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domenica 22 ottobre 2017

La risonanza della Parola

Duomo di Gemona (Udine)
Uno dei temi più ricorrenti nel mondo Cattolico è quello per cui la sacra Scrittura, letta nella Chiesa, ha una sua particolare risonanza.
Questo tema è, di suo, antico e tradizionale tant'è vero che non casualmente la Liturgia stessa è intessuta di espressioni bibliche e riporta passi del Nuovo e dell'Antico Testamento.
Prima dell'invenzione della stampa era normale leggere la sacra Scrittura solo in Chiesa, davanti all'assemblea dei fedeli, poiché era l'unico momento in cui lo si poteva fare.
L'invenzione della stampa è stata una rivoluzione di cui oggi non ci rendiamo perfettamente conto. Sottrasse la sacra Scrittura alla Chiesa consegnandola all'individuo e alla sua libera interpretazione.
La libera interpretazione della sacra Scrittura può portare a risultati antitradizionali e, alla fine, a risultati distruttivi per la fede e la Chiesa stessa perché eleva la coscienza individuale al di sopra della coscienza ecclesiale. Ben conscia di ciò, la Chiesa all'inizio proibì la lettura della sacra Scrittura in senso individuale poiché essa doveva continuare a risuonare nell'assemblea ecclesiale all'interno della quale c'era ancora la giusta mentalità per poterla capire.
In una Liturgia nella quale si è conservato il senso del sacro, nel significato più alto del termine, e una vivida consapevolezza di ciò, la sacra Scrittura risuonerà nel modo più profondo e spirituale, sia essa proclamata nell'idioma correntemente parlato o in un'antica lingua liturgica. In una Liturgia nella quale il senso del sacro è stato infranto con tutte le banalizzazioni che ne conseguono, inevitabilmente ci sarà una ripercussione anche nell'interpretazione biblica.

Citerò un fatto occorsomi ultimamente e che esprime chiaramente quanto sto dicendo.

Duomo di Gemona (Udine). Messa serale accompagnata dal canto degli alpini.
Viene letto un passo di un'epistola apostolica nella quale, tra l'altro, si dice: “Se non amiamo il prossimo che vediamo, come possiamo amare Dio che non vediamo?” (1 Gv 4, 21).
L'interno della chiesa aveva un'atmosfera che mi riportava a quella di un'aula protestante di Berlino, da me visitata un paio di anni fa. Assolutamente tutto mi suggeriva che quel passo biblico dovesse essere inteso solo umanamente: amare il prossimo significava sovvenirlo in senso sociale e, d'altra parte, la stessa preghiera iniziale del sacerdote suggeriva ciò. In quell'aula ecclesiale la Scrittura risuonava, sì, ma con un significato fin troppo umano, così umano che uno non poteva non chiedersi a cosa potesse mai servire la Chiesa.

Solo attraverso le mie frequentazioni monastiche ho potuto capire che il passo di 1 Gv 4, 21 evoca un amore non umano, al quale il cristiano è abilitato con la grazia di Dio perché ordinariamente i preti oggi non ne parlano e forse non lo sospettano nemmeno. Di conseguenza, la “risonanza della Parola” a Gemona non elevava ma abbassava lo spirito umano. E questo è quanto sperimentalmente ho potuto sentire. Al contrario, il fine di tale risonanza è sempre quello di svegliare lo spirito, la nostra sfera più interiore, non di solleticare solo la ragione o la nostra psiche imprigionandoci nella stanza a specchi della nostra ragionevolezza. La risonanza (o catechesi, che deriva dal termine greco catecheo) è l'elevazione dell'umano nel divino, non l'abbassamento del divino nell'umano!

Non è un caso che nella sacra Scrittura si usino due termini greci per indicare il termine “parola”: logos e rema. Il logos è la parola creativa: appena si pronuncia crea: “Sia la luce e la luce fu” (Gen 1, 3). Cristo fa dei logia, ossia pronuncia delle parole che danno vita e il Logos è, d'altronde, un modo alternativo di denominare Cristo stesso poiché “in Lui era la vita” (Gv 1, 4). Quando l'uomo è santificato in Cristo, diviene un altro Cristo per grazia ed è in grado, talora, di pronunciare dei logia, ossia delle “parole creative”, altrimenti dette miracoli. I miracoli sono fatti reali, non racconti puramente allegorici. Se fossero pure allegorie Dio sarebbe impotente, non potrebbe operare logia o mirabilia Dei e sarebbe come noi che proferiamo semplici parole umane. Perciò Dio non sarebbe più Dio o, più semplicemente, Dio non esisterebbe!
Le guarigioni e i miracoli compiuti in nome di Cristo indicano che il singolo fa dei logia e il caso evangelico in cui gli apostoli non riescono a farlo fa indignare Cristo stesso perché indica che essi, nonostante la Sua presenza fisica, non sono ancora stati permeati dalla sua grazia a causa del loro duro cuore (Mt 17, 14 ss.). Altrimenti, chi ha fede come un granello di senape, può pure fare cose meravigliose (Lc 17, 6; Mt 17, 20).
Un altro termine scritturistico per indicare “parola” è rema. Rema non è che un flatus vocis, il nostro modo ordinario di parlare, una parola che di suo non crea nulla, anzi, a volte distrugge. È così che l'atto della parola è disgiunto dall'atto creativo e la terra, a causa della disobbedienza adamitica, divorzia dal Cielo.
La “Parola di Dio” non è e non sarà mai rema, parola unicamente umana, ma logos, parola divina. La sacra Bibbia non è di suo una raccolta di logia ma una veridica e autorevole testimonianza dei logia divini, dell'esistenza reale di tali atti creativi in tutta la storia della salvezza che perdura nel presente. La Chiesa e l'evangelizzazione non è questione di remata, parole unicamente umane, ma di logia, parole creative e divine.
Di conseguenza, “se non amiamo il prossimo che vediamo, come possiamo amare Dio che non vediamo?” (1 Gv 4, 21), non potrà mai essere interpretato in senso psicologico e umano ma in senso unicamente elevato, spirituale, divino. La Chiesa è nel mondo per portare lo Spirito di Dio, non per adagiarsi allo spirito secolarizzato o piacere ai vari Scalfari del momento.

Ed ecco perché il luogo per eccellenza in cui si custodisce la sacra Scrittura è il santuario, l'altare, non un luogo qualsiasi: la Rivelazione, infatti, discende da Dio, pur essendo anche parola umana, non da un semplice uomo. Stabilire la chiesa come edificio nell'ordine tradizionale di un tempo, significa obbedire ad un ordine simbolico che ci riporta a queste verità basilari poiché la simbologia parla sempre allo spirito umano, anche se la ragione non lo comprende subito.

Inoltre, la distinzione biblica del termine “parola” tra logos e rema, ha forti conseguenze in ambito ecclesiale e liturgico perché mostra chiaramente che il piano divino non potrà mai essere quello umano, per quanto l'uomo possa esserne reso in parte partecipe solo in Cristo.

In un ambito ecclesiale nel quale viene tutto psicologizzato e umanizzato, nel quale “l'amore per il prossimo” significa dargli spettacolarmente da mangiare a san Petronio di Bologna (giusto per fare un solo esempio), la presenza della Grazia per la quale è stata costituita la Chiesa, può venire seriamente oscurata. E se la via che porta al Cielo è equivocata ed oscurata, quell'ambito ecclesiale che lo opera non può che votarsi all'insensatezza e rendersi come il sale non salato: buono solo ad essere calpestato dagli uomini.

Per principio queste analisi non si muovono con l'intenzione di condannare le persone ma è un dato di fatto che, operate certe scelte ampiamente secolarizzate, un ambito ecclesiale si stacca da solo dal tronco evangelico con la sua linfa vitale. Di conseguenza non potrà che votarsi alla sterilità e abbassare i logia evangelici a puri remata. La via per l'agnosticismo è, così, ampiamente spianata e di conseguenza certe comunità ecclesiali non potranno più generare fedeli. Tutto è semplice e logico, per chi lo sa vedere e ha l'onestà di ammetterlo.

martedì 17 ottobre 2017

Dire qualcosa di nuovo....

La locandina di un film con un titolo emblematico
che indica il bisogno morboso di tutta la nostra epoca
Lungo la mia esperienza religiosa, passando attraverso diversi ambienti cristiani mi è capitato spesso di sentire, in essi, il bisogno di dire “qualcosa di nuovo” al mondo. Questo bisogno nasce prima di tutto nelle scuole di teologia per poi determinare una mentalità che coinvolge laici e chierici.

Ci chiediamo prima di tutto: cos’è la teologia? 

La teologia non è, come spesso si dice, la “riflessione su Dio” (Theos-logos, discorso su Dio), nel senso che non sgorga da un’attività cerebrale ma da un incontro di grazia. Gli apostoli che hanno incontrato Cristo e ne sono stati plasmati sono divenuti dei teologi. I santi che, nella grazia e nella fede, hanno esperimentato la presenza di Dio nella loro vita, attraverso eventi straordinari o nella quotidianità, sono divenuti dei teologi anche se non hanno mai frequentato una accademia.
Il presupposto per la teologia è la fede, l’umiltà, la collaborazione umana alla grazia divina.
Poi la teologia si può articolare anche in un discorso ma non è mai stata questa la principale preoccupazione dei Padri della Chiesa <1> i quali scrivevano solo per difendere l’esperienza di grazia nello Spirito, per continuare a renderla possibile. A loro non interessavano i trattati di teologia e, semmai, componevano delle catechesi per introdurre i catecumeni nel mistero che doveva solo essere vissuto, non scandagliato razionalisticamente. Perciò i trattati teologici dei Padri non sono mai una semplice riflessione fine se stessa.

Nel momento in cui la teologia si articola in un discorso si serve di categorie culturali, le categorie che il mondo circostante mette a disposizione, ma ne opera una purificazione per non dare adito ad equivoci o alterazioni, situazioni tradizionalmente denominate come eresie.
Quello che infatti è essenziale è mantenere il dato rivelato sempre identico a se stesso per poter far accedere la persona all’esperienza di Cristo nello Spirito <2>.  Credere in modo alterato, infatti, è come versare dell’acqua fuori da un’anfora, non in essa. Il credere inclina l’animo in una certa maniera in modo che l’acqua dello Spirito possa versarsi nel cuore umano. In caso contrario, è come pensare di illuminare l’interno di una casa tenendo le sue tapparelle chiuse al sole. Ecco perché il dogma è importante e la rivelazione dev’essere conservata sempre identica a se stessa.
Ciò che può cambiare, ma con le dovute attenzioni, è la modalità culturale con la quale la si trasmette. Questo non lo può fare chiunque perché il vero teologo ha bisogno di essere profondamente radicato nell’esperienza spirituale e, allo stesso modo, profondamente cosciente del suo tempo, caratteristiche, queste, assai poco comuni tra le persone.

Si eviteranno così due cortocircuiti: 
1) il conservatorismo fine se stesso, ossia quell’attitudine religiosa in base alla quale tutto deve rimanere identico, anche elementi prettamente secondari e culturali, legati esclusivamente ad un certo tempo; 
2) il bisogno morboso di esprimere sempre “qualcosa di nuovo”, dietro al quale, in realtà, c’è la tendenza ad edulcorare e ad abbassare le tradizionali esigenze cristiane.

Inutile dire che, nel nostro attuale contesto, più che al primo, siamo dinnanzi al secondo cortocircuito determinato pure da tutta la nostra cultura attuale che ha sempre bisogno di “novità” per sentirsi viva, una cultura che confonde non di rado la vita con il vitalismo.

“Non dice nulla di nuovo”, mi diceva un vescovo metropolita ortodosso per criticare, con una certa invidia, un suo confratello greco che, al contrario di lui, ha fatto diverse interessanti pubblicazioni anche in lingua inglese. “Ha detto qualcosa di nuovo”, si affermava riguardo al Metropolita Zizioulas il quale, in realtà, pone qualche aspetto problematico nella sua teologia. “Qua non c’è nulla di nuovo”, diceva indispettito un seminarista cattolico in visita ad un monastero benedettino molto tradizionale, con l’antica liturgia latina. “Non dicono nulla di nuovo”, affermano infastiditi certi chierici cattolici nei riguardi di quelle posizioni magisteriali che, nella morale, si schierano su posizioni conservative.

Tutti costoro da chi hanno imparato la necessità di dire “qualcosa di nuovo” e quando è iniziata questa moda? 

Questa moda è senz’altro scoppiata in casa cattolica dopo il Concilio Vaticano II e ha abbacinato tutti coloro che se ne sono lasciati attrarre. Ovviamente era ben presente anche prima, seppur non ufficializzata. Dire “qualcosa di nuovo” è il pallino dell’attuale papa di Roma il quale vuole trasformare il Cattolicesimo in un modo che nessun suo predecessore ha finora fatto.

In realtà temo che l’ansia del “nuovo” riveli, neppur tanto nascostamente, il fastidio verso la tradizione cristiana, quella tradizione che spinge il credente a guardare al Cielo e ad avere un atteggiamento parco e modesto verso i beni della terra. Qualcosa di “nuovo”, come adattare ai tempi presenti la vita religiosa ha, di fatto, abbassato lo sguardo dal Cielo alla terra e ritenuto anacronistica la pratica dei dieci comandamenti e della spiritualità.

A questo punto la maschera è caduta ed appare chiaro a chi lo vuole vedere che “dire qualcosa di nuovo”, in realtà, significa spesso allontanarsi dal Vangelo e da Cristo stesso. 

Il Cristianesimo oggi è in gran parte esattamente su questo punto.

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Note

<1> Se non si capisce questo, si finirà per addossare ai Padri l'ingenerosa accusa di "pigrizia intellettuale". Essi, in tal modo, sono stati visti (e in parte lo sono ancora) come la "preistoria" della teologia, non come dei veri teologi, dal momento che la teologia, da una certa epoca in poi, è ritenuta una semplice attività speculativa dell'intelletto. 

<2> Al contrario, la cultura secolare, soprattutto occidentale, ha sempre cercato l'originalità e le novità. È per questo motivo che, nel campo artistico, si è passati dal periodo romanico a quello gotico, da questo al rinascimentale, al barocco, al neoclassico e via di seguito. La teologia autentica, invece, pur tenendo conto dei cambiamenti della cultura secolare, è ancorata fermamente al dato rivelato che non le permette sostanziali mutamenti.  Il dato rivelato, non essendo qualcosa di semplicemente umano, non è suscettibile di cambiamenti e alterazioni il che lo rende qualcosa di permanente per tutti i tempi e luoghi. Oltre quest'osservazione si tenga pure presente che, mentre la rivelazione cristiana punta ad un'esperienza ineffabile e spirituale non immediatamente evidente ai più, la cultura secolare trasmette ogni genere di esperienza e ricerca, in tal senso, sensazioni sempre nuove. Sono ambiti totalmente diversi e con finalità diverse per cui non dovrebbero essere confusi! 
Se si confondono i riferimenti della cultura secolare con quelli dell'autentica teologia (come accade oggi) non si capisce più perché la teologia dovrebbe rifuggire da cambiamenti anche essenziali mantenendosi in perfetta continuità sostanziale con quella di tutte le epoche. Si invoca, allora, un "aggiornamento" che si mostra sempre più per ciò che è: un'alterazione. Quando quest'incomprensione caratterizza gran parte del clero di una Chiesa, quella Chiesa si è oramai secolarizzata ed è divenuta realmente scismatica con il suo passato, nonostante affermazioni verbali che cercano di provare l'opposto. 

domenica 15 ottobre 2017

Gossip di sacrestia?

Mi sono giunte alcune attendibili voci che solo persone superficiali potrebbero ritenere essere “gossip di sacrestia”. In realtà indicano a che livello è giunto un certo Cattolicesimo odierno in certi suoi esponenti. Sono punte di un iceberg il cui sommerso mi era noto, almeno in buona parte, già molto tempo fa. Riporto i fatti seguiti da una mia critica.

Primo fatto.
Ritiro del clero in una diocesi del nord-est d'Italia. Il programma è quello di fare meditare i sacerdoti su dei passi biblici. Il vescovo, anch'egli convenuto, invita i presenti a cantare un inno allo Spirito Santo, il Veni Creator. Tra il clero c'è un biblista piuttosto noto, appartenente al presbiterio diocesano, che sbuffa dicendo: «Ma cosa c'entra il Veni Creator?».

Secondo fatto.
Un sacerdote di quella medesima diocesi, di tendenze molto modernistiche, incontra un suo collega di sensibilità opposta. Il primo cerca di “convertire” il secondo accampando questo genere di “profonde” argomentazioni: «Ma perché non improvvisi anche tu qualche preghiera durante la Messa? Guarda che anche chi ha composto le più antiche preghiere era un uomo esattamente come noi!».

Il primo fatto indica lo scollamento oramai quasi totale tra una certa intellighenzia cattolica clericale e la preghiera. Il clero che ha questo atteggiamento ritiene cosa inutile invocare lo Spirito Santo in un ritiro di tipo biblico perché oramai, evidentemente!, è sufficiente solo l'intelligenza umana, la filologia, la storia e la sicumera spocchiosa di qualche biblista per enucleare i significati della Scrittura. Mentre nella consuetudine antica della Chiesa è necessario cambiare il cuore, passando per la penitenza e l'illuminazione, attraverso l'azione dello Spirito Santo per essere elevati ad una comprensione più profonda delle Scritture (il teologo può essere tale solo se è illuminato da Dio!), il clero modernista non crede più a tutto questo e ha una visione totalmente ariana, ossia solo umana di Chiesa. Sono veramente agnostici, anche se non ancora perfettamente coscienti di esserlo.
Mentre nella consuetudine antica si riteneva che la Scrittura era composta da uomini divinamente ispirati, almeno nel suo contenuto essenziale, costoro l'hanno totalmente spogliata della sua veste divina.
Sono state raggiunte e ampiamente superate le posizioni del Protestantesimo liberale!

Il secondo fatto ha la logica del primo, anche se i soggetti coinvolti sono altri. Evidentemente quel tipo di ambiente ecclesiastico ha un'atmosfera diffusamente mortifera. Anche qui si assiste ad una professione totalmente ariana, ossia unicamente umana di Chiesa: la Liturgia della Chiesa è fatta “da uomini come me e come te”!
Il clero modernista (per definirlo esattamente con il termine che lo qualifica) ha perso totalmente ogni concezione soprannaturale di Chiesa. Ovviamente la Liturgia approvata dalla Chiesa è composta da uomini, non essendo scesa dal Cielo, ma lo spirito che essa trasmette, soprattutto se è una liturgia antica ed ortodossa, non è puramente umano, non si muove con logiche semplicemente umane poiché è l'estensione, seppur in altra forma e maniera, della Rivelazione. Chi l'ha composta, nelle sue linee di fondo che innervano tutto il tessuto liturgico, non era un uomo “come me e come te” ma un uomo con vita nello Spirito! Che la Liturgia si spieghi anche con criteri filologici, storici e quant'altro non tocca assolutamente questo principio! Poi non si capisce perché nella poesia di un poeta notoriamente acclamato si riconosce un'ispirazione, seppur umana, e in un compositore autorevole di testi liturgici no! Questa è la logica di chi spoglia la Chiesa della sua veste soprannaturale per ridurla al rango di una prostituta picchiata ed abbandonata lungo un vicolo. Tale, in realtà, è lo spirito di questa gente, lo spirito di un violentatore. Essi da troppo tempo hanno invaso come pidocchi velenosi la Chiesa con il benestare delle più alte autorità le quali sono sempre più come loro, abbacinate da loro, ammutolite davanti a loro. Questo è lo stato di gran parte dell'Occidente cristiano. Che lo imparino e lo vedano tutti, una buona volta!

Essi hanno una loro comprensibile logica: se la Liturgia è fatta da "uomini come me e come te" può essere manipolata a piacimento, secondo i desideri del momento, può divenire soggetta ad ogni tipo di moda, soddisfare ogni attesa o gran parte delle attese psicologiche degli uomini, visto che le attese spirituali non sono più riconosciute come qualcosa di serio...

Sono più che convinto che gli antichi Padri della Chiesa, i quali erano abituati a chiamare le cose con termini inequivocabili, avrebbero definite queste liturgie con il termine di “sataniche”, esattamente come la “teologia” che spesso si sente proclamare qua e là e che scende da certe cattedre di pestilenza, espressione quest'ultima di Ireneo di Lione.
Sono brutti ambienti e brutte persone, senza dubbio, perché profondamente disonesti con le radici evangeliche, anche se cercano di apparire più che mai simpatici con l'avallo e il sostegno di chi non ha mai amato la Chiesa e la sua tradizione. D'altra parte, una figura istituzionale non si deve considerare "buona" perché fa il simpaticone ma solo se è fedele ai principi fondativi della realtà che rappresenta. 


Le eccezioni di questo ambiente mi sembrano sempre più eroiche e, anche fossero composte da persone di non grande luce, in un cielo tenebroso come quello appena visto, paiono  stelle polari.
Questo deve consolare: è segno che alla fine la menzogna non potrà mai prevalere perché non  ha mai avuto la stoffa dell'eternità, a differenza della verità fatta carne in Cristo.

domenica 24 settembre 2017

Le chiacchiere clericali e la verità dei fatti

I regimi totalitari hanno degli aspetti che attraggono particolarmente la mia attenzione perché sembra possano spiegare bene la situazione religiosa del mondo odierno, almeno in alcune realtà ecclesiali.
Il regime totalitario ama autoconservarsi e autoglorificarsi. Il riferimento al popolo, se all'inizio può essere veritiero, a lungo andare è puramente formale. Perciò il regime totalitario si costruisce una realtà parallela e chiusa a quella autentica. Con il regime totalitario è inutile perfino iniziare a parlare: se uno gli è funzionale, è considerato ed incorporato come una rotella in un meccanismo, contrariamente ne è sdegnosamente respinto. Perciò il regime totalitario o prima o poi è destinato ad affondare: ogni persona che cerca di aiutarlo a sintonizzarsi con la realtà reale è ritenuta un inutile e pericoloso dissidente e quindi da eliminare, se non cruentemente, almeno istituzionalmente.
Tratti di tutto ciò li ho personalmente riscontrati nel modo in cui parte del clero ha reagito ad alcune mie sollecitazioni. Certamente esistono anche ottimi chierici che mi onoro di conoscere, che condividono pure le mie analisi e di cui vado fiero. Ma purtroppo esistono anche chierici con incredibili somiglianze a personaggi totalitari, con tutte le conseguenze che ne discendono. E non sono conseguenze di cui si può essere felici perché la prima reazione è la fuga dei fedeli dalle chiese da essi presenziate.
Un esempio sempre più lampante e sempre più presente è la figura di Bergoglio il quale si dice a favore del popolo, nominalmente, ma praticamente sembra sempre più apparire come un gerarca rigido, impositivo e avverso a qualsiasi persona abbia un'opinione da lui discordante (vedi qui, uno dei diversi esempi).

Ma non si creda sia solo lui. La mia posizione mi pone in continuo contatto con il mondo cattolico e con il mondo ortodosso e anche riguardo a quest'ultimo ho modo di vedere diversi chierici con un comportamento praticamente totalitario.

Alcuni post fa ho criticato un piccolo libro liturgico curato dalla Metropoli Ortodossa d'Italia (Patriarcato Ecumenico) (vedi qui). I libri e qualunque scritto sono soggetti alla critica da parte di chiunque ed è ciò che favorisce l'incremento della cultura. Non si può pretendere che ciò non avvenga a meno di non ritenere la gente priva di cervello tradendo quindi la mentalità totalitaria sopra descritta. 
La realtà greca in Italia, per quanto praticamente nascosta (l'italiano medio quando gli si parla di Ortodossia pensa ai romeni e ai russi, quasi mai ai greci!), ha oggettivamente un tesoro, nel suo culto, nelle sue tradizioni, nella sua spiritualità e teologia. 
È mia somma delusione constatare che i primi indifferenti a tale tesoro sono alcuni suoi esponenti. Non sono affermazioni che faccio a cuor leggero o per avversioni personali. Non c'è nulla di personale in tutto ciò. Vorrei essere amico di tutti ma poi i fatti mi spingono a prendere posizioni che non piacciono ad alcuni (come lo scandaloso fatto delle false reliquie di sant'Elena, vedi qui).
Quando si prende in mano la traduzione di un libro liturgico e la si nota con pesanti errori teologici e filologici si rimane male e ci si rende conto che una tradizione è stata sfregiata, forse con incoscienza e somma indifferenza. Se, oltre a ciò, si nota che il garante dell'Ortodossia, il vescovo, non solo non se ne accorge ma la promuove con altisonanti parole, nella sua introduzione, si rimane sbigottiti di come si possa arrivare a tanto. In questo caso è chiamato in causa il Metropolita d'Italia e Malta del Patriarcato Ecumenico, non per una banale questione personale (non gli voglio certo essere nemico!) ma per una questione sostanziale: si rende, egli, conto di tutto ciò?
I libri, poco o molto, girano e la gente ci riflette su perché può ancora pensare, per fortuna. Con risultati del genere, non ci rimette solo la Chiesa ortodossa ma i primi a farne le spese sono i suoi stessi esponenti e questo rimane nella storia nonostante si cerchi di coprirlo con molte chiacchiere adulatorie.
Così, mi giungono diverse voci che mi spingono, in un certo senso, a scrivere. Alcuni riflettono e mi confidano le loro riflessioni addolorate. Non si può non concludere che tali comportamenti assomigliano o sembrano tristemente assomigliare a quelli di alcuni gerarchi totalitari dell'Europa dell'Est, prima della caduta del Comunismo. D'altronde, al di là dello schieramento politico, ogni sistema totalitario è identico: alcuni tratti psicologici dei gerarchi nei sistemi totalitari sono molto simili a quelli di certi chierici come l'incapacità e l'indisposizione ad accogliere costruttivamente le critiche e a ritenere coloro che non si allineano alle loro decisioni degli oppositori rei di lesa maestà: “Quello ha osato tanto!!!”.

E' curioso vedere come, da questo punto di vista, alcune realtà ecclesiali tendano ad assomigliarsi tra loro e formino una sola Chiesa ecumenica” con il Cattolicesimo di marca bergogliana. L'unità, almeno da questo punto di vista, è stata già fatta ma non è un'unità nella Grazia dello Spirito Santo, come era definita dai Padri, poiché è troppo presente l'arbitrio personale.

La storia ci ha ampiamente dimostrato che i regimi non possano durare a lungo né per sempre, neppure i regimi teocratici, perché hanno in sé elementi dissolutori che poi ne favoriscono il crollo. 

Le persone passeranno, perfino i vari Bergoglio con tutte le eventuali bugie adulatorie costruite su di essi. 
Da ciò che rimane o prima o poi nascerà qualcosa di nuovo. Nel frattempo chi se n'è andato non è detto che ritornerà e i successori dei responsabili avranno un'eredità tutt'altro che facile.

mercoledì 20 settembre 2017

Lo scandalo dell'amore verso il prossimo

Che la rivelazione cristiana sia "scandalo per i Giudei e stoltezza per i Pagani" (cfr. 1 Cor 1, 17-25), non dovrebbe meravigliare. Nella fattispecie, l'amore per il prossimo, senza la forza ricevuta da Dio, è incomprensibile ed impossibile. Tutta la letteratura ascetica ricorda che l'amore per il prossimo procede dall'amore per Dio per cui, amando Dio, si è abilitati, per grazia, ad un amore non egoistico verso il prossimo. Ma questo comporta una trasformazione della persona che vede il mondo in modo non solo umano ma, passi l'espressione, con gli "occhi di Dio". 
Senza tutto ciò, quindi privi della forza di Dio, è normale applaudire alle espressioni sottostanti che procedono unicamente da una visione strettamente logica umana e, mi si permetta, sostanzialmente egocentrica. Peccato che tale visione puramente logica si sia fatta largo, o quanto meno stia alettando troppi ambienti ecclesiali, nati per ben altre logiche, segno che da quegli ambienti la cosiddetta "grazia" se n'è ben fuggita ... Non mi meraviglia, dunque, che tale espressione sia oggi sostenuta addirittura da chi, un tempo, fu il più tagliente moralista cattolico che abbia mai conosciuto.
Le risposte patristiche, sotto il razionalissimo discorso di Freud, fanno veramente respirare tutta un'altra atmosfera!  


«“Ama il prossimo tuo come te stesso”, è una frase nota in tutto il mondo, è certo più antica del Cristianesimo, che la considera la sua più straordinaria rivendicazione, ma altrettanto certamente non è antichissima; in epoca storica era ancora ignota al genere umano. Nei suoi confronti vogliamo assumere un atteggiamento ingenuo, porci innanzi a esso con l’ingenuità della prima volta: non riusciremmo a reprimere una sensazione di sorpresa e confusione. Perché dovremmo farlo? Che bene ce ne viene? Ma soprattutto, come riuscirci? Come può essere possibile?». Insomma, «il mio amore è una cosa di valore che non ho il diritto di sprecare senza riflettere. Mi impone doveri per compiere i quali devo essere pronto a fare sacrifici». Dunque, «se amo qualcuno, deve meritarselo in qualche modo. Se lo merita se mi assomiglia così tanto da farmi pensare di poter amare me stesso in lui e se lo merita se è rispetto a me così più perfetto che io posso amare in lui l’ideale che ho di me; devo amarlo se è il figlio del mio amico, perché se gli accadesse qualcosa, il dolore del mio amico sarebbe anche il mio dolore, lo dovrei condividere». Ma quando si tratta di uno sconosciuto? «Se è per me completamente un estraneo e non mi attrae per alcuna sua caratteristica che abbia un significato già acquisito nella mia vita emotiva, mi sarà difficile amarlo. E invero, farei male a farlo, poiché il mio amore è considerato dalla mia gente un segno del fatto che preferisco loro agli altri e sarà quindi per loro un’ingiustizia se li metto sullo stesso piano di uno sconosciuto. Ma se io devo amarlo (di quest’amore universale) soltanto perché anche lui è un abitante di questa terra, come lo è un insetto, un verme o una biscia, allora temo che potrò concedergli solo le briciole del mio amore». Una porzione «certo inferiore a quella che, secondo il ragionevole giudizio, sono autorizzato a trattenere per me stesso. A che serve un precetto enunciato con tanta enfasi, se il suo adempimento non appare sensato?». E poi, «non soltanto questo straniero non merita in generale il mio amore», prosegue Freud, ma «devo onestamente confessare che si merita più che altro la mia ostilità e il mio odio. Egli, infatti, non sembra avere la benché minima traccia d’amore per me e tantomeno mi dimostra alcuna considerazione. Se gli torna utile non esita a offendermi né si preoccupa di domandarsi se il vantaggio che ne ricava sia proporzionato al danno che causa a me. Invero, non ha nemmeno bisogno di ricavare un vantaggio: se facendolo può soddisfare il suo desiderio, non si fa problemi a prendermi in giro, insultarmi, calunniarmi e dimostrarmi la sua superiorità. E più lui si sente sicuro e io sono debole, più certamente posso aspettarmi che si comporti così con me». 

Sigmund Freud, Il disagio della civiltà, 1930
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«Per capire il significato di questo discorso, ti darò un'immagine presa dai Padri.
Supponi un cerchio disegnato a terra, cioè una linea tonda disegnata con un compasso e un centro.
Viene denominato centro precisamene la parte centrale del cerchio. Applica la tua mente a quanto ti dico. Immagina che questo cerchio è il mondo; il centro è Dio e i raggi, i diversi modi o stili di vita degli uomini.
Quando i santi, che desiderano avvicinarsi a Dio, camminano verso il centro del cerchio, nella misura in cui penetrano all'interno, si avvicinano l'uno all'altro allo stesso tempo a Dio. Più si avvicinano a Dio, più si avvicinano vicendevolmente; e quanto più si avvicinano tra loro, più si avvicinano a Dio.
Tu capisci che è la stessa cosa nel senso opposto: quando uno si allontana da Dio, si ritira all'esterno. È evidente, allora, che più lontani siamo da Dio, più ci si allontana l'uno dall'altro e più ci si allontana da Dio.


Tale è la natura dell'amore. Nella misura in cui siamo esteriormente [al cerchio] e non amiamo Dio, nella stessa misura ognuno di noi ha una distanza dal prossimo. Ma se amiamo Dio, tanto ci avviciniamo a Dio con l'amore per Lui, tanto siamo uniti all'amore del prossimo e, nella misura in cui siamo uniti al prossimo, lo siamo a Dio».


Tratto da: Dorothée de Gaza, Instructions spirituelles, (Sources Chrétiennes, 92), ed. du Cerf, 1963 Paris 1963, pp. 285-287.


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«Il Signore è Amore. Ci ha comandato di amarci gli uni gli altri e di amare i nostri nemici; lo Spirito Santo ci rivela tale amore.

L'anima che non ha conosciuto lo Spirito Santo non comprende perché si può amare i propri nemici e non l'accetta. Ma il Signore ha compassione per tutti gli uomini e colui che vuole essere con il Signore deve amare i suoi nemici». 


San Silvano l'Atonita.

mercoledì 6 settembre 2017

Ispirazione e liturgia: alle radici della desolazione liturgica occidentale (2)

Approfondiamo un poco l'argomento precedente con una citazione tratta da un'opera di Leonzio di Bisanzio (V-VI sec.) contro l'innovatore liturgico Teodoro di Mopsuestia che inventa un'anafora (un nuovo prefazio e un nuovo canone per la liturgia eucaristica).
Riporto il passo greco tratto dalla Patrologia Graeca.

Τολμ κα τερον κακν τν ερημνων ο δετερον. ναφορν γρ σχεδιζει τραν παρ τν πατρθεν τας κκλησαις παραδεδομνην, μτε τν τν ποστλων αδεσθες, μτε δ τν το μεγλου Βασιλεου ν τ ατ Πνεματι συγγραφεσαν, λγου τινς κρνων ξαν· ν ναφορ βλασφημιν (ο γρ εχν) τελετὴν ἀπεπλήρωσεν.
[Teodoro di Mopsuestia] ha osato fare pure un altro oltraggio, non secondo a quanti menzionati: improvvisò un'anafora diversa da quella trasmessa alle Chiese dai Padri non rispettando né [l'anafora] degli Apostoli né considerando [quella] del grande Basilio, scritta nello stesso Spirito, non ritenendola degna nemmeno di menzione. Con quest'anafora di bestemmie non di preghiere, ha adempiuto il rito sacramentale.

(Leontius Byzantinus, Adversus incorrupticolas, qui arcanam et primigeniam nestorianorum impietatem sectantur et de hac eadem haeresi inquisitio et triumphus, PG 86, 1368C)

Di questo testo esiste una traduzione inglese (Hans Joachim Schultz, Byzantine Liturgy. Symbolic Structure and Faith Expression, 2e ed., New York 1986) nella quale si scrive:

He [Theodore of Mopsuestia] dared still another blashemous deed .... He composed another anaphora in opposition of the one which the Fathers had passed on to the Churches; he did not respect the anaphora of the Apostles or show reverence to the anaphora which Basil the Great wrote down under the influence of the Holy Spirit. As a result he put together a collection of blasphemies rather than of prayers.

(Egli [Teodoro di Mopsuestia] osava fare ancora un altro atto blasfemo .... Ha composto un'altra anafora in opposizione a quella che i Padri hanno trasmesso alle Chiese; egli non rispettò l'anafora degli Apostoli né mostrò rispetto all'anafora che Basilio il Grande scrisse sotto l'influenza dello Spirito Santo. Di conseguenza, ha messo assieme una raccolta di bestemmie piuttosto che di preghiere...).

In Italia esiste un libro con tutte le opere di Leonzio di Bisanzio ( Le opere, Cittanuova, 2001 Roma). A pag. 84 viene fatta la traduzione nel modo seguente:

[Teodoro di Mopsuestia] ha osato fare anche un'altra cattiveria non inferiore alle precedenti: ha inventato un'altra anafora diversa da quella tramandata dai Padri alla Chiesa, senza avere alcun rispetto né di quella degli apostoli, né di quella del grande Basilio scritta nello stesso spirito, non ritenendola degna nemmeno di menzione; con questa anafora riempì l'Eucarestia di bestemmie, non di preghiere.

Balza immediatamente all'occhio l'opposta interpretazione. Nel primo caso si ritiene che Basilio Magno (come tutti i Padri) sia ispirato dallo Spirito Santo nella redazione della Liturgia. Nel secondo caso il termine “spirito” è messo con la “s” minuscola quasi a suggerire che Basilio si sia adeguato allo spirito (leggi “alla mentalità”) degli apostoli redigendo la Liturgia.
Quindi in questa traduzione si suggerisce all'ignaro lettore che la Liturgia di Basilio sia il prodotto di una mentalità, non necessariamente di un dono divino.

Se questo è anche il pensiero della maggioranza dei liturgisti odierni, si capisce bene perché la Liturgia cattolica sia divenuta il campo delle improvvisazioni e delle composizioni testuali più incredibili e più lontane dalla tradizione dei Padri dal momento che, disconoscendo una ispirazione divina in questi ultimi, non si ritengono affatto vincolanti, né si ritiene vincolante l'eventuale Liturgia da loro composta o fatta comporre. E se i Padri hanno composto preghiere secondo il loro "estro", dettato anche dalla cultura del tempo, perché i moderni(sti) non devono fare altrettanto? 

domenica 3 settembre 2017

Ispirazione e liturgia: alle radici della desolazione liturgica occidentale

Togliere alla liturgia il suo aspetto trascendente significa tradirla
Il termine “ispirazione” è spesso collegato alla letteratura biblica: l'agiografo, o compositore, di un libro biblico scrive su ispirazione divina pur mantenendo, nel suo scritto, tutte le caratteristiche di una determinata cultura locale in una precisa epoca.
La liturgia cristiana, i cui elementi essenziali sono rinvenibili nei Vangeli e nelle lettere paoline, risente pure lei di una cultura locale espressa in un certo periodo storico. È il suo lato umano. In tal senso, può essere studiata come si studia qualsiasi testo letterario. Esistono, allora, profondi studi che cercano d'individuare nella liturgia peculiarità con le quali una liturgia copta non è, ad esempio, della stessa famiglia di una liturgia bizantina o, ancora, una liturgia bizantina ha precise differenze strutturali rispetto ad una siriaca.

Questo va bene ma non è affatto sufficiente. Nell'antica tradizione della Chiesa, la liturgia non è mai stata vista solo come un'espressione umana. Impararne la struttura tradizionale, il suo genere letterario, il suo vocabolario essenziale, non significa avere in mano le profonde chiavi della conoscenza liturgica. Sarebbe come cercare di esprimere la vita con espressioni algebriche.

Nell'antica tradizione della Chiesa, passato il momento in cui la redazione dei testi liturgici ha conosciuto una certa fluttuazione, il culto si è fissato rapidamente ed altrettanto rapidamente è stato canonizzato. Uso questo termine perché rende bene quanto voglio esprimere: canonizzare una liturgia significa attribuirle un carisma d'intangibilità (*). L'intangibilità non significa automaticamente che tutte le espressioni cultuali, da un certo momento storico in poi, si ripetono perfettamente identiche, come fotocopie. C'è sempre un mimino spazio per l'adattamento che, però, non significa rifacimento!

La canonizzazione della liturgia avviene quando si attribuisce un determinato testo cultuale ad un santo (san Gregorio Magno, san Giovanni Crisostomo, san Basilio magno, ecc.). Oltre a ciò un chiaro elemento di “canonizzazione liturgica” è l'utilizzo dei termini “sacra e santa” oppure “divina”.

Questi termini, non a caso, sono utilizzati anche per le Sacre Scritture, soprattutto i primi due. 

Detto ciò capiamo immediatamente che si suggerisce una sorta di eguaglianza, con le dovute distinzioni, tra la redazione delle Sacre Scritture e la redazione della liturgia, soprattutto nel caso di quella eucaristica. Alla base di entrambe le redazioni pare dunque esistere una simile esperienza religiosa, una teofania.

Scrivere questo, oggi, può parere quasi assurdo, soprattutto se lo si osserva con la mentalità cristiano-occidentale abituata ad un approccio molto razionale. 

Ci dobbiamo onestamente chiedere: la mentalità razionale cristiana ci avvicina o ci discosta dalle antiche basi cristiane? Nel caso preso in esame temo che ci allontani assai sensibilmente. 

L'evento fondativo del Cristianesimo non è mai stato un concetto astratto ma una persona concreta, Cristo, che ha operato fatti concreti di cui gli apostoli hanno avuto esperienza (primo fra tutti, l'evento della resurrezione di Cristo).

La reale esperienza di Dio è, dunque, alla base di ogni autentica realtà cristiana. Allo stesso modo, non si scrivono le liturgie per gioco letterario, per semplice devozione o perché si ha in mano la conoscenza della loro struttura. Le liturgie sono o dovrebbero normalmente essere scritte in una condizione d'ispirazione nella quale, certamente, non sono estranei gli elementi umani ma soggiacciono in funzione dell'esperienza. 
In tono molto minore e trasposto su un livello psicologico: un pittore traduce su una tela non solo l'immagine di un bel tramonto con tutti i suoi particolari cromatici ma anche la sua emozione dinnanzi a quel tramonto, emozione che lo ha spinto a dipingere, si badi bene!, e cerca di comunicarla a chi osserverà il suo quadro. 
Analogamente, la liturgia nasce da una profonda esperienza religiosa, di tipo spirituale non psicologico!, ed è scritta nelle nervature di quell'esperienza cercando di attrarre e orientare i fedeli in direzione delle nervature medesime!

Questo spiega perché in Oriente non ci si è limitati a chiamare la liturgia eucaristica “santa Messa”, come in Occidente dove recentemente si tende a non usare più l'aggettivo “santa”. La si chiama “Divina Liturgia”, espressione che obbedisce ad un determinato criterio perso il quale la si può credere una pura enfasi bizantina.

Arrivando al nocciolo della questione che mi sta a cuore, in un forum rinvenibile su internet (vedi qui), una persona chiede ad un sacerdote:

D. Perdoni, per favore, la mia ignoranza con cui le pongo questa domanda: la Divina Liturgia è ispirata come la Santa Bibbia? So che noi ortodossi basiamo la nostra fede sulle doppia fondamenta della Sacra Scrittura e della Santa Tradizione; infatti, alcuni dicono che le Sacre Scritture fanno parte della nostra Santa Tradizione anziché essere separate da essa. Dovremmo, allora, vedere la Liturgia come parte della nostra Tradizione e quindi ispirata come le Scritture? Premetto che sono i protestanti a pormi questa domanda. Inoltre, la Liturgia la si deve considerare inerrante e infallibile? Grazie.

R. Sì, la Divina Liturgia è ispirata dallo Spirito Santo di Dio per mezzo di Cristo che l'ha istituita, degli Apostoli che l'hanno stabilita e dei padri della Chiesa che l'hanno perseguita. Ricorda che la maggioranza della Santa Liturgia proviene direttamente dalla Sacra Bibbia.

Non voglio affrontare l'inerranza e l'infallibilità; entrambe le questioni connotano i protestanti e i cattolici romani e tutti sappiamo che alcuni che le utilizzano non osano riprendere gli abusi contro la Sacra Bibbia e le testimonianze del Vangelo [...]. Basta ricordare che la liturgia è definita come la Divina e Santa Liturgia. Questo ci basta.

Alla base di questa riposta c'è la vivida coscienza che l'azione di Dio, rivelata nelle Sacre Scritture, attraverso l'esperienza degli agiografi che le hanno redatte, non si è fermata solo a quel tempo. Essa si manifesta sotto forme teofaniche nel tempo post-apostolico della Chiesa. 
Il Cattolicesimo in linea di principio non nega tutto ciò ma fa una netta distinzione tra rivelazione biblica (spesso presentata in forma puramente concettuale) e rivelazione privata. Nella Bibbia l'agiografo rivela un messaggio e sembra non essere molto importante che la rivelazione da lui avuta comporti un'esperienza trasfigurante (si pensi alla natura umana "divinizzata" di Mosé quando scende dal monte con le tavole della Legge). Nel tempo successivo della Chiesa, l'eventuale manifestazione di Dio è qualcosa di “privato” ed è così denominato per salvaguardare la superiorità della rivelazione biblica. Lo capisco, se si tratta di salvare il primato assoluto della rivelazione biblica, ma, inevitabilmente, quest'affermazione mette totalmente in ombra il resto. 

Infatti: può mai una teofania essere considerata unicamente “privata”? Può mai, una profonda esperienza del divino, non riguardare tutti i credenti? Può mai, tale esperienza, essere ridotta razionalisticamente ad una semplice questione di “messaggi”, come se Dio inviasse e-mail da un PC mentre il primo importante effetto dell'autentica comunicazione diretta con Dio è la trasfigurazione dell'umano??

Il mondo cristiano orientale proprio perciò non ha mai fatto una distinzione netta, tranciante, tra la rivelazione biblica del Dio che si rivela nel periodo biblico, e le teofanie nel tempo della Chiesa.
Quest'ultime, perciò, riguardano in un certo qual modo la stessa redazione della Liturgia, almeno nelle sue linee essenziali come, ad esempio, la redazione delle anafore. Tutto ciò nella nostra epoca e nelle nostre regioni si ha smesso di dirlo da troppo tempo, oramai, e ciò suona come se qualcuno negasse l'autenticità e la venerazione verso tutte le reliquie solo perché si scopre che alcune tra esse sono false ...

Il Canone romano, che inizia con le parole “Te igitur” ha una venerabile antichità. Com'è ricevuto nei tempi moderni, così essenzialmente si è sempre conservato. L'idea d'intervenirvi, seppur con pie intenzioni, era totalmente inconcepibile fino a non pochi decenni fa e sarebbe davvero parsa quasi come l'idea di cambiare qualche frase del vangelo aggiungendovi, magari, qualcosa animati pure dalle migliori intenzioni. 
Papa Giovanni XXIII, devoto a san Giuseppe, fece il primo intervento: inserì nel canone romano, nell'elenco dei santi, il nome dello Sposo della Madre di Dio. Da quanto mi sembra, non ci fu alcuna reazione tolto forse qualche sommesso borbottio accademico. I tempi erano maturi: mostrando che era possibile fare delle inserzioni pure nel testo più sacro della liturgia (allora si usava ancora definirlo così) e che tali inserzioni erano accolte senza problema in tutto il mondo cattolico, si era aperta una breccia. 
I liturgisti più progressisti iniziarono a chiedersi: perché non iniziare a cambiare poco per volta tutta la liturgia cattolica? Tutto iniziò esattamente così. È come se uno togliesse da un muro a secco una pietra e si sentisse di farlo perché, sul momento, non accade nulla. Purtroppo di lì a poco è tutto il muro che è crollato andando in rovina.

Quello che animò la riforma liturgica cattolica, lo si è spesso scritto e lo stesso papa Ratzinger lo ha affermato, fu uno spirito troppo razionalistico. Ma non si aggiunge che tale spirito si è potuto affermare liberamente perché, nel frattempo, era totalmente venuto meno un concetto autenticamente sacrale di liturgia, la liturgia è stata sganciata dall'esperienza teofanica a cui sopra accenno e quest'ultima è stata vista di fatto come una semplice redazione tecnica di testi.

Così lo spirito di pietà che animava almeno Giovanni XXIII ha ceduto il passo ad un altro tipo di spirito, molto razionalizzante, di marca sociale e psicologica. In breve: è stato il trionfo di quell'antropocentrismo oggi ben conosciuto ma che già da tempo premeva alle porte delle chiese cattoliche.

Se si va a ritroso nel tempo non si può non constatare che tutto ciò è potuto avvenire perché, alla radice, mancava spesso un'autentica esperienza religiosa (soprattutto con la decadenza del monachesimo occidentale). L'esperienza del divino e la sua manifestazione (la teofania) sono stati sempre più visti come dei miti, non come delle realtà sempre possibili nel tempo della Chiesa. Ancor meno, la Liturgia che vive, si appoggia e si concepisce su tali esperienze, ne è stata praticamente privata divenendo prevalentemente, nel periodo postridentino, un culto da attribuire "doverosamente" a Dio perché "voluto" dalla Chiesa (concezione legalistica). L'eclissamento della mistica dall'Occidente cristiano ha favorito tutto ciò facendo vivere la liturgia o come dovere legale o come espressione di pura pietà, ma una pietà sganciata dal dogma e dall'antica patristica tradizione fa presto a marcire in un languido e psicologicissimo pietismo.


La prima radice della decadenza liturgica odierna, dunque, dev'essere assolutamente colta nell'allontanamento della Liturgia da ciò che essa sostanzialmente è: ispirata in modo non molto dissimile da come lo sono i libri che compongono la Bibbia. Se si nega ciò o prima o poi le si negheranno i titoli di “sacra”, “santa”, “divina” relegandola in un ambito, di fatto, puramente umano. A quel punto, assieme a composizioni liturgiche di gusto secolare, si potranno anche ristabilire culti antichi, nel Cattolicesimo, ma a nulla serviranno perché il profondo spirito con cui sono stati composti resterà totalmente ignoto.



P.S.
Nell'immagine sopra riportata, fedeli cattolici schitarrano un inno originalmente dedicato alla Madre di Dio ad una divinità indù. È successo in una chiesa di Ceuta (enclave spagnola in Marocco), per onorare la piccola comunità indù lì residente. Il filmato per chi vi si vuol "solazzare" è in questo link.
Oltre ad essere un grave segno di confusione (e almeno implicita apostasia), tutto ciò rivela le estreme conseguenze alle quali si giunge quando si parte da basi sbagliate rispetto a quelle gettate nella rivelazione neotestamentaria. Il vicario generale del posto, responsabile della carnevalata, ha chiesto e ottenuto le dimissioni a seguito della protesta per questo fatto. Il problema, però, non è legato ad una persona ma a tutta una mentalità che continua a rimanere e che non è affatto quella con la quale si scrivevano i primi testi della liturgia cristiana. È questo che non si vuole o non si può più vedere.

______________

(*) L'intangibilità è nata anche per l'esigenza di non rendere i testi liturgici veicolo di idee che si discostavano dall'ortodossia della fede. Venendo meno l'intangibilità liturgica, nel periodo successivo al Vaticano II, il Cattolicesimo ha visto nuovamente la liturgia divenire campo di espressioni in dissonanza con l'antica fede cristiana.

mercoledì 30 agosto 2017

Cialtronerie pastorali...

In questo blog ho insistito parecchio sulle traduzioni liturgiche perché questo genere di lavoro, che richiede senz'altro una certa competenza o persone disposte ad assumerla, è anche un lavoro pastorale, diretto, cioè, al servizio degli altri. 

Su questo blog non molti giorni fa ho fatto una recensione su un libretto con la Liturgia di san Giovanni Crisostomo. C'è stata qualche reazione anche se i miei amici ortodossi evitano bene di citarmi per non permettere alle persone di verificare e sentire cosa dice l' “altra campana” che li può criticare. 
Mi è sembrato di essere stato equivocato per cui la cosa è velocemente stata interpretata come degli “attacchi personali”, cosa che invece non vuole essere. 
Certo, una istituzione è formata da persone ma il lavoro che ne esce, bello o brutto che sia, riflette la serietà o meno di tale istituzione e, di riflesso, delle persone che la compongono. 

Oggi esiste un po' ovunque una sorta di cialtroneria, che quindi tocca tutti gli ambienti, per cui si fanno le cose con leggerezza, noia, fastidio, se non con spocchiosa vanità. Atteggiamenti, questi, antitetici ad un autentico spirito liturgico. 

In questo post mostro ai miei cari lettori un altro esempio di cialtroneria di cui internet pare essere pieno e che traspare in un apolytìkion dedicato a sant'Antimo, vescovo di Nicomedia. La sua festa cade il 3 settembre. L'apolytìkion è una breve composizione poetica che canta le virtù di un Santo (o le lodi del Signore e della sua santa Madre) e ne chiede l'intercessione (o le grazie). L'apolytìkion introduce, nella liturgia bizantina, la festa di un santo per cui trovarlo nella Liturgia eucaristica (prima delle letture bibliche) è il segnale che in quel giorno si celebra commemorando quel particolare santo. 

Bisogna diffidare di internet, per quanto riguarda i testi liturgici: testi e traduzioni devono necessariamente essere presi “con le pinze”, perché errori di traduzione o di digitazione sono assai diffusi. È pure il caso dell'apolytìkion di sant'Antimo che riporto nel suo testo greco e in una sua corretta traduzione italiana in modo che i lettori possano fare gli opportuni confronti. 

Τῆς ποίμνης σου θεόφρον, στερρὸς προστάτης γενόμενος, ὑπὲρ αὐτῆς ἑτοίμως τὸ σὸν αἷμα ἐξέχεας, καὶ ἀπειλὰς τῶν δυσμενῶν μὴ πτοηθείς, ἐν οὐρανοῖς νῦν ἀγάλλῃ, τῷ θρόνῳ τῆς τρισηλίου Θεότητος παριστάμενος. Δόξα τῷ ἐνισχύσαντί σε Χριστῷ· δόξα τῇ εὐψυχίᾳ σου, δόξα τῇ μαρτυρικῇ σου Ἄνθιμε καρτερότητι. 

O mente divina, sei divenuto irremovibile protettore del tuo gregge; per lui hai effuso prontamente il tuo sangue e non ti sei lasciato spaventare dalle minacce dei nemici. Esulta ora nei cieli, disposto dinnanzi al trono della trisolare Divinità. Gloria a Cristo che ti ha rafforzato, gloria al tuo coraggio, gloria alla tua testimonianza, o possente Antimo! 

Il testo greco dev'essere cantato nel primo tono bizantino e dunque deve rispettare un certo ritmo sillabico. Ovviamente questo non è possibile renderlo sempre nella traduzione ma quest’ultima non si deve, perciò, permettere di allontanarsi dal senso originale, altrimenti è opera di cialtroneria. 

Vediamo cosa ha fatto un sito presumibilmente greco-americano (vedi qui) che traduce, a modo suo, il medesimo testo greco. Riporto il testo inglese (tradotto dal greco) e una mia traduzione italiana per chi non capisce l'inglese. 

Thou didst protect thy flock with thy blood, not fearing thine adversaries. Now thou dost rejoice in heaven, standing before the throne. Glory to Christ Who has strengthened thee; glory to thy courage; glory to thine endurance, O holy Heiromartyr Anthimos. 

Hai protetto il tuo gregge con il tuo sangue, non temendo i tuoi avversari. Ora esulti in cielo, stando davanti al trono. Gloria a Cristo che ti ha fortificato, gloria al tuo coraggio, gloria alla tua resistenza, o santo ieromartire Antimo. 

Questo testo, paragonato alla traduzione direttamente dal greco, sembra un riassunto, una perifrasi. Sono spensieratamente saltate alcune definizioni che qualificano la personalità del santo (mente divina, irremovibile protettore, effuso prontamente) e Dio non è nominato. Al suo posto ci si limita a riferirsi ad un “trono”, probabilmente divino. Il greco, invece, parla chiaramente della Divinità trinitaria con l'espressione “trisolare Divinità”. Il termine “testimonianza” viene poi scambiato con “resistenza” che non è certo un suo sinonimo. Infine, il traduttore greco-inglese non riporta l'aggettivo “possente” per indicare la grande personalità di Antimo sostituendolo senza alcuna giustificazione con il termine “ieromartire” che non compare affatto nel testo greco. Ecco, dunque, un altro esempio di leggerezza nel tradurre che indica una vera e propria cialtroneria pastorale e mi sia lasciata la libertà di chiamare tale atteggiamento con il suo appropriato nome. Questo risultato deriva da uno spirito con cui fin troppe persone oggi affrontano questi argomenti pensando, addirittura!, di poter fare grandi cose.