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martedì 26 luglio 2011

Gli scudi d'argento della basilica costantiniana di san Pietro



Ho realizzato con un programma di grafica tridimensionale la basilica di san Pietro nell'epoca medioevale, secondo i suggerimenti che ne sono dati da diverse fonti. Il progetto è utile a comprendere gli spazi e il modo in cui vi si poteva celebrare la liturgia. Siamo decisamente in un'epoca in cui la liturgia non è vista  come "spettacolo" (il barocco era ancora lontano e, ancor più, le spettacolarizzazioni dell'epoca attuale) ma, generalmente, come una realtà sacra.
Forse non tutti sanno che nell'antica basilica erano presenti degli scudi d'argento sui quali compariva la confessio fidei di papa Leone III (IX sec.). Questo papa ricevette la visita di alcuni teologi provenienti dalla corte di Carlo Magno i quali erano talmente infervorati dall'idea d'inserire il termine "filioque" (1)  nel Credo da dover  impressionare abbastanza l'anziano  pontefice. Allora, infatti, questo termine non esisteva nel Simbolo latino, dal momento che  seguiva perfettamente l'originale greco. Ci è giunto un resoconto dell'incontro dal quale emerge la prudenza di Leone III in tagliente contrasto con l'invadenza e la sicumera franca. La questione del "filioque", prima che teologica, era squisitamente politica e mirava a mettere in lite l'Occidente con l'Oriente per un fine di rivendicazione territoriale. Il pontefice non doveva essere all'oscuro di ciò e, oltrettutto, sapeva che, come papa, non poteva mettere mano nel Credo, canonizzato dall'insieme della Chiesa di cui lui, per quanto con un ruolo particolare, era solo un'espressione. Qualsiasi variazione nel dogma, infatti, doveva essere vagliata dall'intera Chiesa in sede di Concilio ecumenico. Questa era la norma al tempo: nessun vescovo, neppure un papa, poteva arrogarsi un diritto superiore a quello tradizionalmente consentito, dal momento che essi dovevano servire la verità, non interpretarla individualisticamente col rischio di alterarla. Solo un concilio ecumenico poteva intervenire sul Simbolo di fede di tutta la Chiesa. Leone III ha piena coscienza di ciò e riesce a congedare i teologi franchi, stizziti per non essere riusciti nel loro intento. Perché l'evento non sia dimenticato, il papa fa apporre nella basilica degli scudi con il simbolo della fede in greco e in latino (ovviamente privo di filioque). Così avvennero questi eventi. I cambiamenti posteriori sono cose sulle quali in questa sede non discuto e ci porterebbero lontano dai temi strettamente liturgici.
Certamente la basilica costantiniana è stata anche la testimone di tali eventi, oggi in larga parte dimenticati. 
Il Simbolo della fede, o Credo, ricorre alcune volte al giorno nella liturgia romana tradizionale e in quella bizantina. E' uno dei legami tra la liturgia e la fede professata. D'altra parte, l'intera liturgia è espressione della fede secondo il famoso adagio "lex orandi statuat legem credendi".

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(1) Il Filioque, com'è noto, attribuisce anche al Figlio la processione dello Spirito Santo che, nel Credo antico, era attribuita al solo Padre. Il termine "processione", nel contesto del Credo, indica la relazione di origine, ossia la causa della vita della Persona dello Spirito. Come il Figlio trae vita dal Padre per "generazione" (il Padre, infatti, è l' "ingenerato", non proviene da alcuno) così lo Spirito trae vita dal Padre per "processione" o "spirazione".
Viceversa, tutti i passi evangelici in cui il Cristo promette lo Spirito ai discepoli, indicano il dono dello Spirito non in quanto Persona, ma in quanto grazia, operazione o energia. E' come se dicessimo di non avere il sole in sé ma i suoi raggi benefici. Qui siamo sul piano di quella che è detta "teologia economica" (l'intervento divino nella storia e nel cosmo), totalmente distinto dal piano della "teologia immantente" alla Trinità (le relazioni tra le Persone divine, di cui sappiamo solo quant'è alluso dai Vangeli). L'interpretazione evangelica degli antichi Padri greci su questi temi è inequivocabile. Viceversa la scuola dei teologi franchi, che si rifacevano su alcuni passi poco chiari del De Trinitate di Agostino d'Ippona, tende a confondere questi due piani. Nell'ottica patristica greca e, particolarmente in quella dei Padri cappadoci, il Filioque finisce per essere un indebito mescolamento, un abuso logico e linguistico, oltre che un madornale errore. Al contrario, nella logica franca è un'idea geniale  per sottolineare ulteriormente la divinità del Figlio: Egli, come il Padre, sarebbe il responsabile della vita dello Spirito. Di qui l'esigenza carolingia d'introdurre nel Credo un termine che, in quel contesto, non poteva che creare equivoco e confusione. La risposta di Leone III, per quanto prudente e diplomatica, non lascia adito a dubbi: il papa non parteggiava per la pars franca nonostante ne avesse bisogno per proteggere militarmente la città. La posizione sul Filioque della teologia romana antica era stata perfettamente chiarificata da san Massimo il Confessore (VI sec.) che soggiornò per un certo tempo a Roma. Solo nell' XI sec. (3 secoli dopo!) la Chiesa di Roma introdusse questo termine nel Credo e, in seguito, lo giustificò. Tra il patriarcato romano e quelli orientali da tempo si era maturato un estrangement tale da rendere le due posizioni teologiche incompatibili tra loro. Quest'incompatibilità la notiamo pure al Concilio di Ferrara-Firenze (che terminò nel 1439) il cui proposito era la riunificazione delle Chiese e l'abbattimento delle controversie teologiche che le separavano. Il concilio ripresentò un concetto artificiale piuttosto strano, già comparso qualche tempo prima a Lione: lo Spirito procederebbe da entrambe le persone "come da un solo principio". I principi di vita della Persona dello Spirito, pur essendo due (il Padre e il Figlio), sono da intendersi come uno. Questa posizione, che voleva salvare i dati tradizionali con le innovazioni franche, finì per non convincere la parte ortodossa.

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giovedì 21 luglio 2011

La basilica costantiniana di san Pietro in Vaticano


Una visione d'insieme del presbiterio della basilica costantiniana di san Pietro in Vaticano.
Si nota l'iconostasi (senza icone) simile a quella della basilica marciana a Venezia.  Dietro l'iconostasi (che poteva essere racchiusa da tende) sorge l'imponente presbiterio raggiungibile da due gradinate. L'altare si trova sotto un ciborio. Il papa sedeva nella sede centrale dell'emiciclo a ridosso dell'abside. Il luogo venerato della sepoltura dell'apostolo Pietro era sotto l'altare e si raggiungeva seguendo un sottopassaggio laterale che consentiva di passare sotto l'area del santuario. Questa sistemazione del presbiterio si deve a Gregorio Magno (VII sec.) il quale sopraelevò il santuario creando un passaggio sottostante per la venerazione del sepolcro apostolico.
La costruzione del modello tridimensionale (dal quale è stata tratta questa foto) rende evidente un fatto: la celebrazione verso le porte della chiesa e non verso l'abside non comportava un faccia-faccia col popolo, molto in basso e lontano e, per altro, disposto in prevalenza nelle navate laterali, dal momento che la navata principale poteva essere utilizzata in certi momenti della liturgia. Rende pure più comprensibile il passo del canone romano (la preghiera consacratoria sul pane e sul vino) nel quale il papa diceva: "Memento Domine... et omnium circumstantium" (ricordati Signore... di tutti i circostanti). I circostanti non erano tanto il popolo, distante rispetto al celebrante, ma coloro che aiutavano il pontefice nella liturgia e lo attorniavano.
Queste brevi osservazioni consigliano caldamente di non vedere, in questo esempio di presbiterio antico, la cosiddetta "celebrazione verso il popolo" che sottende una mentalità allora inesistente. Per quel mondo, infatti, la preoccupazione principale del celebrante non era essere visto o compreso dal popolo ma essere gradito a Dio. Il popolo, a sua volta, non assisteva alla celebrazione per "vedere" il prete ma per assistere ad un evento sacro. La posizione teocentrica è tipicamente antica e medioevale e per essa definizioni come "celebrazione verso il popolo", anche se orientate verso l'assemblea, non avevano senso alcuno.





Musica profana, musica religiosa, musica sacra

Penso che in diversi ambienti ecclesiali vi sia parecchia confusione sul genere di musica o canti da adoperarsi in una chiesa. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Capita, così, che in una chiesa si senta di tutto, a seconda delle mode del momento. Storicamente questo è già accaduto. Avvenne, ad esempio, tra la fine del Medioevo e gli inizi del Rinascimento quando nelle chiese erano eseguite polifonie dal gusto secolare. Per fare un discorso sensato, penso che sia giusto definire dei termini. Capiremo cosa essi sottendono e, con essi, avremo un minimo di chiarezza per illuminare il nostro presente.

Musica profana
E' una musica che celebra i sentimenti e le passioni umane. Amori, odi, invidie, fervori nazionalistici, tutto questo è compendiato nella cosiddetta "musica profana". La musica profana può avere pure testi politici, di riforma sociale, antireligiosi o può veicolare una particolare filosofia di vita.
La musica che accompagna e commenta questi testi è tale da suscitare sentimenti ad essi corrispondenti. Si pensi solo all'inno nazionale francese, "la Marsigliese", al senso di fierezza e di cupa rabbia contro gli oppressori che riesce ad infondere.

Musica religiosa
Questa musica, viceversa, ha testi di tipo religioso, tratti dalla Bibbia o composti negli ambienti ecclesiali. La loro musica  trae spesso ispirazione da quella musica profana muovendo il sentimento o accendendo passioni. Possiamo quindi avere musiche sentimentalistiche o affettive. A volte abbiamo pure musiche ritmate, quasi dovessimo essere invitati a ballare. Hanno in se uno strano ibrido, una sorta di contraddizione: da un lato, con il testo biblico, raccolgono le forze dell'animo nelll'interiorità, dall'altro, tendono a disperdere queste forze con un messaggio musicale di tipo profano.

Musica sacra
E' la musica liturgica per eccellenza. I suoi testi sono di tipo religioso. Il canto o la musica con la quale sono eseguiti non solo rispettano lo spirito di quei testi ma invitano l'animo umano alla preghiera, raccolgono le forze interiori in modo che avvenga, come nell'insegnamento di Cristo:  "Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà" (Mt 6,6).  Quest'insegnamento non è solo contro l'esteriorismo farisaico ma, a mio avviso, indica il modo di pregare e il tipo di canto liturgico che raccoglie le forze dell'anima. Se lo parafrasiamo corrisponde pressapoco a questo: entra nella camera del tuo cuore chiudendo la porta verso il mondo e le passioni mondane.
Non a caso l'aspetto ascetico è intimamente legato ad una vera prassi liturgica e, con esso, la sobrietà per non disperdere l'attenzione umana negli aspetti esteriori. La musica, per essere "sacra" e quindi liturgica, deve fare entrare l'uomo nella camera del suo cuore, chiuse le porte ai sentimentalismi con i quali si può consolare ma pure disperdere. Ecco perché questo canto ha qualcosa di spoglio, di austero e d'interiore, muove alla pietà e ispira la contrizione.

La situazione presente
Nelle chiese odierne, invece, troviamo un poco di tutto: musica profana, religiosa, sacra, spesso proprio nella stessa liturgia. Davanti a certi casi eclatanti a volte si parla di "abuso". Avviene, ad esempio, quando si utilizza una musica profana in ambito ecclesiale (non ci si accorge ancora che la musica religiosa non è affatto liturgica!).
Personalmente, in questo caso, preferisco non usare il termine "abuso" ma quello più pregnante di "eresia" in quanto mostra bene la pesantezza dell'errore. Infatti:

1) Il termine "abuso" rimanda ad un'azione in una linea fondamentalmente corretta ma che supera la giusta misura. Il suo sinonimo potrebbe essere la parola "eccesso". L'abuso, quindi, ha in sé qualcosa di eccessivo. Come dire: è giusto fare una predica ma non si può eccedere, trasformandola in una sorta di lezione; è giusto fare un canto ma non si può cantare sempre, occorre infatti rispettare dei momenti di silenzio, ecc.
3) Il termine "eresia" rimanda, invece, ad un'azione in una direzione non corretta ma fuorviante (anche se può contenere parziali verità). Nel campo dogmatico è definita eresia ammettere in Cristo solo l'umanità e non la divinità. Il termine eresia può pure indicare una prassi, ossia un cammino apparentemente religioso ma sostanzialmente fuorviante. Il termine eresia, in questo senso, non dev'essere  legato solo al dogma. Si lega, infatti, anche alla pratica, dal momento che il dogma ha pure una ricaduta notevole su di essa, non essendo qualcosa di puramente astratto!

Nella situazione presente, avviene un abuso per un canto liturgico quando si utilizza un canto sacro ma in un contesto fuori luogo oppure lo si usa in modo non appropriato durante la liturgia. Una "Messa concerto" è un abuso del canto sacro, nel senso che rende la Messa un pretesto per ascoltare la musica, mentre la musica è la preparazione e l'ambientazione dello spirito per la Messa.

L'eresia, invece, avviene con l'utlizzo erroneo di qualcosa che indica un universo di valori non sacri (o religiosamene fuorvianti) in un ambito sacro. Quindi utilizzare un canto profano in chiesa non è un semplice abuso ma un'eresia. Significa proporre un messaggio e un'atmosfera di tutt'altro ordine in un ambiente che ha altri fini. Significa pure mostrare un cammino alieno al cammino mostrato dalla Chiesa.
Una canzonetta è fuorviante in un ambiente sacro non solo quando ha un testo esplicitamente contrario alla dottrina cristiana (questo lo vedono anche i ciechi) ma pure quando crea un'atmosfera e un ordine di valori laici, magari rispettabili, ma non adatti e corretti per un ambiente ecclesiale.
In conclusione, la prassi delle canzonette nel momento liturgico non è da ascriversi ad un semplice abuso, come chi la definirebbe "una ragazzata", ma ad un'eresia nel senso etimologico del termine, in quanto, pure con l'apparente affermazione di parziali verità cristiane, origina un'attività che inclina il piano della coscienza umana verso direzioni di fatto lontane dal Cristianesimo tradizionale.

venerdì 15 luglio 2011

I veli e le cortine nel tempio

Il santuario della chiesa della Santa Sapienza (Hagia Sophia) di Costantinopoli in una ricostruzione.
Si notino i veli dell'iconostasi e del ciborio.
Dei veli
Tutte le cose che appartengono all'ornamento della Chiesa devono essere chiuse o coperte durante il periodo della santa quaresima, cosa che si fa, secondo alcuni, la domenica della Passione, perché da questo momento la Divinità fu nascosta e velata nel Cristo; infatti egli si abbandonò a se stesso, si lasciò prendere e flagellare come un uomo, come se non avesse avuto più in sé la potenza della Divinità. Ecco perché è scritto nel Vangelo di questo giorno: "E Gesù si nascose e uscì dal tempio" (Gv 8). Allora si copre la croce che rappresenta la potenza della sua Divinità. ALtri fanno tutto ciò la prima domenica di Quaresima perché è da questo momento che la Chiesa inizia a parlare della Passione. Per questo, durante tale periodo, la croce non può essere portata nella chiesa che coperta, e secondo il costume di alcuni luoghi non si mantengono che due veli o cortine solamente, una delle quali è messa sul coro, l'altra è sospesa tra l'altare e il coro, per non mostrare quello che si trova nel Santo dei santi; il santuario e la croce, che sono allora velati, significano la lettera delal legge, cioè la sua osservanza secondo la carne, oppure che nell'Antico Testamento e prima della Passione di Cristo, la comprensione delle Scritture era velata, nascosta e oscura (Lc 8), e coloro che vissero in quei tempi ebbero sempre un velo davanti agli occhi, cioè una scienza oscura. Il velo significa la spada che fu posta davanti alla prota del paradiso. Per dimostrare che l'osservanza carnale della legge, l'oscurità e il gladio sono sempre respinti e disperi con la Passione di Cristo, si tolgono, la vigilia di Pasqua, tutte le cortine e quie veli di cui abbiamo detto. Si parla nell'Antico Testamento degli animali ruminanti con lo zoccolo spaccato, come ad esempio i buoi che lavorano. In altre parole che discernono i misteri delle Scritture e le comprendono secondo lo spirito; per questo durante la Quaresima solamente un piccolo numero di sacerdoti entra dietro il velo che nasconde il santuario, perché è stato dato loro di conoscere il mistero del regno di Dio.

Dei veli sospesi nella chiesa
L'unico velo "superstite" dei tanti descritti da Guillaume Durand nella liturgia
occidentale: quello sul calice. E' superfluo osservare che pochi lo utilizzano.
A proposito di questo è da ricordare che si sospendono tre tipi di stoffe nella chiesa: quello che ricopre le cose sante, quello che separa il santuario dal clero e quello che separa il clero dal popolo. Il primo sta a significare la lettera della nostra Legge, il secondo, la nostra indegnità, poiché noi siamo indegni e, ancor più, impotenti a penetrare con il nostro sguardo le cose del cielo. Il terzo, il freno che noi dobbiamo mettere alla nostra voluttà carnale. Il primo velo, ossia le tende che si tendono dai due lati dell'altare e di cui il prete penetra i segreti, è stato immaginato secondo quello che si legge nell'Esodo (cap. 34), Mosé mise un velo sul proprio volto perché i figli di Israele non potevano sostenere lo splendore del suo viso e, come dice l'apostolo, questo velo è ancora sul cuore dei giudei. Il secondo velo, o cortina, che durante la Quaresima e la celebrazione della Messa si stende davanti all'altare, prende la sua origine e la sua figura da quello che era sospeso sul tabernacolo e separava il Santo dei santi dal luogo santo. Questo velo nascondeva l'arca al popolo , era tessuto con un'arte ammirevole e ornato di un bel ricamo di diversi colori, e si apriva durantela Passione del Signore (2 Cor 3; Mt 27); a sua imitazione, le cortine sono ancora oggi tessute di colori assai belli. L'Esodo (capp. 26 e 36), tratta del primo velo di cui abbiamo parlato, e dice come devono essere fatte le cortine. Il terzo velo ha tratto origine dal cordone di muro o parete che, nella Chiesa primitiva, attorniava il coro e non si alza che all'altezza del sostegno, cosa che ancora si osserva in alcune chiese. Non si dava maggiore elevazione a questo muro perché il popolo, vedendo il clero salmodiare e cantare, ne prendesse buon esempio. Ora tuttavia si innalza in generale o si pone un velo, oppure si eleva un muro fra il clero e il popolo perché non si possano vedere reciprocamente, come se si dicesse, con questa azione, al sacerdote: "Distogli i tuoi occhi, affinché essi non vedano la vanità, ecc.".
[...]

Chiesa della Santa Sapienza (Hagia Sophia): uno scorcio del santuario in una probabile ricostruzione.
Il tendaggio nella zona presbiteriale era ordinariamente presente in tutte le chiese occidentali fino al Rinascimento.

Delle cortine
Nelle festività, si tendono le cortine nelle chiese per ornarle, di modo che degli ornamenti visibili commuovano la nostra anima per gli invisibili. Queste cortine son talvolta dipinte di colori diversi, come si è detto precedentemente, affinché grazie alla varietà dei colori, si veda e si sappia che l'uomo, che è il tempio di DIo, deve essere ornato dalla varietà e dalla diversità delle virtù. La cortina bianca rappresenta la purezza della vita, quella rossa la carità. La cortina verde la contemplazione mentre quella nera la mortificazione della carne e la grigia la tribolazione. Si mettono alcune volte sulle cortine bianche dei drappeggi di differenti colori, per far intendere che il nostro cuore deve essere purgato dai vizi, e che deve avere all'interno di se stesso le cortine delle virtù, e la varietà de colori delle buone opere.

(Guillaume Durand de Mende, Manuale per comprendere il significato simbolico delle cattedrali e delle chiese, Roma 1999, pp. 71-73; 74-75).

mercoledì 13 luglio 2011

Architettura desacralizzata (bis)



Da questo film s'impara che per abolire il senso di sacro da una chiesa i passi da compiere sono i seguenti:
  1. abolire o sconvolgere l'orientamento tradizionale;
  2. abolire un altare sostituendolo con una mensa;
  3. abolire gli spazi riservati al clero (presbiterio e santuario) assorbendolo nell'aula della chiesa.
Tutte quelle realtà che hannno queste tre caratteristiche vanno nella direzione dell'abolizione del sacro e della inevitabile rottura con una plurisecolare tradizione liturgica.
Certamente non tutte le soluzioni sono così "estremiste". Spesso esistono ibridi tra questa soluzione e quelle tradizionali.

martedì 12 luglio 2011

Le reliquie e l'altare

Un unico e identico gesto: un vescovo cattolico e un vescovo ortodosso pongono sotto la mensa di un altare le reliquie dei martiri. Nel rito tradizionale romano, infatti, esiste questa particolarità esattamente come in quello bizantino.

Probabilmente pochi sanno che sotto un altare tradizionale sono state inglobate delle reliquie nel corso della consacrazione dell'altare stesso. Oggi questa sola frase ha troppi misteri per la maggioranza dei lettori avulsi a riferimenti tradizionali. Mi pare allora necessario fare un poco di chiarezza.

L'altare
Si trova nel luogo più importante di una chiesa. Ha forma di mensa e, spesso, è interamente in pietra o in marmo. Su di esso si celebra la Messa o la Divina Eucarestia (secondo la denominazione bizantina). Anticamente sia l'altare bizantino che quello occidentale erano cubici. Successivamente, l'altare occidentale ha assunto una forma allungata com'è conosciuto oggi. L'altare è in pietra perché simboleggia la "pietra", ossia Gesù Cristo e come tale viene incensato ed onorato. Come l'altare, il luogo in cui esso è posto - il santuario o presbiterio (luogo dei presbiteri o sacerdoti) - ha sempre avuto un'attenzione particolare. E' il luogo più bello e curato della chiesa, nel quale sovente ci sono gli arredi preziosi. Lo splendore dell'altare vuole mostrare simbolicamente lo splendore celeste e, allo stesso tempo, l'intangibilità di esso alle persone comuni. Si narra che Caterina da Siena (XIV sec.) quando volle mostrare ai parenti la sua intenzione di diventare religiosa, sfiorò con le dita la tovaglia di un altare laterale. Essi immediatamente compresero: essa diventava una cosa sola con le cose sacre e quindi non era più per il mondo.
Quest'attenzione verso un luogo e un oggetto consacrato oramai si è molto persa, anche tra le stesse persone avezze a frequentare la chiesa.

Le reliquie
E' un termine latino che letteralmente significa "i resti" mortali dei santi. Un termine con identico significato esiste pure in Oriente, τα λύψανα (ta lypsana). Ai resti mortali dei santi si tributò da subito venerazione, dal momento che essi, avendo testimoniato Cristo, erano divenuti una sola cosa con Lui e, quindi, erano santi ad immagine del "solo Santo". Come per l'altare, le reliquie dei santi sono oggetto di grande attenzione e rispetto, almeno in chi si muove nell'ottica tradizionale. Non sono dei semplici resti mortali ma dei veicoli di una presenza ultraterrena, che ci lega direttamente al mondo celeste.

Le reliquie nell'altare
Dal momento che l'altare simboleggia Cristo e il martire ha vissuto Cristo fino a divenire uno con Lui, è stato spontaneo inglobare qualche reliquia di martiri (la martyrìa significa "testimonianza") sotto la pietra dell'altare su cui ordinariamente si celebra l'Eucarestìa, ossia la Messa.
Purtroppo oggi nel Cattolicesimo questo gesto è divenuto completamente opzionale. Chi preferisce non farlo ha perso, perciò, un forte simbolo e ha contribuito a dare all'altare occidentale il significato di una semplice mensa. A questo segue, ovviamente, che il santuario non ha più il significato di un tempo. Contrariamente a questa strana "moda", la pratica di porre delle reliquie sotto un altare è eseguita in Oriente ancor oggi.

lunedì 11 luglio 2011

Qualche appunto sulla celebrazione verso il popolo


Il miracolo di Bolsena. Il dipinto non rappresenta una celebrazione "verso il popolo" dal momento che, al tempo, questo concetto non era concepibile. Si noti come i candelabri e la croce dividano il celebrante dal papa inginocchiato
Il rigoroso discorso di Klaus Gamber, esposto nel post precedente, non lascia molti dubbi: la celebrazione coram populo (verso il popolo) è un'invenzione moderna ideata da Martin Lutero, osservando le rappresentazioni a lui contemporanee dell'Ultima Cena.
Non ci sarebbe nulla da aggiungere, se non fosse per l'esistenza d'infervorati studiosi cattolici i quali pensano di scoprire celebrazioni verso il popolo in epoche nelle quali questo concetto non era assolutamente concepibile.
Un buon intellettuale, per metodo, dovrebbe attenersi alla mentalità dei tempi da lui studiati, non proiettare nel Medioevo o nell'Antichità cristiana i propri desideri ed attese costruendo "prove" artificiali per confortare le sue personalissime teorie.
Quello che veramente mi stupisce in queste persone non sono tanto le loro tesi (belle o brutte che siano, alla fine appartengono solo a loro), ma il costante tentativo di forzare la storia facendole dire cose che non si possono affermare. E' il tipico procedimento d'ogni ideologia.
Tra le tante cose che si può sostenere riguardo la celebrazione verso il popolo, ce n'è una che spicca immediatamente: l'impostazione umanistica o antropocentrica in cui ciò che, alla fine, è realmente importante è il fatto umano mentre il fattore spirituale diviene quasi irrisorio.
Ne segue che, il sacerdote cattolico si pone come "attore", "esortatore", in continuo contatto con il popolo mentre nella liturgia l'attenzione dovrebbe volgersi altrove.
Il popolo,  a sua volta, fissa lo sguardo sul sacerdote. Tra i due pare instaurarsi una dipendenza totalmente sconosciuta in altri tempi. Oramai queste liturgie hanno una forte analogia con un direttore d'orchestra e i suoi suonatori. Il sacerdote, come un direttore, dev'essere necessariamente osservato per stabilire alla celebrazione lo stile voluto. Mi sembra che qui esiste il forte rischio di perdere di vista il vero fine della liturgia, la preghiera verso Dio, dal momento che quant'è importante pare essere solo una partecipazione o esecuzione esteriore, diretta ed orchestrata dal celebrante stesso. Detto diversamente, pare che esistano cose da "fare", non tanto un mistero da vivere.
I liturgisti cattolici devono seriamente chiedersi se questo non fa spostare pericolosamente il baricentro della celabrazione in direzioni pericolose.
Personalmente credo che siamo davanti ad una deviazione eclatante al punto che quando lo "spettacolo" è finito quasi nessuno si ferma a pregare ulteriormente. E, infatti, è giusto così: chi si fermerebbe alla fine di un film o di una rappresentazione teatrale?
Le liturgie ortodosse, come quelle tradizionali latine, non hanno il fine di rivolgersi all'assemblea, se non in momenti molto limitati e circostanziati. Il fine di queste liturgie è instaurare un rapporto con Dio, favorire un'attitudine contemplativa con la quale si è tesi a percepire delle realtà invisibili. Nella letteratura cristiana possiamo trovare ampio sostegno a questa tesi che, quindi, non è affatto originale.
Per questo in Oriente non ci si fa problema alcuno se il santuario è chiuso agli sguardi e se la voce del celebrante giunge da dietro una parete divisoria. Per lo stesso motivo in Occidente, anche nel caso della cosiddetta Messa papale verso il popolo, non ci si faceva scrupolo alcuno di frapporre tra celebrante e fedeli altissimi candelabri e reliquiari che coprivano quasi totalmente la visione di quanto succedeva sull'altare.
Anticamente la tendenza di "vedere" il mistero fece nascere nel rito romano l'elevazione dell'ostia consacrata. Oggi questa tendenza si è spostata dal semplice mistero della trasustanziazione (come si definisce con linguaggio scolastico il misterioso cambiamento del pane e del vino in corpo e sangue di Cristo) al bisogno d'osservare i più piccoli dettagli del prete mentre celebra per favorire quella che è denominata "partecipazione attiva". A parte che questa curiosità non mi pare sempre opportuna, ma l'atteggiamento non incute, forse, la sensazione d'assistere ad un puro spettacolo? Molte basiliche hanno schermi televisivi che riportano quanto avviene sull'altare e il fatto rinforza ancora più la medesima sensazione. La messa, allora, inizia ad obbedire a criteri di tipo mondano, le persone vi si abituano e gli pare "strano" se vedono quello che, per generazioni, era semplicemente normale: la celebrazione del sacerdote verso oriente, ossia con le spalle al popolo.
E' dunque ovvio che, con tali presupposti, i sacerdoti più volenterosi si spingono alle logiche conseguenze: ecco, allora, che le liturgie cattoliche divengono teatrali e ospitano  balli, scenografie, travestimenti, canti sensuali, ecc.
Così, alla base della celebrazione verso il popolo, in realtà, non pare esserci un tentativo di vivere il mistero divino celebrato, come spesso artificiosamente si dice, quanto di razionalizzare e spettacolarizzare la liturgia, facendola inevitabilmente decadere. Per invertire la rotta il mondo cattolico dovrebbe reintrodurre la celebrazione tradizionale - magari pure in vernacolo - in cui il sacerdote volge le spalle all'assemblea. Personalmente non vedo altra via di soluzione ed è il minimo che si può fare.
Serbo ricordi molto vividi delle liturgie monastiche nel Monte Athos in cui il mistero divino pare percepirsi nonostante il greco bizantino non facilmente comprensibile. Una volta, tornando da una di queste esperienze, mi ritrovai in una messa domenicale, qui in Italia, in una delle tante chiese cattoliche. Il celebrante, di una certa età, era a suo modo molto attento e scrupoloso. Ciononostante,  percepii immediatamente un'incredibile differenza. Ne ebbi chiara sensazione sentendo l'atmosfera del luogo il che mi fece nascere spontaneamente una domanda: "Siamo in una chiesa?". Ebbi,  infatti, la percezione d'essere unicamente ad un incontro conviviale tra amici dove il Divino era stato messo totalmente da parte. Le preghiere, in questo contesto, divenivano banalissime, puro "flatus vocis", Dio sembrava essere diventato una scusa per raccontarsi alcune cose edificanti. In molte chiese cattoliche ho la medesima sensazione, nonostante l'indaffararsi di clero e laici. Che, senza saperlo, queste chiese siano diventate "tombe di Dio", come affermava Nietzche?
A questo punto credo sia assolutamente necessario fermarsi e riflettere. L'attuale direzione intrapresa, infatti, non mi pare affatto buona.

Riproduzione del dipinto della Messa di san Clemente.
Si noti che le persone sono disposte lungo i fianchi dell'altare, non davanti ad esso.

L'altare rivolto verso il popolo


"Poi venne un altro angelo e si fermò all’altare, reggendo un incensiere d’oro. Gli furono dati molti profumi perché li offrisse insieme con le preghiere di tutti i santi bruciandoli sull’altare d’oro, posto davanti al trono" (Apocalisse 8, 3).
Secondo la concezione dell’epistola agli Ebrei, il tempio terreno di Gerusalemme e il suo altare erano l’immagine del santuario che è in cielo ed in cui il Cristo, eterno sacerdote, è entrato (9, 24).
La liturgia celeste e la liturgia terrestre sono una cosa sola. Così, secondo il passo dell’Apocalisse citato in epigrafe, un angelo è fermo davanti all’altare d’oro del cielo, con un incensiere d’oro in mano, allo scopo di offrire le preghiere dei fedeli al cospetto di Dio. Anche la nostra offerta terrena non diventa totalmente valida davanti a Dio se non è "condotta dalla mano di un angelo sull’altare celeste", come è detto nel canone della messa romana.
La concezione secondo la quale l’altare di quaggiú è un immagine dell’archetipo celeste che si trova davanti al trono di Dio, ha sempre determinato sia la sistemazione dell’altare, sia la posizione del sacerdote nei confronti di esso: e noi abbiamo visto che l’angelo che regge l’incensiere d’oro è fermo davanti all’altare. D’altra parte, le prescrizioni che Dio ha dato a Mosè (cfr. Esodo 30, 1-8) hanno certamente svolto un ruolo anch’esse. 
Queste osservazioni preliminari erano necessarie per far comprendere a che punto siano cambiate le concezioni attuali circa l’altare. Questo cambiamento non è stato effettuato brutalmente, ma poco la volta; si è cominciato diversi anni fa, prima del Concilio Vaticano II.
Nella Richtlinien für die Gestaltung des Gotteshauses aus dem Geist der römischen Liturgie (Istruzioni per la sistemazione delle chiese nello spirito della liturgia romana), del 1949, Theodor Klauser sostiene che: "Certi segni fanno intravedere che, nella Chiesa futura, il prete si terrà come un tempo dietro l’altare e celebrerà col viso volto verso il popolo, come si fa ancora oggi in certe basiliche romane; l’augurio, che si solleva dappertutto, di veder piú chiaramente espressa la comunione al tavolo eucaristico, sembra esigere questa soluzione" (n° 8). 
Ciò che Klauser presentava allora come augurabile, come si sa, nel frattempo è divenuto quasi dappertutto la norma. Si pensa di aver fatto rivivere così un uso della cristianità delle origini. Ora, come dimostreranno chiaramente le spiegazioni che seguono, si può provare con certezza che non si è mai avuta, né nella Chiesa d’Oriente né in quella d’Occidente, alcuna celebrazione versus populum (verso il popolo), ma che, al contrario, per pregare tutti si volgevano sempre ad Oriente, ad Dominum (verso il Signore).
L’idea di un “faccia a faccia” tra il sacerdote e l’assemblea, nel corso della messa, risale piuttosto a Martin Lutero, il quale, nel suo piccolo libro Deutsche Messe und Ordnung des Gottesdienstes (La messa tedesca e l’ordinazione del culto divino), del 1526, all’inizio del capitolo Della domenica per i laici, cosí scrive: "Noi conserveremo gli ornamenti sacerdotali, l’altare, le luci fino all’esaurimento o fino a quando non riterremo di cambiarle. Lasceremo, tuttavia, che altri possano fare diversamente; ma nella vera messa, fra veri cristiani, occorrerebbe che l’altare non restasse com’è adesso e che il prete si volgesse sempre verso il popolo, come senza alcun dubbio Cristo ha fatto al momento della Cena. Ma questo può attendere."
Ed ecco che il momento atteso è arrivato…
Per giustificare il cambiamento di posizione del celebrante in rapporto all’altare, il Riformatore si riferiva al comportamento di Cristo all’Ultima Cena. In effetti egli aveva davanti agli occhi le abituali raffigurazioni dei suoi tempi: Gesú in piedi o seduto a metà di una gran tavola, con gli Apostoli alla sua destra ed alla sua sinistra.

Refettorio del monastero di Vatopedi (Monte Athos).
Si notino i tavoli a forma di semicerchio
Ma Gesú, ha effettivamente occupato tale posto?
Certamente non avvenne cosí, poiché sarebbe stato contrario agli usi domestici dell’epoca. 
Al tempo di Gesú, e ancora secoli dopo, si utilizzava sia una tavola rotonda sia una tavola a forma di sigma (a semicerchio). Il davanti di essa veniva lasciato libero, per permettere il servizio. I convitati erano seduti o allungati dietro il semicerchio. Per far ciò utilizzavano dei divani o un banco, anch’esso a forma di sigma. Il posto d’onore non si trovava, come si potrebbe credere, in mezzo, ma a destra (in cornu dextro). Il secondo posto d’onore stava di fronte al primo.
Questa disposizione dei posti la ritroviamo, in maniera costante, nelle raffigurazioni piú antiche della Cena di Gesú, fino a metà del Medio Evo. Il Signore è sempre allungato o seduto dalla parte destra della tavola. È solo verso il XIII sec. che si incomincia ad imporre un nuovo tipo di raffigurazione: ed allora Gesú è posto dietro la tavola, in mezzo agli Apostoli che lo circondano. È questa l’immagine che Lutero aveva davanti agli occhi.
In effetti, essa ha l’apparenza di una celebrazione versus populum. Tuttavia, in realtà non si tratta di niente di simile, poiché il "popolo" verso cui il Signore avrebbe dovuto volgersi, si sa che era assente nella sala della Cena. Cosa questa, che toglie ogni valore all’argomentazione di Lutero. D’altronde, per quanto ne sappiamo, anch’egli non ha mai preteso che si celebrasse volti verso l’assemblea, come in seguito hanno preso l’abitudine di fare i Riformati, soli fra le comunità protestanti.
  
Prima domanda
È possibile. Ma qual era la situazione nella Chiesa delle origini? I fedeli, non erano dunque seduti con il presidente alla "tavola del Signore"?
Qui è opportuno distinguere tra celebrazione dell’àgape - il pasto fraterno - e celebrazione dell’eucaristia, che all’inizio seguiva l’àgape e piú tardi la precedette. Io ho già trattato a fondo la questione nel mio studio: Beracha.
Nei primi secoli, quando il numero dei membri della comunità era ancora ristretto, si era conservata la stessa disposizione dei posti, a fedele imitazione dell’Ultima Cena, tanto piú che essa corrispondeva agli usi dell’epoca. Diverse chiese domestiche della Chiesa delle origini, di cui si sono ritrovate le fondamenta nelle regioni alpine, lo provano chiaramente. Al centro di un locale relativamente piccolo (circa 5 metri per 12,5), si trova un banco in pietra semicircolare, capiente da quindici a venti posti (9).
Nelle città, ove il numero dei fedeli era piú elevato, si era obbligati ad aggiungere delle tavole supplementari. Il vescovo e i presbiteri stavano seduti ad una di queste, i fedeli nelle altre, le donne separate dagli uomini. Nell’epistola ai Gàlati (2, 11-12), l’apostolo Paolo rimprovera all’apostolo Pietro di aver preso cibo con i giudei convertiti, evitando i pagani convertiti.
Ora, mentre per i pasti in comune, le àgapi, si stava seduti a delle tavole, per la celebrazione dell’eucaristia ci si alzava e ci si andava a porre dietro il celebrante, che stava all’altare, come prescrive espressamente la Didascalia degli Apostoli, una istruzione del II-III sec., che esigeva che ci si volgesse esattamente verso Oriente (10).
Luogo in cui i fedeli siedono in una chiesa bizantina:
lungo le pareti, sugli "stasidia".
Con gli sviluppi successivi, una volta soppressi i pasti fraterni (verso il IV sec.), le tavole sparirono. I fedeli ormai stavano seduti su dei banchi disposti lungo le pareti della chiesa. La tavola d’altare, già in legno, divenne un altare in pietra.

Seconda domanda
Come ci si può opporre agli altari moderni, rivolti verso il popolo, quando essi sono stati prescritti dal Concilio e praticamente sono stati introdotti nel mondo intero?
Nella Costituzione conciliare sulla sacra liturgia, promulgata dal Concilio Vaticano II, si cercherà invano una prescrizione che imponga di celebrare la santa messa volti verso il popolo. Ancora nel 1947, papa Pio XII, nella su enciclica Mediator Dei (n° 49), sottolineava come si sbagliassero coloro che volessero ridare all’altare la sua antica forma di mensa (tavola). Fino al Concilio la celebrazione verso il popolo non era autorizzata*, tuttavia essa era tacitamente tollerata da numerosi vescovi, soprattutto per le messe dei giovani.
Da noi, in Germania, la nuova posizione del sacerdote fece la sua apparizione con la Jugendbewegung (movimento della giovinezza), negli anni venti, allorché si incominciò a celebrare l’eucaristia per dei piccoli gruppi; a questo proposito, Romano Guardini aveva svolto il ruolo di precursore, con le sue messe al castello di Rothenfels. Il movimento liturgico diffuse quest’uso, soprattutto Pius Parsch, che sistemò in questo senso, per la sua "parrocchia liturgica", una piccola chiesa romana (Santa Gertrude) a Klosterneuburg, vicino Vienna.
Infine, questi sforzi vennero approvati dall’istruzione della Congregazione dei Riti Inter œcumenici, del 1964, che ha ispirato in seguito il nuovo messale. Per le nuove costruzioni è qui prescritto che "È bene costruire l’altar maggiore separato dal muro, perché si possa facilmente girarvi attorno e vi si possa celebrare verso il popolo; esso sarà posto nell’edificio sacro in modo da essere veramente il centro verso il quale si volge spontaneamente l’attenzione dell’assemblea dei fedeli" (n° 91).
Sfortunatamente, è esatto che i nuovi altari verso il popolo siano stati installati dovunque nel mondo - almeno per quanto riguarda l’area di diffusione della Chiesa cattolica. Ma, a rigore, essi non sono prescritti.
Nelle chiese ortodosse d’Oriente - ove, dopo tutto, vi sono alcune centinaia di milioni di cristiani - si continua a rispettare l’uso della Chiesa delle origini, secondo cui il sacerdote che celebra il Santo Sacrificio è girato, insieme con i fedeli, verso l’àbside. Questo vale sia per le Chiese di rito bizantino (greca, russa, bulgara, serba, ecc.) sia per le Chiese dette di rito orientale antico (armena, siriana, copta).
Che l’altare debba essere scostato dal muro "perché si possa facilmente girarvi attorno", è un’altra questione. Questa esigenza della Congregazione dei Riti si accorda perfettamente con la tradizione** .
Per piú di dieci secoli, come fino ad oggi nelle chiese ortodosse d’Oriente, l’altare è rimasto privo di sovrastrutture.

Altare gotico
Un cambiamento si produsse all’epoca gotica, con l’apparizione delle pale. Queste svolgevano in parte il ruolo dei dipinti dell’àbside e dei muri, raffigurando le diverse tappe della salvezza: dall’Annunciazione all’Ascensione del Signore.
Mentre nelle piccole chiese gli altari erano spesso addossati al muro dell’àbside, nelle grandi chiese, come abbiamo visto, erano posti, fino all’epoca gotica, in mezzo al santuario. Ed allora era possibile girarvi intorno al momento dell’incensamento, com’è detto nel salmo 25: "…giro intorno al tuo altare, Signore, per far risuonare voci di lode e per narrare tutte le tue meraviglie".
Per sottolineare la santità dell’altare, questo - almeno nelle grandi chiese - era generalmente sormontato da un baldacchino in materiale prezioso, poggiante su quattro colonne. Ai quattro lati erano fissate delle cortine; certo in riferimento alla tenda del Tempio di Gerusalemme, che separava il Santo dei Santi (Sancta Sanctorum) dal santuario, come Dio aveva prescritto a Mosè: "Farai il velo di porpora viola, di porpora rossa, di scarlatto… Lo appenderai a quattro colonne di acacia, rivestite d’oro… Collocherai il velo sotto le fibbie e là, nell’interno oltre il velo, introdurrai l’arca della Testimonianza. Il velo sarà per voi la separazione tra il Santo e il Santo dei santi" (Esodo 26, 31-33).
Chiesa bizantina (Romania)

Come abbiamo già detto, nel rito bizantino è l’iconostàsi che attua la separazione, ma, secondo la concezione ortodossa, essa rappresenta anche, insieme alle icone, l’Ecclesia cœlestis (la Chiesa del Cielo) che celebra di concerto con i fedeli, tanto che essa dev’essere considerata, da quelli che partecipano alla celebrazione, non solo come una separazione, ma anche come un oggetto di contemplazione.

Chiesa armena. Il santuario in alcuni momenti dell'anno viene chiuso da tende
In altri riti orientali non bizantini, l’iconostàsi manca; al suo posto vi sono, come presso gli Armeni, due tende: una piccola davanti all’altare e una grande che, in certi momenti della liturgia della messa, nasconde tutto il coro agli occhi dei fedeli. E a questo proposito san Giovanni Crisostomo dice: "Quando vedi chiudere le tende, pensa che in quel momento il cielo si apre lassú in alto e ne discendono gli angeli" (11).
Secondo la testimonianza di Guillaume Durand, queste tende furono anche usate in Occidente, fino a metà del Medio Evo. Egli parla di tre vela: uno che ricopre le offerte del sacrificio, il secondo intorno all’altare e il terzo sospeso davanti al coro (12).
Mentre la Chiesa delle origini dissimulava l’altare come poteva, ornandolo con tessuti preziosi e con pendoni, ecco che oggigiorno questo stesso altare si trova posto, nudo, in mezzo alla chiesa, esposto a tutti gli sguardi. La sua santità, in quanto luogo delle offerte del sacrificio, si ritrova così meglio evidenziata? Certamente no. A meno che non si voglia prendere in considerazione - contro tutte le tradizioni - la sua funzione di tavola da pasto e la si voglia rendere manifesta in tal modo.
Allora, certamente, non mi resta che inchinarmi…
Ma, in questo caso, non si tratta piú di rendere presente quaggiú il mondo di lassú: si tratta solo dell’uomo e del suo universo. L’universo di Dio, degli angeli, dei santi, diventa marginale: ci sfiora appena. Forse, malgrado tutto, ci si interesserà ancora a un uomo chiamato Gesú e a qualche passo accuratamente selezionato del suo Vangelo!
 
Jubé o parete divisoria tra la navata e il luogo in cui sedevano i canonici nella cattedrale di Sainte-Cécile ad Albi (Francia)
Terza domanda
Tuttavia, non vi era già nel Medio Evo un altare destinato al popolo, per di piú un altar maggiore, come lo abbiamo oggi?
Ciò è esatto nella misura in cui, nelle chiese cattedrali e nei monasteri, vi era in genere, da dopo la fine dell’epoca romana, un altare destinato al popolo, posto davanti al jubé; quest’ultimo era una specie di chiusura del coro, un po’ piú alta di quella delle chiese antiche, con due entrate che davano sul coro dei canonici o dei monaci, i quali, in tal modo, si trovavano separati dal resto della chiesa. A causa della croce posta al di sopra di quest’altare, o piú esattamente sul jubé, l’altare stesso veniva chiamato "altare della croce".
È su questo altare che, in queste chiese, si celebrava la messa per il "popolo" ***, come ogni altra messa destinata ad avere numerosi assistenti: la messa solenne per i funerali, quella per l’incoronazione di un sovrano (fig. 5). Per di piú si predicava dall’alto del jubé e solo le messe conventuali (solenni) venivano celebrate all’altar maggiore, nel coro.
Dunque, in primo luogo la funzione del jubé non era di elevare una barriera fra il clero e il popolo - e per questo non può essere paragonato all’iconostàsi bizantina - piuttosto esso era destinato a creare, per i canonici e per i monaci, uno spazio apposito, ove si potessero svolgere le funzioni liturgiche del coro (liturgia delle ore, messa conventuale) senza essere disturbati.
Per delle ragioni sia liturgiche che architettoniche è stato del tutto irragionevole far sparire il jubé e l’altare della croce, come è accaduto quasi dappertutto in Germania all’epoca dei Lumi, su ordine delle autorità secolari (13).
Come allora si procedette a delle importanti modifiche architettoniche all’interno delle chiese - per far sí che i fedeli potessero guardare direttamente l’altar maggiore - cosí oggi, in seguito al Concilio, quasi tutte le chiese antiche sono state ritoccate con dei lavori di "aggiornamento".
Chi giri adesso il mondo e visiti le chiese, scopre, per la sistemazione del santuario, le soluzioni piú singolari. Soprattutto in Italia, dove è stato possibile, gli altari barocchi sono stati privati della loro tavola d’altare che è stata rimpiazzata dai seggi del celebrante e dei suoi assistenti. Si può pensare che sia la meno felice delle soluzioni, visto che la pala perde cosí la sua antica funzione di riferimento al sacrificio eucaristico per vedersi "degradata" a semplice schienale dei preti. Se non fosse che, nella maggior parte dei casi, l’antico altar maggiore, col suo tabernacolo, serve solo a conservare la santa comunione, cosí che occorre rassegnarsi al fatto che il sacerdote, in piedi davanti all’altare verso il popolo, gira costantemente le spalle al tabernacolo, lo stesso su cui fino a ieri si fissavano gli occhi dei fedeli in preghiera. 
Quando occorre, è la corale parrocchiale che si installa sui gradini dell’altar maggiore, con i cantori che volgono anch’essi le spalle al tabernacolo e si servono della tavola d’altare per poggiarvi i loro diversi accessori.
Allorché le considerazioni artistiche lo hanno permesso, l’altar maggiore è stato totalmente soppresso, e l’eucaristia viene conservata in un tabernacolo murale laterale; ed allora sorge subito il problema di come occupare lo spazio così liberato dell’àbside. Le soluzioni adottate sono le piú diverse. Spesso vi si è installato l’organo, con la sua cassa decorativa, oppure, per la maggior parte del tempo, la corale parrocchiale, oppure si è semplicemente appeso al muro dell’àbside l’antica pala d’altare o un pendone di valore, come fossero degli ornamenti.
In definitiva, ognuna di queste soluzioni non è soddisfacente, poiché, installando un nuovo altare, per di piú dall’apparenza molto modesta, si è fatto sparire il centro di gravità spaziale costituito dall’altar maggiore, cosí come era stato concepito dall’architetto che aveva costruito la chiesa. Senza alcun dubbio, A. Lorenzer ha ragione allorché scrive: "Il significato dell’altare, a questo punto, fa parte integrante della chiesa… che lo spostamento di questo “centro di gravità spaziale” dovrebbe indurre ad elaborare un piano interamente nuovo" (14). 
La cosa assume un’evidenza impressionante nelle grandi chiese, come per esempio nella cattedrale di Spira, ove lo sguardo di coloro che vi entrano si posa subito sull’antico altar maggiore sormontato dal suo baldacchino. Oggi quest’altare sembra fluttuare nel vuoto: la tavola d’altare installata nel coro, malgrado le sue dimensioni, si nota appena in questo spazio tutto volto in altezza, mentre l’altare verso il popolo, alcuni gradini piú in basso, non costituisce affatto un "centro di gravità spaziale".
 
Chiesa di san Clemente (Roma). Si noti l'emiciclo sul quale siede il clero. Al suo centro la cattedra episcopale.
Quarta domanda
Nell’Handbuch der Liturgie für Kanzel, Schule und Haus (Manuale di liturgia per la cattedra, la scuola e la casa), del P. Alfons Neugart (1926), si legge: "Nella basilica della Chiesa delle origini, l’altare era posto in mezzo all’àbside del coro e il prete celebrante si metteva dietro di esso, rivolto verso il popolo. Sull’altare non vi erano né croce né luci. I seggi del vescovo e degli ecclesiastici erano disposti tutt’intorno, lungo il muro. È solo piú tardi che l’altare venne posto contro il muro, come oggi". È esatto?
La cosa esatta è che nei primi secoli, i seggi dei vescovi e dei sacerdoti erano posti lungo il muro dell’àbside e non ai lati dell’altare; in ambito greco essi erano spesso nettamente rialzati su diversi scalini, di modo che il vescovo, assiso sul trono, potesse esser visto da tutti e meglio ascoltato al momento del suo sermone, che un tempo pronunciava dal suo seggio. Il seggio centrale era sempre riservato al vescovo, come accade ancora oggi in Oriente.
È anche esatto che a quel tempo sull’altare non vi fosse né croce, né luci, né leggio per il messale, ma solo il calice e la patena con le offerte; lo si può constatare nelle raffigurazioni medievali della messa; e se fino ad un’epoca recente si usava decorare con dei fiori il pavimento della chiesa, l’altare non veniva mai decorato. Ecco perché in genere gli altari erano piccoli, con una tavola che raramente raggiungeva un metro quadrato. Nel chiostro della cattedrale di Ratisbona vi è, per esempio, un piccolo altare massiccio in pietra, che risale ad un’epoca molto antica, mentre vi si trova anche, nella "cattedrale antica", un grandissimo altare di due metri e dieci per un metro e quaranta, che risale probabilmente al V secolo e che rappresenta una "confessione", vale a dire che faceva parte della tomba di un martire. Ecco spiegata la sua taglia (15)! La limitata superficie della maggior parte degli altari lasciava posto solo per le offerte del pane e del vino: questa particolarità sottolineava significativamente il carattere sacrificale della messa, come accadeva per i sacrifici dei Giudei e dei pagani, per i quali solo le offerte propriamente dette trovavano posto sull’altare.
Gli altari di grande dimensione erano rari nei tempi antichi, eppure, al pari degli altri che abbiamo citato, anch’essi erano riccamente ornati di stoffe preziose che cadevano dai quattro lati fino a terra, di modo che le tavole che ricoprivano non si presentavano come tali. Piú tardi, in molti posti, si dispose sul lato anteriore degli altari un pendone di stoffa, di legno e di metallo riccamente ornato. Cosí che non si può affermare che il carattere di pasto della messa sia stato sottolineato dagli altari a forma di tavola.
Parleremo dopo piú a fondo della posizione del sacerdote all’altare ai tempi della Chiesa delle origini. Qui ricordiamo solo quanto scriveva sulla rivista Der Seelsorger, nel 1967, quindi poco dopo il Concilio, il P. Josef A. Jungmann, autore di un lavoro celebre, Missarum sollemnia: "L’affermazione spesso ripetuta che l’altare della Chiesa delle origini supponesse sempre che il prete fosse rivolto verso il popolo, si rivela essere una leggenda". Inoltre, Jungmann mette in guardia contro il pericolo che, auspicando l’adozione dell’altare verso il popolo, "se ne faccia un’esigenza assoluta e, alla fine, una moda alla quale ci si sottometta senza riflettere". Secondo lui, la ragione principale di questa raccomandazione di celebrare rivolti verso il popolo è la seguente: "Vi è qui, innanzi tutto, l’accento esclusivo che oggigiorno si ama tanto mettere sul carattere di pasto dell’eucaristia".
Da parte sua, il cardinale Joseph Ratzinger ha sempre piú messo in guardia, in questi ultimi anni, contro il rischio di considerare la liturgia sotto il solo aspetto di "pasto fraterno" (16).
 
Quinta domanda Il papa non celebra da tempo immemorabile rivolto verso il popolo, e non v’è in San Pietro, a Roma, un altare isolato su un podio, come nella maggior parte delle chiese moderne?

Messa papale tradizionale
Sembrerebbe esatto che l’idea di un altare centrale isolato su un podio sia, in qualche modo, già prefigurata nella chiesa barocca di San Pietro (certo non nella chiesa costantiniana che l’ha preceduta): l’altare papale, leggermente sopraelevato, si trova isolato nel mezzo della chiesa, proprio al di sotto della cupola centrale, posta esattamente sopra la confessione con la tomba del Principe degli Apostoli; esso è facilmente visibile da ogni parte, sia dalla navata sia dai due bracci del transetto.
Chi una volta partecipava alle messe papali notava che il papa non era posto, come nel resto della cristianità, davanti all’altare, bensí dietro. Alcuni liturgisti ne deducevano, avventatamente, che in tal modo si fosse conservata la posizione “verso il popolo”, posizione risalente alla Chiesa delle origini.
In realtà si tratta, come abbiamo visto, dell’orientamento nella preghiera: la chiesa di San Pietro, a differenza delle chiese antiche, non ha l’àbside ad Est, bensì ad Ovest. Tuttavia, come dimostrano le foto scattate prima dell’elevazione al Soglio di Paolo VI, che intraprese la trasformazione dell’altare papale, i fedeli presenti potevano appena intravedere il papa, a causa dell’enorme dimensione dei candelieri e della croce, posti sull’altare. Non è dunque possibile, a stretto rigore, parlare di celebrazione versus populum. Non si trattava di un privilegio papale, come talvolta è stato affermato. Infatti vi sono a Roma delle altre chiese il cui àbside è posto ad Occidente e non ad Oriente e in cui il celebrante è ugualmente posto dietro l’altare.
Nelle chiese moderne, costruite dopo il Concilio, si trova spesso, come a San Pietro, un altare isolato su un podio, ma ad esso manca il coronamento del primo: il baldacchino. Siccome si tratta di un podio isolato in mezzo alla chiesa, e dunque sprovvisto di ogni orientamento - e circondato dalle fila di sedie dei fedeli - è difficile trovare un posto adeguato per la croce dell’altare, di cui abbiamo esposto prima la funzione di punto di riferimento, croce che tuttavia continua ad essere richiesta dalle nuove regole liturgiche. Nell’Institutio generalis del nuovo messale, si prescrive: "Del pari, sull’altare o in prossimità di esso, vi sarà una croce, ben visibile dall’assemblea" (n° 270).
Era questo il caso dell’"altare della croce" medievale, ma non lo è piú adesso quando si verifica che, per soddisfare in una maniera o in un’altra questa prescrizione, si finisce con l’usare una piccola croce o a fianco dell’altare o poggiata su di esso.
 
Sesta domanda
Andava dunque bene che il sacerdote pregasse, come accaduto finora, in direzione del muro? Molto meglio vederlo girato verso l’assemblea!
Allorché si pone davanti all’altare, il sacerdote non prega in direzione di un muro, ma, insieme a tutti coloro che sono presenti, prega in direzione del Signore. Tanto piú che fino ad adesso la cosa che piú importava non era tanto di realizzare una qualche comunione, bensí di rendere il culto a Dio, tramite la mediazione del sacerdote, che rappresentava i partecipanti ed era unito ad essi.
Parlando della direzione della preghiera, sant’Agostino, vescovo di Ippona, scrive: "Quando ci alziamo per pregare, ci volgiamo verso l’Oriente (ad orientem convertimur), da dove si alza il cielo. Non perché Dio si troverebbe solo lí, non perché Egli avrebbe abbandonato le altre regioni della terra… ma perché lo spirito sia esortato a volgersi verso una natura superiore, e cioè verso Dio" (17). Questo spiega perché dopo il sermone, i fedeli si alzavano per la preghiera e si volgevano verso Oriente. Sant’Agostino li invitava spesso a farlo alla fine dei suoi sermoni, impiegando a mo’ di formula consacrata le seguenti parole: "Conversi ad Dominum… (Rivolti al Signore).
Possiamo ricordare qui le parole di san Paolo. Conscio che "finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione" egli preferisce essere "in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore" (ad Dominum) (2 Corinti 5, 6-8).
Cosí, volgersi verso il Signore e guardare ad Oriente era, per la Chiesa delle origini, una sola e medesima cosa.
Nella sua opera fondamentale, Sol salutis (1920), Joseph Dölger si dice convinto che la risposta del popolo: "Habemus ad Dominum" (Sono rivolti al Signore), al richiamo del sacerdote: "Sursum corda" (In alto i nostri cuori!), significasse anche che ci si volgeva verso Oriente, verso il Signore (p. 256). A questo proposito, Dölger fa osservare che certe liturgie orientali prevedono espressamente questo invito, con un appello espresso dal diacono prima della preghiera eucaristica (anaphora) (p. 251). È il caso dell’anàfora copta di san Basilio, che comincia: "Accostatevi, voi uomini, mantenetevi rispettosi e guardate ad Oriente!", ed anche dell’anàfora di san Marco, in cui lo stesso appello (Guardate ad Oriente!) viene espresso nel mezzo della preghiera eucaristica, prima del passaggio che conduce al Sanctus.
La breve descrizione liturgica del secondo libro delle Costituzioni apostoliche (un’istruzione del IV secolo), dice anch’essa che ci si alza per pregare e ci si volge verso Oriente (18) . L’ottavo libro ci riporta l’appello corrispondente lanciato dal diacono: "Tenetevi in piedi verso il Signore!" (19). Come si può vedere, anche qui vi è il parallelismo fra il guardare ad Oriente e il volgersi verso il Signore.
L’uso della preghiera in direzione del sol levante è da tempo immemorabile, come ha dimostrato anche Dölger; lo si ritrova presso i Giudei e presso i Romani. Vitruvio, nel suo lavoro sull’architettura, scrive: "I templi degli dei devono essere posizionati in modo tale che… l’immagine che è nel tempio guardi verso ponente, affinché coloro che andranno a sacrificare siano rivolti verso Oriente e verso l’immagine, di modo che, nel pregare, guardino sia il tempio sia la parte del cielo che è a levante, mentre le statue sembrano levarsi insieme al sole per guardare coloro che le pregano nei sacrifici" (20).
Per Tertulliano (200 ca.) la preghiera verso Oriente è cosa scontata. Nel suo piccolo libro, Apologeticum, egli ricorda che i cristiani "pregano in direzione del sol levante" (cap. 16). Questo orientamento nella preghiera è stato evidenziato molto presto nelle case, con una croce sul muro. Se ne trova una in un locale di un piano superiore di una casa di Ercolano, seppellita dall’eruzione del Vesuvio del 79 (21).
 
Settima domanda
Ma, se non altro, vi sono degli studi, come quello conosciuto del prof. Otto Nussbaum, nei quali si dimostra scientificamente che fin dai tempi piú remoti si sono avute delle celebrazioni verso il popolo, e che queste fossero anche le piú antiche.
Nel suo studio di grande respiro, Der Standort des Liturgen am christlichen Altar (Il posto del liturgo all’altare cristiano), apparso nel 1965, Nussbaum scrive: "Quando comparvero gli edifici cultuali propriamente detti, non vi erano delle regole precise che fissavano da che parte dell’altare dovesse mettersi il liturgo. Egli poteva rimanere sia davanti che dietro l’altare" (p. 408). Egli ritiene che la celebrazione versus populum sia stata preferita fino al VI secolo.
Tuttavia Nussbaum non distingue a sufficienza tra le chiese con l’àbside ad Est e quelle con l’àbside ad Ovest e la cui entrata era dunque ad Est. Quest’ultimo orientamento è quasi esclusivo delle basiliche del IV secolo, specialmente di quelle fatte erigere dall’imperatore Costantino e da sua madre Elena, come per esempio la chiesa di San Pietro a Roma.
Ma, dall’inizio del V secolo, san Paolino da Nola indica come abituale (usitatior) l’àbside ad Est (22). In effetti, le basiliche con l’entrata ad Est si trovano soprattutto a Roma e nell’Africa del Nord, mentre sono relativamente rare in Oriente (a Tiro e ad Antiochia).
L’entrata ad Oriente (basiliche costantiniane) imitava la disposizione del Tempio di Gerusalemme (cfr. Ezechiele 8, 16), come di altri templi antichi, le cui porte aperte lasciavano entrare la luce del sol levante, che faceva scintillare all’interno la statua del dio.
Nelle basiliche cristiane con l’entrata ad Est, il celebrante era obbligato normalmente a rimanere davanti al lato "posteriore" dell’altare, al fine di essere rivolto ad Oriente al momento dell’offerta del Santo Sacrificio, esattamente come nelle chiese con l’àbside ad Oriente, nelle quali egli rimaneva "davanti" all’altare (ante altare), quindi con le spalle all’assemblea.
Per il fatto che in certe basiliche con l’àbside ad Est vi fosse posto dietro l’altare anche per il celebrante, si è dedotto a volte che quest’ultimo si ponesse da questo lato, volgendosi cosí verso il popolo; specialmente quando nell’àbside vi era anche un banco per i sacerdoti, con un trono per il vescovo. Ora, si tratta di una conclusione chiaramente errata - adottata peraltro da Nussbaum - come si dimostra, in maniera irrefutabile, con l’aiuto degli scavi archeologici (23). Se cosí non fosse, per quale motivo si sarebbero costruite queste chiese esattamente orientate ad Est?
 
Ottava domanda
Quando il sacerdote si trovava posto "dietro" l’altare, nelle chiese che avevano l’àbside ad Occidente, come San Pietro a Roma, non si finiva, malgrado tutto, col celebrare rivolti al popolo?
No! Infatti, durante la preghiera eucaristica (canon missæ), non solo il celebrante, ma anche i fedeli si volgevano ad Oriente. Come ha fatto osservare san Giovanni Crisostomo (24), nei tempi antichi i fedeli stendevano le mani nel corso della preghiera, al pari del sacerdote, e tutti guardavano in direzione delle porte aperte della chiesa, da dove penetrava la luce del sol levante, simbolo di Cristo resuscitato che ritorna.
Al di là della particolare venerazione per il sol levante che aveva il costruttore di queste basiliche, l’imperatore Costantino, certamente ha avuto la sua influenza questo passo del profeta Ezechiele (43, 1-2): "Mi condusse allora verso la porta che guarda a Oriente, ed ecco che la gloria del Dio di Israele giungeva dalla via orientale…". In tal modo, con le porte della basilica aperte sull’Oriente, ci si aspettava che il Cristo venisse a partecipare alla celebrazione dell’eucaristia, come dopo la sua resurrezione era apparso piú volte ai suoi discepoli durante il pasto (cfr. Luca 24, 36-49; Giovanni 21; Atti 1, 4).
All’origine i fedeli - donne e uomini separati - non stavano nella navata centrale, ma in quelle laterali, cosa questa che implicava che, nelle chiese antiche, il numero delle navate laterali potesse arrivare fino a sei (quelle del Laterano e di San Pietro, a Roma, ne hanno solo quattro). In definitiva, questo modo di prender posto nelle navate laterali corrispondeva all’abitudine di fermarsi lungo i muri laterali delle piccole chiese della cristianità delle origini. Tale abitudine è ancora oggi in atto nelle chiese d’Oriente: la navata o lo spazio centrale sotto la cupola rimangono liberi per le funzioni. I fedeli anziani prendono posto su delle sedie (stasidia) lungo i muri della chiesa e nelle navate laterali, gli altri assistono alla messa in piedi. In Oriente, la posizione del corpo piú conveniente per la partecipazione liturgica, è quella in piedi, e non l’inginocchiarsi, com’era da noi una volta; tale posizione esige una grande disciplina fisica, soprattutto nel corso di offici che si prolungano.
Come si evince da certi scavi e dalle raffigurazioni che sono state trovate, nelle basiliche costantiniane e nord-africane l’altare era quasi al centro della navata. Esso era attorniato da ogni lato da un recinto e, in genere, era sormontato da un baldacchino. Il coro dei cantori (schola cantorum) prendeva posto davanti al celebrante. Nelle chiese di Ravenna, benché fossero tutte orientate, si conservò per lungo tempo questa disposizione dell’altare e della schola in mezzo alla navata (25): la cosa è attestata fino all’VIII secolo.
Lo stesso accadeva nella chiesa costantiniana di San Pietro, a Roma: l’altare non si trovava, come si potrebbe pensare, al di sopra della tomba dell’Apostolo, ma quasi al centro della navata centrale. In corrispondenza di dove era sotterrato il Principe degli Apostoli, vi era una "memoria" senza altare, sormontata da un baldacchino a colonne, come si può vedere in una raffigurazione molto antica, quella dello scrigno d’avorio di Pola. La supposizione spesso avanzata che vi fosse già un altar maggiore mobile, là ove i pellegrini entrano ed escono per visitare la tomba dell’Apostolo, non ha avuto alcun  riscontro.
Poiché, nella basiliche con l’àbside ad Occidente e l’altare in mezzo alla navata centrale, i fedeli si disponevano, come abbiamo visto, lungo le navate laterali - fra le cui colonne vi erano, peraltro, dei tendaggi che si aprivano durante la messa - di fatto non volgevano le spalle all’altare; cosa che peraltro non avrebbe neanche potuto essere supposta visto il rispetto che si portava alla santità dell’altare; bastava una leggera rotazione del corpo per volgersi, senza difficoltà, in direzione dell’entrata, verso Oriente.
Anche nel caso inverosimile che nel corso della preghiera eucaristica i fedeli non guardassero verso l’entrata, ma verso l’altare, resta il fatto che, anche cosí, non si sarebbe potuto verificare il faccia a faccia tra il celebrante e l’assemblea, poiché, come abbiamo già detto, nei tempi antichi l’altare era nascosto dalle tende.
A partire dal Medio Evo, l’altare di queste basiliche venne generalmente trasferito verso l’àbside. Nella chiesa di San Pietro ciò avvenne, come si sa, nel 600, sotto il papato di Gregorio Magno, il quale apportò anche importanti modifiche al coro e fece costruire una cripta circolare che permettesse ai pellegrini di recarsi liberamente alla tomba dell’Apostolo, senza dover passare per il presbiterio.
Col passare degli anni, il popolo si dispose via via nella navata centrale. In una certa epoca (impossibile da precisare oggi), in queste basiliche costantiniane, gli assistenti smisero di volgersi verso Oriente, per rimanere rivolti all’altare; fu allora che si giunse ad una parvenza di celebrazione versus populum.
 
Nona domanda
Qual era la posizione del sacerdote e dei fedeli, in quelle chiese che avevano l’àbside orientato, chiese che costituivano, come si sa, la maggioranza dei santuari antichi?

Nelle basiliche a navate multiple e con l’àbside orientato, i partecipanti alla messa si disponevano in piedi lungo le navate laterali e in fondo alla navata centrale. In tal modo formavano una sorta di semicerchio aperto verso Oriente; il celebrante si veniva a trovare cosí nel punto di convergenza di questo semicerchio (al centro del cerchio virtuale).
Invece, nelle basiliche che avevano l’àbside ad Occidente, il sacerdote, i chierici ed i cantori si venivano a trovare alla sommità di questo stesso semicerchio.
Quando, piú tardi, i fedeli finirono con l’occupare l’intera navata centrale, disponendosi in colonna, si venne a creare qualcosa di dinamico, che somigliava alla colonna del popolo di Dio in marcia nel deserto, in direzione della terra promessa: come se la posizione verso Est indicasse anche la meta della colonna: il Paradiso perduto che si cercava ad Est (cfr. Genesi 2, 8). Il celebrante e i suoi assistenti formavano la testa della colonna.
La disposizione iniziale, quella che componeva un semicerchio, si presentava invece come composta secondo un princípio statico: l’attesa del Signore che era asceso in cielo verso Oriente (cfr. Salmi 67, 34; Zaccaria 14, 4) e da lí sarebbe ritornato (cfr. Matteo 24, 27; Atti 1, 11); come quando si riceve una personalità eminente, e si arretra, a formare un semicerchio, per accogliere in mezzo l’ospite d’onore. San Giovanni Damasceno scrive: "Al momento della sua Ascensione, egli salí verso Oriente, è cosí che l’adorarono gli Apostoli, ed è cosí che ritornerà, allo stesso modo in cui lo videro salire in cielo, come ha detto il Signore stesso: “Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, cosí sarà la venuta del Figlio dell’uomo” (Matteo 24, 27). Ecco perché l’attendiamo e l’adoriamo rivolti ad Oriente: è una tradizione non scritta degli Apostoli" (26).
Sulla base di questa concezione, a partire dal VI secolo circa, in numerose chiese - come si vede nelle pitture dell’epoca a Bawit, in Egitto - si raffigurava l’Ascensione del Signore sotto la volta principale dell’àbside: in alto il Cristo glorioso condotto da due angeli, al di sotto Maria, che rappresentava la Chiesa, in preghiera con le mani volte al cielo, alla sua destra ed alla sua sinistra gli Apostoli. Questa raffigurazione rappresentava sia la glorificazione di Gesú in cielo sia la sua seconda venuta, secondo le parole rivolte dai due angeli agli Apostoli al momento dell’Ascensione: "Questo Gesú che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo" (Atti 1, 11) (27).
Piú tardi, nei dipinti delle àbsidi in Occidente, il Cristo in trono nella mandorla fu tratto da queste antiche raffigurazioni, e, come Majestas Domini circondata dai simboli dei quattro evangelisti, divenne il tipico dipinto delle àbsidi dell’arte romana. Nell’Oriente bizantino il Signore che ascende in cielo venne dipinto sia sotto la volta principale dell’àbside, come Pantocrate, sia sotto la cupola che sovrastava l’altare insieme al complesso dell’Ascensione; in quasi tutti i casi, però, la Madre di Dio non vi figurava piú perché la sua immagine era riservata alla decorazione dell’àbside.
Il posto centrale attribuito a Maria nell’àbside si deve sicuramente ad un passo dell’Apocalisse: "Allora si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l’arca dell’alleanza… Nel cielo apparve poi un segno grandioso: un donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle" (Apocalisse 11, 19; 12, 1).
Si noterà qui la relazione tra Maria-Ecclesia e Arca dell’Alleanza, ma anche il fatto che il velo del tempio - e cioè il santuario che questo copriva - si apriva solo in certi momenti ben precisi. Il mistero, il tremendum, esige d’esser velato, e cosí nasce il desiderio di vederlo rivelarsi; cosa che oggigiorno si dimentica troppo facilmente.
L’apostolo Paolo scrive: "Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia" (I Corinti 13, 12). Guardare ad Est non significa solo guardare al Signore trasfigurato in cielo e atteso alla fine dei tempi, ma esprime anche il desiderio della manifestazione ultima, della rivelazione della gloria futura.
 
Decima domanda
Tuttavia, il fatto che nelle piú antiche basiliche romane l’altare e l’àbside potessero trovarsi in tutte le direzioni è in contraddizione con l’affermazione che alle origini si sarebbe sempre pregato verso Est e che di conseguenza le chiese fossero "orientate". Come si spiega?
Il fatto è che in questo caso si tratta di chiese edificate su del materiale da costruzione risalente all’Antichità, oppure di chiese che le condizioni locali non permettevano che venissero perfettamente orientate. Tuttavia, questo non impediva che il sacerdote ed i fedeli si volgessero insieme verso l’Oriente per la preghiera e il sacrificio, come voleva l’uso cristiano abituale.
Cosí, per esempio, la celebre chiesa di San Clemente, a Roma, che è stata edificata su delle antiche fondazioni, ha l’entrata a sud-est: ecco perché il celebrante si dispone dietro l’altare; d’altronde, una celebrazione davanti l’altare non sarebbe assolutamente possibile, data la disposizione dei luoghi. Per guardare verso Oriente, al momento del Santo Sacrificio, al sacerdote basta girare leggermente il corpo; lo stesso dicasi per i fedeli disposti nelle navate laterali (a San Clemente la navata centrale serve per la schola, in essa si trovano anche i due amboni per la lettura dell’epistola, del graduale e del Vangelo).
Nel suo libro, Le rite et l’homme, Louis Bouyer scrive: "L’idea che la basilica romana sarebbe la forma ideale della chiesa cristiana, perché permetterebbe una celebrazione in cui il prete e i fedeli si disporrebbero faccia a faccia, è un completo controsenso. È l’ultima delle cose a cui gli antichi avrebbero pensato" (p. 241).
Ad ogni modo, come abbiamo già visto, il preciso orientamento delle chiese, come lo si riscontra a partire dal IV- V secolo, non avrebbe avuto senso se non fosse stato in stretta relazione con l’orientamento nella preghiera.
A sostegno dell’opinione secondo la quale l’altare propriamente detto (e la croce che lo sovrasta) sarebbe il punto di riferimento verso il quale si volgono i fedeli e che, idealmente, dovrebbero attorniare, si ama citare, a mo’ d’esempio, l’espressione del memento dei vivi, del canone della messa: "… et omnium circumstantium…" (… e di tutti i circostanti…). Occorre precisare che, nel suo significato filologico, il termine circumstantes contenuto in questa espressione designa globalmente "le persone presenti" e non solo "quelli che si trovano in cerchio intorno a…"; tant’è che, dagli scritti dell’epoca, non si ha notizia di casi di fedeli che si sarebbero disposti in cerchio attorno all’altare durante la celebrazione della messa. D’altronde, non avrebbero potuto farlo, se non altro perché i laici, come ancora oggi in Oriente, non avevano il diritto di penetrare nel santuario.
Il rispetto si sviluppa quando è incoraggiato dai comportamenti esteriori e, se è il caso, dalle interdizioni destinate ad evitare le profanazioni. Quando, per esempio, un sagrestano può poggiare sull’altare, senza il minimo scrupolo, una sedia o una scala per sistemare dietro l’altare, in alto, dei candelieri o dei fiori, la santità di questo altare ne resta rozzamente offesa. Cosa inimmaginabile in una chiesa d’Oriente!
Di contro, possiamo dire che l’espressione "… et omnium circumstantium…" può far pensare alla buona abitudine che dovrebbero prendere i fedeli durante l’offerta del Santo Sacrificio: in piedi, pieni di rispetto. Ma, ai giorni nostri, queste "persone presenti" si trasformano facilmente in "persone sedute" (in modo confortevole) su delle sedie, anche a causa della presenza di queste ultime nelle chiese attuali, le quali invitano a prender posto. 
Certo, cambiare il modo di vedere moderno in questo campo non sarebbe cosa facile; tuttavia non si dovrebbe mai dimenticare che la stazione eretta è l’attitudine liturgica per eccellenza, che fra l’altro favorisce lo spirito comunitario.
  
Undicesima domanda
Tutto ciò è molto bello… Ma non bisogna fare i conti con il fatto che l’uomo moderno non è piú tanto capace di comprendere che per pregare bisogna volgersi ad Oriente? Per lui il sol levante non ha piú la forza simbolica che aveva per l’uomo dell’Antichità e che ha ancora oggi per i paesi mediterranei, battuti dal sole in maniera piú intensa che da noi, "uomini del nord". Ai cristiani odierni è quanto meno la comunione della mensa eucaristica che piú importa.
Anche se l’uomo moderno non presta piú attenzione alla direzione esatta verso cui prega - anche se i musulmani continuano a volgersi verso la Mecca e i giudei verso Gerusalemme - tuttavia non dovrebbe avere difficoltà a comprendere il significato che riveste il fatto che il sacerdote e i fedeli preghino insieme nella stessa direzione. Ad ogni modo, l’uso che tutti i presenti siano insieme orientati "verso il Signore" è qualcosa di atemporale e conserva anche oggi tutto il suo significato.
A fianco dell’aspetto teologico relativo al faccia a faccia tra il sacerdote ed i fedeli al momento della celebrazione del sacrificio eucaristico, è il caso di richiamare anche i problemi di ordine sociologico, che appartengono anch’essi alla messa in risalto della "comunione della mensa eucaristica". 
Il prof. W. Siebel, nel suo piccolo libro intitolato Liturgie als Angebot (La liturgia all’asta), pensa che il sacerdote volto verso il popolo può essere considerato come "il piú perfetto simbolo del nuovo spirito della liturgia", "La posizione in uso fino a ieri faceva apparire il prete come il capo e il rappresentante della comunità, che parlava a Dio a nome di quest’ultima, come Mosè sul Sinai: la comunità indirizza a Dio un messaggio (preghiera, adorazione, sacrificio), il prete, in quanto capo, trasmette questo messaggio, e Dio lo riceve". 
Con la nuova pratica, continua Siebel, il sacerdote "non sembra piú neanche il rappresentante della comunità, ma piuttosto si presenta come un attore che - almeno nella parte centrale della messa - svolge il ruolo di Dio, un po’ come a Oberammergau o in altre rappresentazioni della Passione". E conclude: "Ma se, in nome di questa nuova svolta, il prete diventa un attore incaricato di interpretare il Cristo sulla scena, ecco che allora, a causa di questa riproposizione teatrale della Cena, Cristo e il prete finiscono con l’identificarsi in una maniera a momenti insopportabile". 
Siebel spiega anche la buona volontà con la quale i preti hanno adottato la celebrazione versus populum: "Il considerevole disorientamento e la solitudine dei preti hanno fatto sí che essi cercassero dei nuovi punti d’appoggio per il loro comportamento. Fra questi vi è il sostegno emotivo che procura al prete la comunità riunita intorno a lui. Ma ecco che nasce immediatamente una nuova dipendenza: quella dell’attore di fronte al suo pubblico".
Anche K. G. Rey, nel suo libro Pubertätserscheinungen in der katholischen Kirche (Manifestazioni pubertarie nella Chiesa cattolica), dichiara: "Mentre fino a ieri il prete offriva il sacrificio in quanto intermediario anonimo, in quanto capo della comunità, rivolto a Dio e non al popolo, in nome di tutti e con tutti; mentre fino a ieri pronunciava delle preghiere… che gli erano state prescritte, oggi questo prete ci viene incontro in quanto uomo, con le sue particolarità umane, col suo stile di vita personale, il viso rivolto a noi. Per molti preti diviene forte la tentazione di prostituire la propria persona, tentazione contro la quale non hanno la statura per lottare. Alcuni molto astutamente, ed altri con meno astuzia, volgono la situazione a proprio vantaggio. Le loro attitudini, la loro mimica, i loro gesti, tutto il loro comportamento attira gli sguardi che si fissano su di loro, per le loro ripetute osservazioni, le loro direttive, le parole d’accoglienza o d’addio… In tal modo, il successo dei loro suggerimenti costituisce, in cuor loro, la misura del loro potere e, quindi, la norma della loro sicurezza" (p. 25).
A proposito dell’augurio espresso da Klauser, e che abbiamo riportato prima, “di veder piú chiaramente espressa la comunione al tavolo eucaristico”, grazie alla celebrazione versus populum, lo stesso Siebel, nel suo libro citato, dichiara: "L’augurata riunione dell’assemblea attorno al tavolo della Cena, non può certo contribuire al rafforzamento della coscienza comunitaria. In effetti, solo il prete sta vicino al tavolo, e per di piú in piedi; gli altri partecipanti al pasto sono seduti piú o meno lontani, nella sala del teatro". 
E aggiunge: "In genere, il tavolo è posto lontano dai fedeli, su un palco, così che non è possibile far rivivere gli intimi rapporti che esistevano nella sala in cui si svolse la Cena. Il prete che svolge il suo ruolo girato verso il popolo, difficilmente può evitare di dare l’impressione di rappresentare un personaggio che, pieno di gentilezza, viene a proporci qualcosa. Per limitare questa impressione si è provato a piazzare l’altare in mezzo all’assemblea; ed allora non si è piú obbligati a guardare solo il prete, l’occhio può spaziare anche sugli assistenti che gli stanno a fianco; ma cosí facendo si fa sparire il distacco esistente fra la spazio sacro e l’assemblea: l’emozione un tempo suscitata dalla presenza di Dio nella chiesa, si muta in un pallido sentimento che a mala pena si distingue dalla ordinaria quotidianità".
Ed allora, possiamo dire che il sacerdote posto dietro l’altare, con lo sguardo rivolto al popolo, diviene, dal punto di vista sociologico, sia un attore interamente dipendente dal suo pubblico, sia un venditore che ha qualcosa da proporre.
Nel suo libro, che abbiamo già citato, Das Konzil der Buchhalter, Alfred Lorenzer richiama ancora altri punti di vista, in particolare d’ordine estetico: "Non solo il microfono rivela ogni respiro, ogni rumore occasionale, ma la scena che si svolge assomiglia molto piú alla presentazione televisiva di certe ricette di cucina, che alle forme liturgiche delle Chiese riformate. Mentre in queste ultime l’azione sacra è stata emarginata - ridotta al massimo di semplicità e brevità - nella riforma liturgica cattolica essa conserva il suo posto principale: privata dei suoi ornamenti gestuali essa conserva minuziosamente tutta la complessità del suo svolgimento, ed è ormai presentata agli occhi di tutti in una pseduo-trasparenza che confonde la percezione sensibile delle manipolazioni con la trasparenza del mito, manipolazioni che sono eseguite in maniera tale che ogni dettaglio di questo rituale alimentare finisce con l’essere esibito sempre con poca discrezione; si vede un uomo rompere con difficoltà un’ostia che resiste, si vede com’egli se la ficca in bocca, si diviene testimoni di abitudini masticatorie personali, non sempre molto belle, di modi con cui ingoiare del pane secco, di tecniche usate per far girare il calice da purificare e di sistemi piú o meno abili per asciugarlo" (p. 192).
Queste sono le conseguenze sociologiche della posizione del celebrante di fronte all’assemblea. Certo, le cose stanno diversamente al momento della proclamazione della parola di Dio. Questa presuppone proprio il faccia a faccia tra il prete e il popolo, come è stato sempre scontato che il predicatore si volgesse verso i fedeli, al pari del diacono che cantava il Vangelo. Ma, come abbiamo ripetuto, è cosa diversa la celebrazione del vero e proprio sacrificio eucaristico: in questo caso la liturgia non si concretizza in una "offerta" ai fedeli, come nel caso della liturgia della Parola, si tratta bensí di un avvenimento sacro nel corso del quale il cielo e la terra si uniscono e il Dio della grazia si inclina verso di noi. Solo al momento della comunione, del pasto eucaristico vero e proprio, si ritorna al faccia a faccia tra il prete e i comunicandi. E questi cambiamenti di posizione del celebrante nei confronti dell’altare hanno un preciso significato simbolico e sociologico: quando il celebrante prega e sacrifica ha, al pari dei fedeli, gli occhi rivolti a Dio, mentre quando proclama la parola di Dio e distribuisce l’eucaristia si volge verso il popolo.
Come abbiamo visto, il volgersi verso l’Est è così antico che la Chiesa ha fatto di questa attitudine un uso che non può essere modificato. "Si cerca" costantemente "con gli occhi il luogo ove è posto il Signore" (J. Kunstmann) o, come dice Origéne nel suo libro sulla preghiera (cap. 32), il volgersi ad Oriente è "un simbolo, quello dell’anima che guarda verso il sorgere della vera luce", nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore Gesú Cristo" (Tito 2, 13).
 
Dodicesima domanda
Perché, come si sostiene, il carattere sacrificale della messa sarebbe meno chiaramente espresso quando il prete è girato verso il popolo?
La domanda può essere ribaltata: dal momento che gli specialisti sanno molto bene che esaltare "l’altare rivolto al popolo" non significa richiamarsi ad una pratica della Chiesa delle origini, perché non ne traggono le inevitabili conseguenze? Perché non sopprimono i "tavoli da pranzo" eretti con una sorprendente coralità nel mondo intero?
Molto probabilmente perché questa nuova posizione dell’altare corrisponde, meglio dell’antica, alla nuova concezione della messa e dell’eucaristia. 
È molto chiaro che oggigiorno si vorrebbe evitare di dare l’impressione che la "tavola santa" (come viene chiamato l’altare in Oriente) sia un altare per il sacrificio. Senza dubbio è la stessa ragione per la quale, quasi dappertutto, si pone sull’altare un mazzo di fiori (uno solo), come sulla tavola da pranzo di una famiglia in un giorno di festa, insieme a due o tre ceri: questi quasi sempre a sinistra, il vaso dal lato opposto.
L’assenza di simmetria è voluta: non bisogna creare dei punti di riferimento centrali, come quando si mettevano i candelieri alla destra ed alla sinistra della croce che stava in mezzo; qui si tratta solo di una tavola da pranzo.
Non ci si mette dietro l’altare del sacrificio, ci si mette davanti; già il sacrificatore pagano faceva cosí, il suo sguardo era diretto verso la raffigurazione della divinità a cui si offriva il sacrificio; anche nel Tempio di Gerusalemme si faceva cosí: il sacerdote incaricato di offrire la vittima stava davanti alla "tavola del Signore", come si chiamava il grande altare dell’olocausto nel cuore del Tempio (cfr. Malachia 1, 12), e questa "tavola del Signore" era collocata di fronte al tempio interno ov’era custodita l’Arca dell’Alleanza, il Santo dei Santi, il luogo in cui dimorava l’Altissimo (cfr. Salmi 16, 15).
Un pranzo si consuma con il padre di famiglia che presiede, in seno alla cerchia famigliare; mentre invece, in tutte le religioni, esiste una apposita liturgia per il compimento del sacrificio, liturgia che prevede che il sacrificio si compia all’interno o davanti ad un santuario (che può essere anche un albero sacro): il liturgo è separato dalla folla, sta davanti ai presenti, di fronte all’altare, rivolto alla divinità. In tutti i tempi, gli uomini che hanno offerto un sacrificio si sono sempre rivolti verso colui al quale il sacrificio era diretto e non verso i partecipanti alla cerimonia.
Nel suo commento al libro dei Numeri (10, 27), Origéne si fa interprete della concezione della Chiesa delle origini: "Colui che si pone dinanzi all’altare dimostra con ciò di svolgere le funzioni sacerdotali. Ora, la funzione del prete consiste nell’intercedere per i peccati del popolo". Ai giorni nostri, in cui il senso del peccato sparisce sempre piú, la concezione espressa da Origéne sembra essersi largamente perduta.
Lutero, lo si sa, ha negato il carattere sacrificale della messa: egli non vi vedeva altro che la proclamazione della parola di Dio, seguita da una celebrazione della Cena; da qui la sua preoccupazione di vedere il liturgo rivolto verso l’assemblea.
Certi teologi cattolici moderni non negano direttamente il carattere sacrificale della messa, ma preferirebbero che questo passasse in secondo piano al fine di poter meglio sottolineare il carattere di pasto della celebrazione; questo, il piú delle volte, a causa di considerazioni ecumeniche a favore dei protestanti, dimenticando però che per le Chiese orientali ortodosse il carattere sacrificale della divina liturgia è un fatto indiscutibile.
Solo l’eliminazione della tavola da pranzo e il ritorno alla celebrazione all’"altar maggiore" potranno condurre ad un cambiamento nella concezione della messa e dell’eucaristia, e cioè alla messa intesa come atto d’adorazione e di venerazione di Dio, come atto d’azione di grazia per i suoi benefici, per la nostra salvezza e la nostra vocazione al regno celeste, e come rappresentazione mistica del sacrificio della croce del Signore.
Questo, tuttavia, non esclude, come abbiamo visto, che la liturgia della Parola sia celebrata non all’altare, ma dal seggio o dall’ambone, com’era un tempo durante la messa episcopale. Ma le preghiere devono essere tutte recitate in direzione dell’Oriente, e cioè in direzione dell’immagine di Cristo nell’àbside e della croce sull’altare.
Visto che durante il nostro pellegrinaggio terreno non ci è possibile contemplare tutta la grandezza del mistero celebrato, e ancor meno lo stesso Cristo, né l’"assemblea celeste", non basta parlare ininterrottamente di ciò che il sacrificio della messa ha di sublime, bisogna invece fare di tutto per mettere in evidenza, agli occhi degli uomini, la grandezza di questo sacrificio, per mezzo della stessa celebrazione e della sistemazione artistica della casa del Signore, in particolar modo dell’altare.
Allo svolgimento della liturgia e alle immagini, si può applicare ciò che dice dei "veli sacri" lo Pseudo Dionigi l’Areopagita, nella sua opera Sui nomi divini (1, 4): questi veli "che [ancora adesso] nascondono lo spirituale nell’universo sensibile, e il sovra terreno nel terreno, che conferiscono forma e immagine a ciò che non ha né forma né immagine… Ma il giorno verrà che, essendo divenuti incorruttibili e immortali e avendo raggiunto la pace beata accanto a Cristo, saremo, come dice la Scrittura, presso il Signore (cfr. I Tessalonicesi 4, 17) tutti pieni di contemplazione per la sua apparizione visibile".
 
(tratto da MONS. KLAUS GAMBER, Tournés vers le Seigneur!,  Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux, F, pp. 19-55 -  http://www.unavox.it/ArtDiversi/div017.htm)

NOTE:
(9) - Cfr. K. Gamber, Das Patriarchat Aquileja und die bairische Kirche (Il Patriarcato di Aquileia e la Chiesa bavarese), 
pp. 22-55 
(10) - II, 57, 2-58, 6 (Paderborn, 1906), ed. Funk.
(11) - Migne, PG 62, 29. 
(12) - Rational, I, 3, n° 35.  
(13) - Sull'argomento cfr. l'articolo di K. Gamber in Das Münster, 1985. 
(14) - Das Konzil der Buchhalter (Il concilio dei contabili), p. 200.  
(15) - Cfr.  K. Gamber, Ecclesia Reginensis, pp. 49-66.  
(16) - Cfr. Entretiens sur la foi, Fayard, 1975, p. 158.  
(17) - Migne, PL, 34, 1277. 
(18) - Cap. 57, 14, ed. Funk, p. 165.  
(19) - Cap. 12, 2, ed. Funk, p. 494.  
(20) - I, libro 4, cap. 5, ed. E. Tardieu et A. Cousin fils, p. 173.
(21) - Cfr. E. C. Conte Corti, Vie, mort et résurrection d'Herculanum et de Pompéi, fig. 29.  
(22) - Ep. 32, 13 (Migne, PL 61, 337). 
(23) - Cfr. K. Gamber, Liturgie und kirchenbau (Liturgia e costruzione delle chiese), pp. 16-18.
(24) - Migne, PG 62, 204.
(25) - Cfr. K. Gamber, Liturgie und kirchenbau (Liturgia e costruzione delle chiese), pp. 132-136.
(26) - Migne, PG 94, 1136. 
(27) - Cfr. K. Gamber, Sancta sanctorum, pp. 31-34.