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sabato 18 febbraio 2012

La santità nella Chiesa



Al momento del "Credo", che trova spazio in tutte le liturgie tradizionali, si confessa: "Credo la Chiesa una, santa...". In un altro scritto avevo specificato il significato dell'unità della Chiesa, unità che non viene mai meno nonostante le divisioni.


Qui osserveremo una delle espressioni della sua santità: il fatto che genera dei santi. Nessuno da ciò che non ha. La Chiesa non può dare quanto non le è proprio ma, in chi lo rende possibile, può esprimere la sua santità.

L'uomo santificato non è qualcosa di realmente interessante, per l'uomo d'oggi, o almeno così sembra. Si potrebbe dire che il termine "santo" assieme al termine "grazia" abbiano subìto la mala sorte d'un reale oblìo pure all'interno dello stesso Cristianesimo occidentale.

In quest'ambito santo è equivalente a "benefattore sociale". In realtà per quanto un uomo santificato possa anche irradiare socialmente - in forma d'azione benefica - la sua santità, quest'equivalenza è molto riduttiva. Ad essa sfugge completamente il fatto che il santo è qualcuno che avvicina a Dio o, come si dice in Oriente, porta Dio in se stesso  (theophoros). 

Dio non è un concetto astratto o filosofico. E' una realtà che ha in sé la pienezza della vita, è l'origine della vita. Un santo in senso vero e completo non puo' che essere un "mistico", ossia un uomo che "sente" e "dialoga" con la presenza divina in sé. In questo senso, il santo è immagine vera della Chiesa.

Il santo non si limita ad essere un semplice "uomo virtuoso" ma, oltrepassando la semplice coerenza etica, giunge alle vette della vita cristiana. In questo senso, non è un semplice  "modello" ma un'icona nella quale si manifesta la misericordia e l'amore divino.

Il santo è un uomo staccato dalle contingenze del mondo (soldi, attaccamenti mondani) perché è collegato direttamente con il mondo divino che, contemporaneamente, è il mondo futuro nel quale tutte queste cose non hanno senso. E' realmente un "ponte" gettato verso il mondo futuro; egli ne è un'anticipazione.

Il santo è un uomo roccioso, stabile, nulla lo scuote e lo agita, osserva dall'alto le cose, come dalla punta di una montagna. La sua presenza, però, non è pesante, opprimente, fastidiosa. Ha una leggerezza straordinaria e si fa realmente amare: segna il cuore di chi incontra con una calda impronta lasciata da qualche sua parola, da un suo semplice sguardo.

In questo senso, egli è veramente l'immagine della Chiesa umile, povera, che accoglie ma che sa cambiare in meglio chiunque.

Quando la Chiesa propone alla venerazione delle persone così, sa di offrire una forte alternativa allo stile di un certo  uomo postmoderno: egocentrico, nevrotico, arrivista, affarista, bramoso di fama e di successo.

Se i responsabili della Chiesa dovessero, per errore, proporre un uomo sbagliato alla venerazione, sfigurerebbero l'immagine stessa della Chiesa. In quel caso sarebbe peggio di un delitto.

L'intenso carattere del santo, di cui ho delineato qualche tratto, non è affatto compatibile con personalità nelle quali siano ancora forti le passioni umane, come l'attaccamento al denaro, il bisogno di vanagloria, di potere mondano e cose simili.

Questo lo si può affermare per tutti i tempi. Non si può, ad esempio, dire che 500 anni fa c'era un'altra cultura per cui si deve scusare quel tal uomo di Chiesa irascibile, mondano o legato ai soldi. In tutti i tempi il vero santo non può mai avere avuto tali caratteristiche perché i segni che Dio lascia nell'uomo, quando costui lo permette, sono sempre identici, a prescindere dai tempi. Ad esempio, quando Cristo dice: "Non si può servire Dio e mammona", stabilisce un principio che non è valido solo in un certo tempo, ma sempre. 

L'autentico santo, dunque, è un asceta e non potrebbe essere altrimenti.

Purtroppo non sempre quanto ci viene proposto potrebbe  rispettare questo chiaro riferimento. Non è mia intenzione entrare in polemica ma non posso non osservare che nella storia possono esserci state strane incongruenze.

E qui sono obbligato a riferire un fatto successo alcuni anni fa.

Attorno al 2000, una coppia d'intellettuali, Monaldi e Sorti, ha fatto un romanzo, basato su ricerche storiche. Rinvenirono un "libro mastro", ossia un registro contabile appartenuto a papa Innocenzo XI e a suo fratello nel quale erano registrati i movimenti di denaro. Attraverso questo registro e altre documentazioni, la coppia scoprì che il papa aveva prestato un'ingente somma di denaro a Guglielmo d'Orange, nobile olandese. Quest'ultimo poté restituire il debito con gli interessi solo quando riuscì ad impossessarsi del trono d'inghilterra, allontanando l'eventualità che vi s'insediasse un re cattolico. Il papa non si oppose affatto a tutto ciò, anzi la favorì. 

Ora, questo fatto potrebbe parere una "normale" vicenda storica, per quanto sia comunque strano che un papa abbia aiutato i protestanti in piena epoca controriformista.


Se le cose stanno veramente in questi termini, ci sono delle conseguenze inquietanti dovute al fatto che questo papa fu beatificato da Pio XII nel 1956 e che nel 2003 pare lo volessero canonizzare, ossia dichiarare santo impegnando, in quest'atto, la cosiddetta infallibilità della Chiesa cattolica.

Su questo romanzo e sui suoi autori molti hanno forti riserve. Le notizie storiche riportate nel romanzo, da me rilevate e che gli autori documentano con ricerche d'archivio, se si possono interpretare come una smentita della santità di questo papa, rivelano qualcosa di grave, precisamente il contrario di quanto si sosterebbe su wikipedia, alla voce "Innocenzo XI":


"papa Innocenzo XI condannò pure l'usura e perfino cercò (in anticipo sui tempi) di giungere all'abolizione totale del commercio degli schiavi, sul quale era assai informato, in quanto riceveva personalmente i missionari, al fine di essere tenuto al corrente sulle situazioni locali". Altrove si scrive pure che ridusse quasi sul lastrico la famiglia a causa della sua attività benefica.


Rivelano pure il contrario di quanto Pio XII ebbe a dire nel 1956: "Sotto questo aspetto Innocenzo XI varca con lo spirito i confini del suo secolo, e, quasi redivivo nel nostro, insegna agli uomini di oggi, mortificati da tanti tragici errori, che lo scampo consiste nel rigenerarsi spiritualmente e moralmente; mentre indica ai cristiani, assetati di rinnovamento, ma sgomenti per tante apostasie nel popolo, quale sia la sicura base di ogni spirituale rinascita".

Ora se dovessimo scoprire che un santo non è tale, sulla base d'incontrovertibili prove, ossia che è impelagato in traffici mondani e in questioni di denaro, dobbiamo per forza concludere che qualcosa non va in chi lo vuole proclamare come esempio cristiano a tutti i costi.


Il rischio di proporre esempi cristiani tirando in ballo persone non proprio esemplari non è una cosa impossibile, se si pensa al fatto che ci sono almeno alcune beatificazioni discutibili nella storia.


Non voglio aprire polemiche ma fare riflettere. Ed è per tal fine che allego una pagina tratta dal romanzo storico dei due autori summenzionati e un'intervista agli stessi. Tengo a precisare che non prendo necessariamente le difese di questi romanzieri ma assumo come ipotesi la veridicità della loro valutazione storica per osservare le conseguenze alle quali si potrebbe venire incontro in questo caso che fa da esempio o paradigma per qualsiasi altro caso analogo.

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«Il Beato Innocenzo fu complice dei protestanti a danno dei cattolici; lasciò che l’Inghilterra fosse invasa da Guglielmo d’Orange, e solo per farsi restituire un debito in denaro.
Papa Odescalchi fu poi finanziatore del traffico negriero, non rinunciò a possedere schiavi personalmente e trattò con crudeltà sanguinaria vecchi e moribondi.
Fu un uomo gretto e avaro, incapace di elevarsi al di sopra delle preoccupazioni materiali, ossessionato dal pensiero del lucro e del denaro.
La figura e l’opera di Innocenzo XI furono quindi celebrate ed elevate ingiustamente, con argomentazioni false, fuorvianti o parziali. Vennero occultate le prove: l’inventario del testamento di Carlo Odescalchi, le lettere e le ricevute commerciali dell’archivio Odescalchi dal 1650 al 1680, la corrispondenza del segretario di Stato Casoni, i chirografi sugli schiavi citati da Bartolotti, più altre carte di cui segnalo la scomparsa, per lo più inspiegabile nei documenti finali.
Alla fine trionfò dunque la menzogna, e il finanziatore degli eretici fu detto Salvatore della Cristianità. Il commerciante avido divenne un saggio amministratore, e il politico testardo uno statista coerente; la vendetta si travestì da orgoglio, l’avido venne chiamato frugale, l’ignorante si trasformò in uomo semplice, il male prese i panni del bene e quest’ultimo, abbandonato da tutti, si fece terra, polvere, fumo, ombra, nulla.»
(Monaldi & Sorti, Imprimatur, Addendum, pagg. 529-530). 


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Il Papa, gli eretici e l’Inghilterra

(Dalla testata cattolica "30 giorni"
http://www.30giorni.it/articoli_id_190_l1.htm?id=190)


Un romanzo storico che sale in vetta alle classifiche di vendita e una curiosa scoperta: l’alleanza tra Innocenzo XI e l’eretico Guglielmo d’Orange. Parlano gli autori

di Davide Malacaria


Imprimatur è un romanzo storico scritto a quattro mani. Autori due giornalisti italiani, Rita Monaldi e Francesco Sorti che vivono a Vienna e sono ambedue laureati in lettere. Atto Melani, il protagonista del libro, è stato l’argomento della tesi svolta da Sorti. Li abbiamo contattati, spinti dalla curiosità, dopo aver letto, in appendice al volume, le fonti storiche che rivelerebbero la segreta alleanza tra gli eretici Orange e il papato. Anche se non usuale, rispettiamo la volontà degli autori di parlare ad una sola voce.

Come è nata l’idea di fare questo romanzo?

RITA MONALDI e FRANCESCO SORTI: L’idea è nata nell’ambito della nostra attività giornalistica, nel registrare i tanti torti di oggi di fronte ai quali si rimane impotenti… È stato un modo per tentare di riparare almeno ai torti del passato. Il nostro libro, infatti, è dedicato “ai vinti”, perché la storia la fanno i vincitori.

Vi riferite alla storia di Innocenzo XI?

MONALDI e SORTI: Veramente questo è venuto dopo, in corso d’opera. L’idea è nata rileggendo in chiave diversa le vicissitudini storiche di Nicolas Fouquet e di Atto Melani, personaggi che il nostro romanzo, con tutti i limiti del caso, vuol tentare di riabilitare. Nel caso del Melani poi, si trattava di far uscire dall’oblio un personaggio relegato a questa condizione dalla storiografia ufficiale.

Veniamo ai documenti inediti su Innocenzo XI…

MONALDI e SORTI: La causa di beatificazione di questo Papa inizia dopo la sua morte, poi si blocca per secoli, fino a quando, nel 1956, viene finalmente beatificato. A bloccare per lungo tempo questa causa sono state, tra l’altro, proprio le voci che vedevano in lui uno dei finanziatori, se non il principale finanziatore, del golpe che nel 1688 ha portato al potere gli Orange e ha consegnato agli eretici l’Inghilterra. Nelle nostre ricerche storiche abbiamo rintracciato documenti inediti che provano questo legame che si è sempre voluto negare. D’altronde è comprensibile: per la Chiesa riconoscere che un Papa aveva finanziato degli eretici contro i cattolici Stuart… Né d’altro canto questo legame poteva far piacere agli inglesi, che vedono in Guglielmo d’Orange una sorta di padre della patria.

E quali sarebbero questi documenti originali?

MONALDI e SORTI: Anzitutto i libri mastri della casa Odescalchi, la famiglia di Innocenzo XI, che svolgeva attività bancaria. In questi libri sono annotate tutte le transazioni finanziarie effettuate. Leggendoli con attenzione abbiamo notato che ingenti somme sono andate a finire, tramite vari intermediari, come i veneziani Cernezzi e Rezzonico, nelle casse degli Orange. Inoltre abbiamo rintracciato anche la documentazione cifrata che riguarda la vicenda del principato degli Orange. In estrema sintesi, alla morte di Innocenzo XI, quando ormai gli Orange sono padroni della lontana Inghilterra, questo principato chiede al papato di passare sotto la giurisdizione pontificia e ciò proprio per porre fine al pesante drenaggio fiscale che su quella popolazione si stava effettuando per ripianare i debiti contratti dagli Orange con il Papa precedente. Offerta che ovviamente il successore di Innocenzo XI, Alessandro VIII, respinge perché troppo imbarazzante. Tra l’altro siamo rimasti molto sorpresi nello scoprire che il principato degli Orange era a ridosso dei possedimenti pontifici di Avignone, anzi questi ultimi erano una specie di enclave al suo interno.

Ma voi spiegate nel libro che il Papa aveva posto fine al suo lavoro di banchiere, lasciando l’attività al fratello Carlo. Quindi poteva non essere al corrente di questi presunti prestiti.

MONALDI e SORTI: Nel suo testamento Innocenzo XI annota che l’attività è sempre rimasta indivisa con il fratello, è un bene comune.

Nel romanzo avete riportato che l’ipotesi di questi prestiti circolava già all’indomani della morte del Papa, eppure il processo di beatificazione è andato avanti. Insomma la circostanza è stata smentita.

MONALDI e SORTI: Questa tesi è stata molto dibattuta nei secoli e ha trovato smentite. Chi ha modo di leggere le pagine in appendice al nostro libro capirà che tali smentite non sono poi così convincenti. In ogni caso i documenti che abbiamo trovato non sono mai stati esaminati nel corso del processo di beatificazione. 

Avete sottoposto la vostra scoperta a degli storici?

MONALDI e SORTI: Sì, ma ancora non abbiamo avuto risposte. Comunque teniamo a dire che il nostro libro è e resta un romanzo. Se avessimo voluto scrivere di storia avremmo scritto un saggio. Nel nostro lavoro ci siamo imbattuti in questa documentazione: agli storici il compito di fare chiarezza. Teniamo a specificare anche che Imprimatur non vuole assolutamente avere una valenza anticlericale o anticattolica. Riteniamo che la Chiesa sa fare i conti con il suo passato: se ciò che abbiamo trovato corrisponde al vero, non resterà nascosto.

venerdì 17 febbraio 2012

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date!



Se si fa una breve ricerca nel Nuovo Testamento del termine  “gratuitamente”,  δωρεάν in greco, ne escono alcune ricorrenze significative:

In Mt 10,8, Cristo comanda: “Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. La potenza di guarigione che i discepoli di Cristo hanno ricevuto, è data dalla Grazia, una forza che proviene da Dio e tocca l’uomo. San Paolo, a tal proposito, afferma che i credenti “Sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù” (Rm 3,24).

L’unico requisito per essere toccati da tale forza è, dunque, avere un cuore puro e disponibile a Dio. Non è possibile acquistare il favore divino come se fosse una merce qualsiasi. Anzi: la sua mercificazione lo rende prodotto di questo mondo e crea i presupposti per la sua inefficacia. I discepoli, allora, operano gratuitamente, ben sapendo la fragilità di tale dono.

Un esempio fra tutti è quello offerto da san Paolo il quale, pur potendo chiedere d’essere mantenuto per la sua attività apostolica, preferiva lavorare per mantenersi e predicare gratuitamente: “Qual'è dunque la mia ricompensa? Quella di predicare gratuitamente il vangelo senza usare del diritto conferitomi dal vangelo” (1 Cor 9,18).

Altrove scriverà: “..forse ho commesso una colpa abbassando me stesso per esaltare voi, quando vi ho annunziato gratuitamente il vangelo di Dio?” (2 Cor 11,7). L’apostolo si spingerà perfino a giustificarsi: “Né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi” (2 Ts 3,8).

In questo modo, l’Apostolo evitava quei problemi che avrebbero potuto insorgere se fosse stato mantenuto e dava forza al vangelo e alla sua efficacia salvifica che agisce sempre gratuitamente, come nell’Apocalisse si nota: “A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita” (Ap 21,6).

Purtroppo non sempre si è tenuta quest’attenzione nella storia della Chiesa.

Commercio delle indulgenze in una stampa d'epoca
Non serve ricordare il famoso commercio delle indulgenze che contribuì a creare la crisi luterana e la scissione di tutto il nord Europa dalla Chiesa cattolica romana. Da allora se è vero che abbiamo avuto personalità esemplari, frugali e parche, per nulla attaccate al denaro, è anche vero che ci sono state molte “pecore nere”. Il bisogno che la Chiesa sia povera per testimoniare efficacemente Cristo non è, purtroppo, manifestato solo oggi. E’ un bisogno vecchio di secoli.

L’attività principale del clero è quella d'amministrare i sacramenti. Come non applicare il detto “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” anche in questo campo? Purtroppo sappiamo che non sempre è stato o è così.

Se spesso nella Chiesa si salva l’apparenza delle cose, nella sostanza ci sono molte cose strane, molti abusi, molte abitudini che andrebbero estirpate e che forse non saranno mai sufficientemente corrette.

Faccio un semplice elenco di fatti che riguardano sia la confessione cattolica che l'ortodossa, per quanto il mondo cattolico in Italia abbia "meccanismi" finanziari un poco differenti rispetto a quello ortodosso, più grezzo e pacchianamente smascherato in fatto di soldi.

Anni fa iniziai a sorprendermi quando seppi che, quando qualcuno voleva una messa celebrata da un abate benedettino di un certo monastero, per consuetudine doveva versare un’offerta di almeno 500.000 lire. Allora mi meravigliai ma, evidentemente, dovevo ancora vedere altro.

Conosco una signora greca, che abita a Tessalonica. Ad un certo punto doveva far battezzare la nipotina. A tal fine, si recò in una parrocchia per stabilire il giorno della cerimonia. Il parroco, senz'alcuna esitazione, le chiese 800 euro adducendo quale banale scusa, il fatto che avrebbe dovuto pagare la donna delle pulizie e il sacrestano.

In certe Chiese ortodosse (anche in Italia) sembra che esista un vero e proprio mercimonio di sacramenti con un tariffario (più o meno ufficiale) per le varie “prestazioni”. Fonti intraortodosse mi riferiscono che si paga per le confessioni, per le benedizioni, per i battesimi e per ogni attività che richieda l’intervento di un sacerdote. Può essere richiesto un pagamento anche per la commemorazione di vivi e defunti nella Divina Liturgia (la messa) e qui, qualche sacerdote, fa delle interminabili ektenìe (litanie di intercessione) con un elenco infinito di nomi da commemorare. Più è lunga l'ektenìa più alto è il probabile guadagno.


Il commercio riguarda, ovviamente, anche la vendita di candele nel tempio sacro. In Grecia, fino al presente, una piccola candela di pura cera d'api costa attorno ai 30 centesimi. E' uso che i fedeli ne comperino più di una da bruciare in casa o davanti alle icone. Quel prezzo, penso, sia onesto, tanto più che la cera d'api quando brucia esala un ottimo profumo.
In Italia, in qualche chiesa romena, sono arrivato a vedere candele della medesima taglia, ma di pessimo materiale, vendute al costo di 2 euro o di 1 euro e mezzo mentre in qualche chiesa greca il prezzo per una candela di cera d'api non supera i 50 centesimi. E' facile comprendere il guadagno che se ne trae, dal momento che lo scadentissimo prodotto-base romeno non può costare più di 5 centesimi e che si possono smerciare almeno 200 candele a domenica. C'è un guadagno netto di almeno 1000 euro al mese solo per le candele, se si considera una chiesa di medio-piccole  dimensioni.


L'archimandrita Ephrem, igumento (abate) di un monastero
sul monte Athos, recentemente indagato perché coinvolto
in un giro d'affari finanziari irregolari 
Se poi si ha a che fare con un vescovo, le tariffe (ipocritamente definite “offerte”) lievitano assai. I preti, a loro volta, diventano delle sorgenti finanziarie per il proprio vescovo, essendo tenuti a versagli  periodicamente una certa cifra. Qui il rischio è che il vescovo veda nel prete una sorta d' "affare personale". Ordinare un nuovo prete può, allora, equivalere all'apertura di un nuovo negozio. Da parte sua, il vescovo non mette gran che: deve solo sforzarsi di fare una liturgia di ordinazione e imporre le mani sul candidato (riguardo al quale, a volte, potrebbe pure non essersi curato d'avere sufficienti garanzie). Da parte dell'ordinato, invece, inizia tutta una serie d'obblighi d'obbedienza tra cui quello finanziario: deve aiutare a mantenere il vescovo (che di suo può non avere alcun bisogno di mantenimento, ma tant'è!).  
Si scade ulteriormente, quando il vescovo pensa di ritenere “migliore” di altri un prete diposto ad offrirgli più soldi, finendo magari  per scusarlo o essere totalmente indifferente nei riguardi di una sua criticabile condotta cristiana e civile. Pecuniam non olet


Lo stesso meccanismo, poi, riguarda i vescovi nei riguardi del loro patriarca: il vescovo che versa di più può avere un occhio di maggior benevolenza e può aspirare ad una sede ecclesiastica migliore. Un vescovo indegno, se particolarmente generoso, può sperare d'essere mantenuto nel suo incarico.

Ora bisogna fare delle puntualizzazioni.
Comprendo benissimo il fatto che una Chiesa debba trovare delle risorse per mantenere il suo culto e stabilire la sua vita. Fin qui non c'è nulla di male e non ci si deve scandalizzare se una famiglia numerosa, come una chiesa, può avere i suoi bisogni concreti. Questo, d'altronde, era pure un problema della Chiesa antica e delle comunità paoline nelle quali l’apostolo operava gratuitamente. Ad esempio, proprio per motivi reali e  concreti il papa ha avocato a sé il diritto di nominare i vescovi nel mondo Cattolico, iniziando dall'epoca avignonese, e tale nomina si effettuava con una certa ricompensa volta a stabilire un'indipendenza economica del papa nei riguardi del re di Francia.

Il problema attuale, a mio modesto avviso, è che in diverse situazioni non si tratta di sopravvivenza, d'indipendenza o di puro mantenimento del culto ma, realmente, del giro di tanti, troppi denari il cui impiego, a volte, è unicamente individuale, non ecclesiale.


A volte è lo stesso clero ortodosso a dare prova di meschina avidità come nel caso di due chierici romeni i quali, anni fa in una parrocchia romana, vennero a pugni per spartirsi i soldi raccolti nella Liturgia domenicale. La fonte, anche in questo caso, fu intraortodossa.


Evidentemente per qualcuno divenire chierico è un affare per rimpinguare il proprio conto in banca e nulla più. Questo è pure illustrato dall'assurda spiegazione data pubblicamente da un prelato nei riguardi della sua carriera ecclesiastica: 
"Quand'ero diacono avevo i soldi per comperarmi un solo gelato, quando divenni prete ebbi i soldi per comperarmi due gelati, ora che sono vescovo ho i soldi per tre gelati".
Certamente i suoi "tre gelati" costano molto, se considero quant'egli riceve, cosa saputa confidenzialmente che evito di divulgare! Ovviamente lo stesso personaggio va a lagnarsi in ogni dove piangendo una miseria che certamente non ha....


Mons. Carlo Maria Viganò, recentemente giunto
a grande fama a causa di sue personali rivelazioni
secondo cui la gestione finanziaria in Vaticano
sarebbe esposta a molti abusi e irregolarità
D'altronde, chi ha troppi denari, alla fine, vi attacca il cuore perché questa è la natura umana: "Là dov'è il tuo tesoro là sarà il tuo cuore!" (Mt 6,21). Questo detto riguarda veramente tutti (laici o chierici, credenti o atei) ma suona in modo particolarmente preoccupante per chi ha una responsabilità nella Chiesa.

Il giro di troppi soldi non fa bene né per chi li “deve” dare (perché "dover" darli?) né per chi li riceve. E’ questione di coerenza e di autenticità. Ma questo spiega perché molte realtà ecclesiali, oggi, non siano affatto autentiche. 

Infatti, certe chiese divengono come negozi in cui si vendono, come altrove, "merci" che, in questo caso, non sono materiali ma d'ordine psicologico: sensazioni e sicurezze religiose, quand'anche non vi sia scambio di appoggi e favori mondani.

Ebbene, questo non è il Cristianesimo autentico ma una sua preoccupante alterazione.


Purtroppo la maggioranza della gente non ha i mezzi per comprendere e fare le dovute distinzioni tra ciò che è sano e ciò che è alterato nel Cristianesimo per cui, semplicemente, lascerà la Chiesa a causa di queste chiese rovinate da un clero decaduto. Allora tali chiese finiscono pure per divenire fabbriche di agnostici, se non proprio di atei.


E poi ci si lamenta della scristianizzazione della società come se la colpa fosse solo degli "altri"??

lunedì 6 febbraio 2012

Traditio liturgica in Oriente

Una rappresentazione della processione dei doni nella Liturgia dei Presantificati
(Chiesa di san Giorgio dei Greci - Venezia - 1830 - collezione privata. Diritti riservati)

Le Chiese di liturgia bizantina hanno una tradizione che discende indubbiamente da una lunga storia ed è condificata in un insieme di atti e pratiche, così come vengono descritti nei libri liturgici che ci sono giunti, pratiche stabilizzate nel tempo.

Qualcuno forse pensa che la tradizione liturgica bizantina riguarda solo un certo numero di cose da fare e un modo di farlo in senso materiale. E' sbagliato.

Le disposizioni liturgiche e il modo di praticarle ha per fine quello di creare un'atmosfera, una sensazione tipicamente ecclesiastica. E' quello che, con linguaggio un poco banale ma significativo, potrebbe definirsi il "senso del soprannaturale".

Nulla è fine se stesso: il celebrante quando celebra non deve mettere al centro la propria persona ma fare in modo che lo sguardo dei fedeli, quando è visibile, scivoli velocemente da sè per indirizzarsi alle icone, alle lampade e, infine, considerare interiormente Dio.

Il modo di cantare, muoversi, pregare del vescovo, del diacono o del prete, deve far scivolare l'attenzione del fedele dalla loro persona a qualcos'Altro il più rapidamente possibile.

Se questo non avviene, ci troviamo davanti ad un'anomalia liturgica e inizia ad instaurarsi uno stile che non è quello tradizionale.

Ultimamente anche nella Chiesa ortodossa sta arrivando uno strano spirito profano di praticare la liturgia, in modo che quest'ultima tenda ad essere uno spettacolo esterno o estetico. 

A volte responsabili di queste situazioni sono certi chierici privi di sufficiente formazione o, semplicemente, disinteressati alle cose sacre. Normalmente nei monasteri si tiene ancora tale attenzione (parlo della Grecia). Ma nel clero secolare vi sono oramai pastori disinvolti e spensierati. Spesso questo si rinviene nel clero non sposato, in quel tipo di preti, cioé, che non sono tradizionali al mondo Ortodosso e  hanno iniziato ad esistere attorno alla seconda metà del XIX secolo.

Questo tipo di clero è di fatto composto da elementi che non sono né veri monaci, né uomini sposati. Tolte le lodevoli eccezioni, sono da considerarsi dei signorini, uomini che finiscono per essere molto mondani nella vita pratica e svolgono il loro ministero sacerdotale un po' come un mestiere tra tanti.

Da queste persone, forse più che da altre, possono nascere liturgie puramente estetiche o semplicemente formali, dietro alle quali non c'è lo spirito tradizionale al quale suaccennavo.

E questo, in definitiva, è il segno d'una decadenza attuale che inizia a segnare il mondo ortodosso. Penso, in particolare, al caso greco ma forse anche a quello rumeno.

Parlarne non significa poter coreggere questa situazione,  oramai abbastanza invalsa. Significa mettere sull'avviso che certe malattie sono trasversali a tutte le confessioni cristiane e che, se per caso qualcuno vedesse pratiche teatrali o formali in una chiesa ortodossa (soprattutto in un paese non ortodosso come l'Italia), sappia che non è questa la normalità della tradizione liturgica della Chiesa d'Oriente. 
La normalità prevede sempre che l'esteriorità del culto manifesti l'interiorità di fedeli e celebranti nonché la loro tensione verso Dio.