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sabato 24 settembre 2011

Ipse dixit, lo ha detto Lui!



Quando mi capita di dialogare con un certo tipo di mondo cattolico,  rimango spesso basito per la rigidità che manifesta.

Mi rendo conto che la stagione attuale del Cattolicesimo non è felice, strattonato com’è tra nostalgie del passato e tensioni verso il futuro. Ma non è questo il punto. Ciò che mi fa riflettere è uno strisciante atteggiamento ideologico che tende ad affermarsi sempre più e che è totalmente refrattario a comprendere le ragioni dell’altro. Forse questo stile sarà sempre esistito e ora emerge meglio, chissà!, ma fino a qualche anno addietro non lo notavo così presente.

Diversi mesi fa, un’organizzazione che cura la liturgia cattolica tradizionale, aveva organizzato una Messa in una cappella della basilica vaticana. Tale Messa era celebrata dal card. Burke. Chi vi partecipò mi ha narrato lo zelo smisurato con cui il cardinale affermava l’identità o l'armonia di questo rito antico con quello rinnovato. Evidentemente il cardinale è latore dell’idea che il magistero ha una “continuità senza rotture” tra il recente passato e il presente nella Chiesa e la liturgia, come si sa, è anche espressione di tale magistero. Quest’idea non è del cardinale. E' stata lanciata dal papa e riguarda l’insegnamento ecclesiastico: ciò che s’insegnava ieri è in armonia e sviluppo con quanto s’insegna oggi.

Eppure, solo riflettendoci un poco, ci si rende conto che questa teoria scricchiola in troppi punti. Se ne può fare, dunque, una critica pacata e razionale.

1) Mi sembra ovvio che un gruppo, il cui scopo è curare la liturgia tradizionale cattolica, privilegi quest'ultima rispetto a quella rinnovata e che, quanto meno, ritenga la prima più pregna di contenuto spirituale e dogmatico rispetto alla seconda. Uno può dissentire da questo gruppo ma non può prescindere da quanto credono, pensando di poterlo convincere con argomentazioni che, alla fine, non reggono. Non è buon gusto, quanto meno. E’ come se io imponessi a un motociclista di andare pure in bicicletta dicendogli che i due mezzi sono identici. Lo posso pensare – anche se è errato – ma non lo posso imporre, tanto più con queste motivazioni.

2) Questa continuità, della quale da un poco di tempo a questa parte si riempiono la bocca alcuni cattolici zelanti, è tutta da dimostrare. E’ stata affermata dal papa, ma tale affermazione cozza contro molti dati storici e teologici. Un dato assodato, ad esempio, è quello secondo cui la liturgia seguita al concilio vaticano II riflette uno stile e un modo di Chiesa tutt’altro che identico a quello riflesso dalla cosiddetta “Messa Tridentina”. Su questo sono perfettamente d’accordo con i liturgisti moderni favorevoli ai cambiamenti. Le due liturgie non sono armonizzabili, sono il riflesso di concezioni e mentalità assolutamente differenti. Qui non è possibile parlare di continuità, armonia o identità, come cercava di fare il card. Burke, imponendo autoritariamente il suo “ipse dixit”.

Che, poi, la cosiddetta continuità magisteriale sia tutt’altro che scontata, lo vediamo pure dal famoso “caso Lefebvre”.

L’arcivescovo Marcel Lefebvre è stato spesso accusato d’aver creato un movimento che si denomina come “Lefebvrismo”, con una dottrina particolare deformata da quella tridentina e in contrasto con il concilio Vaticano II.

Quest’idea si è imposta ed è particolarmente utile all’ideologia della continuità magisteriale.

Ma, se solo ci riflettiamo un poco, il cosiddetto “Lefebvrismo” esiste solo come pura invenzione semantica.

Mentre esiste il “Calvinismo” o il “Luteranesimo” per il fatto che Calvino e Lutero hanno creato, partendo da concezioni tradizionali, una nuova identità religiosa, non esiste il “Lefebvrismo” poiché l’arcivescovo Lefebvre non inventò nulla. Nel suo insegnamento religioso seguì pedissequamente quanto aveva imparato nelle Università romane i primi decenni del XX secolo. Perciò, in luogo del termine errato “Lefebvrismo”,  si deve utilizzare quello di “cattolicesimo integrista” o “integrale”.

Questo tipo di Cattolicesimo, proprio come la “Messa tridentina”, non è armonizzabile con quello uscito dal concilio vaticano II. Non è un caso che mons. Lefebvre fosse paladino della "Messa tridentina".

Di questo non ci si deve meravigliare: continuità e rotture hanno caratterizzato la storia del mondo cattolico. E se, fino a ieri, le cosiddette rotture non erano eccessivamente evidenti e, giustificandole, potevano essere negate, il vaticano II si è proposto come una tra le maggiori e più radicali fratture del mondo Cattolico. Questo lo può dire sia chi sostiene il vaticano II, sia chi lo avversa.

Possiamo fare un altro esempio in grado d’illuminare meglio quanto stiamo affermando.

Il rifiuto del concilio Vaticano II, da parte dell’arcivescovo Lefebvre, si è motivato attorno a due temi fondamentali:
la libertà religiosa e l’ecumenismo.
Riguardo al secondo, egli dissentiva totalmente su un punto principale: il dialogo.
L’arcivescovo in un’intervista, rilasciata attorno al 1976, affermava:

"Il dialogo presuppone l’incontro di due parti uguali e opposte; perciò, in nessun modo [il dialogo] potrebbe avere qualcosa a che fare con la Fede cattolica. Noi crediamo ed accettiamo la nostra fede come l'unica vera Fede nel mondo. Tutta questa confusione porta a compromessi che distruggono la dottrina della Chiesa, per la disgrazia dell'umanità e della Chiesa stessa" (1).

Inutile dire che esattamente queste cose, nel loro contenuto, si possono trovare nei libri teologici e nell'insegnamento cattolico precedente al concilio vaticano II. Direi che basta andare in una biblioteca teologica e iniziare a sfogliare un qualsiasi libro di dottrina, se non di dogmatica. 

Queste non sono certo invenzioni dell’arcivescovo o "distorsioni dell’insegnamento cattolico postridentino" poiché si trovano riflesse, ad esempio, nell'enciclica Traditi humilitati nostrae di papa Pio VIII. Per questo papa non ha senso alcun confronto con altre religioni, alcun rapporto che facilmente porterebbe alla perversione della verità che, sola, è confessata nella Chiesa cattolica.

Su questo versante, quindi, c'è stato un cambiamento totale al punto che il termine dialogo (già Romano Amerio lo affermava nel suo libro Iota Unum) è totalmente inesistente nel magistero precedente mentre, in seguito, diventa la "cifra" dominante di tutta un'epoca.

Il termine "dialogo" è, di fatto, frutto della mentalità di papa Paolo VI. Da questo esempio, comprendiamo che mons. Lefebvre non ha distorto  nulla del magistero precedente poiché riportava pedissequamente quanto  gli era stato insegnato e che poi, per altri motivi, giusti o sbagliati che siano, è cambiato. 

Si può certamente discordare dalle posizioni “lefebvriane”, ma, per onestà intellettuale, non ci si può inventare che Lefebvre è in contraddizione con il  passato del Cattolicesimo e ha elaborato una dottrina personale. Ora, pare, ci sia qualcuno che tende a pensarlo per il solo fatto di voler armonizzare, a tutti i costi, il passato cattolico con il presente.

Eppure ci sono documenti, affermazioni, libri che non si possono buttare via solo perché oggi Benedetto XVI afferma altre cose.

I vari teologi della “Nouvelle theologie”, Yves Congar ad esempio anima del rinnovamento conciliare, affermavano che il “Vaticano II era il 1789 della Chiesa”, ossia una rivoluzione rispetto al magistero precedente. E’ verosimile. Ora, una rivoluzione non può mai essere in armonia con quanto rivolta ma, semmai, assume un segno diverso, se non opposto. La stessa cosa si può applicare direttamente alla liturgia cattolica seguita al Vaticano II: la nuova liturgia ha molti aspetti che ne fanno un 1789 rispetto alla precedente. Ragionando in questo modo, si sente una perfetta logicità:  tutto si spiega.

Purtroppo, la cosiddetta logicità cede il passo al bisogno del momento o al volere del “principe”.

Non è una novità, accadde pure al concilio Vaticano I con l’ala degli infallibilisti estremi, capeggiati dal cardinal Henry Edward Manning, che si opponeva all’ala dei negatori dell’infallibilità, tra i quali esistevano diversi vescovi di  grande sensibilità storica.

Il Manning coniò un detto molto eloquente: “Il dogma vince la storia”. Con questo, egli voleva dire che se il papa vuole proclamare un nuovo dogma, lo può fare anche contro tutto e tutti. Manning pareva echeggiare, in ciò, il pensiero di quei canonisti mediovali per i quali il papa ha così tanto potere da poter correggere la Rivelazione stessa. Ecco, dunque, un esempio in cui la logicità cede il passo al bisogno del momento. Inutile dire che questa è pura ideologia religiosa.

Anche se la posizione del Manning non vinse, prevalendo l’infallibilismo moderato, tuttavia la ritroviamo ancor oggi, nonostante l’avversione di molti a tale  spaventosa impostazione: la storia e la realtà non sono importanti se le circostanze e il "principe" decidono diversamente.

Con chi sostiene tale assurdità, ogni tentativo di dialogo e d’intesa è impossibile. “Ipse dixit”, sembra che ripeta all’infinito, pronto a negare anche la luce del sole, se è il caso.
(1) http://www.pontifex.roma.it/index.php/opinioni/consacrati/8666-intervista-proibita-a-mons-lefebvre

mercoledì 21 settembre 2011

DVD con le ricostruzioni tridimensionali



Ho realizzato un DVD con le ricostruzioni tridimensionali. E' pure possibile vedere questi lavori in HD.




venerdì 16 settembre 2011

Lo Skeuophylakion della chiesa Hagia Sophia



Lo Skeuophylakion, un edificio a base quasi circolare risalente all'epoca giustinianea, faceva le funzioni di Sacrestia per la chiesa Hagia Sophia. E' da notare che nella consuetudine bizantina il clero non indossa i paramenti in Sacrestia ma nel cosiddetto diakonikon, sul lato destro del santuario, in chiesa.
Questo luogo, dunque, era deputato alla riposizione e alla conservazione dei paramenti ecclesiastici.
Oggi versa in stato di totale abbandono ed è chiuso al pubblico.
La ricostruzione tridimensionale si basa su qualche foto dell'esterno e su un'ipotetica sistemazione dell'interno come forse appariva prima della turcocrazia.


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Video sullo Skeuophylakion



martedì 13 settembre 2011

Hagia Sophia, la chiesa della santa Sapienza di Dio


Dopo due anni di tentativi, questo lavoro è terminato. Temo che avrà meno fortuna, rispetto a quello sulla basilica di san Pietro, per quanto sia più curato e abbia richiesto molta più profusione di forze. La chiesa appare nella sua sistemazione cristiana con elementi oggi scomparsi. La ricostruzione di questi elementi si basa su lavori scientifici. Nella chiesa compaiono anche alcuni esempi di illuminazioni ad olio, come si usava al tempo. Di queste illuminazioni era pieno il tempio e, solo queste, richiedevano la presenza di un gran numero di personale. Lo stesso culto che qui si svolgeva, aveva una tale solennità da parere ad alcuni inviati dello Zar russo, come il "cielo sceso sulla terra".
Per tutto il Medioevo questo luogo era ritenuto il massimo esempio di splendore, al punto che oggi mi meraviglio non poco di come, anche negli studi, non se ne parli quasi mai.
Comunque sia, ora su internet è presente questa risorsa di qualità che onora un periodo storico a torto caduto nell'oblio.
Si raccomanda di vedere il filmato in HD per gustare meglio i dettagli.






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venerdì 9 settembre 2011

La chiesa della santa Saggezza di Costantinopoli



Ci vuole proprio tanta testardaggine e, forse, anche continuo amore per poter realizzare un progetto del genere. I primi tentativi sono iniziati tre o quattro anni fa. Poi, prendendo e mollando il lavoro, siamo arrivati ad oggi. Nel frattempo la tecnica si è affinata e anche la resa ne ha positivamente risentito.
Il progetto è quasi terminato ma è stato come un lungo - a volte estentuante! - "ricamo informatico".
Se vi sono quelli che non possono credere che al computer si puo' far qualcosa di artistico ed elevante, beh, non ci sono che io a smentirli.
In questa foto si vede l'esterno ma l'interno è ovviamente molto più conquidente. In primo piano il battistero, dietro, la chiesa composta da più corpi volumetrici, ognuno dei quali corrisponde a qualcosa di ben preciso.
Avrò modo, prossimamente, di aggiungere altre immagini o, probabilmente, un video.

lunedì 5 settembre 2011

Liturgy on Mounth Athos



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Little documentary about the liturgy on Mount Athos.
Sorry for the possible mistakes in the english traduction.

La liturgia come teofania e figura del Cielo




di Mons. Klaus Gamber e Chr. Schaffer




Mostraci la Tua magnificenza o Signore!


Fa parte della tragedia della nostra esistenza umana vedere le opere di Dio nella Creazione, esse ci fanno intuire la grandezza e la bellezza divine, ma la contemplazione di Dio ci manca. Sem­bra talvolta che la nostra preghiera si perda nel vuoto. Non viene una rispo­sta e, ad ogni modo non viene come la desideriamo.

Così tutto ci appare difficile. Eppure sentiamo che Dio ci è vicino quasi che ci tocca, che Dio c'è, che c'è per noi e che dispone della nostra vita.

L'uomo religioso fa l'esperienza di Mosè sul Sinai. Per molti giorni Mosè aveva parlato con Dio e ricevuto dalla Sua mano le tavole della Legge; ed ora supplica: "Mostrami la Tua magnifi­cenza!". Ma l'uomo mortale non può vedere questa magnificenza senza morire. Dio deve coprirgli gli occhi colla Sua mano, quando gli passa vicino, vi­cinissimo. I tre discepoli prescelti ve­dranno il Figlio nella Trasfigurazione del Tabor, e cadranno a terra, non sopportandone lo splendore.

Marx chiama la religione "il sospiro della creatura angustiata" nella sua "Critica della Filosofia hegeliana", e an­cora, "E' l'oppio del popolo". Le sue parole sulla religione si citano quasi sempre incomplete. Ma egli credeva di poterne fare a meno. Quel che dice in senso generale, vale soprattutto per il culto, che è il cuore di ogni religione. L'esperimentiamo da 70 anni nell'U­nione Sovietica, dove la Fede continua ad esistere, in grandissima parte grazie alla bellezza del culto.

Potrebbe succedere col nostro culto attuale, se ci trovassimo un giorno nel­l'identica situazione? Molta gente chiama il nostro culto attuale vuoto e noioso. Ci va perché è prescritto, ma anche perché aspetta qualche cosa. E poi la­menta che è rimasta insoddisfatta.

Molte persone esperimentano il no­stro culto come un'assemblea profana, soprattutto caratterizzata da un gran parlare. Difetta la bellezza, il Gemut, la solennità che attira l'anima e la rende felice. In breve: manca l'incontro col trascendentale, colla teofania — una mancanza resa più amara dal mondo unilateralmente tecnicizzato che ci cir­conda.

Il pensiero che ossessiona gran parte di teologi, che il culto diventi attrat­tivo introducendovi le cose di grande attualità, non sa comprendere la miseria del nostro tempo. Otterranno in tal modo un incontro fra gli uomini che si perde in un puro orizzontalismo. Il cul­to è più di un'esperienza orizzontale e non basta certo per rendere la vita più sopportabile, per quanto possa essere utile.

Ma come rimediarvi oggi?

Oggi ci s'insegna a portare la vita di tutti i giorni in chiesa. Invece occorre­rebbe fare il contrario! Ci vorrebbe la santa esperienza del culto nella vita quotidiana. Il fascino emanato dallo splendore della vicinanza di Dio nella liturgia dovrebbe rischiarare la noia di ogni giorno, colmarne il vuoto, e anche troppo spesso la sua miseria e la sua di­sperazione.

Se cerchiamo quel che è essenziale nel culto, il mistero, dobbiamo tornare indietro nel tempo, fino a scoprire l'an­tica Chiesa, non ancora scissa, la cri­stianità intera ancora compatta. Il culto tuttora accettato in Russia si ce­lebra da 1000 anni e più, e non v'è sta­ta una "riforrna". Le Chiese orientali ortodosse sono più attaccate alla Tradi­zione di noi e conoscono il valore dell'eredità a noi affidata, secondo la parola di San Paolo, perché la conserviamo. (II Tim. 1, 14).
[…]
Mostrami la Tua magnificenza! — Co­me può essere esaudita la preghiera di Mosè, come può realizzarsi un vero in­contro con Dio, una teofania nel culto? Come può svelarsi il "mistero di Cristo", come s'esprimono i Padri del Concilio?

Non possiamo vedere Iddio, e non di meno sperimentiamo la sua presenza il fascinosum del divino. Possiamo sentire le energie della grazia emananti dalla Divinità, purché si sappia farle sentire ai singoli.

l culto non è in primo luogo l'opera del sacerdote o della comunità, ma l'irruenza di realtà celesti tramite i segni sacramentali che pone. Vale anche qui la promes­sa di Gesù: "Vedrete il cielo aperto, e gli Angeli di Dio scendere e salire al di sopra del Figlio dell'uomo" (Giov. I, 51).

Questo è il senso ed è il compito del culto con i suoi riti diversi — non ce­rimonie magiche che soggiogano gli dei, ma segni visibili di un fatto invisibile, un fatto reale e nondimeno al di sopra dei sensi.

I segni servono a parlare ai sensi dell'uomo, intanto agli occhi e alle orec­chie, insomma a ciò che rende possibile la comunicazione anche fra gli uomini. Ma non vanno trascurati neppure gli al­tri sensi. Nei riti delle Chiese orientali non manca mai il profumo dell'incenso, e durante le lunghissime vigilie, il prete consacra una specie di pane dolce e lo distribuisce ai fedeli, al fine che anche gli altri sensi non vengano trascurati. La natura del culto è tale che si rivolge attraverso i segni rituali all'uomo, fatto di anima e di corpo. Non basta la dichia­razione lapidaria: "Cristo è in mezzo a noi". L'uomo intero deve sentire, con tutti i suoi sensi, la realtà di questa presenza. I discorsi toccano il solo in­telletto. Il freddo del puro razionale non riesce mai a sciogliere il ghiaccio di un cuore affranto.

Evidentemente possiamo sentire la presenza divina anche a mezzo di un'e­sperienza personale, fino a giungere a riconoscere verità che prima ci rimane­vano nascoste. Ma sono eccezioni, Al solito l'incontro col divino si realizza nel culto.

Nella liturgia di San Giacomo, l'an­tichissimo rito gerosolomitano, il coro canta durante il solenne ingresso del sa­cerdote che porta i doni del sacrificio:

"Taccia ormai ogni carne umana! Stia tremante e nel timore! S'avvicina il Re dei re, Cristo nostro Dio, per essere im­molato e dato in cibo ai fedeli! Lo pre­cedono i cori degli Angeli nella forza della loro potestà, i Cherubini dai molti occhi ed i Serafini dalle sei ali. Si copro­no il volto e cantano ad alta voce il canto della vittoria: Alleluja, alleluja, alleluja!".

Davvero! E' il Cristo che s'avanza in mez­zo a noi "per essere immolato e dato in cibo ai fedeli". E' questo il punto deci­sivo: il mistico Sacrificio di Nostro-Si­gnore, e la Sua unione con noi nella santa Eucarestia. Questo fatto manca nella preghiera privata — o quando le­viamo l'anima a Dio in mezzo alla bel­lezza della natura.

Osserviamo che pur al passaggio dei soli doni che vengono portati all'altare, i fedeli s'inginocchiano profondamente, sapendo bene che s'avvicina, non visto, il Cristo per compiere, eterno sacerdote, il sacrificio liturgico. Egli è il vero Liturgo. Egli offre il mistico Sacrificio come una volta nel Cenacolo, spezzando il pane annunciando la Sua morte violenta, e donando il Suo sangue — raccolto nel calice — agli Apostoli, come l'avrebbe sparso sulla croce, il giorno appresso. Il sacerdote che prega ed agisce davanti all'altare, non è che il Suo rap­presentante, la Grazia e il Potere sono Suoi, sono del Signore.

Mostraci la Tua magnificenza! — Non siamo in grado di vedere Dio. Ma Dio si è rivelato a noi, nell'Uomo-Dio. Egli è "l'immagine del Padre" (Col. 1, 15). Egli "è il riflesso della Sua magnificen­za" (Ebr. 1, 13). In Lui vediamo Dio (vedi Giov. XIV, 9); in Lui sono apparse la bontà e l'umanità di Dio" (Tit III, 4).

Perciò, per indicare la presenza del­l'Uomo-Dio in mezzo a noi, nelle antiche nostre chiese (ndr. come nel bel San Marco a Venezia) si vede l'immagine di Cristo in trono raffigurata nell'abside — o sotto la cupola maggiore, la "Majestas Domini".


Questa raffigurazione ricorda anche la fine dei giorni, quando il "Figlio dell'uomo" apparirà in mezzo agli Angeli (vedi Mc. XVI, 27), per giudicare il mondo e raccogliere i Suoi e condurli "nel regno preparato per loro dall'ini­zio del Mondo" (Mt. XXV, 34).

E si comprende così che l'abside eretta verso oriente doveva servire a ravvivare il ricordo del Figlio dell'Uo­mo, e che tutti coloro che prendevano parte al culto, incluso il celebrante, pre­gavano rivolti all'oriente, come dice Giovanni Damasceno (+ 749): "Siccome l'aspettiamo, adoriamo rivolti verso l'oriente". Si tratta qui dell'antichissima convinzione cristiana che Cristo è asce­so al cielo in tale direzione, e che di là ritornerà. Egli stesso ha detto: "Come la folgore esce dall'oriente, e riluce fino all'occidente, così sarà la venuta del Figlio dell'Uomo" (Mt. XXIV, 27).

E' Cristo, il Signore di ogni cosa, che "è nella gloria del Padre" (Fil. II, 11), che i fedeli pregano radunati per il Sacrificio; essi intuiscono la Sua pre­senza, contemplano la Sua immagine, e attendono il Suo ritorno nella potenza, secondo la parola che i due Angeli ri­volsero ai discepoli: "Verrà così come l'avete visto salire in cielo" (Ap. 1, 14).

Taccia ormai ogni carne umana!

Si unisce al fascinosum della pre­senza divina il tremendum che ci riem­pie di terrore. Pochi testi, così come l'in­no dell'introitus della liturgia di San Giacomo, sanno inculcarci la riverenza col canto. "Taccia ogni carne umana; stia tremante e nel timore: s'avvicina il Re dei re... i cori degli Angeli... si copro­no il volto".

Strappato alla vita profana, l'uomo risente, nell'incontro con Dio la vicinan­za santa, e tutta la propria miseria. Rico­nosce di essere indegno di avvicinare Dio nel mistero. Inorridisce comprendendo quanto è grande il bisogno della miseri­cordia divina verso di lui.

Questo atteggiamento al cospetto di così immensa santità echeggia anche nel monito del sacerdote nelle antiche litur­gie, prima che ci accostiamo a ricevere l'Eucarestia. "Il Santo ai santi! " Il "San­to", vale a dire le specie consacrate, ai santificati nel battesimo, chiamati dun­que a vivere santamente (vedi Rom. I, 7).

Santi si chiamavano nell'antica Chiesa tutti i battezzati. Comprendiamo che sol­tanto chi si è santificato nel battesimo e non ricadde nel peccato, merita di essere designato con tale verbo. Nella Didachè, l'antichissimo Ordo che la Chiesa si è dato, l'invito del prete suona: "Chi è santo acceda! Chi non lo è, faccia peni­tenza!".

Se la regola vuole che il Sacrificio eucaristico si celebri ordinariamente sol­tanto nel santuario delle chiese, e non all'aperto, nell'ambiente "profano" (profa­no, cioè fuori del fanum, o tempio), si tratta anche qui del riverente timore di­nanzi al mistero, al sacro. Purtroppo ta­le massima viene sempre meno osservata.

Un mistero svelato non è più miste­ro. E' una contraddizione in sé. Non si perde solo il fascinosum, ma anche il senso del tremendum, senza di cui man­ca la condizione necessaria per un incon­tro con Dio.

L'uomo in cerca di Dio, ma ancora tenuto prigioniero dalle cose della terra, non può fare a meno di un ambiente sacrale, la "spirituale immagine di quel che è dietro alla cupola del cielo" come lo chiama lo storico della Chiesa Eu­sebio (verso il 325), se vuole mettersi all'unisono con l'azione sacrale che si compie davanti al suo sguardo, al fine di sentire l'inaudita realtà del mistero: "poiché s'avvicina il Re dei re per essere immolato e dato in cibo ai fedeli".


La nuova Gerusalemme scende dal cielo

Il cantico di nome Sonum dell'an­tico rito gallicano ci rivela un'altra va­riante della fede liturgica della primitiva cristianità, una forma della celebrazione della Messa in uso fino ai tempi di Carlomagno. Questo rito mette soprattut­to in rilievo l'aspetto escatologico del culto. Il Sonum cantato all'ingresso dei diaconi con i doni sacrificali al princi­pio della celebrazione eucaristica, quan­do aprono i veli per permettere di vede­re l'altare con i dipinti o mosaici dell'ab­side, col Re magnifico in trono diceva:

"Guardate! E' aperto il tempio colla tenda della testimonianza (vedi Ap. XI, 19), e la nuova Gerusalemme scende dal cielo. Qui è il trono di Dio e dell'Agnel­lo. I Suoi servi gli portano doni e dicono: Santo, santo, santo, a Dio il Signore di tutto, che era, che è e che sarà! (Ap. IV, 8). Vedete in mezzo al trono della sua magnificenza l'Agnello e si sente una vo­ce che si alza dinanzi a Lui: Ha vinto il Leone di Giuda, della stirpe di Davide (Ap. V, 5). Ed i quattro animali dicono senza tregua davanti al trono: Santo, santo, santo, il Signore, Iddio il Signore di tutto che era, che è e che sarà" (Ap. IV, 8).

"Guardate! E' aperto il tempio!" — Qual'è il significato dei i veli, chiusi du­rante le lezioni e la predica, per nascon­dere lo spazio che contiene l'altare agli sguardi dei fedeli, e che vengono ritirati all'inizio del sacrificio eucaristico?

Si vuole mostrare così in un modo che colpisce i sensi che inizia qualche cosa che è al di là del mondo terrestre. L'azione della celebrazione sull'altare terrestre si unisce in questo istante col­la realtà che è la liturgia celeste. E' si­gnificativo che il canto del tre volte santo, è fatto risuonare nel canto dell'introito, tanto dalla voce dei chierici che portano i doni all'altare, quanto dai quattro animali, in rappresentanza del creato, ai piedi del trono di Dio.

Teodo­ro di Mopsuestia (+ 428) dice in tale senso, parlando appunto di un`imma­gine di cose celestiali": "Ogni volta, quando compiamo questo tremendo sa­crificio... dobbiamo tenere presente che siamo per modo di dire in cielo. La fede ci dà la visione spirituale della realtà del cielo ".

Similmente Gregorio di Nazianzo (+ 390) insegna in una predica pasquale: "Immoliamo a Dio il sacrificio di lode sull'altare del cielo, insieme con i cantori celesti! Entriamo dietro al pri­mo velo, avviciniamoci al secondo e guardiamo nel Santo de' Santi".

Gregorio ricorda i due veli nel tempio di Geru­salemme. Un velo chiudeva il "Santo" coll'altare dell'incenso, dei pani da proposizione e col candelabro. Un secondo nascondeva il "Santo de' Santi" coll'arca dell'alleanza sotto i cherubini. L'ingres­so nel primo era riservato ai soli sacer­doti e nel secondo unicamente al Grande Sacerdote, e non più di una volta all'an­no (vedi Ebr. IX, 7).

Nei riti antichi e ancora ai nostri giorni nei riti delle Chiese orientali, il luogo dell'altare non è sempre visibile ai fedeli. Inoltre il rito bizantino ha l'iconostasi che si è sviluppata dalle ba­laustre che una volta servivano da bar­riere. Il luogo dell'altare era sempre ri­servato ai soli chierici, ai consacrati al servizio di Dio. La designazione pre­sbiterio ne dà testimonianza.

Anche l'occidente aveva l'uso di veli davanti al luogo dell'altare. Duran­do (nel XIII secolo) nel Rationale divinorum officiorum (I 2, 35) distin­gue due veli, il grande velo davanti al luogo dell'altare, e l'altro più piccolo tra le colonne che reggevano il baldac­chino sopra l'altare. Egli menziona pure il terzo che copriva i doni sacrificali. E noi ricordiamo benissimo questo velo che copriva il calice e la patena coll'o­stia che il sacerdote reggeva nelle mani incamminandosi verso l'altare per cele­brare la Messa. Sant'Ambrogio racco­mandò: "abscondita teneamus mysteria!” (Portiamo nascosti i misteri).

"Vedi, è aperto il tempio! Alla mor­te di Gesù, il velo che nascondeva il San­to de' Santi si spezzò dall'alto in basso, in due parti", come tramandano gli E­vangelisti. Da sempre, lo si crede un se­gno della fine dell'antica Alleanza. L'in­gresso al santuario ormai stava aperto per tutti i credenti, in virtù della morte d'espiazione di Gesù; era aperto il cielo, dove Gesù ha preceduto i Suoi seguaci.

Il veggente di Patmos vide quindi, co­me "il tempio di Dio in cielo si apriva scoprendo allo sguardo l'arca del testa­mento nel tempio. Vide la celeste Geru­salemme scendere dal cielo, magnifica come una sposa, ornata per il suo Sposo" (Ap. XI, 19 e XXI, 2).

Il pensiero di una Liturgia cosmica (Urs von Balthasar) si ripete in tutta l'Apocalisse di San Giovanni. Davanti al trono di Dio, egli vede l'Agnello "come immolato", vede come i quattro animali ed i ventiquattro seniori si prostrano davanti all'Agnello e li sente cantare...

"Sei stato immolato e ci hai riscattati col tuo sangue da tutte le tribù e lingue, popoli e nazioni, e dinanzi al nostro Dio ci hai fatti re e sacerdoti". (Ibid. V, 6 - 10).

Di nuovo s'interrompe sempre la de­scrizione della lotta con le potenze del male nel mondo contro il Cristo e con­tro i Suoi fedeli, e del giudizio severo finale, per dare posto alla celeste liturgia. Il canto d'innumerevoli Angeli si unisce alla lode che sale da tutte le crea­ture "in cielo, sulla terra e sotto la ter­ra e nel mare". Tutto il creato canta "A colui che siede sul trono e all'Agnel­lo sia lode e onore e potere per tutta l'eternità!

Così le liturgie terrestri e celesti si uniscono a formare un unico culto: il culto della Chiesa cristiana, subentrato al culto mosaico.


Il sacerdote che offriva ogni sera il sacrificio dell'incenso nel Tempio di Gerusalemme, faceva lo stesso che ai nostri giorni quando il liturgo cristiano offre l'incenso durante i Vespri solenni, secondo l'esempio dato dall'Angelo, il quale sta coll'incensorio d'oro davanti all'altare del cielo per offrire al trono di Dio le preghiere dei Santi (Ap. VIII, 4).

Le dimensioni di luogo e di tempo spariscono. Così pensa San Giovanni Crisostomo, allorché scrive nel Libro sul Sacerdozio: "se tu miri, come il Signore giace immolato e come il sacerdote sta davanti all'altare e prega e tutti sono santificati con la porpora del preziosis­simo Sangue: credi ancora di essere in mezzo agli uomini e sulla terra? Non getti lungi da te ogni pensiero carnale e contempli le cose celesti con cuor puro e con mente pura?"

E' vero, noi vediamo ora le cose del cielo soltanto "come in uno specchio, non ancora faccia a faccia". (I Cor. XIII, 12). Eppure, festeggiando la liturgia in compagnia dei santi Angeli, l'uomo diventa un altro. L'incontro col mondo di là, ha più forza di ogni imperativo morale. L'esperienza delle cose sante santifica, mentre la sola legge non vi riesce.

Perciò la Chiesa siriaca prega alla fine del culto: "Concedici, o Signore che le orecchie che hanno sentito la Tua lode, si chiudano per la voce dei litigi e delle guerre! Che gli occhi che hanno mi­rato il tuo immenso amore, vedano an­che la beata speranza! Che le lingue che hanno cantato la Tua lode, diano d'ora in poi testimonianza alla verità! Che i piedi entrati nel Tuo atrio camminino nel futuro per le vie della luce! A Te ren­diamo grazie per la Tua indicibile Gra­zia”.

Solo se celebriamo il sacro culto con simili sentimenti, il desiderio di Mosè e degli uomini credenti può avverarsi: "Mostraci, o Signore, la Tua magni­ficenza! ".

Tratto da Notizie, 123 (1987).

L'albero mutilato




Il presente scritto è una testimonianza da parte di una cristiana (Orsola Nemi) con sensibilità tradizionale, su com'è stato avvertito il cambiamento liturgico nella Chiesa cattolica nei giorni immediatamente successivi all’applicazione del messale riformato. Penso che questo documento storico valga molto più delle dubbie testimonianze a favore, portate oggi dai liturgisti di simpatie progressiste. Essi, probabilmente, vogliono fare tacere queste voci con inconsistenti denigrazioni (gli "altri" sono sempre degli ignoranti rispetto a "Loro"), quando non riescono ad apporci uno spesso velo di sdegnato silenzio. Dietro a tante parole, le posizioni sono, però, chiare: i fautori della tradizione (che, a volte, possono equivocarla finendo in un puro formalismo) sottolineano la sacralità e quindi la "teocentricità" della liturgia. I fautori dei continui cambiamenti (animati dal desiderio di accendere l'attenzione nei fedeli) sottolineano sempre più gli aspetti puramente umani, facendo quindi decadere la liturgia ad evento prevalentemente antropocentrico, a spettacolo teatrale. Le due tendenze hanno queste linee di fondo, anche se possono essere caratterizzate da molte altre peculiarità. Inoltre, un certo tipo di tradizionalista-formale è simile ad un certo tipo di progressista-teatrale: entrambi, anche se per vie differenti, secolarizzano il culto, lo rendono prodotto mondano, settario, non ecclesiale. Questo culto è chiuso al Cielo...

Io che, fortunatamente!, mi trovo al di là delle parti in causa, mi rendo conto di come il sano rispetto per le tradizioni sia l’autentico marchio della pietà e dell’ecclesialità, cosa ancora ben poco diffusa. Rispetto per le tradizioni non significa immobilismo (nella liturgia il dinamismo è sempre d'ordine interiore e spirituale!) ma neppure la pericolosa situazione liturgica odierna del mondo cattolico, misconosciuta da chi continua ad osannarla inoculando, con le migliori intenzioni, l'eutanasia a questa Chiesa.
Il tempo, meglio di tante fumose chiacchiere di "esperti", mostrerà sempre meglio i frutti amari. Quelli presenti, evidentemente, non bastano ancora ad aprire gli occhi.



Domenica prima dell'Avvento 1969: deso­lazione degli altari. Nell'entrare in chiesa, l'impressione prima era che vi fossero in cor­so le pulizie, o che gli elettricisti mettessero a posto un nuovo impianto. Sull'altare non v'era più nemmeno il Crocifisso, ma il Messale a due microfoni; altri microfoni stavano davanti a due leggii.

Si è svolta una cerimonia che non si chia­ma più Messa, bisogna riconoscerlo onesta­mente; non è la Messa cattolica, ma il tronco di quella che fu una bellissima statua, o me­glio, un glorioso albero, alla cui ricchezza e floridezza avevano amorosamente collaborato generazioni di cristiani, per secoli.

Già da anni si era escluso dalla Messa il Vangelo di san Giovanni, la più alta espressione di poesia religiosa, in cui trabocca d gioia il cuore del credente, fede e sapienza vi sfolgorano, nella luce della verità rivelata. Fu escluso col pretesto che molti uscivano dalla chiesa senza ascoltarlo. Il nostro parroco in­vece di leggerlo volto all'altare, lo leggeva volto verso i fedeli, e la gente non usciva di chiesa. Del resto, la frettolosità e la incoscienza di parte della gente non giustificavano questa prima mutilazione. Ora, è stato tolto il primo salmo dell'Introito; le tre lezioni, una tratta dal Vecchio testamento, una delle Epistole di san Paolo e la terza dal Vangelo, si sovrappongono e, così affastellate, si confondono, si annullano nella mente degli ascoltatori già frastornati e disorientati. Le preghiere, le invocazioni dei santi, chiamati uno per uno, così che si sentivano tra noi, come noi, sono state cancellate.

Il Calice che il prete portava piamente ricoperto da un velo del medesimo colore della pianeta qualcuno lo pone appena coperto da due tovagliolini bianchi sull'altare. Le parole del centurione prima della Comunione sono alterate, smozzicate. Abolita la ripetizione del Domine non sum dignus che esprimeva bene nella sua insistenza l'affanno, il timore, l'amore del credente nell'avvicinarsi a Dio. Tutto è frettoloso, squallido, senza proporzioni, senza armonia, come si addice al nostro tempo. Questo è vero; ma che valga a richiamare nuovi credenti per ora non lo sappiamo. Sta poi, davanti ai fedeli, un tale che ordina: «in piedi», o, «seduti!» e questo è anche peggio delle cantilene ora in uso. Mi auguro di sba­gliare, sarei felice di sbagliare, ma come l'esclusione del latino fu la prima minaccia all'u­nità della Chiesa così la mutilazione della Messa è la prima minaccia al dogma dell'Eu­carestia.

Una bella immagine che testimonia le "Messe beat", con spettacolo musicale nel presbiterio, il cui accesso, solo poco tempo prima, era proibito ai fedeli, simbolo di un rovesciamento simbolico molto eloquente. Erano i primi anni settanta.
Si notino le balaustre spoglie e la mensa eucaristica adattata fuori dal presbiterio. Foto tratta dal sito: "Conversario inquieto".


Mi si obietterà che questa riforma è stata voluta dal Concilio; l'evidenza dei fatti qualifica da sola questa decisione, non la qualifica in ma­niera entusiasmante. La si direbbe piuttosto vo­luta da Calvino o da Lutero; la riforma voluta da questi tetri signori seguita a dare frutti nei paesi, scandinavi, che detengono il primato dei suicidi, si rallegrano con le mostre pornografiche, gli aborti, il riconoscimento delle unioni in­cestuose. Certo, non questo volevano Lutero e Calvino; volevano riformare la Chiesa staccan­dosi da Roma, ora la Chiesa di Roma vuole una riforma contro se stessa.

Il Calice e gli altri oggetti del culto devono essere di materia comune; è l'idea che nasce spontanea in un mondo senza fede, ossessio­nato dalla demagogia. L'oro, le gemme di cui i felici  cristiani di una volta volevano adornati i calici, gli ostensori, i tabernacoli erano atti di fede, corre la bellezza della liturgia la ricchezza delle cattedrali. Credevano in Dio, nella Presenza reale e naturalmente volevano offrire quanto di più bello, di più prezioso consentivano le povere misure umane. Certo, Dio si adora in spirito e verità, e si può adora­re in una cantina, si può celebrare la Messa sopra un rozzo tavolo di legno, si può consa­crare un pane di munizione, ma quando v'è una necessità; allora la tragica circostanza rav­viva e conferma i sentimenti del credente, e sono più preziosi alla presenza di Dio il suo amore e il suo sgomento, di una manciata d'o­ro e di gemme. Ma imporre senza motivo una liturgia misera, mozza non ha senso; anzi, tur­ba le coscienze, suscita il dubbio. L'immutabi­lità della Chiesa era un potente richiamo an­che per i non credenti, la immutabilità della liturgia la confermava. Vedere con tanta faci­lità mutare riti vecchi di secoli dissacra l'idea stessa, della Chiesa nella mente di molti.

Certo, in duemila anni, la liturgia ha subi­to sviluppi e mutamenti, ma lentissimamente, inavvertiti dalle generazioni. Ora si vuole riportare la celebrazione della Messa a quella che era tra i primi cristiani; ma quella forma rispondeva alle loro necessità di vita, al nu­mero circoscritto dei fedeli; ora è un arbitrio di gusto letterario, manca di autenticità; come il castello medievale di Sem Benelli costruito a Zoagli nel 1900.

Che cosa vedremo, poi, quando saranno accettate e deposte offerte di tutti i generi in un tavolo di fianco all'altare. Le sacrestie si ingombreranno di roba difficile da smerciare o da regalare; come in quelle fiere parrocchiali in cui le brave massaie portano la roba che in casa non serve. I motivi che ci vengono offerti della trasformazione, non convincono. Penso piuttosto al movimento Pax, diretto da Al­bert Mounier, denunciato parecchi anni fa da Michel de Saint-Pierre nel suo libro, Collera santa, ispirato dai comunisti per penetrare nella Chiesa e disgregarla dall'interno. I  risul­tati si vedono.

Il Papa ha detto che il cambiamento deve distogliere i fedeli «dalle loro devozioni per­sonali». E’ una parola dura. Si andava alla Messa, si stava in ginocchio, o seduti, o in pie­di, nessuno ci dava ordini, si seguivano le pre­ghiere nel libro dove la traduzione italiana ac­compagnava la preghiera latina, quindi si capiva tutto, o si pregava con parole nostre, segrete, nessuno si interponeva tra noi e Dio. Ora dobbiamo pregare a comando. E’ una li­turgia che non difende l'uomo del nostro tem­po, ma si adegua alle leggi del mutamento, della fretta, della superficialità che ne fanno una macchina. E’ la liturgia che corrisponde all'arte frantumata, ai versi senza misura, ri­dotti un balbettio insulso, alla insensatezza della prosa. Rispecchia l'odio moderno per la forma, cioè per la vita. È la forma, scrive Che­sterton, che dell'argilla può fare un mattone o un capolavoro di scultura. E’ la forma che sta­bilisce e determina tutte le creature animate o inanimate. L'informale cui tende, o sembra tendere l'umanità, è una sabbia mobile.

Alcune settimane fa ho ricevuto la lettera di un sacerdote, firmata da lui e da quattro amici suoi laici, che mi dice lo smarrimento e il dolore dell'animo loro di fronte ai mutamenti avvenuti nella Chiesa, e non solo nella liturgia. Avrei ri­sposto direttamente alla lettera se avessi saputo dove indirizzare la risposta.

Spero che questo mio scritto capiti loro sotto gli occhi. Li esorto a leggere un libro uscito di recente presso l'editore Volpe di Roma: Georges de Nantes: Lettere; il padre dà voce alla pena di molti, anche alla nostra dunque, e col suo esempio dà coraggio a mol­tissimi. La Chiesa è giovane, che cosa sono per lei che deve durare quanto le montagne, duemila anni? Sarà dato a chi forse è ancora bambino di rivedere gli altari tremanti di luci, fioriti come giardini, gli ori, i paramenti serici, udire ancora i grandi inni arrivare carichi di gioia di forza, di trionfo attraverso la foresta della tradizione, recandone il profumo e il polline; udranno ancora venire dall'altare la lingua universale della Chiesa di Roma. Quel che un Concilio ha fatto, altro Concilio può disfarlo: ce lo stanno insegnando.

Ma forse, bisogna prima scendere anche più in basso; per risorgere bisogna conoscere il buio della desolazione.

(tratto da Il Borghese del 28 dicembre 1969).

venerdì 2 settembre 2011

The Second Vatican Council has responsibility for the degeneration of the liturgy?




Luckily for me, I'm not directly affected by this problem but a man who kindly read my reflections, sometimes he asks me some questions like this and, I think, it'is courtesy to respond him.

I will do it in a very frank manner  with the intention to respect anyone.

It's known as, a front to some distortions of the Catholic worship, the actual Pope has wished two kinds of remedies:

- The first removes any kind of ban to the so-called "Tridentine" liturgy . In the general mentality this liturgy is called as "pre-counciliar". But this liturgy was celebrated in the council and, for some time, even after it;

- The second remedy is to offer the so-called "hermeneutic of continuity": the Second Vatican Council must be read in continuity with tradition, then this also concerns the liturgy; the Council has no responsibility for innovation and even less degeneration of the liturgy. This is what it'is said by placing a fixed point not to discuss more.

I do not know how, but when I see these things, I think that, in history, other times someone has tried to shut the mouths and stop the minds imposing an interpretation that then, as these does not correspond to reality, opened up other problems worse. (See, for example, the case of Monotheletism where, at some point, the Byzantine emperor ordered to not talk about it more without to offer a real solution to the dogmatic dispute).


Even for this, I think totally different!

The division "will of the Council - will of the post-conciliar reformers" seem to be a wall that divides aseptically two historical moments, as if, between the previous and subsequent, there is no relationship. Is it possible? Is it historically justified? I do not think at all, especially since that the one, who says this, does not put forward any evidence that supports the claim!

Personally I find this division very fictional, functional, to save the Council's decree, the moral authority of a council, but deeply unfair towards institutions, persons involved and of the story, as actually took place.

About this, curiously, two opposite "parties" agree completely:

- The radical reformers (who scream treason of the Council for the attemps of catholic restoration by the Vatican in recent years);

 - The traditionalists "lefebvrians" (screaming responsibility to the Council for the dogmatic and liturgical abuses and eresies in the Catholic world).

Both parties, through different perspectives, see the historical continuity between the Council and the post-conciliar period, not walls, interruptions, aseptic divisions. Although these divisions seem me very dangerous for a healthy reasoning because they are purely ideological. The piece that they pose is worse than the disease they want to heal.

How should one read it?

You can support the dichotomous division between a "good" council and a post-conciliar "evil" period, as the Vatican suggested us?

As you know, the Second Vatican Council, in its liturgical constitution do not speak about a reform, perhaps not even glimpse it. The council insists, rather, that the traditions may be fostered and promoted and presented in a way that is pastorally fruitful in the present-day to the man (this is the synthesis of Sacrosanctum Concilium).

For no remain in a vacuous theory we must ask: who were the makers and players of the Second Vatican Council?
Answer: the bishops and the pope!

Now, the majority of the bishops was not thinking and not imagined the liturgical reform that happened (good or bad) but they put their minds and their hearts to the pope and his entourage, knowing that, then something would be born. The proof is the fact that almost everyone accepted the liturgical reforms after the Council, although, before, they not even imagined all of this. A relative minority of bishops, including the pope himself, pressed to achieve those reforms. They, therefore, are the true authors. Both these authors and those who endorse them, simply can not be disrupted by the Second Vatican Council with artificial reasoning!

The pope delegated to a committee the reform of liturgical rites and the project of a "new" Mass. The delegation does not remove the responsibility of the pope; he continues to be  more than ever at the center of these events.

Paul VI, in doing so, not only appealed to his papal authority, but he supported himself to the Council giving it the will of changement that he personally carried. And he did not stop there: he gave to the council the same mentality with which those changes were made. Also in the same direction he solemnly forbade the use of the "tridentine" missal.

We have all the documents that testify these facts and now we can not - for convenience - not to say that was so, saying that the council had other intentions, since the fundamental authority of it (including pope Paul VI) had very different ideas. If we insist in the opposite direction, then we must admit that the pope was a usurper, a traitor of the Council.

In fact, I am of the opinion that Paul VI was the real soul of the Second Vatican Council and, if
we want to understand the Council, we must observed pope Paul VI in its best moments, but also in his naivety and in his falls.

Then, we can not build an historia ad usum Delphini because history is evident and no authority, not even the highest on earth even a pope, has the power to change it or blind the reason denying this evidence!

The fruit of the liturgical commission, commissioned by the pope, was a ritual that, in too many points, resembles an anglican "Mass". When Paul VI saw that the man to whom he had given blind trust (the famous Msgr. Bugnini, chairman of the committee) had taken the job in a radical way by implementing a reform that opened the door to liturgies "too Protestant" he was frightened and sent him as nuncio in Tehran for the rest of his life.
Perhaps Paul VI would not have done so if two cardinals, Bacci and Ottaviani, had not caused a sensation and scandal with a famous open letter in which they denounced the protestantization of the Roman Missal ...

However, the new liturgical creation remained, without some excessive element. The pope did not think to correct it further: it was his creation!




This kind of mass is very close to the anglican rites and it'is an inclined plane, leaning on wich one slips imperceptibly into a way of praying and an protestant or anglican atmosphere.

 
I ask: how could, a man, claim to be Catholic when he still has a cult almost identical to that of an Anglican? The biggest difference is almost exclusively the liturgical commemoration of the pope, but the ethos of the liturgy is almost equivalent ...

This is not, perhaps, unconsciously deceive oneself?

Let me explain better by a paradoxical example, but certainly not far from reality: a Catholic
church where the cult is almost like a Protestant Supper, with the commemoration of the pope, can still be said truly Catholic? I am sure not, even if this church has support and sympathy of the local bishop and is in full communion with Rome!

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It's so because some things are before and above human authorities. The tradition (even the liturgical tradition) is superior to the people and, even, directs people. In fact, in a traditional context, the highest authority in the Church keep it and serve it living it; they are not the owners or handlers. Reversing the order of these things is very dangerous and may invalidate the Church to a purely secular event, as we see it often ...

To understand this, you need to travel, observe the lutheran liturgy, sometimes more noble and solemn of a catholic liturgy, attend the anglican worship and, well, the traditional catholic and byzantine rites.

The atmosphere of a "Tridentine" liturgy  (to which I have not necessarily marked preference) is certainly much closer to the byzantine because, here, the symbolic forms are still respected, not obscured or distorted, as in those cases where individuals can freely choose.

The so-called "Rite of Paul VI", however, introduces some subjectivist principles that exist -
seeing them or not - in the name of pastoral conveniences. This tends to create a permanent disfigurement to the symbol and to the sense of tradition, sense for which is the liturgy that changes us, not us, we change the liturgy.

The post-conciliar liturgical problems are, then, the catalysts of dogmatic, spiritual and ecclesiological "nodes". All this opens up so many threads on which, at this moment, I do not
want to go.

If the Council, then the bishops who were present in this event, did not have any relation with the liturgy of Paul VI, and no relationship with certain inevitable drift of the reformed liturgy, they should be the first against all this. They should have said, both individually and together: "We are against all this, we witness that the Second Vatican Council did not want this!" The pope, then, was to support them.

This, or a part of this, has happened?
Not only  this not happen (except some isolated cases, condemned and despised by all, and  this reinforces my reading) but the bishops themselves have been promoters (and partly still are) of liturgical abuses in the name of Vatican II.

Paul VI, torn between traditionalists and innovators, expressed distrust against excesses, but he defended with nails and teeth his liturgical creature structurally inclined towards abuses.

In this, he was a man very contradictory and ambivalent.

I'm sorry that this contradicts strongly the attempt, written in very good faith, by many Catholics and by the current pope, to show a "good council" aseptically divided and alien to a bad situations.

It's the circumstance to say: contra factum non valet argumentum!

It follows that, even if not directly, the Council has had connection with some liturgical alterations in recent years and this can not be denied, since the overwhelming majority of those same bishops who participated at the Council did nothing to prevent the alteration, but even, often encouraged it actively or tacitly.

The Council must be understood not only by his writings - it'is too easy, so we say what we want and it's pure ideology! - but, above all, by its people and its actors!

I believe we must hope in God, in order that so many situations, difficult and sadly ill, can turn into a healthy return to the tradition.

At the present, however, the road is very long since it seems that the latent lutheran soul  float, here and there, in too many areas of the Catholic world ...