molti riti, ossia molte espressioni cultuali. Si parla di riti latini (romano, gallicano, ambrosiano, aquileiese, mozarabico) e di riti orientali (bizantino, copto, antiocheno, ecc.).

Nell'uso di tale vocabolo non ci si rende conto che esso risponde ad un particolare bisogno: quello proprio alla Chiesa di Roma nella seconda parte del Medioevo.

In quel tempo, infatti, i Crociati, nell'idea di liberare il santo Sepolcro dagli arabi, fondarono in Oriente delle Chiese precedentemente inesistenti. Prima della loro presenza, infatti, esisteva l'assetto della Chiesa antica (seppur non più in comunione con Roma), il quale prevedeva la divisione territoriale ecclesiastica in patriarcati: Roma, Costantinopoli, Antiochia, Alessandria e Gerusalemme.

Secondo questa divisione, non aveva senso alcuno impiantare chiese latine in un patriarcato non latino (*). Lo notiamo nel caso della pellegrina latina Egeria (IV-V secolo): un cristiano latino se voleva assistere alla liturgia semplicemente si adattava alla liturgia del luogo, un poco come farebbe oggi un cattolico irlandese in Italia, in una chiesa cattolica italiana. In questo caso l'irlandese non parlerebbe mai di "rito italiano" o di "rito irlandese", né sentirebbe il bisogno di impiantare una chiesa etnica irlandese in Italia, seppur in comunione con Roma.

Analogamente Egeria ci narra gli usi e le consuetudini delle Chiese da lei visitate. In questa sua opera non si rinviene mai il termine "rito". Ogni Chiesa (greca o latina che fosse) aveva la sua liturgia o consuetudini sue proprie che corrispondevano alla libertà di quella Chiesa nella compagine ecclesiale del tempo. Tale libertà e anche indipendenza (se si pensa ad esempio alla Chiesa di Cipro), non ledeva in nulla la comunione dal momento che questa era basata sostanzialmente sull'identica fede professata.

Dunque al tempo di Egeria si parlava di differenti liturgie, non di "riti". Il termine "rito", d'altronde, accentua molto l'aspetto esterno di una liturgia, come se quest'ultima si riducesse solo ad un insieme di "cose da fare" e non corrispondesse ad una vita particolare. Tende a portare  pericolosamente l'attenzione su aspetti solo esteriori.

Nel momento in cui i Crociati insediarono una gerarchia parallela in Oriente, ebbero bisogno di parlare di "rito". Ecco, allora, che la loro Chiesa aveva un "rito" latino differente da quello greco dei Maroniti, tanto per fare un esempio. A monte del termine "rito", infatti, c'è una concezione centralizzata di Chiesa quale non esisteva precedentemente.

Nella Chiesa antica, infatti, era inconcepibile che il papa creasse delle gerarchie latine parallele in Oriente: sarebbe stato visto come uno sfregio alla comunione ecclesiale allora vigente, come un'esplicita destituzione di valore delle Chiese locali e un corto-circuito ecclesiologico. Per lo stesso e identico motivo, la storia ci dimostra come in Oriente gli interventi papali si esercitassero solo in casi estremamente urgenti e solo su richiesta delle Chiese locali. L'affare di Fozio nel IX secolo, fu visto davvero come il primo intervento diretto di Roma negli affari di Costantinopoli e, come tale, fu sorgente di grande stupore. Infatti fino ad allora l'esercizio del papato non era concepito in senso centralizzato come pian piano iniziò ad essere, ma in un senso piuttosto differente, all'interno della sinfonia della Pentarchia (i cinque Patriarcati). E' in questa sinfonia che Roma presiedeva "alla carità delle Chiese", come allora si diceva.

In questo contesto, dal momento che non aveva senso parlare di centralismo romano (nei termini tardo mediovali e moderni), non aveva neppure senso parlare di "rito" liturgico.

Dal momento in cui tutte le Chiese locali sono viste rigidamente come membra della Chiesa di Roma s'inizia, in un certo senso, a livellare la vita locale. Le sue espressioni antiche di libertà (come la liturgia) sembrano piuttosto derubricate come una semplice "ritualità", un'esecuzione esterna della liturgia, quando, invece, corrispondono ad una vita peculiare e ad un genio spirituale di una Chiesa locale.


Questo spiegherà l'incomprensione latina verso i cosiddetti "riti greci" che verranno latinizzati o fatti scomparire, come nel caso delle Chiese dell'Italia meridionale, in Puglia e in Calabria. Tali liturgie erano allora viste realmente per ciò che erano: un'espressione di libertà locale che, in quanto tale, si opponeva ad un centralismo imposto talora pure con le armi. 


La cosa riguardò pure il "rito mozarabico" il quale ha corso il rischio di sparire totalmente ed ora sopravvive in forma agonica nella cripta della cattedrale di Toledo. Il centralismo ha veramente strozzato molte realtà locali, uniformandole, per integrarle in un sistema ecclesiastico rigidamente verticistico. La liturgia occidentale è stata fedele specchio di questa complessa storia.

Il termine "rito" è dunque funzionale ad un concetto di Chiesa che si afferma nel periodo crociato e maschera, se non proprio nega, quanto fino a poco prima era universalmente sentito e che la stessa pellegrina Egeria ci trasmette nei suoi scritti. Dietro alla parolina "rito" si nasconde una bugia colossale!


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(*) La proliferazione di Chiese all'interno di altre Chiese, come se fossero tante scatole cinesi, ha un non so che di malato e s'oppone totalmente alla distribuzione territoriale della Chiesa, secondo il modello antico. Per san Paolo, ad esempio, non esiste la Chiesa dei Corinti ma la Chiesa in Corinto, in Roma, in Antiochia, ecc. Un'unica Chiesa che si distribuisce in vari luoghi! A maggior ragione l'apostolo è contro coloro che rivendicano una Chiesa di Paolo, di Cefa, di Apollo e ribadisce che esiste solo la Chiesa di Cristo! (Che direbbe dei movimenti ecclesiali odierni?).
Successivamente non è più così.
Quanto vediamo dal periodo crociato, non è che l'inizio di un fenomeno molto paradossale ma  davanti al quale c'è una generale indifferenza. Ordini religiosi dipendenti direttamente da Roma, prelature personali, movimenti ecclesiali, hanno origini storicamente comprensibili ma, nel quadro dell'ecclesiologia tradizionale (oramai purtroppo spesso superata) sono paragonabili a forme tumorali, a corti circuiti, a servizio - quando lo sono e non ne sfruttano solo i privilegi - del centralismo romano. 
Questa situazione sempre più intricata, oltre che avvilire la funzione delle Chiese locali, a sfruttarne le forze senza servirle veramente, corre il rischio di creare antagonismi senza precedenti, dispersioni di energie, con forme assurde di fondamentalismo religioso nelle quali si distorce l'immagine della Chiesa presentandola come una composizione di gruppi settari in gara tra loro per dividersi "fette" sempre più ampie di potere e influenza. Questi gruppi sono animati, tutto sommato, da forme d'individualismo religioso, approvate dalla struttura centrale nella speranza d'averne un ritorno in termini di servizio. Il rischio che lo stesso centro perda il controllo delle sue "creature privilegiate" (movimenti, prelature) non è così remoto e il prezzo da pagare pare essere veramente troppo alto, e consiste nella progressiva svalorizzazione delle stesse Chiese locali, ridotte a semplici esecutori di un potere centrale lontano, che neppure le conosce veramente e scambia per "bene della Chiesa universale" un semplice suo individuale bene.

lunedì 23 aprile 2012

La danza nella liturgia


Questo post prende brevemente in considerazione la danza nella liturgia. La definizione di "danza" non deve parere strana perché in tutte le liturgie ci sono dei movimenti che la evocano. Farò dei casi concreti.

E' bene però rilevare che il movimento di danza, nell'ambito cristiano tradizionale, risente inevitabilmente di un clima particolare, quel clima che fa in modo che i movimenti stessi del corpo esprimano pacatezza e serenità. La gioia cristiana nella danza, in un contesto tradizionale, non si esprime mai in forma debordante ma è contenuta, umile, interiore in modo da non sfociare nella sensualità. E' come il corpo dei santi che, nell'iconografia tradizionale, non attirano per le forme sensuali ma per la loro illuminazione spirituale. Il fine, appunto, è sempre quello di andare oltre al segno espressivo, non fermarsi in esso facendone una sorta d'idolo.

Per questo nelle liturgie latine esiste una specie di danza quando il sacerdote incensa l'altare. Il movimento circolare attorno all'altare viene fatto con pacatezza e uniformità e questo rispetta quei criteri tradizionali sopra esposti.



Movimento circolare del sacerdote attorno all'altare (dal min. 2,54)

Un esempio di danza nelle liturgie orientali ci è offerto dalla famosa "danza di Isaia" quando gli sposi, nella celebrazione del matrimonio, girano per tre volte attorno ad una credenza sulla quale sono disposti gli anelli e la coppa del vino dalla quale berranno assieme. Anche nella "danza di Isaia" il movimento circolare, ripetuto per tre volte, è espressione di questa gioia contenuta, di tipo spirituale.



I contesti che escono dalla tradizione, invece, perdono di vista quell'attento equilibrio delle antiche liturgie nelle quali si sottolinea molto l'aspetto spirituale contenendo l'espressione corporea nel movimento rituale. Succede, quindi, che alcuni inventano momenti in cui inseriscono delle danze all'interno o a ridosso della liturgia. Lo spunto dal quale traggono ispirazione è corretto, poiché, come abbiamo visto, il movimento di danza è presente tradizionalmente. Il modo di realizzarlo, tuttavia, è totalmente fuorviante perché questi inventori non fanno appello a tutti i criteri della tradizione - che prevederebbe movimenti processionali - ma a criteri mondani. Qui, attingendo anche da altre religioni o semplicemente introducendo elementi profani, le danze diventano spesso espressione  scomposta del corpo finendo per veicolare  messaggi di tipo sensuale. Al senso della misura, si sostituisce lo spettacolarismo. E' decisamente tutta un'altra cosa e infonde un sapore totalmente diverso certamente non "sacro"! Ecco di seguito qualche esempio in cui è viva la differenza rispetto ai video sopra esposti.


Danze alla fine di una messa del Cammino neocatecumenale 



Un gesuita danza per Shiva in quello che dovrebbe essere un santuario di una chiesa cattolica



Danza di ringraziamento del clero alla fine di una messa cattolica


domenica 22 aprile 2012

Liturgie eucaristiche tradizionali


In questo post ho voluto segnalare alcune liturgie eucaristiche tradizionali di cui possiamo avere documentazione nel web. Si noti che lo schema generale è come quello specificato nella tavola 1 visibile qui. Ad un primo colpo d'occhio sarà assai facile rinvenire elementi di fondo comuni: 

  • una certa ieraticità e compostezza,
  • l'uso di veli per gli oggetti sacri,
  • l'orientamento ad Oriente nella preghiera,
  • la costante ripetizione di gesti di venerazione (inchini, baci, genuflessioni, prostrazioni),
  • la concatenazione d'azioni in un'unità di tempo non interrotta da interventi estemporanei, 
  • la creazione di atmosfere ascetiche, ecc.


Si noti come nei riti orientali si riesce a sposare la tradizione con l'uso di concessioni attuali, tipo l'utilizzo di lingue moderne.


Tutte queste liturgie sono sorrette dal senso della tradizione, ossia non sono composizione più o meno originale di un individuo o di un gruppo d'individui ma, al posto dell'inventiva individuale, vi si rispetta la ripetitività di gesti e parole che legano da secoli le generazioni tra loro. In questo modo è preservato quel "senso del sacro" che contraddistingue per eccellenza l'azione liturgica. 




Divina Liturgia nella Chiesa armena




Divina Liturgia nella Chiesa copta





Divina Liturgia nella Chiesa greco-ortodossa





Messa pontificale nella Chiesa cattolico-romana 
(rito romano tradizionale)




venerdì 20 aprile 2012

Sentimentalismo e spiritualità nella Liturgia



Un esempio di sentimentalismo in una liturgia cattolica riformata  
in cui alcuni suoi partecipanti giungono ad assumere atteggiamenti stucchevolmente teatrali
(vedi ad es. al min 2,37).

In una liturgia antica, qualsiasi essa sia, non c'è spazio per il sentimentalismo, ossia per atteggiamenti teatrali, emotivi, per lacrime, sdilinquimenti o romanticismi.

Chi ha composto i suoi testi e l'ha disposta in un certo modo, infatti, era a sua volta formato in una scuola ascetica nella quale era bandita ogni forma errata di disposizione d'animo. Questa scuola tradizionale la ritroviamo pure in  Isacco di Ninive (VIII sec.) che scrive: 

"Gli antichi padri hanno paragonato l'anima del solitario all'occhio: tutte le volte che è libero da schermi [posti davanti] alla sua vista, allora il solitario ascolta e vede con chiarezza Dio e se stesso e da qui beve l'acqua squisita dei pensieri puri" (Grammatica di vita spirituale, Roma 2009, p. 168).


A Dio si accede solo se non si è reclinati su se stessi, ossia se si è liberi da schermi. In quella condizione, come un fiore eretto verso il cielo, possiamo essere raggiunti da raggi ineffabili.

Isacco aggiunge:

"Coloro che rovinano l'ordine della preghiera con le loro volontà o con un'opinione stolta e completamente pervertita da una dottrina menzognera, [sono] dimentichi nelle loro anime della [vera] sapienza e ignorano ciò che riguarda i tempi della preghiera". (Ibid., p. 59)

L'ordine della preghiera può essere rovinato, infatti, da una disposizione tale da cortocircuitare l'uomo su se stesso, pur con le migliori intenzioni. Per riprendere l'analogia appena fatta, diveniamo come un fiore che abbassa verso terra la sua corolla. Perciò lo slancio del cuore nella liturgia dev'essere sempre moderato; contrariamente finiremo solo per considerare noi stessi. Tale moderazione viene applicata anche in quelle liturgie che, come quella bizantina, tendono ad essere molto affettive.

Nel Monte Athos, ad esempio, è assolutamente disdicevole che un monaco si commuova fino alle lacrime durante la liturgia. Se questo dovesse accadere, il monaco sa dall'inizio che deve ritirarsi nella sua cella. La sobrietà è, infatti, lo stile imperante.

Tutto questo non nasce a caso. Proviene da una sapienza millenaria per la quale è necessario che l'uomo faccia in se uno spazio vuoto per accogliere il divino quando questo vuole, in qualche modo, manifestarsi. Giovanni della Croce (1542-1591), santo cattolico dell'ordine carmelitano, si situa in questa linea quando dice: "Attraverso il nulla giungi al Tutto". 

La prassi spirituale, dunque, consiste in una pratica con la quale si dispone la propria interiorità seguendo il detto evangelico: "Pulisci prima l'interno del bicchiere, perché anche l'esterno diventi netto" (Mt, 23, 26).

Se la liturgia, come di fatto è, è un luogo in cui, attraverso i simboli, avviene una comunicazione ineffabile con la divintà, la sua efficacia può essere compromessa anche totalmente se un uomo non si dispone correttamente seguendo quel modo che la tradizione ha suggerito. Infatti: "Chi non raccoglie con me disperde" (Mt 12,30).

D'altronde, quando si perde il vero approccio spirituale,  succede un impazzamento in due direzioni: 
il razionalismo e il sentimentalismo.

Nella storia delle chiese protestanti possiamo ampiamente rinvenire questi due aspetti.

Da un lato vi sono chiese con uno stile molto razionalistico, contraddistinte da un'atmosfera molto fredda, con un approccio biblico di tipo molto intellettuale, praticamente universitario (quell'approccio che ora è entrato pure in molti commentari biblici cattolici).

Dall'altro, vi sono chiese sentimentali (pentecostali, comunità ecumeniche come quella di Taizé, ecc.).

Questa tendenza tra razionalismo e sentimentalismo ha attraversato tutte le confessioni cristiane, al punto che nel Cattolicesimo possiamo trovare impostazioni marcatamente sentimentali nei Focolarini e nei Carismatici. Nell'Ortodossia greca possiamo trovare impostazioni sentimentalistiche nelle fraternità tipo Zoé e Soter. Riguardo a queste ultime un loro grande critico fu proprio Christos Yannaras per il quale il sentimentalismo religioso è una vera e propria perversione del sacro, l'espressione di un bisogno individualistico che spezza la comunione dell'uomo con Dio. Viceversa "la Chiesa vive e funziona solo in quanto assume senza sosta le esistenze individualistiche e oggettivate per trasfigurarle in unità di vita, di relazione personale e di comunione" (Verità e unità della Chiesa, Milano-Schio 1995, p. 92).

Tuttavia è bene precisare che, mentre il razionalismo può isolare dal contatto col reale l'uomo, poiché fa della realtà una rappresentazione alquanto sommaria chiudendola in una gabbia mentale, il sentimentalismo ottura tutti i possibili canali verso il cosiddetto soprannaturale.

Non è un caso che gli antichi cristiani suggerissero alle donne di "farsi uomo". Con questo paradosso volevano invitare ad abbandonare il sentimentalismo che le avrebbe fatte aderire "pancia a terra" sul percorso nel quale, invece, avrebbero dovuto camminare. Troviamo traccia di ciò nel famoso inno alle sante non vergini: "Fortem virili pectore, laudemus omnes feminam".

Ancor più: non è un caso che tutti i canti liturgici antichi siano totalmente privi di sentimentalismo e siano ascetici al punto da parere secchi e repellenti ad un mondano! In questo, il canto bizantino eccelle.






Canto della grande ektenia (litania) nella Divina Liturgia.
Nonostante la disposizione del coro sia tale da far sembrare la liturgia un pretesto per il concerto canoro, si ha modo d'apprezzare la notevole ieraticità del canto sacro.

Il sentimentalismo, in realtà, è una "colla zuccherosa", una specie di onanismo, che chiude i canali spirituali. In questo modo, lo Spirito non può giungere perché trova l'uomo chiuso, occupato con se stesso mentre assapora le proprie emozioni, e, per lo stesso motivo, non può salire neppure la preghiera perché trova un cuore indisposto, occupato in altro. Il movimento della preghiera finisce per essere ostacolato analogamente a chi cammina guardando i propri piedi invece dei margini e della direzione della strada.


Quando nel vangelo troviamo la famosa beatitudine "beati i puri di cuore perché vedranno Dio" (Mt 5,8), il suo senso è da leggersi esattamente così: coloro che hanno tolto ogni ostacolo che li chiude e li trattiene ad osservare se stessi (hanno cioè il cuore purificato) possono essere in grado di farsi raggiungere da Dio. Ciò che non è umano si comunica solo nel silenzio dell'umano: "Dum medium silentium tenerent omnia [...] omnipotens sermo tuus Domine a regalibus sedibus venit" (Antifona ai primi vesperi dell'ottava della Natività).

Quando Cristo nel brano evangelico dice: "Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli" (Mt, 6,1), lo si può applicare anche nel caso in cui un uomo si reclini a contemplare narcisisticamente se stesso che è, appunto, il caso nel quale lo spinge il sentimentalismo. La "ricompensa" del Padre, infatti, altro non è che la comunicazione con il Cielo poiché la "ricompensa", per un cristiano, è Dio stesso, completamente altro da ogni effetto sentimentale e  discorso razionalistico. Confondere l'esperienza divina con il sentimentalismo religioso, infatti, significa confondere Dio con un idolo, cosa assai facile e ricorrente.







Questa musica religiosa (non è "sacra") è solo un esempio di canto sentimentalistico applicato alla liturgia. 

Quando attorno a noi si sente "Vado a fare esperienza di Dio"(*), a cosa ci si riferisce, in realtà? Al sentimentalismo religioso o all'esperienza divina? Essendo molto più facile e a portata di mano il primo, viene da pensare che si tratta di questo, non tanto del secondo che richiede anni di pratica ascetica.

La spiritualità, perciò, sta in ben altra parte ed è chiara solo a chi vive veramente nella tradizione. La liturgia, come prassi cristiana, se è veramente tradizionale non può non essere ascetica. In essa non sarà mai possibile equivocare la spiritualità con il sentimentalismo oramai fin troppo diffuso, quel sentimentalismo che, di fatto, porta direttamente all'idolatria ossia alla chiusura dei cieli nel cuore umano:


"chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci" (Mt 23,13).


Oggi siamo in grandissima parte nella condizione che aveva davanti a sé Cristo quando proferì quest'accusa ai farisei. Per questo le nostre liturgie sono quasi ovunque decadute e luogo di decadenza. E se questo può accadere in liturgie che hanno ancora un ancoraggio formale con la tradizione, che dire per tutte quelle che ne prescindono?




Un esempio che mostra come le influenze sentimentalistiche si siano insinuate pure in una liturgia orientale. In questa liturgia siro-ortodossa si passa dai recitativi antichi a canti decisamente moderni di tipo sentimentale (vedi ad es. al min 50,30). 
Nonostante ciò il contesto è, però, ancora tradizionale.


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(*) L'espressione diffusa negli ambienti parrocchiali cattolici, soprattutto ai giovani, è di suo quanto meno sconcertante perché riduce Dio ad un prodotto consumistico a disposizione sul "mercato religioso". Infatti l'esperienza di Dio non è qualcosa che si possa aspettare in termini di tempo. Prima di tutto non è cosa automatica e nei santi in cui è avvenuta è successa in periodi totalmente diversi: alcuni l'hanno avuta nella più tenera età mentre altri solo dopo tante sofferenze. Altri ancora solo  prima della morte.

Tuttavia, se analizziamo quest'espressione a fondo, ci renderemo conto che discende da un cortocircuito teologico in cui si proiettano su Dio realtà umane, analogamente a chi dice "io penso Dio", come se Dio fosse pensabile e riducibile all'umano pensiero. Se Dio è, in qualche modo, proiezione dell'umano (gli atei vedendo queste proiezioni si spingono a dire "invenzione" dell'umano), è logico che la spiritualità sia ridotta a sentimento e che "fare esperienza di Dio" significhi di fatto vivere sentimentalmente la fede. Tutto ciò, in definitiva, nasce da una mancata correzione apofatica in ambito teologico, che distingue bene la differenza tra Dio totalmente diverso dall'uomo e l'uomo stesso, quell'apofatismo che, viceversa, caratterizza da sempre la teologia bizantina. In contesto bizantino, infatti, un'espressione del genere potrebbe  parere ridicola, se non proprio disgustosa, proprio per la sua sottesa antropomorfizzazione del divino.

mercoledì 18 aprile 2012

Liturgia simbolica - Liturgia-spettacolo


Questa breve riflessione cercherà di rispondere ad un quesito: la liturgia è un'azione simbolica o uno spettacolo?


Liturgia simbolica


Un momento di una liturgia nella cattedrale copta di Deir Anba Bishoy


Per poter rispondere dobbiamo prima di tutto chiarire cosa sia un simbolo e, di seguito, cosa sia un'azione simbolica. Il significato di "simbolo" si trova facilmente. Si tratta, infatti, di un termine (dal greco symbàllò, «metto insieme») designante in origine le due metà di un oggetto che, spezzato, può essere ricomposto avvicinandole: in tal modo ogni metà diviene un segno di riconoscimento. Da questa primitiva funzione pratica il termine ha poi derivato una funzione rappresentativa (uno «stare in luogo di»), per cui il simbolo si avvicina strettamente al segno ma non si confonde con esso.

Nella liturgia cristiana il simbolo rappresenta un collegamento con una realtà spirituale e ineffabile. Lo stesso linguaggio teologico è simbolico laddove un termine vuole riferirsi a una realtà celeste, senza di certo poterla esaurire in una spiegazione razionale. Quando diciamo "Ave Maria", le parole usate uniscono il nostro cuore a quello della Vergine Maria. Ecco la potenza del linguaggio simbolico che nutre la liturgia. In questo caso il nome evoca una presenza. 

L'azione simbolica, dunque, comporta un'azione che ha un significato profondamente unitivo: unisce il credente con Dio. Una benedizione, ad esempio, è un'azione simbolica, il fatto stesso di muovere le mani a croce su qualcuno, significa evocare su di lui la benevolenza divina.

Non è, come vediamo, qualcosa che inizia e finisce su questa terra ma che apre i cieli e li comunica su questa terra.

Tutte le liturgie antiche sono simboliche, hanno azioni simboliche. Perciò sono spirituali, ascetiche, elevanti e determinano un'atmosfera di particolare densità, poiché muovono forze interiori.

Per questo anticamente in Occidente la liturgia aveva lunghi spazi di silenzio soprattutto lungo l'anafora (o canone): udire le parole, infatti, non era essenziale poiché erano messe in moto percezioni d'ordine spirituale per le quali i fedeli si recavano in chiesa. Non erano lì per sentire un semplice discorso, seppur cristiano.
Questo tipo di liturgie aprono necessariamente l'occhio dell'anima, spiritualizzano l'uomo. Questo genere di liturgia è realmente missionaria, nel senso che offre un'alternativa al secolarismo che svuota il cuore, precisamente indirizzando la persona a coltivare la presenza divina in sé.


Liturgia-spettacolo



 Messa-spettacolo celebrata dal cardinale di Vienna

La liturgia-spettacolo, invece, obbedisce a criteri di tutt'altro genere. E' una creazione moderna. In un certo senso ne vediamo i prodromi nel periodo barocco, per quanto a quel tempo non fosse stato ancora sfregiato il senso del sacro e il simbolo. La liturgia barocca, proprio perché aveva un fine estetizzante, era spesso un bello spettacolo col rischio di fermare alcuni solo alla sua apparenza esterna, estremamente curata (pensiamo solo ai Vesperi alla Beata Vergine di Monteverdi, composti per essere celebrati). 

Recentemente, sono stati ripresi alcuni presupposti di quel tipo, tirandoli, però, ad estreme conseguenze. Oggi il fine consiste nel coinvolgere le persone meglio possibile e, per questo, si finisce per obbedire a criteri d'ordine profano, con una spettacolarizzazione progressiva e superficiale della Messa.



In questa foto vediamo una chiesa cattolica nella quale, per seguire meglio quanto avviene sull'altare, sono stati posti dei televisori. Non si potrà mai dire troppo male riguardo a questa soluzione che rende la partecipazione alla liturgia come qualcosa obbligatoriamente da "guardare", non necessariamente da vivere. Tutto ciò va nella direzione dello spettacolo con il lato peggiorativo che interpone un diaframma tra l'osservatore e la realtà, diaframma rappresentato dallo schermo TV che filtra la realtà presentandola come pura immagine artificiale. Tutto ciò è più che eretico e ci separa sostanzialmente dall'ethos antico nel quale, vivere la liturgia, significava interiorizzarne il mistero senza necessariamente vedere cosa fisicamente avveniva in presbiterio o sull'altare (allora coperto da tende o, come succede in Oriente, da un'alta iconostasi).


In questa prospettiva, il simbolo non ha molta importanza. Quello che è importante è, direi, la superfice delle cose per cui il senso spirituale e l'esperienza interiore non hanno più luogo d'essere. Coinvolgere le persone, prestare attenzione affinché la gente sia partecipe in modo attivo, come la platea che applaude dopo ogni numero del circo. Ecco il fine: avere emozioni non dissimili a quelle che si hanno davanti ad uno spettacolo profano edificante, ad un racconto commovente, ad un teatro accattivante. Qui il sacerdote diviene un bravo intrattenitore perciò non è importante che sia un uomo spirituale. Purtroppo così egli diviene un uomo soggetto alle apparenze, come la maggioranza degli uomini di questo secolo. La liturgia-spettacolo è decisamente una liturgia anticristiana perché disattenta precisamente al nucleo stesso con cui il Cristianesimo vive: l'esperienza spirituale interiore. Questo dato è trascurato proprio perché non è  affatto centrale. E questo indica la gravità della situazione.



martedì 17 aprile 2012

Il movimento del corpo nella liturgia



Il corpo inclinato, in un momento del Canone Romano, nella liturgia tradizionale che risale a san Gregorio Magno



Ecco un altro argomento totalmente trascurato. Se è vero che la liturgia è il luogo in cui avviene un misterioso incontro con la divinità, attraverso i simboli dell'azione sacra, tale incontro tocca in qualche modo anche il nostro aspetto corporeo. Non mi riferisco semplicemente al fatto che siamo toccati da luci, colori, profumi, suoni. Mi riferisco anche al fatto che è il nostro corpo che cambia, muovendosi in modo differente.


Il corpo nella liturgia è chiamato a lavorare, come già dicevo tempo fa, assumendo differenti posizioni. Nelle liturgie antiche il corpo faceva, in qualche modo ginnastica: in piedi, in ginocchio, prostrato, seduto, di nuovo in piedi e così via.

La chiesa, così, era anche simile ad una "palestra". 
Ma nella liturgia il corpo è chiamato a muoversi in un modo tale che deve riflettere una condizione dell'animo pacificata, partecipe di una realtà appagante e beata.


Non è concepibile un movimento a scatti, troppo lento o, al contrario forsennato e violento. Non sono concepibili corpi legnosi, meccanici o rigidi ma in una condizione ottimale si devono esprimere rilassati riflettendo quello che dice il salmista: "Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia" (sal 130,2).

Non si tratta di ricercare un'estetica dei movimenti a tutti i costi(*) ma di salvaguardare dei dati interiori che affondano la loro ragione nell'essenza della liturgia.
Inoltre, un movimento uniforme e armonioso fa in modo che l'attenzione degli astanti scivoli velocemente verso il mistero spirituale che si cela nella liturgia senza fermarsi sul sacerdote. La "danza" sacerdotale attorno all'altare, come quella degli sposi nella consuetudine bizantina, è pacata, armoniosa, dolce. E così tutti gli altri movimenti corporei nella liturgia.

Per essere chiaro propongo due filmati nei quali si può notare ciò che è da fare e ciò che è da evitare.


Il primo filmato non è perfetto, ma tende abbastanza bene a quanto sto dicendo. Vediamo cosa succede in un'abbazia benedettina tradizionale francese. Notiamo il movimento del celebrante in varie fasi della cerimonia di consacrazione della chiesa. Nonostante sia una persona anziana, osserviamo che mantiene un ritmo costante nel movimento, nell'incensazione, nella processione. Lo stesso si nota per la processione delle reliquie quando tutti gli astanti accompagnano le stesse fino alla chiesa. La moderazione dei movimenti e una certa ieraticità (ma non meccanicità!) è d'obbligo all'interno di un contesto tradizionale.






Nel secondo filmato, tratto da una chiesa greco-ortodossa durante la cerimonia del sabato santo mattina, notiamo un sacerdote che esce dal santuario gettando foglie di alloro ai fedeli. Questo gesto tradizionale, viene qui stravolto con un movimento assurdo del corpo, fatto di corsa, come chi sta per perdere il tram. Anche questo è un segno che in Oriente stanno entrando modalità antitradizionali, legate ad un discutibilissimo gusto soggetivistico. Anche qui, per questo preciso motivo, il ridicolo inizia ad insinuarsi e con esso l'inizio di una desacralizzazione della liturgia. Non meraviglia che chi abbia fatto il video lo abbia commentato con una musica da disco-dance.




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(*) L'estetica dei movimenti la ritrovai, anni fa, in un benedettino solesmense fuggito dalla sua abbazia poiché non concordava con i suoi nuovi orientamenti modernizzanti , p. Le Boulch. Questo monaco, in seguito, divenne professore di liturgia nel seminario tradizionalista di Ecône, in Svizzera. Quando celebrava aveva un movimento talmente armonioso del corpo che poteva essere paragonato a quello di un danzatore di musica classica. Non aveva nulla di ridicolo ma si sentiva che neppure quel caso poteva essere ottimale, dal momento che era molto attentamente studiato. Il suo modo di celebrare era talmente estetico che, da allora, non vidi più qualcuno che raggiungesse tali punte di estetismo, neppure nell'abbazia benedettina di Fontgombault (Francia) in cui, come si sa, le celebrazioni sono molto estetizzanti.

lunedì 16 aprile 2012

L'unità di tempo nella Liturgia


Quanto sto per scrivere prosegue il discorso fatto fino ad ora. Sono analisi elementari ma che paiono totalmente dimenticate nel nostro contesto attuale.

Per essere molto chiaro faccio un esempio assai semplice.

Immaginiamo d'essere in un teatro mentre si sta eseguendo un'opera o mentre si sta eseguendo un concerto.

Il direttore d'orchestra sta dirigendo l'insieme degli strumenti, la cui musica crea nel nostro animo molte sensazioni.

Ad un certo punto, dalla platea, suona un telefonino.

Il direttore, innervosito, interrompe l'esecuzione, si volge agli astanti e li invita calorosamente a spegnere tutti i cellulari con voce visibilmente irritata.

Cos'è stato peggio? Che sia squillato un cellulare o che l'orchestra sia stata obbligata a fermarsi?

Non ci sono dubbi che il peggio è rappresentato dal secondo caso e, credo, che tutto ciò sia chiaro a tutti.

L'interruzione della musica ha, in un certo qual modo, spento il paesaggio di sensazioni che si stava dipingendo nell'animo umano, è stato un evento paragonabile ad uno sfregio nella tela di un dipinto. Come lo sfregio su una tela, quest'interruzione ha segnato con un non so che di violento l'animo di chi stava fruendo il concerto obbligandolo a distrarsi.

Ora, quello che è chiarissimo per l'arte musicale risulta totalmente oscuro a chi assiste alla liturgia odierna.

Come mai?

L'esecuzione della liturgia come una serie di azioni sacre, all'interno di un quadro coerente in un'unità di tempo prestabilita oggi è stata frantumata e questo, in gran parte, per opera del clero.

Nella liturgia riformata del mondo cattolico, infatti, soprattutto nella cosiddetta messa, sono state inserite molte pause, riflessioni, monizioni, interventi. L'esecuzione della preghiera avviene a singhiozzi, il tempo liturgico viene continuamente spezzettato, come se, in un aereo in fase di decollo venissero di continuo azionati i freni.

La rottura dell'unità di tempo determina la grave conseguenza del decadimento della preghiera e dell'assenza di "densità" o di sacralità nel momento liturgico.

Tutto questo va contro la prassi ascetica tradizionale che prevedeva una preghiera personale senza interruzioni e distrazioni. Gli autori ascetici scrivono, infatti, che il demonio può distrarre la mente "a sinistra" dell'asceta (ossia con pensieri che non c'entrano nulla con la pietà, come quelli impuri), ma pure "a destra" dell'asceta (ossia con pensieri pieni di pietà). Il fine ottenuto è proprio quello di disperdere lo spirito, fiaccandolo, impedendogli d'imprimere energia alla preghiera e, in definitiva, fermando la preghiera stessa a favore di una "comprensione" razionalistica.

Non avviene, forse, esattamente lo stesso quando vengono fatte continue monizioni, esortazioni, pii interventi, osservazioni, all'interno delle liturgie cattoliche odierne?

E' chiarissimo che è così: l'adorazione si è disciolta in mille rigagnoli di pie intenzioni e questo è reso possibile proprio per aver fatto decadere la liturgia ad un puro discorso catechetico in varii suoi momenti, con la conseguente rottura dell'unità del tempo liturgico.

Ovviamente queste evidenze vengono tutt'altro che insegnate nei seminari in cui si forma il clero cattolico. L'azione oggettiva della liturgia, quale preghiera di tutta la Chiesa, viene progressivamente sostituita dall'azione pietistica dell'individuo, dal suo desiderio di razionalizzare il mistero sottraendo alla vita l'azione sacrale del culto liturgico.

Duole constatare che questo fenomeno di decadenza sta iniziando a riguardare lo stesso mondo bizantino, di suo tendenzialmente molto più conservativo.

Mi è stato riferito che qualche domenica fa un sacerdote ha interrotto la liturgia per sgridare un fedele al quale era squillato un telefonino, facendo una vera e propria scenata nevrotica.

La Chiesa (sia in Occidente che in Oriente) tradizionalmente non prevede interruzioni nella liturgia. Le interruzioni sono previste solo in occasione di gravi eventi (guerra, assassinio in chiesa, terremoto, ecc.). In tutti gli altri casi la liturgia deve proseguire perché deve rispettare una sua unità interna che le permette d'eseguire un lavoro di grazia nell'animo del fedele.

Dirò di più. Un sacerdote che, per uno squillo di telefono, s'inquieta così tanto, dimostra di non essere rapito dal mistero che sta celebrando. Egli, come tutti quei fedeli che al minimo rumore si guardano attorno, sembrano realmente essere fuori posto. Qui, allora, c'è una celebrazione più formale che reale, un'assistenza più sterile che fruttuosa.

Il cristiano che permette al suo cellulare di suonare lungo la liturgia manifesta chiaramente una certa incuria e non è da scusare. Ma mille volte peggio è il prete che interrompe la liturgia. Nel monte Athos ci sono dei monasteri i quali hanno le cucine molto vicine alla chiesa. Succede, così, che quando si celebrano i misteri divini sia inevitabile che i rumori della cucina si mescolino un poco con i canti della chiesa. L'insieme, però, risulta essere gradevole anche per chi sta alle porte della chiesa e offre l'impressione che la benedizione della chiesa si effonde in ogni dove, pure nelle cucine in cui si fa un certo lavoro per la comunità monastica. E' l'uomo che in ogni sua condizione viene raggiunto dal sacro e nulla interrompe tale diffusione, com'è giusto che sia. Tutto ciò pare sfuggire perfino ad un certo clero bizantino presente in Italia, segno della progressiva secolarizzazione di quest'ultimo.

E' ovvio, allora, che attraverso queste interruzioni della preghiera avvenga la rottura dell'unità di tempo nella liturgia e che quest'ultima inizi a desacralizzarsi. Non si può sostenere il contrario; sarebbe analogo a chi, rompendo una conduttura d'acqua, sperasse ingenuamente che il liquido potesse ugualmente percorrere la lunghezza della tubatura per giungere fino al rubinetto.

Solo un serio recupero dei dati tradizionali e dei presupposti ascetici è in grado di sanare questa situazione alterata e alterante, fortemente diseducativa, dalla quale i credenti escono con più fame e sete di prima. Ma la tendenza odierna nelle chiese va ancora troppo nella direzione della desacralizzazione.




Un caso-limite in cui, ritenendo possibile qualsiasi tipo di esortazione, un prete si lascia andare ad atti violenti verso una fedele, lungo la cerimonia di un battesimo. L'azione liturgica viene sfregiata in modo evidente. Senza tuttavia giungere a questi eccessi, il fatto stesso d'interrompere la liturgia con inserzioni "didattiche", frantumandone l'azione unitaria, porta allo svilimento della liturgia stessa in quanto irradiazione costante di grazia nei credenti in favore di una sua pura esteriorizzazione spettacolarizzante.

venerdì 6 aprile 2012

L'atmosfera della liturgia



Le lunghe liturgie che caratterizzano la settimana santa nelle chiese latine tradizionali e in quelle greche c'impongono delle osservazioni di carattere generale.

Innanzi tutto, ci si rende conto che il tempo richiesto dalle celebrazioni prende buona parte della mattina o della sera. I lunghi mattutini "delle tenebre", secondo la consuetudine canonicale e monastica latina, gli "Uffici dello Sposo", nella consuetudine bizantina, richiedono almeno due ore. Nel mondo orientale, giungiamo addirittura a superare le tre ore.

La liturgia tradizionale degli oli santi (Messa crismale) occupa l'intera mattinata del giovedì santo.

Perché delle liturgie così lunghe? Nel mondo attuale molti sono incapaci di sopportare tale durata. Per questo le liturgie cattoliche attuali hanno scelto tempi brevi col rischio di sostenere i propri fedeli nella loro debolezza, come se in palestra si decidesse di rafforzare un corpo prolungandone il rilassamento.

Eppure queste liturgie hanno una loro ragione d'essere. Fanno entrare chi vi partecipa in un'atmosfera necessariamente differente e perché questo accada ci vuole un minimo sforzo.

Sia il mondo greco che quello latino antico e tradizionale danno la percezione di una "densità" particolare, lungo lo svolgimento delle preghiere, una "densità" in grandissima parte evaporata nei riti latini attuali i quali preferiscono piuttosto condividere la scioltezza, la discorsività, l'arte dell'intrattenimento che si riscontra nel culto protestante il quale, a sua volta, non si discosta da una lezione scolastica didatticamente attraente. Ma è questo il culto cristiano?

Il lungo tempo richiesto da una liturgia tradizionale ci mostra, inoltre, un altro elemento: qui l'uomo abita, non transita di passaggio. Le preghiere diventano la sua casa, il suo cibo col quale si nutre tranquillamente, incurante del tempo che scorre. Non è pioggia che scivola via sulla pelle, è bagno caldo nel quale si è immersi, profumati e riscaldati.

La liturgia antica della luce, nel sabato santo, se rispetta la consuetudine tradizionale, occupa parte della notte. La liturgia bizantina del sabato santo occupa ugualmente molte ore notturne. Non è possibile decurtare, riassumere, queste liturgie senza negativi contraccolpi. (Quanto sono ridicole, se non blasfeme al significato intrinseco del simbolo, quelle liturgie notturne del sabato santo che si tengono nella luce vespertina, anticipate di molto pur di non stancare le persone per una veglia di solo un paio d'ore della notte!).

In Occidente l'aver voluto adeguare le liturgie alla debolezza (sempre più marcata) dei popoli, le ha rovinate finendo per svuotarle dalla loro intensità. C'è il reale rischio che siano divenute sale non salato!

Recentemente ho assistito ad una messa crismale nella quale non riuscivo a percepire quell'atmosfera di densità che normalmente si sente in una liturgia tradizionale. Nonostante fosse eseguita con ordine e senz’alcuna artefazione, la sensazione che infondeva era quasi di banalità, di appiattimento. La messa scorreva con una certa fretta dalla quale sembrava trapelare l’insofferenza di chi la svolgeva.

Non riuscivo ad irritarmi, per un approccio così superficiale, ma provavo una radente malinconia. Avevo l'impressione d’assaggiare un vino annacquato. Non potevo classificarlo come acqua (una riunione profana) ma ero certo che non si trattasse di puro vino (una liturgia sacra). Certe cose si sentono a pelle, coinvolgono l'interiorità e, immediatamente, danno una sensazione di verticalità o di appiattimento, ci si sente sollevare o abbassare.

Mi sembrava che il clero di quella messa fosse come certi cagnolini bagnati i quali s’agitano violentemente per scrollare l'acqua dal loro pelo. Avevo la netta sensazione che quei preti non riuscissero ad "abitare nella liturgia" ma ne transitassero solamente. E se il clero non "abita" naturaliter nella liturgia, vien da pensare che abbia il cuore altrove. Se questi sono i pastori, ai quali viene chiesto di più, come possiamo pretendere che i laici siano meglio?

Viceversa, in un contesto orientale, ricordo che anche il clero più disinteressato e secolarizzato riusciva, in qualche modo, ad entrare nella "casa" della liturgia, ad abitarvi. Non sentivo quel senso di fastidio per le lunghe preghiere, semmai, nel caso peggiore, una pacifica rassegnazione. E si sa che le liturgie orientali sono più ampie rispetto alle corrispondenti liturgie latine tradizionali. Non penso che tutto ciò sia dovuto ad una semplice questione di mentalità o di cultura. D'altronde, nel mondo cristiano un incolto che conserva e pratica le buone tradizioni si nobilita. Viceversa un intellettuale che rigetta tali tradizioni diventa come un villico analfabeta: almeno per alcune cose, s'inspessisce, diviene grossolano, se non proprio insopportabilmente volgare.

In conclusione si può aggiungere che la liturgia è sempre lo specchio e l'immagine di una chiesa, ne indica lo stato di salute.

Quello che in Occidente manca, non è tanto una comprensione razionale del rito. Da noi c'è così tanta comprensione razionale d'aver creato un enorme equivoco: si pensa che pregando nella lingua corrente, inculturando il culto, si ha, in qualche modo, capito tutto della liturgia, mentre ci si è esclusi dalle sue mistiche profondità che richiedono un ben altro approccio. L'attuale razionalismo teologico nella liturgia crea un atteggiamento simile a chi, vedendo una mela, pensa che il frutto si esaurisca nel colore e nella consistenza della sua buccia...

Quello che in Occidente manca, è quella percezione sacra che non ha bisogno di traduzioni, introduzioni, monizioni, raccomandazioni, agitazioni, imposizioni. E' quel senso del sacro, quel sapore particolare il quale, proveniente da un'intensità di spirito e di grazia, avvolge la persona e la porta immediatamente alla percezione intuitiva di un altro mondo che illumina e infonde speranza al mondo presente. E' questo che continua drammaticamente a mancare e che, tuttavia, i culti antichi comunicavano senza tanto fragore e preoccupazioni razionalistiche.

Oggi le idee su tali argomenti, sono purtroppo lungi dall'essere chiare per cui si continua a mescere vino e acqua spacciando la bevanda risultante per vino autentico. Eppure, nonostante le raccomandazioni pressanti del povero oste di turno, chi beve questo vino annacquato rimarrà sempre insoddisfatto e con la sensazione, più o meno cosciente, d'essere stato imbrogliato.