Benvenuto

Benvenuto su questo blog!

martedì 31 gennaio 2012

Liturgie latine nella Chiesa ortodossa


Prelato ortodosso mentre celebra con un rito latino tradizionale


Normalmente è largamente conosciuta l'esistenza di comunità cattoliche di "riti orientali", particolarmente bizantini. Alcune di queste comunità erano originalmente ortodosse e, successivamente, per varie ragioni, sono entrate in comunione con la Chiesa cattolica, conservando, più o meno intatto, il rito originale. Altre comunità si sono formate artificialmente nel desiderio d'unire a Roma parte d'una popolazione originalmente ortodossa. 

Invece, non è così nota l'esistenza di comunità ortodosse che conservano dei riti latini, romani o gallicani.
Un certo numero di tali comunità provengono dall'anglicanesimo, qualcuna dal mondo romano-cattolico. Aderendo all'Ortodossia, è stato loro concesso di mantenere il calendario latino (ma con la Pasqua adattata alla data di  quella ortodossa) e una liturgia latina tradizionale (romana o gallicana). Da questa scelta, infatti, è implicito comprendere come l'Ortodossia non consideri attendibile la liturgia "rinnovata" che da qualche decennio viene celebrata nel mondo Cattolico. Non ha bisogno, ovviamente, di fare dibattiti o polemiche sull'argomento, dal momento che non lo ritiene un problema suo, ma, nel caso in cui riceve qualche comunità occidentale desiderosa di mantenere un rito latino, la indirizza solo nei riti antichi (ad es. la Messa di San Gregorio Magno del VI secolo, detta "Messa di san Pietro").

Comunità di questo tipo non sono numerose ma sono presenti un poco ovunque: Australia, Nuova Zelanda, Brasile, Canada, Filippine, Regno Unito, Francia, ecc (1).

Le chiese ortodosse che hanno accolto questo tipo di comunità sono: la Chiesa ortodossa russa; la Chiesa greco-ortodossa d'Antiochia; la Chiesa ortodossa romena.

Si deve concludere che solo un rito tradizionale è un vero ponte d'unione tra l'Oriente e l'Occidente (al punto da connettere pure l'Occidente con se stesso, nel caso di alcuni anglicani) mentre i riti latini rinnovati sono una mano tesa al solo mondo Riformato.

Rito latino tradizionale in una chiesa cattolica inglese. Si noti la divisione antica tra presbiterio e navata.

Liturgia gallicana ad Amiens


___________

(1) Un indicativo elenco si trova all'indirizzo internet: http://www.allmercifulsavior.com/Liturgy/Groups.html
Per saperne di più vedi: http://en.wikipedia.org/wiki/Western_Rite_Orthodoxy

lunedì 30 gennaio 2012

Caos....

Caos, olio su tela.


Riporto le parti di due documenti contrastanti, che indicano due anime all'interno del mondo cattolico. 
Entrambi i documenti si commentano da soli e indicano non solo un linguaggio differente ma, pure, contenuti opposti.

__________________


1) Circa il riordino dei presibiterii e la posizione dell'altare

Alcuni principi di primaria importanza; alcuni criteri che toccano l’opportunità di procedere o no a determinati cambiamenti Di primaria importanza

• L’altare è il centro della Celebrazione Eucaristica, nella sua parte più specificamente eucaristica e sacrificale; è il luogo dove avviene l’azione divina per mezzo del ministero sacerdotale; quello che lì avviene è eminentemente rivolto a Dio, Santissima Trinità;
• L’altare è il centro del presbiterio, verso il quale tutta la celebrazione deve essere orientata, ma che deve distinguersi dall’aula assembleare, che contiene la fisica presenza del popolo di Dio partecipante (questo principio esclude la presenza del popolo dentro il presbiterio ed esclude la presenza del presbiterio, e dell’altare quindi, dentro l’aula assembleare);
• La posizione del celebrante all’altare deve primariamente indicare l’orientamento di tutti e di tutto a Dio (in stato di adorazione, di accoglimento dell’azione divina, attraverso parole e segni), e solo secondariamente – ed in assenza di altri modi di realizzazione – può pedagogicamente favorire la maggiore vicinanza dell’animo dei fedeli a ciò che avviene sull’altare (le disposizioni dei “Praenotanda” al “Missale Romanum” di Papa Paolo VI, riguardanti il distacco dell’altare
dalla parete sicché si possa girarvi attorno, e la posizione del celebrante possa essere “versus populum”, non avevano altro scopo se non quello di favorire la partecipazione dell’animo dei fedeli, e da attuarsi “ubi possibile est” e “expedit”.
Ma la buona logica dice che ove la partecipazione dell’animo dei fedeli sia ugualmente possibile con la posizione del celebrante e del popolo orientati allo stesso modo, cioè “versus orientem” – o “versus absidem” che simboleggia il “versus orientem” – ciò non è contrario allo spirito della riforma liturgica post-conciliare, ma anzi è significativo che la posizione del celebrante e fedeli indichi l’orientamento di tutti e di tutto a Dio.

* * * * *

Alla luce di questi importanti principi e di tutta la legislazione liturgica (che ha avuto sviluppi e variazioni a partire dal dopo-concilio sino al Motu Proprio “Summorum Pontificum”), ecco alcune opportunità da applicare nella nostra Diocesi, tenuto conto della disposizione dei presbiterii e degli altari dentro le nostre chiese di antica costruzione:
• È grandemente opportuno giungere quanto prima alla eliminazione degli altari posticci, non pochi dei quali veramente indegni di essere il centro dell’azione liturgico-divina-sacramentale;
• È grandemente opportuno che si provveda a togliere anche gli altari stabili costruiti fuori dei presbiteri o dentro il presbiterio però apportando devastanti modifiche ad esso; certamente con retta intenzione, ma obiettivamente in modo inavveduto;
• Dentro lo stesso presbiterio è del tutto inconveniente avere due altari stabili, tanto più quando il presbiterio non è di tale ampiezza da potervi svolgere dignitosamente ed agevolmente tutte le azioni liturgiche con la buona partecipazione dei ministri e dei ministranti (non si dimentichi che dentro il presbiterio deve avere degna collocazione, oltre l’altare, anche l’ambone e la sede del celebrante e dei ministri ed altresì – pressoché in tutte le nostre chiese – il Tabernacolo);
• Se il presbiterio è invece così ampio da poter ipotizzare l’edificazione in esso di un nuovo altare stabile e degno (ma questo soltanto nel caso che la collocazione dell’antico altare sia tale da impedire la vera partecipazione dell’animo dei fedeli all’azione sacramentale-divina che si compie sull’altare – caso che vedo davvero difficile potersi realizzare nelle nostre chiese), il nuovo altare non appaia come un corpo estraneo dentro la struttura architettonica dell’intero edificio e non rompa l’armonia dell’insieme. In questo caso l’antico altare non deve più comportare i segni specifici che lo mostrano come altare della celebrazione; ma sarà dignitosamente addobbato come luogo degno per la conservazione e l’adorazione del Santissimo Sacramento;
• Dove l’altare antico è in posizione centrale e ben visibile per tutta l’assemblea, per cui non v’è ragione che l’azione sacerdotale – sacramentale – divina che in esso si compie non possa essere ben seguita e partecipata spiritualmente da tutta l’assemblea, ivi si può legittimamente, e per certi aspetti lodevolmente, celebrare il Divino Sacrificio di Cristo, che diventa anche mensa celeste per il Popolo di Dio, mantenendo il Sacerdote la posizione “versus orientem” o “versus absidem”, non quindi “versus populum”, il quale si troverà nella stessa posizione del Sacerdote celebrante i Divini Misteri.
• È possibile, negli altari antichi, staccare la mensa, sicché – senza rompere l’assetto armonico del presbiterio – il Sacerdote celebrante possa essere “versus populum”, ed essere meglio osservato e seguito dall’assemblea nello svolgimento del suo ministero specificamente sacerdotale?
Dal punto di vista liturgico, poiché non v’è dubbio che anche da quella posizione può essere inculcata l’idea che il Sacerdote non è soltanto il “presidente” dell’azione dell’assemblea, ma colui che agisce “in Persona Christi et totius Ecclesiae”, e che perciò presenta tutto il popolo a Dio, lo guida e lo precede nella Grande Preghiera, e che quindi potrà dare al popolo i doni della mensa celeste, lo stesso Corpo e Sangue di Cristo, la Comunione di vita con Lui, la cosa è senz’altro fattibile ed evita gli inconvenienti della costruzione di un nuovo altare stabile, soprattutto in quei presbiterii (quasi tutti nella nostra Diocesi) dove un nuovo altare non ci può stare.
Ma la realizzazione può incontrare (e di fatto ha incontrato) delle forti opposizioni da parte della Sopraintendenza ai Beni Culturali, e forse anche non senza ragioni, dal loro punto di vista.

* * * * *

Vorrei, in ultimo, osservare che nella nostra Diocesi vi sono diverse chiese dove, o da quando è andata in vigore la riforma liturgica od in anni recenti, si celebra nell’altare antico, “versus orientem” o “versus absidem”.
In quelle Parrocchie il bene spirituale dei fedeli non ne ha avuto scapito, né si sono avute ragionate reazioni di intolleranza.

( Mons. Mario Oliveri, La divina liturgia, Albenga 2007)

______________

2) "La celebrazione, all’interno del proprio itinerario di queste comunità [neocatecumenali] dell'Eucaristia è svolta in maniera molto dignitosa e bella, con grande senso di fede, con spirito ecclesiale, liturgico e festivo, con un “profondo senso di mistero e di sacro. [E' noto, come in queste comunità l'altare sia sostituito con una tavola conviviale e il "sacro" sia piuttosto inteso come "religiosità naturale" e quindi disprezzato, com'è evidente da altre affermazioni del responsabile dei NC riportate in questo sito]. La Parola di Dio e l’Eucaristia indicano la priorità di Dio, l’iniziativa di Dio e costituiscono la base e la fonte che danno vita, respiro e forza alle comunità, capacità, forza e libertà per testimoniare ed evangelizzare.
Davvero devo ringraziare Dio per questo dono che arricchisce la Chiesa, nata in Spagna, ma così ricca e così presente nel mondo intero".

Cardinale Antonio Cañizares

Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti

(Discorso in occasione dell'approvazione di alcune prassi liturgiche del movimento neocatecumenale, il 27 gennaio 2012).

Linguaggio verbale, linguaggio liturgico




________________________

Riassunto:
come avviene nel linguaggio verbale, il linguaggio liturgico adopera elementi preesistenti e ne cambia il significato. Il mondo precedente non viene mai totalmente distrutto ma convertito sulla base di nuove esigenze e questo è inevitabile. L'altare cristiano, dunque, è sia ara sacrale del sacrificio della Nuova Alleanza, sia mensa del Regno. 

________________________


Oggi, da parte di alcuni studiosi e diversi cristiani praticanti, si pensa che la Chiesa dei Padri, quindi quella dei primi secoli, abbia introdotto elementi di rottura sostanziale rispetto all'autentica e ideale "Chiesa delle origini". Conseguentemente, le Chiese storiche attuali esprimerebbero un "Cristianesimo corrotto".

Questo pensiero, largamente diffuso nel mondo protestante, oramai rappresenta più d'una tentazione all'interno delle  Chiese antiche. Il passo che segue ne è una chiara testimonianza:

"L'altro giorno Farnes davanti a cinquanta preti diceva: il sacerdozio nel Cristianesimo non esiste, i templi non esistono, gli altari non esistono. Per questo l‟unico altare del mondo tra tutte le religioni che ha tovaglie è il cristiano, perché non è un altare, è una mensa. Anche noi abbiamo fatto nell‟epoca della mescolanza con la religiosità altari di pietra monumentali, anche se poi gli mettevamo le tovagliette. Un altare non può avere tovaglie, perché l‟altare è per fare sacrifici di capre e di vacche” (Kiko Arguello, 1° SCR, p. 54).

Secondo la citazione, dunque, è esistita un'epoca nella quale vigeva la "religiosità naturale" con la quale si edificavano altari monumentali e templi. Ora, combattendo tale "religiosità" la Chiesa ha riscoperto l'altare cristiano che è solo una mensa, il tempio cristiano che sono solo i cristiani.


Riporto tale passo perché, nel suo intercalare, mostra quel modo ideologico tipico di chi tratta, senza conoscerle veramente, le questioni religiose.

Questo procedere per assurde e artificiali opposizioni crea una tale confusione che è necessario realmente partire da zero e fare delle considerazioni di base, offrendo un metodo con  considerazioni storiche.

1) Quando il Cristianesimo si diffuse, esistevano attorno a lui, molti altri culti; esisteva una cultura prevalente, quella ellenistica; esistevano usi e costumi di una società generalmente pagana.

2) La prima reazione fu quella della chiusura. Il Cristianesimo non voleva condividere quanto lo circondava ritenendolo  "ombra" o, addirittura, frutto demoniaco.

3) La seconda reazione, fu quella d'una prudente apertura con l'assunzione di elementi esterni ma purificati dal loro significato pagano.

Tutto ciò lo notiamo sin dagli inizi: san Pietro tendeva a privilegiare (e forse a chiudersi) nella chiesa dei giudei, san Paolo si apriva alla missione verso i pagani. Il suo discorso sull'Areopago è molto significativo, in tal senso.

Oltre a questa serie d'osservazioni, si deve tenere conto di altre semplici considerazioni: quando una persona abbraccia una fede estranea al suo luogo natìo (pensiamo, ad esempio, a quanti divengono buddisti in Italia) (1), non puo' prescindere da quanto ha imparato fino a poco prima.
Si trova nella condizione di dover adattare la sua lingua e la sua mentalità, alle esigenze della sua fede. E lo farà, evidentemente, cercando di conservare meglio possibile lo spirito religioso appreso.

I cristiani nell'impero romano hanno fatto esattamente questo. Quando hanno utilizzato il termine "logos" per indicare Cristo, non inventarono una parola nuova. Logos, infatti, è un termine lungamente utilizzato nella filosofia ellenistica. Essi presero questo termine (già presente in san Giovanni), e lo investirono d'un significato totalmente nuovo rispetto a quello pagano. Presero il termine, il significante, non lo rifiutarono, al punto d'averlo fatto divenire parte integrante della Rivelazione neotestamentaria: "In principio era il Logos e il Logos era presso Dio e il Logos era Dio" (Gv 1,1).

Qualcosa di analogo si deve dire nei riguardi dell'altare. La liturgia ha un suo linguaggio che, proprio come quello verbale, non s'inventa da zero ma si eredita da altri. Tale linguaggio viene adattato e modificato per obbedire ad esigenze religiose fondamentali.

Esempio di "altare" antitradizionale in una chiesa cattolica.
Qui il linguaggio sacro è distrutto a favore di una prospettiva naturalistica.
L'altare "ara del sacrificio" non esiste più. E' una soluzione che collide totalmente
con quelli che dovrebbero essere i riferimenti "normali" del tempio cristiano.
Tutto ciò riguarda pure l'altare cristiano. L'altare era presente sia nel paganesimo, sia nell'ebraismo. Il Cristianesimo, espandendosi e strutturandosi sempre meglio, prese tale "linguaggio" che lo precedeva e gli attribuì significati differenti. Non poteva davvero fare diversamente, proprio come un buddista italiano odierno non può ragionevolmente prescindere dalla sua lingua materna, se vuole comunicare con i suoi connazionali.

E fu così che,  nei riguardi dell'altare cristiano al significato di ara sacrificale dell'Agnello-Cristo (2), si sovrappose quello di mensa eucaristica (3).
Non un significato opposto all'altro, si badi bene!, ma un significato connesso e conseguente all'altro (4). 

Analogamente, la basilica pagana divenne il tempio cristiano, riutilizzando, evidentemente, elementi preesistenti al Cristianesimo stesso. Il tempio cristiano non ha lo stesso significato di quello pagano ma è pur sempre un tempio! L'elemento simbolico significante (il tempio) è stato preso e riutilizzato, non rifiutato! 


Il significato patristico dell'altare e del tempio cristiano, finirono per imporsi con un'autorità simile a quella con cui s'impose il significato di "Logos" nel nuovo testamento. E anche questo fu inevitabile ma non fu certo sentito in termini di rottura o di banale contrapposizione con il passato.

Le idee esposte nella citazione, dunque, oltre ad essere pacchianamente ideologiche, finiscono per andare contro la logica elementare e distorcere quanto storicamente si è verificato. Basta solo rifletterci un poco per capire che molte cose non vanno nel senso da loro esposto. Ci si stupisce, dunque, di come tali idee possano diffondersi ed essere accolte quando, in realtà, nel Cristianesimo le si dovrebbero semplicemente ridicolizzare e rifiutare.


Come il termine "Logos" è entrato nella Rivelazione biblica, pur essendo un termine prettamente culturale e legato ad un contesto ben preciso, così gli elementi simbolici della liturgia hanno assunto una pregnanza talmente profonda che solo l'ignoranza dei tempi attuali può permettersi di metterli in discussione. Tale ignoranza non è solo prodotta dall'essersi estromessi dal flusso religioso tradizionale, all'interno del quale certe cose erano scontate, ma dall'essersi estromessi dalla "logica" con la quale si costruisce un linguaggio e lo si diffonde. E questo è molto grave.


__________


1) Quest'esempio puramente indicativo ha un limite: nel caso del buddismo, ci troviamo davanti ad una religione già strutturata e ben definita nelle sue pratiche. Il Cristianesimo dei primordi, invece, doveva strutturare il suo culto e iniziare ad articolare un vocabolario teologico per confutare le eresie che, dall'inizio, tentavano di minarlo. Si trovava, dunque, davanti a pesanti difficoltà culturali. Ma questo spiega. a maggior ragione, il suo urgente bisogno d'assumere elementi dal mondo circostante quali "mattoni" per il suo edificio. In questo senso l'elemento ellenistico-romano divenne una base incancellabile al Cristianesimo stesso.



2) "Appena possibile la semplice mensa lignea, usata nelle case nei secoli della persecuzione, divenne l’altare marmoreo in tutto simile all’ara sia ebraica che pagana, ma eloquente per esprimere ciò che l’Eucarestia era in realtà, il Sacrificio di Cristo" Enrico Finotti, Alle radici dell'altare cristiano, Liturgia, culmen et fons, dicembre-gennaio 2011. Vedi http://www.zenit.org/article-25298?l=italian


3) "Al contempo tale ara monumentale e preziosa non abbandonò la mensa, ma la assunse in sé adattandosi ad accogliere i santi doni conviviali e rivestendosi con una candita tovaglia". Ibid.


4) La prima opposizione in questo campo la fece, epoca moderna, Marin Lutero.

venerdì 27 gennaio 2012

La chiesa bizantina: descrizione e simbologia




_____________

Riassunto:
La disposizione della chiesa bizantina obbedisce a profondi criteri catechetici. Tali criteri, però, non sono una pura istruzione ma sono simbolici in grado, cioè, di creare una vera connessione spirituale tra chi la visita e il valore a cui essi rimandano.
La chiesa è la porta del cielo!

_____________


La figura sopra esposta può essere ingrandita cliccandoci sopra.
Ogni chiesa bizantina ha pressapoco questa disposizione tradizionale che obbedisce a criteri di tipo pratico e, allo stesso tempo, rimanda a significati particolari descritti nelle catechesi liturgiche dei Padri.

E' strutturata in quattro parti principali: al suo esterno il portico, al suo interno il nartece, la navata e il santuario.

Il nartece è un luogo nel quale sostano coloro che ancora non hanno ricevuto il battesimo. Vi si pongono anche coloro che stanno vivendo un momento penitenziale. Nell'alto Medioevo i penitenti sostavano, invece, all'ingresso delle chiese romaniche. A livello simbolico il nartece rappresenta lo stadio iniziale della vita cristiana nonché gli aspetti più appariscenti e fragorosi del mondo nei quali Dio si rivela. Richiama, nell'uomo, i suoi sensi corporei.

La navata è il luogo stabilito per fedeli e cantori (quest'ultimi disposti, però, in ali laterali prestabilite). A livello simbolico rappresenta i livelli progressivamente superiori della vita cristiana nonché le realtà più elevate del cosmo. La cupola, disposta verso la fine della navata rappresenta, infatti, il cielo e, nello stesso tempo, la discesa di Cristo sulla terra. Richiama, nell'uomo, la sua facoltà intellettiva.

Il santuario è il luogo stabilito per il solo clero. E' un luogo elevato, separato dalla navata da una parete, l'iconostasi, che ne impedisce l'accesso e la visione interna. A livello simbolico rappresenta l'unione mistica dell'uomo con Dio, unione ineffabile, indicibile e, perciò, separata da tutto quanto la precede.  Il santuario rappresenta la ragione divina, nascosta agli uomini, che regge l'intero cosmo. Richiama, nell'uomo, il suo cuore, o meglio la sua facoltà spirituale.

Entrare nella chiesa significa, al contempo, tenere presenti tutte queste cose; Dio, cosmo, uomo sono interamente coinvolti.
Ed è perciò che la chiesa è luogo simbolico e "sacro". Solo al suo interno hanno veramente senso i riti che si celebrano. Non si potrebbe, infatti, pensare ad una liturgia celebrata al suo esterno: la chiesa è per la liturgia come la pancia della mamma è per il bambino che deve nascere.

Con queste caratteristiche la chiesa deve rispettare dei canoni prestabiliti di bellezza e armonia i quali richiamano tutti assieme la Rivelazione cristiana, ossia la verità del Dio trino ed unico nel quale l'uomo si trasfigura.

La chiesa, dunque, in quanto edificio, è un luogo che annuncia la trasfigurazione del mondo (cieli nuovi e terra nuova), indica tutta la storia della salvezza e prefigura il secondo avvento di Cristo.




Se la chiesa ha questa forte valenza simbolica e sacrale, a maggior ragione l'altare, cuore di essa. Di forma quadrata (com'erano pure gli altari romanici), l'altare bizantino viene consacrato con il Myron (il sacro crisma) ed è oggetto di particolare cura. Su di esso si celebra la Divina Liturgia, viene baciato e incensato, con la stessa attenzione che si riservava all'altare in Occidente. Nessuno che non sia chierico può collocarsi davanti attraversando le porte reali. La sua pulizia può essere consentita solo a chi ne riceve espresso permesso: non è un oggetto come tutti gli altri!

L'altare, che simboleggia l'Agnello immolato e il mistero inaccessibile della vita Trinitaria, è evidenziato da candele o candelabri che lo illuminano. E' visibile solo in pochi momenti della Liturgia (Messa). L'altare è inscindibilmente luogo di sacrificio e mensa del Regno celeste. Su di esso viene lasciato appoggiato l'evangeliario, per indicare la sua identità con il vangelo: entrambi, infatti,  richiamano Cristo.
Come sull'altare si rende sacramentalmente presente Cristo, nell'eucarestia, così esso rappresenta l'inabitazione di Cristo nel cuore dell'uomo, quand'Egli diventa "tutto in tutti", come dice l'Apostolo.
Essendo il luogo più altamente significativo della chiesa, nell'Oriente bizantino non si è mai avvertito il bisogno di riprodurlo in più punti dell'edificio con la creazione dei cosiddetti altari laterali. Questi ultimi s'imporranno in Occidente, da un certo momento in poi, provenendo dal nord Europa per un bisogno essenzialmente devozionale. 

mercoledì 25 gennaio 2012

Errori eucaristici e liturgici



Papa Urbano II consacra la chiesa abbaziale di Cluny (XI sec.)

_______________

Riassunto:
L'Eucarestia, in quanto pane, si corrompe e non ha senso conservarla per adorarla. La chiesa non è un luogo sacro. Queste due frasi - che innervano il pensiero di Kiko Arguello ma sono pure abbastanza diffuse a prescindere da lui - rivelano, tuttavia, un'opposizione totale alla prassi e alla dottrina della Chiesa presente già dai tempi antichi. Lo scritto che segue cerca d'indicare come il cristianesimo kikiano sia, in realtà, opposto a quello patristico e tradizionale in genere.

_______________









Prosfora o pane lievitato dal quale si trae
quello per fare l'Eucarestia nel rito bizantino
Esorto l'amabile lettore che s'avventura in questo blog ad avere pazienza: purtroppo non sempre si possono dire cose dolci e piacevoli. A volte è necessario segnalare errori e distorsioni, se non altro per mostrare che non tutto può essere uguale a tutto, non tutto può essere intercambiabile.

I nostri bisnonni non si facevano grossi problemi: avevano una fede semplice e serena. Mai avrebbero immaginato le "fantasie" dei tempi attuali. Una delle "fantasie" riguarda proprio l'Eucarestia. Oggi non ci rendiamo minimamente conto che certe affermazioni presentate come "moderne" sono totalmente eversive.

Prendo a titolo d'esempio alcune frasi catechistiche d'un esponente d'un movimento cattolico.

Queste frasi sono come malattie mortali che possono raggiungere ogni dove. Prima che il virus si diffonda ulteriormente è bene individuarlo ed analizzarlo.

1) "Il pane e il vino non sono fatti per essere esposti, perché vanno a male… sono fatti per essere mangiati e bevuti. “Io sempre dico ai Sacramentini, che hanno costruito un tabernacolo immenso: se Gesù Cristo avesse voluto l‟Eucarestia per stare lì, si sarebbe fatto presente in una pietra che non va a male".

In questa banalissima frase si mescolano verità e falsità: è un dolce avvelenato.
Cristo istituendo l'eucarestia ha certamente comandato i suoi discepoli di nutrisi del pane e del vino eucaristico "in sua memoria". Il fine dell'Eucarestia è la comunione con Dio, da cui il semplice nome di "comunione", koinonia.

Colomba eucaristica:
repositorio per il pane eucaristico (XIII sec., Francia).
La riserva eucaristica, invece, è un'antica pratica comune sia in Occidente sia in Oriente e prevede la conservazione di parte di quel pane nel caso in cui dovesse servire per la comunione ad un moribondo. 

In Occidente, attorno al XII secolo, reagendo a chi negava la presenza reale di Cristo nel pane e vino consacrati, si sviluppa spontaneamente l'adorazione del pane. Tale atteggiamento lo si nota anche anticamente quando il prete, dopo la consacrazione e l'epiclesi, s'inginocchia o s'inchina profondamente.

Momento di adorazione durante la consacrazione dei doni
nella Liturgia bizantina
Le adorazioni sono una specie d'estensione di quel momento della Messa, per contrastare l'eresia eucaristica.

Con la riforma tridentina, quale ulteriore reazione a Lutero e ai riformatori d'oltralpe, il Cattolicesimo enfatizza maggiormente  quest'aspetto che l'Oriente bizantino non ha mai troppo sottolineato. Da qui si spiegano i sontuosi apparati barocchi per l'adorazione eucaristica delle "40 ore", l'evoluzione degli ostensori e dei tabernacoli, la costituzione di confraternite del SS.mo Sacramento, ecc.

Tutto quello che ad occhi luterani puo' apparire come uno squilibrio idolatrico (che però loro sostituiscono con la feticizzazione della Scrittura) (1), ad occhi cattolici è una solenne insistenza sulla presenza reale di Cristo nel pane e vino consacrati.

Ora, questa stessa insistenza, comune sia in Oriente che in Occidente (seppure con modalità piuttosto diverse) (2) implica un aspetto tradizionale molto importante: la materia del pane e del vino non può alterarsi come se non fosse consacrata.

Questo per un importante motivo:

se il pane diviene realmente "corpo e sangue" di Cristo non può  subire la legge della corruzione come ogni altra materia del mondo o, quanto meno, ne dev'essere particolarmente preservata. Succede così con i resti mortali dei santi e perché non dovrebbe esserlo nel caso dell'Eucarstia? Se Cristo è realmente risorto dai morti, vincendo dunque la corruzione della sua materia corporea, perché il pane e vino eucaristici dovrebbero corrompersi come se non fossero stati consacrati?

Pensare che la materia eucaristica si corrompa equivale a credere, come molti cattolici, che diviene veicolo di malattie qualora viene ricevuta direttamente sulla lingua (questo è uno dei pretestuosi motivi per cui essi insistono d'avere l'ostia in mano come se fossero ministri ordinati).

In Oriente, viceversa, il prete deposita direttamente in bocca  con un cucchiaio il pane eucaristico. Questo cucchiaio tocca le bocche di tutti. Dopo secoli di questa pratica, nessuno s'è mai ammalato.

Invece, credere che il Sacramento sia veicolo di malattie, che si corrompa o vada a male come un pane non consacrato significa dire che quello non è Sacramento. Se quel pane non è Corpo e Sangue di Cristo, quella Messa non è Messa.

 Se quel pane resta pane (e quindi veicola malattie e va a male), allora quella chiesa dice falsità e non è la Chiesa. E ciò avverrebbe, ad esempio, se un laico pretendesse di consacrare l'eucarestia o se un prete la consacrasse con intenzioni e fede non ortodosse. Che sia l'esperienza di questo "catechista"?

 Ma se l'Eucarestia non soggiace alla corruzione come un pane non consacrato e non trasmette malattie, allora chi ammette il contrario si sbaglia gravemente e, peggio!, proclama un grave errore, equivalente ad una bestemmia verso l'Eucarestia, ossia verso la presenza reale di Cristo nel pane e nel vino consacrati. Indica, inoltre, una concezione strettamene materialistica del Sacramento dal momento che, come costui dice, "il pane si corrompe ma la pietra no".

2) Nel cristianesimo non c'è tempio, né altare, né sacerdoti nel senso della religiosità naturale. “Non c‟è tempio nel senso di luogo sacrosanto, in cui si rende un culto sacro, la casa di Dio dove Egli abita … Il tempio nel cristianesimo siamo noi cristiani.
“Allo stesso modo nel cristianesimo non c'è altare, nel senso di pietra sacra cui nessuno si può avvicinare, né tanto meno toccare. Di questo, quelli di voi che avete vissuto il cristianesimo a livello di religiosità naturale, avete una piccola esperienza: quando andavate a Messa, vi mettevate dietro, e se ti capitava di essere vicino al tabernacolo sentivi un tuffo al cuore perché ti avvicinavi all'intoccabile, al luogo dove c'era il sacro.


Queste affermazioni hanno dell'inverosimile: sono un misto d'ignoranza e di cattiva fede. Viene volutamente insinuato che  tutta la liturgia tradizionale cristiana è malata di "religiosità naturale", ossia di fenomeni religiosi simili o identici a quelli pagani con cui alcuni gestori del sacro sottomettono le masse. Tutto ciò alla fine potrebbe insinuare che la religione tradizionale è l'oppio dei popoli! 
L'autoproclamato "catechista" non si rende conto che la "religiosità naturale" è totalmente antropocentrica, psicologica, mentre il fine del Cristianesimo tradizionale è quello di rompere il cerchio delle paure e delle schiavitù che chiudono l'uomo in se stesso; il suo fine è rompere l'antropocentrismo che si può manifestare in una religione naturale ma anche nel nostro mondo super tecnologizzato e aprirlo alla sfera spirituale in cui interagisce con un'Alterità. Per far questo può anche usare, purificandoli, elementi simbolici precedenti al Cristianesimo. D'altronde è pure inevitabile che lo faccia perché si serve d'un linguaggio comune al quale da un nuovo significato.


Perciò le scelte di base delle antiche liturgie cristiane - ovunque simili! - non rientrano affatto in questa ingenerosa e stupida critica.


Purtroppo tali corbellerie (di radice agnostica, razionalistica e immanentistica) vanno per la maggiore tra i liturgisti cattolici e sono insegnate nei seminari diocesani. I risultati sono  sciatteria e menefreghismo liturgico. Infatti: se la chiesa non è un luogo sacro a che vale dedicarvi tante attenzioni?


Per potere intuire bene fin dove possono arrivare tali idee, si devono fare delle premesse essenziali: il sacro e il profano esistono ma devono essere bene intesi e definiti!


Affresco rappresentante san Basilio mentre celebra.
Si noti l'atteggiamento di tirmore reverenziale
Nelle mistagogie patristiche  (le catechesi liturgiche dei Padri della Chiesa), il singolo uomo non era sganciato dal mondo che lo circondava. Tutto il mondo era una specie di grande catechesi per l'uomo poiché, come dice la Scrittura, il cosmo è opera delle mani divine (3). I Padri, però, sanno pure che l'uomo dev'essere educato e accompagnato a Dio, dal momento che puo' usare del creato e di se stesso in modo fuorviante.


Il senso di "sacro" e di "profano" adottato dai Padri e adombrato nella stessa Bibbia (quando si parla del culto nel tempio, ad esempio) ha questa funzione pedagogica.


Se è vero che tutto il mondo è interessato dall'azione santificante di Dio, è pure vero che il mondo, a causa della rivolta dell'uomo, soffre e diviene un luogo oscuro (4).


Quest' "oscurità cosmica" è ricollegabile al significato di "profano" quale opposizione alternativa al "sacro". Come il "sacro" è una dimensione spazio-temporale che si ritiene collegata a Dio, così il "profano" è una dimensione spazio-temporale che si vuole rivendicare come indipendente da Lui; è l'uomo che si ribella e proclama la sua totale autonomia.


Con la disobbedienza dell'uomo a Dio il creato stesso viene diviso e soffre per tale divisione.
Il tempo stesso comincia ad essere sentito come "profano", autonomo.


La Chiesa, invece, prendendo dai Padri la sapienza pedagogica già presente nella Bibbia, costituisce "tempi sacri" (nella liturgia) e "spazi sacri" (nel tempio) in modo da riportare l'uomo a Dio, fermando il fenomeno di dispersione e dissoluzione spirituale.


Lo spazio e il tempo sacro non servono e non hanno senso per Dio (che di Suo è oltre ad ogni categoria umana) ma sono funzionali all'educazione dell'uomo. Nonostante ciò non sono delle realtà prive di contenuto (5). 


Infatti, quando la Liturgia dice "Oggi è nato Cristo", vuole riportare realmente al momento della nascita del Salvatore, non si tratta d'un semplice ricordo nostalgico come si crede.


Quando la Liturgia dice "Questa è la casa di Dio", vuole realmente indicare una mistica ma reale connessione tra quel luogo e la profondità divina.


Ciò non significa che tutto lo spazio cosmico e il tempo mondano non sia di Dio. Ciò significa che per noi il tempio è irrinunciabilmente un luogo in cui si manifesta l'appartenenza di tutto a Dio, il tempio diviene trasparenza divina (se risulta obbedire a certi criteri). E' giustamente la "porta del Cielo".


Perciò il tempio è sacro! 
Ed è sacro anche perché rappresenta l'uomo e il cosmo santificato, chiama  l'uomo a santificarsi e a separarsi da quanto lo separa da Dio per dedicarsi, "sacralizzarsi" nel Creatore. 
Il tempio, dunque, rappresenta davvero la "Casa di Dio" ed è per questo una maison priante (6).


Un momento della dedicazione di una chiesa nel rito romano tradizionale.
Se questo spazio non avesse una valenza sacra a nulla servirebbero questi riti antichi.



Per questo nei Mattutini monastici antichi si cantava: "La casa di Dio insegna la santità, in essa adoriamo il suo Sposo Cristo". Avrebbe potuto dire "in tutto il cosmo", invece dice "in essa"! Sono termini che non possono essere contraddetti se non a prezzo di pesanti conseguenze.


Ecco perché il tempio cristiano ha avuto quasi subito una valenza speciale e simbolica: significava l'unione col Cielo. San Massimo il Confessore (VI sec.) ci mostra tutte queste cose.


Il magnifico introito della Messa di dedicazione sintetizza quanto esposto dicendo: "Questo luogo è terribile, questa è la casa di Dio e la Porta del Cielo e sarà chiamato aula di Dio".


  



Nel Medioevo il tempio era considerato come il cosmo della Gerusalemme celeste, ne è riprova l'Inno Urbs Jerusalem beata; la chiesa di pietra era vista quasi  come una creatura vivente. Basta osservare l'ammirazione e il timore che s'incutevano in chi visitava la più grande chiesa della Cristianità d'allora: Santa Sofia di Costantinopoli.
Questo spiega perché lo spazio del tempio venga  "consacrato", l'altare del tempio venga "consacrato", quanto s'appoggia sull'altare ossia i vasi sacri (calice, patena e quant'altro) siano "consacrati", ecc.


Dedicazione della chiesa:
unzione con il sacro crisma sulle 12 croci perimetrali
Questo spiega perché il presbiterio venga tradizionalmente chiuso da transenne, balaustre, tende e, in Oriente, da alte iconostasi. Non è un luogo di spensierato passeggio, il presbiterio, non è luogo per corali o per laici chiassosi. E' una specie di hortus conclusus!
Questo spiega l'uso di veli, di guanti, di scarpe speciali (presso gli armeni e nella messa romano-germanica antica).


Quest'atteggiamento si è  ininterrottamente  ripetuto per secoli con pietà e profonda ammirazione. Ritenerlo una "religiosità naturale" significa ignorare il significato dei simboli nelle mistagogie patristiche e tagliarsi alla radice da tutta la tradizione della Chiesa d'Oriente e d'Occidente. E' come dire che i Padri della Chiesa imitavano acriticamente la cultura ellenistica introducendo il paganesimo del Cristianesimo. Stessa e identica superficialità, stessa ignoranza.


D'altronde superficialità e ignoranza (contro ogni forma tradizionale) dominano in quell'orrido fantasma clownesco di Cristianesimo che si sta instaurando partendo dall'Occidente europeo e che, sinceramente, mi fa fremere d'orrore.



L'autore di queste frasi superficiali e assurde è stato da poco ulteriormente incoraggiato nientepopodimeno che dall'attuale papa cattolico, uomo conservatore ma non tradizionale. Per chi può non capire tutto ciò, si deve osservare che conservatorismo e progressismo, alla fine, hanno la stessa pasta: la loro religiosità tende ad avere in entrambi un marchio individualistico (il gusto personale) che non è affatto lo stile ecclesiale. La comune base per l'orientamento conservatore e progressita non è la ragione tradizionale della Chiesa ma la ragione personale dell'individuo che si pone arbitrariamente al di sopra di essa e, alla fine, la violenta, forse senza saperlo.


L'autore di queste frasi superficiali e assurde è Kiko Arguello, fondatore e promotore di un  movimento a carattere settario: i neocatecumenali.
La storia sta già dimostrando quanto le osservazioni qui esposte siano purtroppo vere.




Un momento della consacrazione di una chiesa nella Chiesa russa.
Se questo spazio non avesse una valenza sacra a nulla servirebbero questi riti antichi. 


Un momento della consacrazione di un altare nella Chiesa armena.
Se questo spazio non avesse una valenza sacra a nulla servirebbero questi riti antichi. 


Un momento della consacrazione di un altare nella Chiesa copta.
Se questo spazio non avesse una valenza sacra a nulla servirebbero questi riti antichi.


Un momento della consacrazione di un altare nella Chiesa siro-ortodossa.
Se questo spazio non avesse una valenza sacra a nulla servirebbero questi riti antichi.


Un momento della consacrazione di un altare nel rito romano tradizionale.
Se questo spazio non avesse una valenza sacra a nulla servirebbero questi riti antichi.



____________


1) A questo punto, nei casi più estremi di fondamentalismo biblico, non si capisce più quale differenza intercorra tra Bibbia e Corano, dal momento che entrambi vengono sentiti come "discesi dal Cielo".


2) L'Oriente riflette la prassi liturgica esistente nell'Alto Medioevo in Occidente: l'Eucarestia è un mezzo, non è un fine. Il fine è la santificazione dell'uomo. Ciononostante, però, non le si deve negare quanto le è proprio e che l'Occidente ha avuto il bisogno di sottolineare. 


3) Cfr. Sal 91,5: "Poiché mi rallegri, Signore, con le tue meraviglie, esulto per l'opera delle tue mani".


4) Si noti, ad esempio, alla molteplicità di significati che puo' assumere il termine "mondo" nella Bibbia e, più specificamente, nei vangeli.



5) Tutto questo ha un'interessante analogia con i "nomi divini" descritti da Dionigi l'Areopagita. Tali nomi (buono, santo, grande, forte, ecc.), per quanto invenzioni dell'uomo, non sono privi di reale fondamento. Ed è per questo che tutta la patristica successiva attribuisce loro un senso reale, nonostate Dio sia al di sopra e oltre ogni nome, oltre al suo stesso concetto di vita (umanamente pensato).


6) Formidabile espressione con la quale si comprende che anche la chiesa, in quanto edificio, ha la sua personalità religiosa. Questo non ha nulla a che vedere con certi devastanti adattamenti presbiteriali nelle chiese tradizionali odierne o con i nuovi edifici ecclesiastici. In questo caso finiamo per avere delle maisons de l'athéisme!