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venerdì 13 aprile 2018

Ricevo e rispondo

Caro Pietro, ho letto molti sui articoli recenti e passati e volevo ringraziarla perché li trovo di una profondità e di una lucidità disarmante. Ho trovato risposte ad alcune grosse domande che mi ponevo e la ritengo una delle pochissime fonte sicure presente in rete. Ho capito cosa intende quando lei dice che vuole dare degli "strumenti" di lettura per vivere l'evento cristiano: l'altro giorno leggevo un commento di un autore di area cattolica che parlava degli scritti dei padri in modo molto scettico perché si contraddicevano su dei punti e questo fatto per questo autore che usava un certo linguaggio teologico non poteva essere possibile! invece è possibile dato che i padri come ha spiegato lei cercano di spiegare la loro esperienza di Cristo e i termini talvolta per spiegarla possono contraddirsi, ma questo non è un errore o pressapochismo come l'autore in questione ne riferiva. E questi strumenti gli ho imparati dai suoi articoli! grazie! Poi volevo chiederle un'altra questione che ogni tanto mi pongo: quando si parla di testimonianza cristiana oggi di oggi nei tempi cupi che corrono a lei che cosa le viene in mente? Grazie, Mattia.

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Gentile Mattia, 
ho dato un risalto al suo gradito intervento più di quanto non si aspettava, non per portare luce su me stesso (non ha senso!) ma perché avvalora il metodo che in questo blog ho proposto, metodo che, poi, non è mio ma appartiene alla tradizione antica della Chiesa.
La cosiddetta "comprensione" religiosa avviene su più piani, a seconda di come una persona vive. Un tempo si diceva quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur per indicare che ognuno recepisce le cose a seconda del suo orientamento e formazione.
Che recepirà il cosiddetto mondano della Scrittura, se non quanto colpisce le sue passioni? Che recepirà l'intellettuale razionalista della Scrittura, se non quanto rientra nel suo schema mentale preconfezionato, scartando perciò quanto non lo è?
Nel primo caso sono toccati e forse vengono pure "drogati" esclusivamente i sensi, nel secondo ci si chiude in un sistema intellettualistico astratto pensando che la realtà vera sia solo questa.
I Padri della Chiesa insistono molto sulla formazione del cuore, ossia sull'interiorità e la spiritualità umana. Una volta che il cuore è sensibilizzato, inizierà a recepire la sapienza della Scrittura, che non coincide affatto con la semplice "intelligenza" della stessa e, tanto meno, con i suoi aspetti meramente superficiali.
I termini e i concetti cristiani tradizionali sono relativi unicamente alla sapienza e se, a volte, sembrano contraddire l'intelligenza, ciò vuol semplicemente dire che la superano.
La chiave per entrare nella sapienza dei Padri, che poi è la sapienza biblica tout-cour, è l'umiltà: sapere di non sapere. L'umiltà unita al lume perennemente acceso della preghiera e della contrizione apre la via alla conoscenza sapienziale.
Poco importa se tale conoscenza non è sempre possibile esprimerla a parole. Sta di fatto che può essere intuita, vissuta, in qualche modo testimoniata. La vicinanza con qualcuno che la incarna provocherà inevitabilmente una certa sua irradiazione su di noi. "Non sentivi che il cuore ci bruciava?", dicono i discepoli di Emmaus capendo da ciò che il viandante sconosciuto era l'uomo-Dio, la Sapienza di Dio. 
Oggi si parla di "nuova evangelizzazione" ma, figli del razionalismo e dell'illuminismo qual siamo, pensiamo di evangelizzare con qualche ora di bla-bla-bla e con un po' di spettacolo sensazionalistico.
Non combineremo nulla.
L'evangelizzazione è l'irradiazione, come da un sole, di un'energia nuova che proviene da cuori purificati, in altre parole è il contatto con l'Al di là già in questo mondo.

Nei tempi attuali, così difficili e disorientanti, Dio è sempre presente. Non resta che prendere la via indicata anticamente per scoprirlo. Passeranno i personaggi che oggi sembrano magnifici, passeranno le chiacchiere e le confusioni, Dio rimane e rimarrà. Avvicinarsi a Dio comporta, per l'antica tradizione, preparare il cuore, non riempirsi il cervello, camminare nell'umiltà e nel nascondimento, non cercare palcoscenici mondani o ecclesiastici per gonfiarsi come ranocchi, vivere nella perenne contrizione, non in un inutile e controproducente "pride". L'uomo da solo non è nulla, è come l'erba del campo che il mattino fiorisce e la sera dissecca... Ma l'uomo toccato dalla trascendenza si rinnova e può veramente dire "Cristo è risorto" per averlo interiormente colto.

Le auguro cordialmente ogni bene.


  

martedì 13 marzo 2018

Islam e Cristianesimo



I post in un blog mi obbligano ad una trattazione piuttosto generale, con tutti i limiti che questo può comportare. Si prendano, dunque, queste considerazioni come uno stimolo, piuttosto che come una trattazione esauriente. La settimana scorsa mi si è avvicinato un giovane studioso di origine iraniana. È una persona silenziosa, precisa, con un sorriso antico, piuttosto raro a trovarsi dalle nostre parti. Si è intrattenuto con me per raccontarmi le percezioni che lui, mussulmano sciita, prova quando entra nelle moschee del suo paese. Ha sottolineato che un edificio religioso è costruito per delle finalità ben precise, per imprimere nelle persone che vi entrano una particolare sensazione: l’interno di una moschea senza alcuna raffigurazione umana e con decori geometrici (al più con intrecci di foglie e fiori) spinge la mente di chi la osserva a pensare di essere a contatto con qualcosa che va totalmente oltre l’umano. L’architettura funzionale ad un’esperienza o a una semplice educazione religiosa è qualcosa che è stato totalmente perso dalle nostre parti ma che era tradizionale almeno fino ad un certo periodo. In Dio, secondo il giovane studioso persiano, non può che esserci questa trascendenza assoluta, per cui la solennità delle moschee del suo paese deve determinare, in chi vi entra, la sensazione di sentirsi quasi “schiacciare” da questa maestosità divina che riempie di meraviglia. 

C’è chi dice che cristiani e mussulmani adorano lo stesso Dio. In realtà, dalle parole di questo gentile giovane comprendo la notevole distanza esistente tra il Dio rivelato in Gesù Cristo e il Dio che lui mi fa intravvedere. L’affermazione di Cristo: “Non vi ho chiamati servi […] ma amici […]” (cfr. Gv 15, 15) indica chiaramente tutta questa differenza. 

Il Dio rivelato in Cristo sposa, senza confusione, la nostra umanità con la divinità ed è per questo che san Paolo lo può definire “mediatore tra cielo e terra”. Tutto questo è inaudito per il Credo mussulmano e per il credo ebraico. Per questo in queste due religioni il misticismo, seppur esiste, non è mai maggioritario e, in alcuni casi, è considerato eretico. Il misticismo, infatti, va nella direzione di una prossimità tra il divino e l’umano, prossimità che in Cristo si è fatta addirittura persona. Il fondamento reale del Cristianesimo, dunque, non è un insieme di dottrine, di disposizioni legali e religiose ma, come più volte ripetuto, un’esperienza di Grazia resa possibile da Cristo stesso. Affermare che Cristo è contemporaneamente Dio e uomo non ha alcun senso se non si accompagna con una reale percezione di qualcos’Altro. In caso contrario si ricade nella legge e, come direbbe l’Apostolo, si diviene servi. Una religiosità che confessa solo a parole l’umano-divinità di Cristo non serve a nulla. 

Per rendere comprensibile il mio discorso, mi è sembrato utile aggiungervi un piccolo schema con il quale si può ben capire in quale situazione viviamo. Ognuno, poi, tragga le sue considerazioni.


venerdì 9 marzo 2018

Ideologia o realismo cristiano?


Ho diverse volte trattato quest’argomento. Ci ritorno volentieri perché ne vale sempre la pena. Inoltre è una magnifica cartina da tornasole per verificare su quale piano si vive veramente il Cristianesimo. 

Quandero ventenne alcuni sacerdoti ponevano a me e ai miei coetanei la domanda seguente: “Chi è Cristo per te, per la tua vita?”. 
È una domanda fondamentale davanti alla quale ci trovavamo spaesati, disarmati e, d’altronde, questi sacerdoti non ci rispondevano, non ci aiutavano a trovare un modo convincente per rispondere. Forse sotto sotto non lo sapevano neppure loro ...

Nei vangeli Cristo afferma di essere la “via, la verità e la vita”. Lui stesso che è il Logos, la Parola incarnata di Dio, secondo la rivelazione, è in realtà la Vita. Le sue parole sono “parole di vita eterna” perché cariche della forza vivificante della sua presenza. È tale forza vivificante della presenza divina che viene sperimentata nella vita cristiana. Quando si parla tradizionalmente di “vita di grazia”, significa che il credente è abilitato ad entrare in un modo di esistenza che non è quello ordinario. Attraverso questo modo di esistenza i martiri hanno potuto testimoniare la loro fede fino alla morte, rafforzati e assicurati da un’energia non umana. Parlare di Cristianesimo, dunque, significa riferirsi ad un evento che nasce da un incontro, nella fede, con una Persona la quale lascia il segno di sé nei cuori che La cercano, in chi assume con cuore ben disposto i Sacramenti, in chi Lo confessa nella giusta fede: 

Credi nel Figlio delluomo?”. Quegli rispose: “Chi è, Signore, perché io creda in lui?”. Gesù gli disse: “Tu lhai già visto; è colui che parla con te, è lui”. Egli disse: “Signore, io credo”. E ladorò (Gv 9, 35-38). 

Di certo la presenza di Cristo nella Chiesa e nel cuore del credente è qualcosa di discreto, non di eclatante. Ciononostante è tale da farsi riconoscere e questo è un dato di fatto che ha sempre accompagnato la storia della Chiesa stessa. Se tutto ciò non viene messo al suo giusto e centrale posto, poiché Cristo è una persona, è la Vita che nutre realmente la nostra vita, tutto diviene una questione di idee. 

Nel momento in cui, per una ragione o un’altra, la cosiddetta Grazia si oscura e non opera più, tutta l’attenzione si sposta sul piano di idee giuste che devono contrapporsi e combattere idee sbagliate.

A quel punto abbiamo il paradosso di persone idealisticamente ortodosse ma esistenzialmente opposte al Cristianesimo, gente che combatte per principi morali (ad es. la famiglia cosiddetta "tradizionale") ma che nella vita privata fa l’esatto contrario
Oggi tutto ciò è così diffuso che parlare nei termini soprastanti risulta quasi incomprensibile quand’anche non ampiamente risibile. Lo si constata prima di tutto da parte dei cosiddetti “credenti”. Per essi è letteralmente oscura la distinzione tra idee cristiane e Cristo. Al contrario, nell’epoca patristica era ben evidente la differenza tra i “vuoti discorsi” e il Verbo. I primi, se non collegati al secondo con una prassi autentica non servono a nulla, rimangono vuoti, anche se sono perfettamente ortodossi. Questo spiega la straordinaria diffusione del monachesimo nei primi secoli, monachesimo che era orientato alla prassi e allesperienza cristiana, al quale si sottomettevano volentieri i Padri. 

Perciò per essi la lotta per la verità non era una lotta per dei discorsi ortodossi, da contrapporsi a discorsi eretici, non era una questione di parole. La lotta per la verità era la lotta per lasciare aperta la via che conduce ad una reale esperienza del Verbo, nella Grazia. I discorsi sono solo dei mezzi che orientano o ostacolano quest’esperienza, degli umili servitori. 

A dire il vero, la verità cristiana, nella sua essenza, non è una questione di semplici termini tant’è che soprattutto nei primi secoli il linguaggio teologico era sfumato e una stessa parola, che in Egitto significava una cosa, ad Antiochia ne significava un’altra. Questo linguaggio flou è poi stato considerato primitivo perché impreciso, dinnanzi alla grande scolastica e agli sviluppi seguenti della teologia. Chi emette tale giudizio mostra un'incapacità valutativa: non capisce che, nei primi secoli, ciò che importava era giungere all’obiettivo-Cristo. I discorsi erano semplici vie per giungervi. Il linguaggio umano non dava particolare ansia ai Padri, al punto che giunsero ad affinarlo solo dopo secoli sulla spinta delle eresie. Questo dimostra ampiamente che la loro preoccupazione era un’altra.

Da essi comprendiamo che i termini, per quanto importanti, sono relativi nel senso che sono sottomessi a favorire l’incontro nella Grazia con Cristo. Il monachesimo stesso per secoli è stato il custode non di un’intelligenza ma di una sapienza cristiana, prima di conformarsi in gran parte ad un appiattimento generale, ad una filosofizzazione e idealizzazione del Cristianesimo, in cui era imperiosamente importante l’intelligenza stessa

Con l’inizio dell’era moderna c’è stata un’ulteriore svolta determinata dal sospetto per la vita mistica e per la spiritualità (**). Così il Cristianesimo è stato sempre più presentato popolarmente come un insieme di idee da credersi per ricevere un premio nell’eternità. L’incontro personale nella Grazia, si è appiattito a semplice vita morale, esercizio di virtù.

Di qui la lotta per le “idee giuste” e per la “giusta” pratica morale. Dando per scontato e ponendo in ombra l’aspetto interiore della vita cristiana, il baricentro si è inevitabilmente spostato su un aspetto puramente ideale quindi esteriore.

E giungiamo ai giorni nostri in cui si crede che gli antichi martiri cristiani sono morti per delle “idee giuste” senza avvedersi che, così pensando, non esiste più alcuna differenza tra il Cristianesimo e un partito politico (*). 

Nel solo novecento quante persone sono morte per delle “giuste idee” politiche, di destra o di sinistra? A questo punto il Cristianesimo viene fagocitato nell’idealismo e diviene una delle tante opzioni della storia.

Se poi all’idealismo si aggiunge pure lo psicologismo (con il popolare detto “è giusta la scelta che ci fa stare bene con noi stessi”), allora la frittata è fatta nel senso che si ha finito per annullare totalmente la rivelazione cristiana. 

Con l’idealismo ci si stacca senza avvedersene dall’esperienza nella Grazia e si riduce tutto ad una questione di idee. Con lo psicologismo ci si stacca pure dalle idee per approvare quanto ci fa stare psicologicamente bene (morale o meno che sia) dimenticando che lo stesso san Paolo trattava duramente e teneva in schiavitù il proprio corpo (1 Cor 9, 27). Si passa, così, da una oggettività ideale ma astratta (perché tende ad accantonare l’esperienza umana in Cristo) ad una soggettività psicologicamente reale.

L’idealismo e il moralismo sono uno stadio che contraddistingue diversi cosiddetti “tradizionalisti cattolici”, lo psicologismo è lo stadio che contraddistingue i cosiddetti “progressisti cattolici”. Posizioni che, come vediamo, sono entrambe in discesa, seppur ad un livello differente. 

Il Cristianesimo, in realtà, è ben altro!

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(*) Su un blog tradizionalista cattolico, "Opportune importune", il responsabile, un improbabilissimo chierico ottuagenario con lo pseudonimo di Baronio, se ne esce dicendo che i martiri cristiani sono morti per delle idee cristiane, a differenza dei modernisti che non si sacrificherebbero di certo per le loro idee eretiche. Nessuno di chi legge ha il coraggio o la capacità di confutare tale enorme corbelleria.

(**) Ho più volte accennato a questo sospetto con il quale si tollera la spiritualità che, in ambiente clericale, tende ad essere vista come qualcosa di femmineo, di debole e risibile, non come qualcosa di realmente serio (come può essere per essi la riflessione filosofico-accademica sul fatto religioso). Inoltre, per tali ambienti la pratica spirituale è ritenuta qualcosa di soggettivo, qualcosa sul quale non si può assolutamente fondare l'unità della Chiesa (basata, per loro, su unici criteri oggettivi di espressione dogmatica e canonica). 
Al contrario, la pietra di fondamento della Chiesa, stabilita dalla confessione di Pietro, è basata sulla fede non quale espressione intellettuale (ai tempi di Cristo si era ben prima della cultura illuministica, rinascimentale e razionalistica) ma quale espressione di profonda adesione vitale-esperienziale alla persona di Cristo stesso.
L'unità che Cristo promette ai suoi discepoli non è un prodotto codificato dal diritto canonico o da una filosofia con presupposti teologici ma procede direttamente dall'unione con Lui ed Egli la predicò e dimostrò ben prima dell'avvento dei diritti canonici e degli affinati concetti teologici.
È incredibile come questi discorsi siano tutt'altro che comprensibili e, d'altronde, questo prova la totale lontananza di molte strutture ecclesiastiche attuali dalla Chiesa del Nuovo Testamento stabilita da Cristo. 

sabato 20 gennaio 2018

La "pornoteologia"

Mi intratterrò su questo tema brevemente, ben sapendo che ai cristiani non è conveniente parlare di certe cose, come ricordava l'Apostolo Paolo.
Già da tempo ho pensato di coniare il termine "pornoteologia" per indicare quel tipo di riflessioni "teologiche" che nascono da presupposti non spirituali. 

La teologia tradizionale prende spunto da quella patristica la quale si muove sempre ed esclusivamente da presupposti spirituali. San Gregorio il Teologo (il Nazianzeno) ricorda spesso nei suoi scritti che il vero teologo è colui che si trasforma con l'azione dello Spirito Santo divenendo uomo spirituale. Solo l'uomo che prega e che si muove in una logica divina è un vero teologo. Di qui l'indispensabilità di essere trasformati, di cambiare radicalmente la mentalità secolare per assumere la dignità dei figli di Dio i quali non sono mossi da uno spirito carnale ma direttamente dallo Spirito Santo. Di qui pure la centralità della vita monastica nella Chiesa che diviene un vero e proprio paradigma per il vissuto ecclesiale.

Questa è la tradizione della Chiesa e impone prima di tutto una trasformazione personale e solo dopo una formazione intellettuale (sequenza che oramai non è più osservata dando erroneamente per scontata la prima e ritenendo assolutamente marginale la vita monastica).

Se ci si stacca da questa tradizione teologico-spirituale non osservandola più (il che è un vero e proprio scisma che implica o prima o poi delle eresie), succedono i pasticci odierni che si potrebbero tranquillamente qualificare come "pasticci diabolici".

È da anni, oramai, che nel mondo cattolico corre l'idea secondo la quale i rapporti tra le tre Persone Trinitarie sono analoghi ai rapporti sessuali o carnali. È un'idea, questa, che si può sentire pure in certe omelie com'è capitato al sottoscritto. Ultimamente si sta diffondendo l'idea che l'eucarestia è paragonabile al dono del corpo il quale implica una donazione sessuale (idea diffusa da un paio di sacerdoti di Bergamo, Manuel Belli e Andrea Grillo, come si può riscontrare nel web).

La bocca parla per la pienezza del cuore e se il cuore, invece di essere purificato dallo Spirito, è invaso da compulsivi pensieri carnali è ovvio che la stessa teologia viene oscurata e capovolta.

In questi casi l'unica cosa da fare, oltre a denunciare queste vere e proprie bestemmie, è quella di evitare accuratamente tale genere di persone e le loro idee, persone che, secondo i Padri, sono ormai divenute come diavoli. 
Infatti la loro non è più la teologia della Chiesa ma  una vera e propria "pornoteologia", diffusa anche a causa dell'indifferenza e dell'ignavia episcopale odierna.
Il fine della teologia è l'elevazione della persona dalle contingenze del mondo presente alla sfera spirituale con la quale assume la "veste nuziale" per prepararsi all'incontro con il Signore. Se questo non avviene e ci si intrattiene su argomenti quanto meno sconvenienti, non ci si potrà poi meravigliare quando, giunto il momento, ci si sentirà respingere dallo Sposo per non essersi rivestiti della veste nuziale stessa, come ricorda la parabola evangelica. Un clero che non aiuta le persone a mettersi in questa prospettiva è veramente divenuto collaboratore del diavolo.

giovedì 18 gennaio 2018

I vasi sacri

I vasi sacri sono quelle particolari suppellettili adibite a contenere il pane e il vino eucaristico. Nel rito romano-latino i vasi sacri sono il calice, la patena e la pisside. Nel rito bizantino sono il calice e il disco o patena con il suo asterisco. 
La terminologia “vaso sacro” è ancora in uso comune e indica sia l’atto del contenere qualcosa (vaso), sia la sacralità di tale oggetto, ossia il suo uso esclusivo per un atto sacro o liturgico.

Non è dunque un caso che nel tradizionale rito romano-latino, come presumibilmente avviene pure nel rito bizantino, il calice e la patena vengano consacrati. Il Pontificale Romanum prevede determinate preghiere e l’unzione, con il sacro Crisma, del calice e della patena che d’ora in poi avranno l’esclusivo utilizzo eucaristico.

Si badi bene al significato sotteso: l’unzione crismale accomuna sia i vasi sacri che le mani di chi viene ordinato sacerdote nonché la consacrazione dell’altare. Il Crisma, o Myron, indica la presenza dello Spirito santo che si effonde su cose e persone prendendone possesso, facendole entrare, in qualche modo, nella sfera del divino.

Nella tradizione della Chiesa, sia in Occidente che in Oriente, si è stabilita la consuetudine di velare gli oggetti sacri in modo che non fossero immediatamente visibili. In Oriente l’iconostasi nasconde, di fatto, tutto il santuario e quanto vi è in esso. In Occidente, ai tempi di papa Innocenzo III, esistevano tre veli: le tende che chiudevano il santuario pendendo dalla pergula delle balaustre, le tende che chiudevano il ciborio e il velo sul calice. In questo modo, il calice durante parte del culto, finiva per essere coperto da ben tre veli!

Perché il bisogno di nascondere le cose sacre e di allontanarle dal tocco di mani non consacrate? Perché per la Chiesa altomedioevale Dio non è immediatamente percepibile e neppure pensabile. La sua presenza agisce nel mistero, essendo un Deus absconditus. Dio non cade immediatamente sotto il dominio dei cinque sensi perché agisce nell’interiorità umana, nel cosiddetto cuore. Anche oggi chiunque può ammettere che la divinità è così discreta da lasciare all’uomo perfino la libertà di negarne l’esistenza. Ad Essa ci si accosta tramite un’ascesi mistica. Non a caso le mistagogie patristiche paragonano il santuario di una chiesa all’intimità spirituale dell’uomo, intimità che è normalmente velata alla ragione. E nel medioevo, infatti, i santuari sono normalmente tutti velati.

Il velare ha dunque un fine educativo per un approccio religioso equilibrato e tradizionalmente sensato.

Pian piano in Occidente, però, iniziano ad esercitarsi due elementi che cambieranno lentamente gli equilibri alto-medioevali: il devozionalismo e il razionalismo. Al primo caso appartiene l’ostensione dell’Ostia santa, subito dopo la sua consacrazione, essendo unesigenza dettata dalla devozione che pone l’accento sul “vedere”, sullo svelare; è un vedere senza poter vedere con l’intenzione, però, di voler vedere a tutti i costi. L’uomo della fine del medioevo aveva bisogno di questa visione per capire se, in qualche modo, l’ostia consacrata subisse dei fenomeni sensibili dovuti alla consacrazione
Al secondo caso appartiene l’esercizio della ragione nella fede, spingendola oltre i limiti nei quali si erano contenuti i Padri Qui si pone l’accento sul capire prima che sull’esperire determinando, volente o nolente, la secondarietà della spiritualità e della mistica a favore dell’indagine filosofico-teologica. Anche questo determina, in un certo qual modo, uno svelamento.

Non è dunque strano che con il trionfo del Rinascimento i santuari delle chiese latine perdano due dei tre veli ancora esistenti al tempo di Innocenzo III. Ora lo sguardo del fedele può penetrare in ogni dove senza incontrare più ostacoli: egli vuole vedere per capire, per dedurre logicamente!
Nonostante ciò il santuario rimane ancora un luogo intangibile: il laico non vi può penetrare se non con un permesso particolare e i vasi sacri non possono normalmente essere toccati dai laici tant’è vero che, ancora dopo il Concilio di Trento, il sacerdote porta direttamente sull’altare calice e patena velati mentre si reca a celebrare la Messa.

Sappiamo che queste ultime disposizioni sono attualmente venute meno: il santuario di una chiesa cattolica è divenuto uno spazio aperto, quindi praticabile da tutti, e i vasi sacri sono oramai toccati dai laici senza alcuno scrupolo (si pensi ai cosiddetti “ministri straordinari” dell’eucarestia ma anche agli infiniti altri casi riscontrabili nella pratica). 

Il razionalismo teologico attuale ha portato, da parte sua, ad accantonare ulteriormente il cosiddetto mistero, che pure alimentava generazioni di credenti, soprattutto nell’alto medioevo. La logica conseguenza a tutto ciò è stata la desacralizzazione e la cosiddetta “demitizzazione” con la quale non si è solo decurtato il Vangelo ma si è oscurata la tradizione pedagogica propria al Cristianesimo. In casi estremi tutto ciò ha portato ad un vero e proprio agnosticismo religioso che ha invaso anche gli ambienti ecclesiali.

Illustrato questo cammino, sono dunque comprensibili tutte le conseguenze attuali, quelle che vengono prosaicamente definite “abusi” ma che, in realtà, rispondono perfettamente alla nuova sensibilità che si è venuta a creare, nonostante esista ancora qualche norma contraria.

Non mi sono dunque meravigliato quando, entrando nella bella chiesa medioevale di Muggia Vecchia (Ts) ho osservato dei vasi sacri posti su un tavolinetto, all’ingresso della chiesa stessa. L’orario della mia visita era quello di una messa vespertina ma questo non scusa tale disposizione. 

Simbolicamente tutto ciò impone un capovolgimento di significati: ciò che dovrebbe rimanere intangibile diviene toccabile e raggiungibile nella sua materialità. Inoltre, il luogo deputato alla riposizione di questi oggetti particolari non è quello che dovrebbe essere, il che da l’impressione che essi siano oggetti comuni. A monte di tutto questo, non è difficile capirlo, c’è una demitizzazione, la negazione del sacro, come se Dio tutto ad un tratto fosse qualcosa di materialmente toccabile, razionalizzabile. In una parola: consciamente o meno, Dio diviene qualcosa di puramente creato, il che spiega sufficientemente l’arianesimo occidentale odierno.

Ma senza scomodare la simbolica liturgica e la teologia una qualsiasi persona capirebbe che porre le cose così fuori posto potrebbe indicare qualche problema psicologico: una casalinga che mette le lenzuola negli armadi della cucina e le stoviglie in camera da letto non da certo un’impressione molto positiva! 

Oltretutto se si pongono degli oggetti di valore vicino alle porte di una chiesa li si lascia a disposizione del primo malintenzionato che passa…



Quello che mi preme aver osservato, con questo scritto, è che anche le cose più originali, che oggi si possono riscontrare facilmente in una chiesa, non sono poste a caso ma rispondono tutte ad una logica il cui significato, il più delle volte, affonda le sue origini in atteggiamenti nei quali la fede o è alterata o è inesistente. 

Oramai o non si crede più come un tempo o non si crede affatto.

giovedì 28 dicembre 2017

Un video per riposare


Segnalo ai miei lettori un video per riposare spiritualmente. Un piccolo reportage dal Monte Athos. Il link è questo.
Buona visione.

martedì 26 dicembre 2017

Eloquenti immagini


Non è mia finalità occuparmi di quanto fa Bergoglio. Ci sono già fin troppi siti e blog che lo fanno in modo opportuno o meno. Tuttavia non posso non offrire ai lettori questi due eloquenti scatti, ripresi in occasione della benedizione natalizia dalla loggia vaticana.
Il cerimoniere vaticano, mons. Marini, è colto con un'espressione del volto prossima al pianto (vedi il video qui). D'altra parte Bergoglio aveva appena omesso una parte significativa della benedizione papale.
Il volto contristatissimo del cerimoniere è indice del clima che si respira in quegli ambienti, oltre che delle spensierate innovazioni o variazioni liturgiche volute da questo pontefice.
Da tempo, oramai, in gran parte del mondo cattolico la tradizione è vista come semplice prodotto umano e quindi rielaborabile a seconda delle circostanze. La tradizione liturgica rientra pure in questa mentalità. Non meraviglia che alcuni con un minimo di formazione possano di fatto piangere, tra l'indifferenza dei più. È veramente l'anarchia.

lunedì 25 dicembre 2017

Pressapochismo o ignoranza religiosa?

Auguro cordialmente buon Natale ai miei lettori e colgo l'occasione per una piccola riflessione che sarà utile, spero.

In occasione del Natale, la Rai ha trasmesso la Messa di mezzanotte celebrata dal papa a Roma. Tralascio il fatto che la “Messa di mezzanotte” non è stata celebrata a mezzanotte, rompendo così un significato simbolico e una tradizione connessa ad esso. Tralascio pure di commentare le parole del papa che so aver irritato alcuni cattolici per il modo spensierato di far dire al Vangelo quello che questo non vuole intendere, pur di portare il discorso sempre sui soliti temi sociali.

Quello che mi pare interessante è un particolare che potrà parere piccolissimo e che sicuramente alla maggioranza è sfuggito. Però tale particolare mi è sembrato aprire un'eloquente prospettiva, manifestare un'ignoranza religiosa di base. Mi riferisco ad un commento del cronista al momento della comunione. Il cronista (o uno dei due cronisti), devo ammetterlo, era abbastanza irritante per il modo smaccatamente affettivo e artefatto di porgere ma preferisco lasciar perdere. Preferisco indicare alcuni suoi contenuti non per un fine gratuitamente polemico ma per capire e cercare di indicare le basi, basi che sono sempre più confuse perché questo cronista (probabilmente un sacerdote) manifesta il pensiero di tutto un mondo che, pur cattolico, mi sembra distante dall'essenzialità cristiana. Ad un certo punto egli ha detto: 

“Anche dopo aver ricevuto la santa comunione siamo invitati a rispettare alcuni minuti di silenzio per far posto alla riflessione, alla preghiera personale...” (01:42:00 della registrazione disponibile su questo link)

Ho sentito immediatamente che in questa frase c'è qualcosa che assolutamente non va.

La comunione sacramentale è giustamente l'incontro con la grazia divina. Ciò è confessato unanimemente sia in Oriente che in Occidente. Ma se è un incontro reale, succedono determinati fenomeni di tipo spirituale, non di tipo psicologico, poiché anche se la psicologia umana è illuminata dalla grazia, la luce sentita interiormente è spirituale.
Sarò molto elementare in modo che chiunque lo possa capire.

Ci sono degli avvenimenti nella storia di qualsiasi uomo nei quali la ragione (e la riflessione) non c'entrano nulla. Questi avvenimenti sono legati ai momenti più importanti della vita umana: la nascita, il sonno, il nutrimento, la morte, l'amore. Quando la mamma da una carezza al suo bambino non ci fa una riflessione su: trae piacere nell'accarezzare quanto il figlio trae piacere nel ricevere da lei una carezza. Questo è un evento, non una riflessione e non ha bisogno di essere accompagnato o seguito da una riflessione. Solo quando la mamma non c'è più rifletteremo su quanto ci ha voluto bene. Ma a quel punto l'evento non esiste più!

Altri eventi sono: la nascita, il sonno, il mangiare, la morte. Eventi basilari nei quali l'eventuale riflessione avviene sempre dopo, mai sul momento in cui accadono. Infatti qui è il legame con la vita che prevale e questo è bene considerarlo attentamente perché l'autentica religiosità sta solo su questo piano.

Nel prologo del Vangelo di Giovanni leggiamo che Cristo è “la vita degli uomini”. Se è una realtà e non una semplice idea, il rapporto con Cristo, che nel tempo della Chiesa avviene attraverso la comunicazione della grazia (anche sacramentale), non può non essere dissimile agli eventi fondamentali della nostra vita, per quanto si ponga su un piano molto superiore.

La testimonianza degli asceti e dei mistici è chiara: nel momento in cui la grazia sfolgora nell'uomo, qualsiasi pensiero o riflessione come pure la preghiera cessano e rimane la contemplazione di un evento indicibile ed interiore al contempo. Non a caso si dice che il sacramento purifica e illumina, ossia agisce (quando realmente è valido ed efficace). Non ci resta che contemplare cosa sta succedendo in noi e successivamente ringraziare Dio.

Se l'evento in quanto tale non accade, potrebbe non esserci più alcun segno di vita nei sacramenti che rimangono pura teoria e formalità.

Quindi quando un commentatore dice che il silenzio lasciato dopo la comunione è per la riflessione, è il segno più evidente e chiaro, partendo dall'ascetica e dalla mistica cristiana antica, che, per lui, rimaniamo nella semplice vita psichica e non avviene nulla di spirituale. Non si testifica alcun evento immediato per cui si deve riempire il vuoto con una riflessione per non annoiarsi. Lo si può mai negare? Ecco perché, ascoltando tale frase, mi sono reso conto del possibile vuoto che c'è dietro e dell'impreparazione spirituale del cronista.

La riflessione, intesa come meditazione, viene fatta ben prima di una Liturgia eucaristica, ben prima di qualsiasi preghiera e serve a “scaldare i motori” ossia a polarizzare l'attenzione su Dio. 

Non a caso gli asceti sono invitati a non fare meditazioni o pensieri (anche buoni che siano) in momenti sbagliati al punto che il buon pensiero è considerato in quel caso una vera e propria tentazione del Maligno (pur di distrare l'ingenuo cristiano dalla presenza di Cristo e chiuderlo autisticamente nella sua testa).

Quando lo Sposo evangelico viene nella sua Grazia, e l'attenzione è su di Lui (non sui propri pensieri pii e religiosi), non c'è più spazio per pensieri o riflessioni ma per la festa.

Che festa sacramentale e natalizia si può mai fare quando si è ancora imprigionati nella semplice vita psichica, seppur religiosamente intesa, e sembra che i sacramenti non facciano più alcun effetto?

venerdì 8 dicembre 2017

Il termine "immacolata" riferito alla Madre di Dio

È sempre bene osservare le motivazioni di chi si oppone alla fede tradizionale non per scendere sullo stesso terreno degli oppositori (sarebbe un errore!) ma per capire la radice di tali motivazioni. Sostanzialmente tale radice ha un nome greco: apistìa, ossia un atteggiamento naturalmente agnostico.

Tale apistìa è divenuta il presupposto di molti biblisti odierni ed è con tale presupposto che essi commentano la Bibbia e le principali feste liturgiche cristiane. Essi, a loro volta, influenzano le predicazioni nelle chiese cattoliche.

Dovrebbe essere noto a tutti che il termine "immacolata" (ἄσπιληè identico sia nell'uso liturgico occidentale che orientale e si associa alla Madre di Dio anche se le due parti della Cristianità non lo spiegano nel medesimo modo a causa dell'antropologia agostiniana che pone accenti differenti rispetto a quella patristico-greca (*)

Se la spiegazione non è la stessa, il presupposto è comunque il medesimo: il peccato originale o la condizione che rovina l'umanità (e l'intero mondo) partita dalla disobbedienza adamitica. Che si creda o meno alla storicità di tale evento primordiale, dovrebbe essere evidente a tutti che ne viviamo ogni giorno le conseguenze che si concretizzano nell'azione delle passioni umane malvagie, nella decadenza, nella malattia e nella morte, realtà non volute da Dio ma introdotte nel creato come sfregio alla creazione stessa.

L' "immacolata" è sostanzialmente la sottrazione di una creatura dallo sfregio di tale situazione decadente, nonostante essa sia stata ugualmente soggetta alla morte come tutti noi ma, a differenza nostra, successivamente assunta in Cielo con Cristo. Questa è la fede antica in cui una sua parte si connette inevitabilmente con un'altra al punto che o tutto sta in piedi o tutto cade. 

Non così nella vulgata di diversi biblisti attuali i quali si pongono in modo totalmente diverso. Si veda solo a titolo di esempio cosa riporta Franco Barbero nel suo blog da me già citato a proposito dell' "immacolata concezione" della Madre di Dio. 
Egli, a differenza di molti, ha il coraggio di dichiarare apertamente le sue posizioni ma, non dimentichiamolo!, è ampiamente e silenziosamente condiviso nel cosiddetto Cattolicesimo  progressista. 

In queste posizioni si nota di fatto la negazione della decadenza e della morte come eventi non voluti da Dio e che sfregiano la natura creata. Di conseguenza, tali realtà sono naturali, ossia volute originalmente da Dio nella natura stessa. 
Ne segue che, allora, la stessa redenzione effettuata da Cristo, com'è tradizionalmente spiegata, non ha alcun senso (**). Essa, annullando gli effetti del peccato originale nell'umanità e nella creazione, si è resa visibile nella resurrezione di Cristo come "primizia di coloro che muoiono in Cristo" (cfr. 1 Cor 15, 20 ss.). L'umanità continua a patire le conseguenze del peccato primordiale e continua a morire ma trova in Cristo la speranza e la conferma in cui tutto questo sarà annullato. Il battesimo è l'immersione dell'individuo nel mistero della morte-risurrezione di Cristo in modo che, in lui, tale mistero possa agire al momento opportuno e, nel momento presente, possa contribuire a combattere efficacemente le passioni negative con la collaborazione umana. 

Partendo da un elemento attribuito alla Madre di Dio (l'essere immacolata) si giunge per logica conseguenza all'affermazione o alla negazione della base stessa su cui si appoggia il Cristianesimo.  
Ma vediamo cosa riporta Franco Barbero:

«... Questo umoristico dogma è una bestemmia anche perché non esiste nessun peccato originale, nessuna colpa originale, che segni la nostra vita dal suo primo giorno. Semmai nasciamo nella condizione umana in cui crescendo ogni giorno dovremo scegliere tra il bene e il male: ecco il senso del mito di Genesi.Il gesuita Andrés Torres Queiruga riferendosi al Catechismo della Chiesa cattolica osserva: ″Nel trattare le origini della razza umana… viene riconosciuta la natura simbolica/allegorica dei racconti della Genesi, ma nello stesso tempo si afferma che il racconto di Genesi 3 'espone un evento primordiale, un fatto che è accaduto all'inizio della storia dell'uomo' (n° 390). È come se più di un secolo di dibattito attorno alla natura mitologica di questi racconti non avesse mai avuto luogo″. (Quale futuro per la fede, Ldc, Torino 2013, p. 43). Coerentemente egli conclude: "Una volta riconosciuto il carattere mitico-simbolico del racconto della Genesi, non ha senso cercare un'azione storica come causa della situazione attuale, attribuendole, per esempio, l'ingresso delle malattie o del male nel mondo" (Ibid., p. 44).
Va da sé che il dogma del peccato originale, come quello dell'immacolata concezione, non sono parte della fede cristiana e non hanno fondamento biblicoMi spiace per Maria, la mamma di Gesù. Il suo cammino di donna credente è per me una grande testimonianza: essere la madre di un ″profeta crocifisso″ non fu facile. Solo la sua profonda fiducia in Dio le permise di arrivare al cenacolo con gli apostoli e le apostole). Coprirla di dogmi significa seppellire la sua fede sotto il manto del privilegio».

Le posizioni di Barbero sono tutt'altro che isolate! Dovrebbe dunque essere chiaro a tutti che qui ci troviamo dinnanzi ad un Cristianesimo "decristianizzato" (o demitizzato, come questi autori amano dire), il quale ha in gran parte invaso le strutture della Chiesa cattolica e sta creando una nuova religione in cui Cristo non è più un uomo-Dio ma un "profeta crocefisso". Tale "nuova Chiesa cattolica", che progredisce a vista d'occhio mentre i vescovi cattolici dormono, sta pure architettando un modo per unire a sé le altre confessioni cristiane in un'unione veramente dissacratoria ed empia, come avrebbe qualificato ogni antico Padre o autorità ecclesiale. Questo è bene considerarlo sempre più e, dinnanzi a ciò, hanno poca importanza i "buoni sentimenti" e i "vantaggi umani" di chi vuole a tutti i costi, per forza e convenzionalmente un'unità senza Cristo. Il Cristo di costoro, infatti, non è il Cristo della tradizione biblica ed ecclesiale (anche se essi si autoproclamano come i migliori biblisti!) e, di conseguenza, la chiesa che costoro stanno infiltrando con successo nel Cattolicesimo non è affatto una Chiesa cristiana ma una specie di "setta umanistica e razionalisticamente illuminata". Il Cattolicesimo di ieri (quello che, agli occhi di un ortodosso, credeva comunque a qualcosa) è, infatti, in grandissima parte già morto. 

_________

(*) Per Agostino d'Ippona, il peccato dei Progenitori si eredita nei discendenti attraverso il rapporto sessuale. Cristo, non essendo nato come ogni uomo ma per opera dello Spirito Santo ne è dunque esente. La Madre di Dio, essendo predestinata a partorirLo, era stata concepita senza peccato originale. In questa spiegazione ci sono due elementi-chiave: la trasmissione del peccato originale e la predestinazione della Vergine Maria.
Nella spiegazione patristica greca, invece, pur parlando di un peccato primordiale, origine di tutti i mali presenti, si sottolinea che tale peccato è responsabilità unica di chi lo ha commesso, essendo legato ad un'azione personale e, in questo, non ereditabile. Ciò che i discendenti ereditano è, invece, il caos da esso determinato e con cui devono fare i conti. La Vergine Maria nasce nella condizione di questo caos come tutti ma, al momento del suo libero acconsentimento a divenire Madre di Dio, viene purificata dallo Spirito Santo e resa "immacolata". Notiamo in questa seconda spiegazione l'assenza della predestinazione e il legame del peccato unicamente con chi lo ha commesso. 
Entrambe le spiegazioni, pur mosse da presupposti differenti, giungono alla conclusione che la Madre di Dio è "immacolata", ossia esente dalle negatività umane, per poter essere un degno talamo per l'umanità di Cristo. Tutto ciò è visto come mitico dai biblisti razionalisti odierni.


(**) Ho presente la spiegazione che veniva data fino a cinquant'anni fa nel Cattolicesimo e che deriva, sostanzialmente da Anselmo d'Aosta: disobbedienza-peccato-offesa di Dio-punizione-riparazione dell'offesa fatta da Cristo-redenzione.
Prima di Anselmo, la redenzione viene spiegata dai Padri senza usare le categorie giuridiche di "offesa-riparazione" e si basa sulla seguente sequenza: disobbedienza-peccato-introduzione del caos e della morte-avvento di Cristo come restauratore dell'ordine primordiale-redenzione.
Questa seconda sequenza è quella a cui faccio riferimento e che chiamo "spiegazione tradizionale". La base di partenza in entrambe le spiegazioni, è sempre una precedente realtà ordinata in seguito alterata e sconvolta da un evento che la Bibbia chiama "peccato". È questa base di partenza che, di fatto, oggi viene negata e conseguentemente ciò comporta pure la perdita d'identità del peccato stesso. Forse anche questo spiega la verticale caduta di moralità tra il clero e i laici in molti ambiti cristiani e la giustificazione di condotte, fino a non molto tempo fa, condannate. 

domenica 3 dicembre 2017

Cosa ci insegna (simbolicamente) l'architettura della chiesa?

"Vi dico che se costoro tacciono, le pietre grideranno" (Lc 19, 40

L'architettura classica di una chiesa ha dei valori simbolici esaminati già nella Mistagogia di san Massimo il Confessore (VII sec.). Non ripercorrerò questo trattato che lascio alla lettura dei più volenterosi. In questa sede, ispirato anche da tale opera, mi limito a fare qualche considerazione che c’interesserà particolarmente, dati gli strani attuali tempi.

L’architettura classica di una chiesa (bizantina, romanica o di altro stile) è realizzata in un certo modo per rispondere a criteri pratici ma non solo.

Un elemento importante nelle architetture antiche è l’orientamento ma, pure, il modo di disporre le finestre, i lucernari, le cupole. Dalle finestre di una cupola (pensiamo all’esempio classico di quella di santa Sofia a Costantinopoli) piove la luce all’interno dell’edificio.

In un tempo in cui non esisteva l’illuminazione elettrica, era importante che l’interno di un edificio sfruttasse meglio possibile la luce solare. Nel caso della chiesa di santa Sofia, la luce solare fa un vero e proprio “concerto” di raggi e, piovendo dall’alto, illumina determinati punti nell’edificio sacro. Evidentemente in tale edificio non tutto è cupola, i suoi lucernari non sono tutto quello che ha. Eppure essi assolvono un compito importante, al punto che anche gli angoli più umili e reconditi ne possono usufruire.

Il significato simbolico di tutto ciò è presto detto.

Non tutti i cristiani riescono ad essere a diretto contatto con il Cielo, non tutti riescono ad avere il cuore così trasparente a Dio come il vetro di una finestra. Il “beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (Mt 5, 8) è sperimentato sempre da molto pochi, purtroppo! L’importante, però, è che alcuni tra molti possano assolvere questo compito. Tradizionalmente costoro sono sempre stati i monaci che, quindi, sono rappresentati, nell’edificio ecclesiastico, dalle finestre di una cupola. Perciò anticamente il monachesimo era considerato da tutti fondamentale, poiché, nell’ascetismo trasfigurato dalla grazia, il monaco attingeva più luce possibile per diffonderla attorno a sé e tale diffusione riguardava anche la parte più umile della Chiesa.

In queste condizioni, succede come in un edificio ecclesiastico: la mattonella del pavimento, quella posta nell’angolo più nascosto e che nessuno nota, quella che pare non serva a nulla a contatto com’è con la terra, è illuminata dalla luce delle finestre della cupola. E se la luce nobilita un oggetto così umile, quanto più lo fa con quelli più importanti: l’ambone, il pulpito preziosamente adornato, l’altare, ossia il luogo più sacro della chiesa!

Ma se, ad un tratto, si pensa che le finestre non servono e le si oscura totalmente o parzialmente, succede come nel Cattolicesimo dove i monasteri sono stati “riformati e aggiornati” secolaristicamente, o com’è successo nel Protestantesimo dove i monasteri sono stati soppressi perché ritenuti “dannosi” e “inutili”.
Che può succedere in queste situazioni? Lo vediamo chiaramente con l’esempio dell’edificio ecclesiastico: se ne oscuriamo le finestre e non abbiamo alcun’altra illuminazione, il suo interno rimarrà buio.

Se, poi, tutto ad un tratto qualcuno pensa che le finestre debbano essere poste sul pavimento in modo che le persone ci camminino su, che succederà? Oltre ad avere una chiesa buia, dove neppure gli oggetti più belli possono essere notati, tali finestre saranno solo d’inciampo, diverranno oggetti davvero inutili.

In una Chiesa i monaci sono le finestre, non sono la luce ma, nel loro quotidiano sacrificarsi, operano in modo da farsi attraversare da essa, da farsene trasformare perché tale luce possa toccare e nobilitare tutti, anche i più umili e lontani.

Come le finestre stanno in alto, così essi stanno lontano da tutti, praticando il Vangelo rigorosamente e fuggendo dal mondo. Se ne capisce la necessità quando si pensa che una finestra è invasa dalla luce solo quando è posta in alto, verso il cielo. È solo questo tipo di vita che guida davvero la Chiesa ed è quanto forma l’aspetto “carismatico” della Chiesa stessa.
Le colonne che reggono l’edificio rimandano ai vescovi o al clero in genere e sono l’aspetto “istituzionale” della Chiesa. Essi, permettendo ai monaci di vivere in una condizione più elevata, traggono il beneficio della loro fatica.

Che beneficio trarrebbero se, tutto ad un tratto, alterassero il monachesimo come chi oscura le finestre di una chiesa o le costruisce sul pavimento? Le colonne, ossia i vescovi, continuerebbero a reggere l’edificio, certo!, ma in quale stato, visto che il suo interno sarà avvolto dalla più nera oscurità?
La predicazione clericale senza la vita carismatica non ha alcuna incidenza, anzi può essere controproducente.

Per questo non ci si deve illudere: la moralità non è l’unica condizione per far funzionare una Chiesa e non è neppure la più importante. L’applicazione morale è paragonabile ad una chiesa il cui interno è pulito e ordinato. Ma una Chiesa può essere nel buio sia con la morale sia senza di essa e in entrambi i casi può avere un clero che l’amministra efficacemente. Sarà come avere un edificio privo di finestre e con ottime colonne che lo reggono saldamente. Se è al buio, finisce per essere relativo il suo ordine o disordine interno. Solo la luce che piove dall’alto può efficacemente dare un senso all’ordine e rivelare il danno del disordine, non una semplice predicazione di alcuni, per quanto sia utile anche questa. La Chiesa è prima di tutto e sempre una questione di grazia, ossia di vita, di luce.

Ecco perché è profondamente misero pensare che per la Chiesa possa essere sufficiente il suo solo aspetto istituzionale e che l’aspetto carismatico sia, nella migliore ipotesi, un “di più opzionale”, un donum superadditum, per dirla con l’espressione teologica di Tommaso d’Aquino. È pericoloso credere di poter fare a meno dell’aspetto carismatico ritenendo che, tanto, tutto va comunque avanti, visto che l’unica cosa importante è essere morali per “acquistarsi” il Paradiso!

È ancora più misero, addirittura blasfemo, ritenere, come oggi si tende a fare pure nel Cattolicesimo, che Dio ci salva comunque, indipendentemente dal nostro pentimento e dai nostri criteri morali tradizionali, perché siamo in una condizione tale da non migliorare e perciò siamo giustificati da Dio ...

È come pensare che in un edificio ecclesiastico (privo di luce elettrica) le finestre siano opzionali o, essendo troppo lontane dal pavimento, siano perfettamente inutili e non possano dire nulla al pavimento stesso. Tale pensiero si giustifica solo nel caso in cui dalle finestre che sono ancora in alto non scenda più luce da tempo (ossia la cosiddetta grazia non ci sia o non funzioni più nella Chiesa il che, con certi presupposti, succede di certo!).

Se il carisma non è più praticato e riconosciuto come importante, anche il monaco (o il religioso) si adatterà a quest’incredibile mentalità e, nel migliore dei casi, farà assistenzialismo perché penserà che pregare significa fare l’animatore sociale, l’infermiere o lo psicologo. Ma così egli è esattamente come la finestra costruita sul pavimento: qualcosa di curioso, stravagante se vogliamo, ma perfettamente inutile all’edificio. Per giunta sarà d’inciampo a quanti vogliono veramente camminare dentro la Chiesa.

Nessuno nega che in casi di autentica necessità anche un eremita debba abbandonare la sua cella per sovvenire le persone (d’altronde in caso di guerra o di calamità pure le tovaglie di un altare latino diventavano fasce per le ferite dei malati). Ma queste sono situazioni eccezionali che tali devono rimanere, altrimenti la cosiddetta “finestra” perde completamente il suo ruolo essenziale.

E, stando così, alla povera mattonella umile e nascosta del pavimento, sarà tolta l’unica cosa che la impreziosiva e scaldava: la luce. Il sacro altare e l’ambone riccamente adornato, poi, non si distingueranno più da ogni altra cosa, immersi come saranno nel buio. Così, come per una mente assolutamente mediocre, tutto diverrà uguale a tutto e lo stesso buio sarà chiamato luce a seconda delle circostanze.
Chiunque ora può capire che la confusione nella Chiesa è data da una mancanza di luce, ossia da una mancanza di grazia, non perché mancano i Vangeli o non li si commentano adeguatamente!

“Ma abbiamo i vescovi, il magistero dei papi che ci spiegano la verità, le encicliche dei patriarchi”, dicono alcuni. Ecco, è come dire: “Abbiamo comunque le colonne in questa chiesa e la reggono efficacemente”.

Sì, le colonne ci sono e magari sostengono l’edificio a dovere ma in qual stato è tale edificio? Il suo interno è immerso nell’oscurità e non è possibile camminarvi perché s’inciampa e si fa danni ovunque!

Infatti, le parole non servono a nulla se non c’è una vita che le illumina dal di dentro e una Chiesa non serve a nulla e, nel caso migliore, in nulla si distingue da una accademia, se non ci sono in essa dei monaci e dei mistici asceti che praticano la loro vocazione.

Riprendiamo a costruire le finestre in alto, più in alto possibile perché sia tornato a dare il primato al “carismatico” sull’ “istituzionale” laddove quest’ordine è stato secolarmente capovolto.

La mattonella del pavimento non può essere finestra e neppure la colonna lo può essere ma qualcuno lo può forse divenire.

Il monachesimo santo è l’unico vero magistero che ci manca perché senza la luce del Sole in una Chiesa ci si riempie solo di parole, di suoni! Lo stesso Vangelo senza una vita illuminata non solo non serve più ma diviene pretesto per irridere il Cristianesimo come di fatto sta succedendo ...

Qualcuno obbietterà: “Ma nella storia ci sono stati papi e vescovi santi, veramente carismatici. Un esempio: papa Gregorio Magno. Quindi il papato stesso è un carisma!”.

Attenzione: il carisma da essi avuto derivava da una pratica ascetica alla quale si erano lungamente preparati in precedenza. Essi erano dei monaci (Gregorio lo era stato) solo successivamente divenuti vescovi. Cambiarono la loro funzione, da “finestra” a “colonna” (per usare l’esempio sopra utilizzato) ma con il vantaggio di aver conosciuto la luce per esserne stati attraversati, non soltanto esteriormente toccati. Poi, nel caso di Gregorio, il fatto di essere “colonna” era un peso, non un onore, perché lo distoglieva continuamente dall’amata preghiera che prima faceva senza essere continuamente interrotto. Il papato, per Gregorio, era un peso e una responsabilità, non un “carisma” perché comportava il dovere di confermare nella fede i propri fratelli e ciò non si può fare con semplici parole ma con una santa vita!

Nella prospettiva di questi santi, è cieco o folle chiunque non lotta nell’ascesi ritenendo sufficiente amministrare la Chiesa con il Diritto Canonico e formarsi con uno studio intellettuale.

D’altronde, oggi chi vuole essere “considerato” nel Cattolicesimo gerarchico è instradato nello studio del Diritto Canonico stesso, non nella pratica della spiritualità o in un’autentica esperienza monastica!

So di qualche buon sacerdote cattolico, che voleva ritirarsi in preghiera per qualche tempo in un Santuario, e poi seppe d’essere stato ampiamente deriso dai suoi confratelli. Inoltre, se devo credere a quanto mi hanno riportato, so qualcosa di più grave: qualche tempo fa un cardinale affermava che, non portando soldi in Vaticano, i monasteri erano per la Chiesa cattolica perfettamente inutili!

I santi e i mistici, che passano attraverso la prassi ascetica custodita nella tradizione monastica e nella memoria ecclesiale, non sono medaglie al petto dei vescovi che se ne servono per la loro gloria individuale, per mostrare la “loro” singolare ragione e chiederne obbedienza. Le reliquie di questi santi non servono per far mercato organizzando feste formali con buoni sentimenti. Non sarebbe più vero culto ma feticismo dove non si giunge all'essenziale.
E l'essenziale è che i santi asceti sono i luminari della Chiesa perché hanno permesso alla Luce di attraversarli per illuminare ogni cosa grazie a cui tutto si può distinguere.

Oggi certi tradizionalisti cattolici mostrano un’incredibile ingenuità meravigliandosi davanti alla rapida secolarizzazione del Cattolicesimo. Ovviamente, credendosi i custodi di un buon ordine antico (che in realtà è solo quello dell’epoca moderna), danno la colpa al Concilio Vaticano II e con ciò pensano di aver risolto tutto. Le cose, invece, sono assai più complesse: è ovvio che spostando pian piano nei secoli il primato dal carismatico all’istituzionale il risultato non poteva che portare all’anemia del Cattolicesimo attuale e non è che, riportando l’orologio della storia agli anni ’50 del XIX secolo, si risolve tale crisi. Ci si pone solo nell’anticamera della situazione odierna lasciando perfettamente intatti tutti i presupposti per rigenerarla nuovamente.

Tutto si spiega in modo perfettamente logico, basta riuscire a vederlo: il carisma (quello vero!) non è una promessa divina che si applica magicamente, come se lo Spirito Santo automaticamente fosse assicurato a quel papa o a quel concilio, tant’è vero che i pronunciamenti gerarchici e conciliari erano anticamente lungamente vagliati da tutta la Chiesa.

Il carisma non è la prerogativa dei cosiddetti “movimenti carismatici”, nei quali pare emergere una specie di nevrosi collettiva che viene scambiata per dono dello Spirito Santo.
Il carisma è un’illuminazione interiore di grazia, che da una profonda conoscenza e coscienza della Chiesa. Per raggiungerla è necessaria una lotta, come si diceva anticamente, poiché solo “dando il sangue si avrà lo Spirito”. E anche ciò non è automatico perché avviene quando Dio vuole. Per questo Cristo usa espressioni forti al limite del paradossale quando dice: “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me” (Mt 10, 37). La perla preziosa non si da per nulla (cfr. Mt 13, 46) o per una magica e automatica promessa divina che ci s’illude di trovare nei Vangeli.

Questo vale per tutti nella Chiesa, qualsiasi ruolo si assuma in essa, perché siamo tutti uomini, dal primo dei chierici all’ultimo dei fedeli, e condividiamo tutti la medesima umanità. E l’umanità, per essere illuminata, chiede sacrificio (basti pensare alla fatica che si deve fare per pregare, a volte).

L’umanità non può essere illuminata dalla grazia (con la conseguenza della conoscenza che ne deriva) senza sacrificio perché lo stato umano è quello ereditato dalla disobbedienza adamitica, uno stato opacizzato, indebolito spiritualmente. È dunque necessario andare, in un certo senso, contro la propria natura, ossia “dare il sangue” per “avere lo Spirito”. Come in una palestra è necessario molto esercizio per allenare i muscoli, così per sensibilizzare l’interiorità sono necessarie molte preghiere e lunghe Liturgie. Chi pensa di ricevere da Dio sconti, come nella stagione dei saldi, abbreviando fino al ridicolo la Liturgia della Chiesa è solo stato ingannato. Sarebbe come chi pretende di vincere una gara senza essersi esercitato. A questo anticamente si ha sempre creduto.

Credere che la grazia (e la conoscenza che ne deriva) sia data automaticamente e per una promessa divina ad alcuni “privilegiati” nella Chiesa, è come essere davanti ad una superstizione. Da sempre si ritiene che la grazia sacramentale ha bisogno di una buona disposizione interiore per agire positivamente, il che dimostra che nella tradizione antica non c’è alcun spazio per concezioni magiche nella Chiesa!

Prescindere dallo sforzo umano è allora una superstizione, ma una superstizione furba, però, perché nella storia religiosa è stata impiegata sempre e solo per fini di potere unicamente istituzionale. Cos’era, infatti, la compravendita delle indulgenze? Nonostante oggi che non esistano più tali eccessi, in alcuni è rimasta questa pericolosa mentalità.

È allora chiaro e logico che, attraverso tale mentalità, qualsiasi cosa detta da un’autorità istituzionale nella Chiesa (papa, patriarca o metropolita) è senz’altro vera e bisogna obbedirvi immediatamente perché lo Spirito Santo è loro magicamente assicurato!

Dopo quanto detto, dovrebbe risultare evidente che tale mentalità magica ignora le dinamiche basilari della vita cristiana e il funzionamento tradizionale della Chiesa.

La Chiesa nel suo funzionamento armonioso e regolare è, invece, paragonabile ad un edificio con le sue colonne (i vescovi e il clero in genere) le sue finestre e lucernari (i mistici e i monaci) e il suo pavimento (i fedeli). Ognuno deve stare al suo giusto posto affinché tutto abbia la sua giusta collocazione e chi entra vi trovi ordine e armonia, ne possa progredire ed esserne positivamente trasformato.


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