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domenica 23 ottobre 2011

Liturgia dissacrata - Liturgia sacra



Rifuggo istintivamente dal voler fare paragoni o contrapposizioni violente ma, purtroppo, viviamo in un mondo in cui certi significati si dissolvono molto velocemente e non c'è altro modo di far riflettere se non quello di mostrare cosa significa abbandonare certe cose e cosa significa conservarle.

Nei video che seguono troviamo due realtà diametralmente opposte: una liturgia attuale occidentale e una liturgia antica orientale. Non tutte le liturgie attuali sono come quella del video e non tutte le liturgie orientali rispettano attentamente lo stile di quella bizantina che vediamo in video. Ciononosante gli esempi sono eloquenti per loro stessi.

Nel primo video osserviamo l'attuale arcivescovo di Vienna ripreso in una liturgia che oramai ha definitivamente rotto con gli stili tradizionali e appare per ciò che è: essenzialmente antropocentrica. Sotto il pretesto di un culto a Dio rinveniamo un momento di "simpatico" intrattenimento umano.




Nel secondo video osserviamo una liturgia pontificale al monastero di Simonos Petra (Monte Athos). La liturgia bizantina monastica non è sostanzialmente cambiata dal momento in cui si è definitivamente fissata (XI sec.). La Divina Liturgia (Messa) del video, riprende un momento dell'ingresso del vangelo nel santuario, poco prima delle letture bibliche. Oltre ad essere orientata verso il sole nascente, simbolo di Cristo, tale liturgia esprime attraverso gesti ed azioni un significato fortemente teocentrico: il culto s'indirizza a Dio.




 Le due liturgie trasmettono atmosfere totalmente diverse e questo non dipende tanto dall'idioma utilizzato quanto dal modo generale in cui si svolge il rito. Chi esce da questi due riti avrà inevitabilmente mentalità assai differenti, difficilmente compatibili tra loro. 

Il segno di pace

L'abbraccio degli apostoli Pietro e Paolo


Nelle liturgie sia orientali che occidentali esiste un momento in cui si scambia un segno di pace, quasi a ricordare il famoso passo evangelico:

"Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono". (Mt 5,23-24).

Nelle liturgie antiche occidentali, come in quelle attuali orientali, spesso questo segno è limitato al solo clero e scende da chi è gerarchicamente superiore agli altri. Questo gesto si attua con un abbraccio o con un bacio di pace. Una delle prime testimonianze patristiche dice, a tal proposito:

"[...] Tutti insieme ci alziamo in piedi ed innalziamo preghiere sia per noi stessi  […] sia per gli altri […] Finite le preghiere, ci salutiamo l’un l’altro con un bacio" (Giustino di Nablus, Apologia I, 65; 67).

Lo stesso san Paolo, poco tempo prima, ricorda che i cristiani si salutano tra loro con un bacio (vedi, ad es., Rm 16,16).

Il bacio o l'abbraccio richiamano immediatamente dei segni di fraternità e di familiarità. I baci riguardano gli oggetti sacri: l'altare, le reliquie, le icone e, parimenti, le persone che partecipano all'atto liturgico.

Recentemente nel culto riformato cattolico è subentrato un segno che non ha alcun corrispettivo tradizionale nella storia della liturgia: la stretta di mano. Questo linguaggio simbolico discende direttamente dal mondo profano: un tempo, quando due contadini facevano un affare sulla parola, lo suggellavano con una stretta di mano. Oggigiorno la stretta di mano caratterizza generalmente una forma cortese di saluto.

Questo linguaggio, altresì, è espressione simbolica del mondo massonico: i fratelli massoni, quando s'incontrano, si riconoscono o s'accordano, lo fanno con una stretta di mano, stringendo le mani in un modo particolare.

Come si vede, questo linguaggio del corpo non appartiene al mondo tradizionale cristiano ma è stato importato. Da dove? Da chi?

Ci sono ovviamente diverse spiegazioni. Qualcuno, con una certa immaginazione, si spinge fino a pensare che l'artefice maggiore delle riforme liturgiche cattoliche - mons. Annibale Bugnini - essendo un probabile affiliato alla Massoneria, ha per ciò stesso importato simboli massonici nel culto cattolico. La stretta di mano si spiegherebbe in questo senso. Questa spiegazione può essere fantastoria ma, ciononostante, fa riflettere assai poiché questo segno è una novità assoluta non solo nel mondo liturgico cattolico ma nel mondo cristiano in genere.

Ciononostante, quello che è essenziale ritenere è che lo scambio di pace è un elemento liturgico che ha un suo valore a patto che sia vissuto nello spirito del consiglio evangelico su accennato e non si esprima banalmente con dei segni sostanzialmente profani, che poco hanno da spartire con un significato autenticamente fraterno e cristiano.

A mio parere, sarebbe perciò altamente significativo che nel mondo cattolico venisse abbandonata la stretta di mano e inserito almeno l'abbraccio di pace da scambiarsi tra persone fisicamente contigue.
Quest'abbraccio, poi, dovrebbe provenire per primo dal celebrante e pian piano dovrebbe essere diffuso a tutti, un poco come si vede in qualche monastero benedettino tradizionale odierno. La pace cristiana è sempre qualcosa che scende dall'Alto: "Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi" (Gv 14,27).

Se normalmente è molto facile banalizzare i gesti tradizionali e, di conseguenza, svuotare il loro significato, quanto più facile sarà banalizzare dei segni che di fatto non sono storicamente della liturgia cristiana come quello di una stretta di mano?

sabato 22 ottobre 2011

Immagine del tempio e mistica cristiana




 
Le generalizzazioni con le quali si valutano i fenomeni storici, sono sempre imprecise. Se noi dovessimo dire che tutte le chiese cattoliche sono come quella illustrata nella foto a sinistra, evidentemente ci sbaglieremo. Ugualmente, se dovessimo dire che tutte le chiese ortodosse rispecchiano l'ordine e l'armonia di quella illustrata nella foto a destra.

La realtà, spesso, è una commistione di elementi. Ciononostate, a volte è utile fare un discorso tranciante perché aiuta a focalizzare alcuni elementi-base che hanno generalmente orientato gli spiriti.

Il discorso che riporto di seguito dev'essere letto in questo senso, non tanto in modo polemico o rivendicativo di una parte contro un'altra. E' interessante l'accenno tra la mistica vissuta e immagine esteriore del tempio. Quello che conta in quest'analisi è individuare le cause di un fenomeno ed, eventualmente, riequilibrare personalmente certi atteggiamenti religiosi. D'altronde, queste parole aiutano a spiegare perché certe architetture ecclesiastiche moderne sono fin troppo fredde.


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Tanto in Oriente come in Occidente esiste una mistica ecclesiale ufficiale, abbiamo una mistica ortodossa e una mistica cattolica. Ed è appunto la differente struttura dell'esperienza mistica che viene adotta a spiegare della diversità che caratterizza le vie seguite nel corso della storia dall'oriente ortodosso e dall'occidente cattolico.

C'è in effetti una profonda differenza nell'atteggiamento originario con cui ci si pone di fronte a Dio e al Cristo.

Per l'occidente cattolico, Cristo è un oggetto che si trova al di fuori dell'anima dell'uomo, è il termine cui tendono certe nostre aspirazioni e, in quanto tale, viene fatto oggetto d'amore e d'imitazione. E' appunto per questo che l'esperienza religiosa cattolica si caratterizza come una tensione dell'uomo verso l'alto, verso Dio. L'anima cattolica è gotica. La passionalità e la capacità d'infiammarsi si accompagna costantemente in essa con una sensazione di freddezza. L'immagine concreta ed evangelica del Cristo e della sua passione è intimamente vicina all'anima cattolica. L'anima cattolica è appassionatamente innamorata del Cristo e imita la sua passione, fino al punto di ricevere nel proprio corpo le sue stigmate. La mistica cattolica è totalmente legata ai sensi, in essa v'è una sorta di tormento e di languore, e la sua via è quella dell'immaginazione sensibile. L'elemento antropologico naturale raggiunge in essa il suo punto di massima tensione. L'anima cattolica grida: Gesù, Gesù mio, mio diletto, amato mio.

Nel tempio cattolico come nell'anima cattolica del resto, si avverte una sensazione di freddo: è come se Dio stesso non scendesse e non entrasse in questo tempio e in quest'anima. E l'anima allora, nella sua passione e nel suo tormento, vuole essere lei a salire e a raggiungere il proprio oggetto, l'oggetto del proprio amore. La  mistica cattolica è romantica, è tutta pervasa da un tormento romantico. La mistica cattolica è una mistica della fame che non conosce la sazietà, sa perfettamente cos'è la passione amorosa ma non conosce il matrimonio. L'atteggiamento cattolico nei confronti di Dio inteso come un oggetto, come il termine di un'aspirazione, è ciò che determina la dinamicità esteriore del cattolicesimo. E l'esperienza cattolica crea una cultura che porta evidentemente impressi i segni di questo amore per Dio e di questo tormento per Lui. Nel cattolicesimo, l'energia si riversa tutta nelle vie dell'azione storica, non resta chiusa nell'interiorità perché Dio non entra nell'interiorità del cuore, e il cuore cerca di raggiungere Dio seguendo le vie del mondo e del suo dinamismo. L'esperienza cattolica genera la bellezza partendo dalla fame spirituale e da una passione religiosa inappagata.

Per l'oriente ortodosso, invece, Cristo è un soggetto, egli si situa all'interno dell'anima umana, e l'anima accoglie Cristo dentro di sé, nelle profondità del suo cuore. Nella mistica ortodossa è impossibile ogni sorta di passione amorosa per Cristo, così come è impossibile l'idea di una sua imitazione. Nell'esperienza ortodossa, più che un tendere a Dio, ci si prostra davanti a Lui. Il tempio ortodosso, come l'anima, del resto, è tutto il contrario del gotico. Nell'ortodossia non c'è né freddo né passione. Nell'ortodossia c'è una sorta di tempore, c'è persino troppo caldo. Per la mistica ortodossa, l'immagine concreta ed evangelica del Cristo non è poi così vicina. La mistica ortodossa non è legata ai sensi e anzi ritiene la sensibilità un "inganno", arrivando fino a negare del tutto l'immaginazione, che viene considerata una via nettamente sbagliata. Nell'ortodossia non si può dire: "Gesù mio, mio diletto, amato mio. Cristo discende nel tempio ortodosso e nell'anima ortodossa e la riscalda. E nella mistica ortodossa non v'è alcuna passione tormentosa. L'ortodossia non è romantica, è realista e sobria. La sobreità e la temperanza è appunto la via mistica dell'ortodossia. L'ortodossia è sazia, spiritualmente appagata. L'esperienza mistica ortodossa è quella del matrimonio e non quella della passione amorosa. L'atteggiamento ortodosso di fronte a Dio è quello di chi si pone davanti ad un soggetto che viene accolto nelle profondità del proprio cuore; la spiritualità interiore di quest'atteggiamento non produce un dinamismo verso l'esterno, è totalmente rivolta ad una comunione interiore con Dio. L'esperienza mistica ortodossa non favorisce la cultura, non crea la bellezza. Nell'esperienza mistica ortodossa c'è una sorta d'incapacità di parlare al mondo esterno, una mancanza d'incarnazione. L'energia ortodossa non si riversa sulle vie della storia. La sazietà dell'esperienza ortodossa non agisce all'esterno, l'uomo non tende le proprie forze e semplicemente non tende a nulla.

In questa differenza delle due vie dell'esperienza religiosa si cela un grande mistero. [...]

Esiste una mistica ortodossa ufficiale e ne esiste una cattolica ufficiale, ma la natura della mistica è sovraconfessionale. La mistica si situa sempre su un piano più profondo di quello delle discordie e delle contrapposizioni tra le varie confessioni ecclesiali. Ma le diversità tra le varie forme di esperienza mistica possono generare delle divisioni ecclesiali.
D'altra parte è solo immergendosi sempre più profondamente nella mistica che si può rivitalizzare la vita ecclesiale e che ci si può contrapporre alla sclerotizzazione della Chiesa visibile.
Le radici vive della Chiesa sono nella mistica.

Nikolaj Berdjaev, Il senso della creazione, Milano 1994, pp. 367-370.




giovedì 20 ottobre 2011

L'abbazia Notre Dame de Fontgombault




L'Abbazia Notre Dame de Fontgombault, si trova nel dipartimento dell'Indre et Loire, in quel territorio che storicamente era definito Vandea.

La prima conoscenza di quest'abbazia l'ebbi a 22 anni da un disco 33 giri dell'Arkiv dedicato alla Dedicazione della chiesa. Il modo morbido e caldo con il quale cantavano i monaci mi colpì molto.

Qualche anno dopo, in modo del tutto casuale, conobbi una persona che amava recarsi in un priorato dell'Abbazia di Fontgomabult: Gricigliano, tra i colli di Firenze, dove ora sta un istituto religioso tradizionale, subentrato a quel monastero.

Ricordo la prima volta in cui mi ci recai, in una splendida domenica di aprile. I miei occhi osservarono per la prima volta una liturgia monastica sobria ma solenne ed esteticissima. All'esterno c'era un giardino invaso da sole e fiori con una terrazza dalla quale si vedeva tutta la vallata dell'Arno. Magnifico...

Conservo ancora delle registrazioni di quella volta, con le voci soliste del padre Benoit Deshayes e di padre Vito Ferrandou (chissà se oggi saranno ancora in vita...).

Cominciai a frequentare Fontgombault attraverso Gricigliano. Inizia dunque a recarmi in Francia.
Raggiungere l'abbazia francese non è facile. Da Parigi bisogna andare fino a Chateauroux (prendendo il treno dalla Gare d'Austerlitz) e da qui si fa un lunghissimo tragitto con l'autobus per Le Blanc. Da Le Blanc non esiste alcun collegamento per Fontgombault (paesino perso nella campagna francese) se non raggiungerlo a piedi (sono 9 km pressapoco) o in taxi (piuttosto rari!).




La prima impressione che il visitatore ha entrando nell'abbaziale è una certa maestosità. La chiesa al suo interno è alta, con pietre bianchissime (pierres de France) e vetrate colorate ottocentesche.

La parte absidiale è la più antica. Risale al XII secolo. Nella facciata spicca un torrione di difesa e nell'esterno dell'abside sono rinvenibili tracce di proiettili. Fanno ricordare che questo posto era dilaniato dalle guerre di religione nel XVI secolo.

I monaci seguono il breviario monastico del card. Gut (1963).
La giornata si apre quand'è ancora notte con i mattutini (12 salmi come prevede l'ordinario benedettino tradizionale) ai quali partecipano solo i monaci preti. Seguono le lodi alle quali partecipano anche i monaci non preti. Poi, nel silenzio della chiesa abbaziale mentre pian piano sorge il sole, iniziano le messe che ciascun monaco officia silenziosamente al suo altare. Il canto dell'ora di prima chiude questa prima fase liturgica.

La colazione avviene in un'ampia stanza non lontana dal chiostro. Ricordo ancora l'odore intenso del latte di mucca, le marmellate confezionate dai monaci, il pane integrale dell'abbazia....
Pure la colazione è fatta in silenzio.

Dopo un paio d'ore gli ospiti si ritrovano di nuovo in chiesa: c'è il canto dell'ora di terza seguita dalla messa conventuale alle quali partecipano solo i monaci preti. Al momento attuale l'abbazia utilizza il cosiddetto messale "tridentino" con qualche piccolo ritocco (senza salmo 42 all'inizio della messa). Al tempo in cui ero solito recarmici, la messa conventuale era fatta col messale riformato (Paolo VI) ma tutta in latino, epistole e vangeli compresi nonché con l'uso del solo primo Canone.

Lo stile non pareva discostarsi per nulla da una messa "tridentina".
Terminata la messa, gli ospiti si dedicano alla preghiera personale, a qualche passeggiata, alla lettura o alla visita del piccolo negozio di articoli religiosi.

I monaci si disseminano nelle varie attività che li attendono (hanno campi coltivati, decine di mucche e molto pollame). Generalmente in quest'abbazia non ferve l'attività culturale, per quanto vi sia una biblioteca e qualche monaco studioso.

Verso le 13 tutti sono richiamati dal suono della campana: è l'ora di sesta al termine della quale c'è il pranzo.

Gli ospiti si radunano all'ingresso del chiostro da cui il monaco foresterario li accompagnerà al grande refettorio monastico.  Ricordo il monaco foresterario di allora: padre Henry, un uomo alto, giovane e di bell'aspetto con un sorriso un poco ironico e gli occhi azzurri che brillavano come pietre preziose.

Di fronte all'ingresso del refettorio, in pieno chiostro, l'abate attende gli ospiti salutandoli uno a uno e lava loro le mani su un catino se si tratta di nuovi visitatori. Molto velocemente tutti si sistemano ai loro posti, in un refettorio che si presenta come una lunga stanza con volte e finestre gotiche dalle quali filtra una luce verde pallido.

L'abate da un colpo di martelletto sul suo tavolo nel silenzio generale. Inizia la preghiera cantata: "Oculi omnium...". Segue una lettura cantata da un monaco posto su un piccolo pulpito. Tutti siedono e mangiano in silenzio ampie razioni di cibo vegetariano (la carne compare molto di rado). Il pranzo avviene molto rapidamente e spesso l'abate è il primo a terminarlo. Dal suo tavolo, di fronte a tutti gli altri, attende che l'ultimo abbia finito e poi torna a battere il martelletto col quale arresta la lettura. Inizia la preghiera conclusiva: "Confiteantur tibi Domine omnia opera tua...".

Terminato il pranzo, i monaci tornano al loro lavoro (non esiste riposo pomeridiano). Riappaiono in chiesa solo per il canto di nona (verso le 15,30) e del vespero (18.00). Quest'ultimo è sempre cantato e accompagnato discretamente con l'organo, anche se si tratta di un semplice giorno feriale. Non importa che i monaci abbiano fatto il lavoro anche più sporco. Nell'arco di pochi minuti smettono la divisa di lavoro, rattoppata e sporca, e si rivestono con la divisa nera per il coro. Si notano sempre per delle scarpe ben pulite e brillanti. Sono un esercito ordinato: a due a due marciano di fronte all'altare principale e si sistemano nei loro stalli dopo aver fatto un breve inchino l'un l'altro. E' così che iniziano tutte le liturgie ed è così che inizia pure il vespero. Si conluclude sempre con l'uscita dal coro dei monaci, disciplinati come un esercito in marcia.

Segue la cena in modo simile con cui ho descritto il pranzo.
La compieta si canta verso le 20,30 mentre l'oscurità nasconde il coro dei monaci (nessuna luce illumina i monaci durante la salmodia, che viene cantata a memoria).

Al termine della compieta inizia il grande silenzio. I monaci prima di ritirarsi nelle loro celle si soffermano in preghiera personale in piccoli gruppi davanti a qualche altare o alla statua medievale della "Vierge du bien mourir".

Si può ben dire che sono monaci silenziosi, laboriosi e animati da grande pietà.

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L'Abbazia ha uno stile piuttosto vicino a quello cistecense: i monaci non lavorano nelle parrocchie, non si dedicano alla cosiddetta "vita attiva" ma fanno una vita strettamente claustrale osservando rigorosamente il silenzio per gran parte della giornata.

Hanno un concetto molto verticale e sacrale di liturgia che non si può accordare in alcun modo con l'andazzo sciatto e tendenzialmente protestante che caratterizza la maggioranza delle chiese cattoliche odierne.

Lo stile di vita condotto nel monastero può essere difficile da condividere, per l'esistenza di un certo rigore che a mio modesto avviso tende ad essere molto psicologico.

Questo determina nelle persone che lo vivono quasi una tensione, un'ansia permanente. Sono cose che ho iniziato a vedere e capire dopo alcuni anni che li frequentavo. Se posso esprimere delle riserve, sono queste.

Viceversa per tutto il resto è un'abbazia modello per il mondo Cattolico. Non ho visto nulla di simile in Italia, dove, semmai,  ci si adatta a livelli di vita molto più "morbidi".

Quest'abbazia cerca di lanciare, silenziosamente, un movimento di riforma della liturgia nel Cattolicesimo. In tal senso è un vero e proprio "laboratorio sperimentale". In essa, alcuni anni fa, si è tenuto, quasi a porte chiuse, un convegno di "riforma della riforma" presieduto dal card. Ratzinger (2001).

Lungo la sua storia l'abbazia ha consciuto vere e proprie tempeste. L'abbazia è inserita nella diocesi di Bourges e il vescovo non sempre ha guardato di buon occhio l'attività conservativa di questo monastero al punto da invitarli "a raggiungere finalmente la disobbedienza di mons. Lefebvre".

C'è da dire che conservarono la "messa di Pio V" fintanto che poterono (1974) e qualche volta vi officiò mons. Lefebvre stesso, prima d'incorrere nei suoi noti problemi con il Vaticano.

La comunità conobbe giorni molto amari nel periodo del postconcilio da parte di quel clero che non tollerava più l'esistenza di questo mondo. Paradossalmente fu proprio nel postconcilio che il monastero si riempì di monaci e giovani vocazioni.

L'abbazia appartiene alla congregazione solesmense dell'ordine benedettino. Generalmente parlando è la più conservativa tra i solesmensi (che di loro sono già abbastanza conservativi).

Per la loro mentalità tipica francese, tendono a pensare di fare cose eccellenti. Anche se spesso si può dire che sia così, a volte un visitatore si sente un poco disorientato quando sente per bocca del foresterario: "Ma lei viene solo ora? Se veniva una settimana fa' avrebbe visto cose eccezionali!".

La vita cristiana, in realtà, non ha bisogno di vetrine eccezionali, dal momento che qualsiasi istante, anche il più umile, è assolutamente prezioso.

Considerazioni personali a parte, il luogo è senz'altro da visitare poiché  non è frequente trovare posti in cui la liturgia si esprime in modo così solenne conservando, al contempo, tutta la sua antica semplicità.

sabato 15 ottobre 2011

Λειτουργία και Οικουμενισμός



Μιλώντας για την προσευχή της Εκκλησίας, σημαίνει να παρατηρούν την πραγματικότητα.

Ορθόδοξες εκκλησίες στην Ιταλία αυξάνουν. Στην αναπόφευκτη σύγκριση με τον Καθολικισμό, είναι σωστό ότι καταλαβαίνουν τα στοιχεία της αρχαίας και παραδοσιακής λατινική λειτουργία. Ομοίως, είναι σωστό ότι ο Καθολικισμός μπορεί να ανακαλύψει και να εκτιμήσει τους θησαυρούς της Ορθοδοξίας.

Το έργο αυτό μπορεί να γίνει με αμοιβαίο σεβασμό, παρά την παρουσία των σοβαρών δυσκολιών και των εμποδίων μεταξύ των δύο Εκκλησιών.

Ο σεβασμός και η ειλικρίνεια σημαίνει, επίσης, δεν μοιράζονται τα σύμβολα και τις δράσεις της λατρείας, ώστε να αποφευχθεί η δημοσιότητα των ψεμάτων. Εξηγώ.

Ορθοδοξίας και Καθολικισμός μπορούν να συναντηθούν και να συζητήσουν με σεβασμό, αλλά δεν μπορούν να εκτελούν δράσεις (κοινή λειτουργική προσευχή, για παράδειγμα), στην οποία δείχνουν τα πράγματα  που δεν υπάρχουν (πλήρης κοινωνίας).

Αυτό σημαίνει σεβασμό και ειλικρίνεια για την θεολογική αλήθεια και για την Εκκλησία.


Όποιος κάνει το αντίθετο, με ανθρωπιστικές ομιλίες  ή κοινότοπες δικαιολογίες, σημαίνει μια βαθιά προδοσία της πίστης.

Δυστυχώς, αυτό συμβαίνει συχνά στην πραγματική ζωή και όλους μπορούν να το δει.


Ένα παράδειγμα φαίνεται στην εικόνα: αυτό που συνέβη στην Ιταλία, 30 Ιανουαρίου 2010 στη Σαβόνα. Εδώ, ένας ιερέας του Πατριαρχείου Ρουμανίας, Philip Sorin, έκανε μια λειτουργία με ένα καθολικό επίσκοπο (μια αρτοκλασία ή μια Θεια Λειτουργία;).

Σύμφωνα με τους κανόνες της Ορθόδοξης εκκλησίας (που δεν έχουν εφαρμογή, διότι φαίνεται ότι εδώ, οι επίσκοποι κοιμούνται), ο παπάς πρέπει να είναι καθαιρεθεί αμέσως. Σύμφωνα με τους νόμους της Καθολικής Εκκλησίας, ο παπάς  θα γινει καθολικός (η συνλιτουργία είναι ή όχι η έκφραση της πλήρης κοινωνίας;).

Αλλά, στην άλλη πλευρά, πρόσφατα ένας επίσκοπος στην Καθολική Εκκλησία έχει επίσης συμμετάσχει σε μια αγγλικανική χειροτονία γυναικών  χωρίς να λάβει καμία τιμωρία (το περίφημο επίσκοπος του Evreux, στην  Γαλλία).

Ευτυχώς ο Πάπας Ράτζινγκερ είναι παραδοσιακός, διαφορετικά αυτός επίσκοπος θα μπορούσε να γίνει ένας καρδινάλιο!

Δυστυχώς, κανονικά αυτά τα πράγματα δεν έχουν καμία απάντηση. Μόνο σιωπή. Άλλες φορές αυτά τα πράγματα έχουν πολλούς επαίνους, μερικοί άνθρωποι μιλούν για  «προφητικές ενέργειες». Ποια τύφλωση είναι αυτή; 

Επιπλέον, η σιωπή δεν σημαίνει ότι αυτά τα πράγματα είναι καλά και τακτικά.

Μήπως αυτές τις ενέργειες σημαίνει, τουλάχιστον, να θολώσουν τα νερά και να μπερδέψει τους πιστούς.

Ένα άλλο περιστατικό συνέβη στην Μπολόνια, στην Ελληνική Ορθόδοξη Εκκλησία, τη Μεγάλη Παρασκευή του 2009. Σε αυτή την εκκλησία, ο ορθόδοξος ιερέας, π. Διονύσιος Παπαβασιλείου, έχει προσκληθεί στη λειτουργία, ένας καθολικός ιερέας, με λατινικά άμφια.

Είναι αλήθεια: δεν ήταν μια θεία λειτουργία, αλλά δεν πρέπει να είμαστε υποκριτές: η Θεία Λειτουργία δεν είναι να διαχωριστούν από όλες τις άλλες προσευχές της εκκλησίας. Όλες οι προσευχές είναι αδιαχώριστα. Όρθρος με Θεία Λειτουργία, με τις ώρες, με τον εσπερινό, κλπ.



Στην Μπολόνια, ο καθολικός ιερέας μπήκε μέσα στο ιερό  από την μεσαία πόρτα, έβαλε το σταυρό επάνω στη αγία τράπεζα με τον ορθόδοξο ιερέα.


Και πάλι ο καθολικός ιερέας δεν ήταν χαρούμενος:  είδε, με θριαμβευτικό μάτια, οποίο που ήταν αποπροσανατολισμό για αυτά τα γεγονότα.

Η πλειοψηφία των παρόντων - ελληνικοί ορθόδοξοι - δεν παρατήρησε τίποτα και αυτό σημαίνει πολλά πράγματα.

Κανείς δεν απαγορεύει τη φιλία μεταξύ ορθοδόξων και καθολικών, φυσικά. Άλλα πράγματα που απαγορεύονται είναι: τη "σούπα" της ιερά πράγματα!

Θεωρητικά εκκλησιαστικής κοινωνίας θα πρέπει να είναι σημαντική, τόσο για τους καθολικούς και ορθόδοξους, προφανώς αν πιστεύουν!

Δυστυχώς, όμως, φαίνεται ότι η καρδιά πολλών απέχει πολύ από αυτές τις αρχές που ήταν πάντοτε αγαπητές στην παράδοση της Εκκλησίας στη Ανατολή και Δύση.

Εγώ είμαι όλο και περισσότερο πεπεισμένος ότι αυτοί οι άνθρωποι, στην πραγματικότητα, δεν είναι ούτε καθολικοί ούτε ορθόδοξοι.

Αυτοι φαίνονται, καθολικοί ή ορθόδοξοι, προς τα έξω, αλλά, στην πραγματικότητα, είναι ένα διαφορετικό πράγμα.


Η παράδοση, αντίθετα, είναι σαφή και ξεκάθαρη, αν και είναι σοβαρή.

Η σαφήνεια και η συνέπεια είναι οι καλύτερες υπηρεσίες για τους ανθρώπους.

Τα υπόλοιπα είναι κενά λόγια και καλές προθέσεις. Εδώ ο λαός λένε ότι οι καλές προθέσεις είναι το πάτωμα της κόλασης ...

Liturgia ed ecumenismo




Quando si parla della preghiera della Chiesa, per essere concreti, è necessario osservare la realtà che ci circonda.

Nel territorio italiano si affacciano sempre più le chiese ortodosse. E’ giusto quindi mostrare gli elementi tradizionali del culto cattolico e saperli evidenziare in modo che siano apprezzati nell’Ortodossia com’è parimenti giusto osservare il senso e la profondità della tradizione liturgica ortodossa.

Questo lavoro può essere fatto con reciproco rispetto, nonostante la presenza di difficoltà e di ostacoli seri tra le due Chiese.

Il rispetto e l’onestà comportano, però, che non si condividano simboli e azioni tali da affermare una menzogna. Mi spiego. L’Ortodossia e il Cattolicesimo possono incontrarsi su un piano di rispetto umano e confrontarsi ma non possono compiere delle azioni (nella preghiera liturgica comune, ad esempio) nelle quali mostrano ciò che non esiste (la piena comunione).
E’ una questione di rispetto e di onestà verso la verità teologica e verso la propria Chiesa. Fare diversamente, con discorsi umanistici o di banale giustificazione, non è che mascherare la propria incoerenza.

Purtroppo che questo accada nella realtà dei fatti è dato a tutti constatarlo.

Pongo, a tal proposito, due esempi tra molti che si potrebbero citare. Non meravigli se vi si trovano esplicitati nomi e luoghi. Essendo eventi pubblici, e non privati, sono cose facilmente testimoniabili. In qualche caso esistono pure delle fotografie.

Il primo esempio è quello riportato in foto (avvenuto a Savona il 30 gennaio 2010) nel quale un prete del patriarcato romeno, tale Philip Sorin, ha concelebrato con il vescovo cattolico (una semplice benedizione di pani alla fine di un vespero o alla fine di una liturgia?).

Comunque sia, secondo i canoni (non rispettati) della sua Chiesa, questo prete dovrebbe essere immediatamente deposto. Secondo gli ordinamenti della Chiesa cattolica, questo prete dovrebbe essere considerato immediatamente cattolico (la concelebrazione è o no espressione di piena comunione?).

Ma, d'altra parte, ultimamente nel Cattolicesimo  un vescovo ha pure  concelebrato (e ordinato) delle donne al sacerdozio anglicano senza ricevere alcuna sanzione (il famoso vescovo di Evreux, in Francia). 

Porre in atto questi fatti significa, quanto meno, intorbidire le acque e confondere chi crede.

Un altro caso accadde a Bologna, nella chiesa greco-ortodossa, il venerdì santo del 2009. In quella chiesa, il prete ortodosso fece concelebrare un prete cattolico curiale, con tanto di piviale e stola. E’ vero che non era una funzione eucaristica ma non dobbiamo fare gli ipocriti: non ci è dato separare con sottili distinzioni la cosiddetta messa dalle altre espressioni liturgiche della Chiesa poiché esse fanno un unicum e si richiamano tutte a vicenda. In quel contesto, il prete cattolico entrò nel santuario per la porta reale (riservata solo al clero ortodosso, neppure ai laici ortodossi) e depose il crocefisso sull’altare assieme al prete greco.

Non pago dell’accaduto, il prete curiale osò guardare, con sguardo trionfatore chi, in quel contesto, si sentì disorientato da codeste "belle azioni". La maggioranza dei presenti non parve sentire alcuna stonatura davanti all'accaduto e questo è indice di molte cose.

Ora, che si debba coltivare amicizia tra persone di confessione differente nessuno  lo nega o lo proibisce, evidentemente. Quello che non si deve fare è esattamente un mescolamento di cose sacre, dal momento che la comunione ecclesiale (sia dal punto di vista cattolico, sia da quello ortodosso) dovrebbe essere una cosa seria, sempre che vi si creda, ovviamente.

Ma siccome l'esempio scende sempre dall'alto includo un filmato nel quale si vede chiaramente che la commemorazione del papa in una liturgia ortodossa al Fanar (Patriarcato di Costantinopoli). A questo punto perché l'Ortodossia greca non decide di unirsi con la Chiesa cattolica?




venerdì 14 ottobre 2011

Giovanni XXIII il "riformatore"?



La carta, si sà, si fa scrivere. Puo' succedere, così, che si dicano cose errate o imprecise. Una "leggenda metropolitana" all'interno del mondo cattolico è quella per cui Giovanni XXIII ha voluto il cambiamento che, poi, si è prodotto sia nella liturgia sia nello stile generale del mondo cattolico (contrariamente a qualsiasi teoria di continuità che viene artificialmente sostenuta).

Nel 1973 l'allora cardinale Giuseppe Siri, interpellato sulla possibile santità di questo papa, così si esprimette:

"[Giovanni XXIII] rivelò che era addolorato per la piega che stava prendendo il Concilio, stette al gioco perché la Chiesa non ne avesse un danno: portò con sé un dramma. [...]

Vedeva il male [le tendenze antitradizionali?], ma ebbe la forza di sopportare onde nesuno ne avesse scapito. Posso dire che il papa è morto in un vero dramma. [...]
Il Servo di Dio era moderatissimo: in fatto di liturgia era per dei rintocchi minimi. [...]
Ad un certo momento, due Cardinali, nella Commissione di cui ho parlato sopra per il Concilio, dissero che era troppo la Messa prima di ogni Sessione di Concilio: il Papa volle sapere che ne pensavo io; gli dissi che se non fosse stata celebrata la Messa, il Concilio sarebbe passato alla storia come irreligioso, non solo, ma che in Concilio vi era più bisogno di preghiera che di pensare e che altrimenti, qualche giorno avremo dato scandalo a tutta la Chiesa. [...]

Il papa Giovanni XXIII non parlò molto di "aggiornamento": certamente non pensò come fu presa la parola da taluni dopo di lui [Paolo VI?]".

Card. Giuseppe Siri, deposizione del 1973 al processo di beatificazione e canonizzazione del servo di Dio Giovanni XXIII; in "Romana Canoniz. Servi Dei Iohannis Papae XXIII Summi Pontificis (1881-1963), Summarium, Roma 1992, pp. 1125-1137.

Eucarestia tra Oriente e Occidente



Ad un primo approccio valutativo, una persona che ignora le differenti sensibilità religiose tra il mondo cattolico e quello ortodosso è portata a vedere forti analogie anche dove, magari, non ci sono.

Una di queste è l'Eucarestia, il sacramento o mysterion del pane e vino eucaristico con il quale i fedeli si nutrono nella Messa o Divina Liturgia. Si pensa che questo sacramento rappresenti effettivamente il fondamento della vita ecclesiale per entrambe le confessioni allo stesso titolo e peso significativo.

Sfuggono delle nuances importanti per le quali la centratura della Chiesa sul mistero dell'Eucarestia resta tipica del mondo Cattolico-latino, per tutta una serie di fattori storicamente spiegabili.

Il mondo ortodosso non nega all'Eucarestia tutti i suoi attributi e caratteristiche. Ne è prova l'attenzione che vi pone san Giovanni Crisostomo e, più tardi, Nicolas Cabasilas. Questi autori possono benissimo essere letti nella prospettiva cattolico-latina ma, così facendo, sfugge il baricentro ecclesiale dell'Ortodossia che va in un'altra direzione.


Per chiarire questo discorso, possiamo dire, in modo semplificativo, che anticamente esistevano due riferimenti o paradigmi attorno ai quali si fondava tutta la vita cristiana: il paradigma ascetico, esercitato nelle scuole monastiche e il paradigma sacramentale esercitato dalla classe sacerdotale.

E' vero che negli ultimi anni un teologo del patriarcato ecumenico (Giovanni Zizioulas) ha cercato d'inserire energicamente il paradigma sacramentale ed eucaristico nella Chiesa ortodossa ma - bisogna dirlo - è un caso piuttosto eccezionale e non privo di critiche nell'Ortodossia.

Il baricentro classico nel mondo ortodosso, quindi, non è tanto stabilito dall'azione di Dio attraverso la Divina Eucarestia ma dall'azione generale di Dio nel mondo attraverso le cosiddette "energie divine".

Per l'Ortodossia, l'asceta che prega su una colonna riceve la grazia di Dio ogni giorno, nel rinnovarsi del suo pentimento, nella fedeltà, nella memoria continua di Cristo.

Santa Maria Egiziaca, pentita d'aver esercitato la prostituzione, vive nel deserto e si santifica con lacrime catarchiche. Il santo prete che, alla fine della sua esistenza, le apporta l'Eucarestia, san Zosima, incorona una vita che si è in gran parte santificata senza Eucarestia:

nell'Ortodossia il paradigma ascetico lavora con quello sacramentale e sacerdotale ma quest'ultimo non prevale mai al punto che il primo può sussitere lungamente anche senza il secondo.

Non serve ricordare il caso dei vecchi credenti russi, rimasti per qualche secolo senza preti, eppure rimasti ortodossi. Cose inconcepibili per un certo tipo di Cattolicesimo!

Recentemente lo stesso Zizioulas, per esaltare il paradigma sacerdotale e sacramentale, tende a oscurare quello ascetico ma questo stravolge il volto e l'identità del mondo ortodosso.
E non è solo questione ortodossa! Chiunque suggerisce un cammino del genere si allontana di fatto dai fondamenti cristiani che sono essenzialmente ascetici e orientati all'eskaton, alle realtà ultime e definitive.

Viceversa, la presenza di entrambi i paradigmi discende da un'ampia visione della misericordia divina: Dio ha mille vie alternative per raggiungere nella grazia l'uomo. Con ciò, non si nega che Dio agisce nell'Eucarestia ma non lo si pone neppure quale unico modo principale.

Quest'equilibrio è dato anche dal fatto che, nonostante tutto, l'Ortodossia non è una Chiesa clericale, non pone al centro della vita ecclesiale l'attività del prete ma ha una visione olistica che è molto importante cogliere per comprendere questo tipo di Cristianesimo che, altrimenti, sarebbe quasi indistinguibile dal Cattolicesimo.

Anni fa, ricordo d'aver letto una critica molto razionale di un teologo romeno oramai passato a miglior vita: Dumitru Popescu. Questo teologo del patriarcato di Bucarest sottolineava che esasperare troppo la presenza di Cristo nell'Eucarestia potrebbe sbilanciare certi delicati equilibri, equivocare i fini con i mezzi o più semplicemente, perdere di vista certi fondamenti.

La Chiesa, quando fa una scelta (in Occidente l'istituzione della festa del Corpus Domini, ad esempio), ha un determinato disegno, spinta dalla situazione e dal contesto nel quale è obbligata a porsi.
Assolutizzare la scelta, prescindendo dal contesto, puo' forse determinare veri e propri errori di valutazione.

Il fine ultimo della Chiesa non è prendere e adorare il pane consacrato ma farlo assumere ai fedeli per la loro santificazione "affinché Cristo sia tutto in tutti". Cristo deve essere in definitiva nelle persone, non restare fuori di esse.

Nell'Ortodossia il tabernacolo divino diventa il cuore santificato, non tanto il luogo in cui si ripone la divina eucarstia. La gloria di Dio resta solo l'uomo vivente, nient'altro. Non a caso le reliquie dei santi sono trattate con una deferenza che oramai è difficile trovare nel mondo Cattolico.

Questo pare essere, in definitiva, il messaggio sintentico che si puo' trarre da alcune scelte di base del mondo ortodosso.

sabato 1 ottobre 2011

Dove và l'Italia?

L'altro giorno mi sono capitate sotto gli occhi due  notizie che mi hanno molto stupito.
Una realtiva al nord Italia e un'altra al sud.

Ecco quella del sud.
In una scuola del sud Italia, a Senise in provincia di Potenza, sono state scattate delle foto-ricordo per una classe nella quale c'è una allieva down. Delle foto sono state distribuite due versioni: una per tutti (in cui non compare l'allieva down) e un'altra per l'allieva stessa nella quale la si vede in compagnia dei suoi compagni e delle maestre (notizia da "Il Corriere della Sera", 30/IX/ 2011). Il giornalista che riporta il fatto ci ironizza su ma, è evidente!, si nota come nella mentalità italiana si faccia strada sempre più un inquietante razzismo.

Ecco quella del nord.
E' successa a Santo Stefano di Cadore, il 14 maggio scorso. Una mamma si è preoccupata che il suo parroco, nella cui parrocchia vi sono pure parrocchiani di colore, possa trasmettere bacilli contagiosi al proprio figlio, dal momento che il suddetto prete, stringendo la mano ad extracomunitari e, in seguito, porgendo la particola consacrata al bambino, potrebbe farsi veicolo inconsapevole di malattie (notizia da "Il Gazzettino", 30/IX/ 2011).

Si nota sempre il solito razzismo con l'aggravante di considerare l'ostia possibile ricettacolo di germi ivi deposti dalle mani del prete che avrebbe avuto l'ardire di stringerle con quelle di gente di colore.

Sono basito e non solo per la questione "razzismo".

Mi chiedo: questa signora, che immagino cattolica, quale rapporto ha con l'eucarestia?
L'idea sola che l'Eucarestia, il pane consacrato, dunque il Corpo di Cristo, possa diventare ricettacolo d'infezione o di morte è quanto meno eretica.
In Oriente - soprattutto nelle chiese greche - ci si comunica prendendo l'Eucarestia da un solo cucchiaio che passa nelle bocce di tutti da secoli e secoli. Non si è mai registrata una epidemia o una malattia a causa di ciò. L'idea, per un credente, che il Corpo di Cristo possa dare morte, invece che vita, è decisamente contraria alla fede, anzi, la nega proprio!

Questo è, purtroppo, il livello della fede di molti "cattolici" odierni. Questi ultimi, poi, ci mettono pure il razzismo come aggravante. Manifestano una doppia paura, dunque.

Purtroppo ebbi modo di constatare simili atteggiamenti religiosi pure io anni fa, al battesimo di un bambino. Quando il prete ardì spruzzare qualche goccia d'acqua (come si fa nella consuetudine cattolica-latina) per battezzare questo bambino, la madre, atterrita, comandò al prete: "Basta, basta!!".
Manco fosse acido muriatico...
Una donna che sembra ritenere "acido muriatico" le tre goccie d'acqua (erano solo tre!) con le quali un prete battezza il proprio figlio manifesta un evidente dispregio al sacramento. Quella stessa donna, per generare al mondo il figlio, ha dovuto essere inseminata.
Quanto è avvenuto nel segreto del suo talamo, seguendo la legge di natura, ed è stato da lei ben accolto nella benedizione del sacramento nuziale, è stato disprezzato al momento del battesimo, quando ha cercato di ostacolare la legge della grazia, per quel modo tutto formale, convenzionale e, alla fine, ateo con il quale queste signore e mille altri come loro, vivono il Cristianesimo.


E che dire se si pensa che, in Oriente, il battesimo avviene sempre e comunque per immersione? Il bambino viene totalmente immerso nell'acqua della "kolimbitra"!

Viviamo realmente in un tempo che ha perso i significati religiosi e ne porta avanti, convenzionalmente e folcloristicamente, solo l'immagine. Il suo cuore è altrove...

L'abbazia di Cluny


Cluny e la riforma cluniacense sono un momento di svolta nella storia del monachesimo (XI-XII sec).
Si può dire che con Cluny muore definitivamente un tipo di monachesimo "popolare" e si apre l'era di un monachesimo sempre più estetizzante e clericalizzato.
E' un'altra era che porterà, pian piano, lo stesso monachesimo ad entrare in una zona d'ombra a favore dei chierici sempre più al centro della vita della Chiesa.
Il passaggio dal paradigma monastico a quello clericale nella Chiesa, si situa in un momento in cui la stessa Europa si risveglia e, da sedentaria, diviene sempre più dinamica. Il passaggio dal "claustrum" al "saeculum" comporterà pero' tutta una serie di contraccolpi in seguito ai quali muta lo stesso modo di vivere la religiosità. Per questa nuova religiosità saranno sempre più lontane se non estranee le prospettive della spiritualità e del misticismo che caratterizzavano, ad esempio, l'era di Bernardo di Chiaravalle.

Ricostruzione del santuario dell'Abbazia di Cluny